e-mail della Parrocchia: ss.risurrezione@patriarcatovenezia.it - Telefono e Fax: 041-929216 - ........................................................................... e-mail del Blog: parrocchiarisurrezionemarghera@gmail.com

Post in evidenza

Notizie su questo Blog

Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Credere dopo la crisi: in quale Dio crediamo?

 di Francesco Cosentino

in “AlzogliOcchiversoilCielo” del 15 aprile 2021

Quando qualcosa va a pezzi nella nostra vita, abbiamo anche l’occasione di guardare con occhi nuovi la realtà e di scendere più in profondità. Il più delle volte, anche se non è facile accorgersene subito, ogni crisi è anche un’opportunità.

La pandemia da coronavirus ha certamente sconvolto la nostra vita e la vita del nostro pianeta. Essere stati messi dinanzi alla nostra fragilità, esposti al rischio di ammalarci, può mettere in dubbio l’eccessiva e presuntuosa sicurezza del nostro io, il nostro narcisismo e la pretesa di farcela da soli. Il tema della morte, che le nostre società occidentali hanno sempre più nascosto, evitato e fuggito, può costringerci a interrogarci sul significato della vita. La crisi di un modello e di uno stile di vita fortemente incentrato sull’idolatria della velocità, della produzione, di un progresso spesso inseguito senza criteri di giustizia e di attenzione per i deboli e per il creato, può anche suggerisci nuovi stili di vita, nella fraternità e nella solidarietà universali.

Ma è possibile che la pandemia sia un’occasione da cogliere anche per quanto riguarda la nostra relazione con Dio? In questo tempo difficile e sofferto si sono potuti constatare due modi di pregare, che in qualche modo rivelano l’immagine di Dio che ci portiamo dentro: una preghiera rivolta al Dio dell’amore, per ricevere la forza di attraversare questa situazione, la capacità di essere responsabili e una luce particolare per scienziati, medici, infermieri; un’altra preghiera, invece, spesso troppo segnata dal sentimentalismo o dalla superstizione, che si appella a Dio perché, magari con un evento straordinario e miracoloso e perciò “saltando” la natura, la medicina e la scienza, ci risolvi il problema e ci dia salute e guarigione. Peggio ancora, poi, quando questa preghiera ha invocato il perdono dei peccati nella blasfema convinzione che, magari, se è arrivata una pandemia è certamente per un castigo divino.

Dunque, la crisi mette in crisi anche Dio. E ci invita a chiederci: in quale Dio crediamo? A quale Dio ci rivolgiamo? di quale Dio parliamo? Ecco: la crisi manda in crisi Dio, perché possiamo ritrovarlo in modo totalmente nuovo.

La prima cosa da fare, allora, è proprio questa: liberarci di un Dio falso per aprirci al vero volto di Dio che Gesù ci rivela. Fino a quando alla libertà di Gesù, alla tenerezza dei suoi gesti, alla compassione che Egli ha per noi e all’amore attraverso cui Egli ci svela il volto di Dio noi sostituiamo una religiosità piccola e chiusa, dominata dalla paura, moralista, preoccupata del peccato e per lo più rivolta a un Dio rigido, severo, che esige da noi la perfezione e ci carica di pesi e di sensi di colpa, siamo fuori strada. Dobbiamo liberarci da ogni falsa immagine di Dio e guardare a Gesù, che dinanzi al dolore dell’uomo e dell’umanità si è fatto vicino con compassione, ha pianto le nostre lacrime, si è indignato per il male, ha rialzato chi è caduto e guarito chi era ammalato. E, così, ci ha svelato un solo volto di Dio: il Dio dell’amore che ha cura di noi e vuole la nostra totale liberazione e felicità.

Dunque, diciamo senza paura: Dio non manda il male, né lo permette per fini educativi, né lo tollera. Dio non c’entra nulla con la pandemia da coronavirus. Nell’esperienza della sofferenza e della notte di certo Dio può rivelarsi in molti modi e trarre anche da lì qualcosa di buono per noi. Ma Dio combatte ogni forma di male e di sofferenza prendendola addirittura sopra di sé, come ci mostra la Croce di Gesù. Egli non ci salva dal dolore, ma lo attraversa con noi, lo illumina, lo trasforma dal di dentro impegnandosi a liberarci e farci risorgere sempre. Anche se ciò gli costa la vita.

Oggi siamo dinanzi a una nuova possibilità di rinascita. La crisi di Dio può essere l’inizio di una nuova scoperta della Sua presenza, come di un Dio amico, innamorato della nostra vita, toccato nel profondo dal nostro dolore, solidale. Un Dio amico della nostra gioia. Credere dopo la pandemia significherà guarire dalle immagini anticristiane di Dio, dal Dio che castiga, che manda la sofferenza, che chiede sacrifici.

Quando finisce la notte, ci apriamo alla luce di un Dio debole che ha un debole per noi. Di un Dio innamorato che muore d’amore per noi.

Pensierino nella III Domenica di Pasqua: Lc 24,35-48

                              

Capire assieme, sperimentare, condividere: i modi di incontrare il Risorto


È nell’esperienza di ciascuno di noi quella di rimanere a volte storditi da quanto accade. Quando capita si può giungere a ripiegarsi su sé stessi guardando le nostre ferite, il nostro dolore fino ad estraniarci da quanto accade attorno e a non percepire null’altro che la nostra amarezza, angoscia, paura, come se fosse l’unica nell’intero mondo. Emerge solo il nostro io, esiste solo questo fintantoché non accade qualcosa che ci fa alzare lo sguardo (quante volte nella Scrittura questo accade; a volte come invito, altre come dato di fatto…).

È un risveglio, a volte brusco, inatteso anche se in fondo in fondo auspicato. Costringe a guardarsi attorno e a scoprire che non si è soli e, magari, che la nostra è una situazione condivisa.

Gli undici e le donne erano stati raggiunti nel Cenacolo dai due di Emmaus: non li attendevano ma ora si ritrovavano a commentare quanto accaduto loro: ecco lo sguardo che si allarga, si alza… È necessario assieme cercare di capire quanto sta accadendo ed ecco qualcos’altro di inimmaginabile: si accorgono che Gesù sta in mezzo a loro. Rimangono turbati, sorpresi, dubbiosi: possibile? sarà vero o stiamo sognando? 

È faticoso riconoscere il Signore nelle nostre realtà. Si è più abituati alle cose negative e quando accade qualcosa di positivo ci si chiede subito: “quanto durerà? dove è la fregatura?”. Oppure quando ci sta andando tutto bene e accade un piccolo inciampo: “non poteva andare tutto bene, dovevo aspettarmelo”.

Per nostra fortuna lui non si stanca di continuare a venire e di stare in mezzo a noi rassicurandoci: “sono proprio io![1]”, “guardate le mie mani e miei piedi, toccatemi” vale a dire: “la mia umanità è ferita come la vostra, non esorcizzatela, guardateci dentro, non fate finta di nulla, è nelle vostre debolezze che manifesto la mia forza” (2Cor 12,9).

Possiamo fare esperienza del Risorto, cioè far parte della sua realtà, solo se riusciamo accogliere e a stare, con coerenza e fiducia nelle nostre debolezze, nelle nostre fragilità, nelle nostre fatiche, nelle nostre sofferenze. In quelle nostre e in quelle di coloro che ci stanno attorno. Sono le stesse piaghe di Gesù nelle quali è risorto. È lì che lo possiamo riconoscere ed accogliere, fino a condividere in amicizia assieme un pezzo di pesce arrostito; la mensa durante la quale ci aprirà la mente all’intelligenza delle Scritture e ci ritroveremo rappacificati con noi stessi e con lui, grazie a lui.

Per non rimanere in bilico tra incredulità e stupore, è necessario farne esperienza concreta, toccare con le nostre mani. Non basta sentire raccontare, non basta ascoltare un annuncio per quanto convincente possa essere: è basilare che la nostra stessa persona venga e sia coinvolta.

Anche per gli altri, non basta il nostro annuncio, serve testimoniare l’incontro personale che abbiamo avuto con lui, sostenuto dalla sua Parola frequentata, meditata, amata, vissuta e capace di trasformare la nostra vita, perché non torna indietro senza aver recato effetto (Is 55,11). È in questa che troviamo la ragione di quanto accaduto ed è questa che ci fa credere. È l’esperienza fatta dai discepoli sulla strada per Emmaus, è quella fatta nel Cenacolo che l’Evangelo oggi ci ha raccontato. Solo dopo potremo annunciare “a tutte le genti”, ma “cominciando da Gerusalemme” dalla nostra realtà, dalla nostra Comunità, dalla nostra Chiesa, scambiandoci l’un l’altro la nostra personale concreta esperienza del Risorto.

Lieta Domenica a tutti



[1] Nel testo greco “Egoimi”, cioè “Io sono”: ovvero il Nome di Dio

“Pace a voi” e scoprire cosa significa

                            

"Pace a voi": è la prima cosa che il Risorto dice per prima cosa ogni volta che incontra i suoi. È il dono che egli fa' apparendo agli impauriti discepoli: “Vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore” aveva detto loro nei discorsi di addio (Gv 14,27).

È lo scoprire che è possibile uscire dal disorientamento e di poter cogliere quale è il proprio posto nel mondo, senza spaventarsi delle avversità, senza più disperare nel dolore, senza più scoraggiarsi nella fatica.  

Questo grazie alla scoperta e la percezione che Dio è nella nostra vita, che con la sua vita-morte-risurrezione ci ha coinvolto nella sua senza chiederci nulla in cambio. È la gioia e la scoperta del sapersi conosciuti, amati, preziosi, nonostante tutti i nostri limiti. 

Questo apre a scenari nuovi, inattesi: si percepisce la possibilità di essere coinvolti in un disegno d’amore che, malgrado la fatica della storia e dell'umanità, confluisce verso un fine. In questo progetto, se lo si vuole, c’è un ruolo determinante per tutti coloro che lo accolgono. Si scopre che, malgrado i limiti, le fragilità, le paure, si può amare e, amando, cambiare il mondo attorno a noi.

Ci si rende assieme anche conto che il confine tra il male e il bene è molto labile, che il nemico è dentro di noi, non fuori, che dobbiamo prima di tutto fare pace con noi stessi, la nostra violenza e la nostra rabbia, la nostra parte oscura che possiamo chiamare "peccato" perché ci divide da Dio.

La pace donataci da Cristo è la presa di coscienza di essere da lui amati e di poter insieme cambiare il mondo dal di dentro, assumendo il suo tormento, le sue sofferenze. È ben diversa dalla pace del mondo, pace che viene venduta come assenza di guerra o, peggio guerra che viene ritenuta necessaria per imporre la pace. 

È il sapersi amati che permette di affrontare con serenità anche le paure. Quelle paure che di solito ci paralizzano: la paura del futuro, della malattia, del lavoro precario, del non sapersi amati. Aiuta ad affrontarle con fiducia, a non avere il cuore turbato. Un cuore pacificato e rappacificato è un cuore saldo, irremovibile.

Siano oramai avviati verso la Pentecoste, verso il dono promesso del Consolatore che darà la capacità di affrontare la quotidianità con la certezza della presenza del Signore, giorno dopo giorno, passo dopo passo.


Il Foglietto "La Resurrezione" del 18 aprile 2021




 

Non siamo chiamati solo a "salvare l'anima"

di Arturo Paoli, Piccolo Fratello della congregazione di de Foucault, da giovanissimo salvò centinaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale (e infatti è un Giusto tra le Nazioni), poi affiancò i minatori sardi negli anni Cinquanta e infine finì nelle favelas argentine, dove il regime militare mise una taglia sulla sua testa

I racconti che il Vangelo ci fa sulle apparizioni di Gesù risuscitato possono lasciarci un po’ perplessi, perché siamo in presenza di un essere “spirituale” ma il messaggio che i cristiani vogliono dare al mondo è lucido, luminoso ed evidente: la nostra relazione con Dio non è più fondata unicamente sulla obbedienza alla legge, ma soprattutto sull’impegno che noi abbiamo, per dirla con Teillard de Chardin – di amorizzare il mondo. 

Noi non siamo chiamati ad una obbedienza personale rivolta solamente a “salvare l’anima”. Purtroppo, quello che è rimasto ben vivo e saldo nella chiesa è proprio il messaggio rivolto alla “salvezza dell’Anima”. Forse un po’ meno ai nostri giorni, tuttavia si dà l’impressione che il senso dell’incarnazione, della passione, morte e resurrezione di Gesù, si restringa ad un problema strettamente personale: salvare la propria anima. Questa impostazione ha ispirato la nascita di movimenti che chiamerei più che di spiritualità, “spirituailisti” perché rimangono alieni dal mondo e dalla storia, mentre l’incarnazione è una forza che entra nella creazione, che entra in ogni uomo; è una forza di risurrezione, di rinascita, di cambiamento profondo.

Sappiamo che nella natura, nelle stelle, nelle cose che ci circondano, c’è un movimento permanente, quello che i greci esprimevano con due parole del celebre aforisma : panta rei, tutto si muove, tutto è movimento. Anche l’uomo è in movimento, ed è un movi- mento che deve svilupparsi nella line dell’Amore. Perché la grande forza di attrazione che muove l’uomo – come dirà il nostro Poeta Dante “quello che muove il sole le altre stelle” (paradiso XXXIII) è l’Amore. Pertanto noi dovremmo crescere e progredire attraverso la liberazione di tutto ciò che ostacola l’Amore, il dono di noi agli altri.

I frutti dell'Orto solidale domenica alla Cita


Domenica 18 aprile alle 11.15 il gazebo sul piazzale della Chiesa della Cita offrirà a tutti la possibilità di portare sulla propria tavola le verdure di stagione, i diversi radicchi, dal Verona al Treviso, per non parlare del pan di zucchero, la cicoria ricca di vitamine.

Si potranno visitare le gombine dell’Orto Solidale della Cita, per godere “la bellezza di questa natura” e sorridere dei “piccoli piselli che si arrampicano sui bastoni e delle patate che fremono nella terra, lì vicino alle fragole che presto usciranno”.
“La natura non è separata da noi, è come una cornice della nostra vita”, ricorda Francesco. “La terra è non solo madre ma anche sorella, con la quale condividiamo l’esistenza” (Laudato Sì 139). 

Grazie allora a Roberto e a tutti coloro che lavorano con passione e competenza l’Orto Solidale, in particolare a quelli che stanno facendo Ramadan e che, come Sadat e Abdoulaye, affideranno domenica alla comunità raccolta per l’Eucarestia, un saggio detto del Corano: “Non sprecare mai l’acqua, anche se sei sulla riva di un fiume!”



Eutanasia: questione inquietante - Interventi e approfondimenti con cui confrontarsi

Anche la Spagna ha da alcune settimane una legge sull’eutanasia


Giannino Piana, teologo moralista, già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, interviene sull'argomento sul sito "Viandanti".

Il Parlamento iberico ha dato l’assenso, dopo un lungo dibattito, a tale dispositivo con una solida maggioranza, ma con una minoranza piuttosto consistente ed agguerrita, che manifesta la presenza di una certa spaccatura all’interno del Paese. Si tratta della sesta nazione al mondo, la quarta in Europa dopo Olanda, Belgio e Lussemburgo, con l’aggiunta di Canada e Nuova Zelanda ad introdurre tali pratiche. Una situazione ancora limitata che rivela la problematicità e la delicatezza della questione, la quale presenta senza dubbio risvolti inquietanti.

Nonostante queste difficoltà la domanda di legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito va estendendosi a vasto raggio – anche nel nostro Paese è giacente da anni una proposta presentata dal movimento radicale ancora non messa in discussione – e si intravede pertanto la possibilità di pervenire, in tempi piuttosto brevi, ad una pluralità di interventi legislativi destinati a introdurli in un consistente numero di Paesi del mondo.

Quali le ragioni della domanda?
La ragione fondamentale di tale domanda va anzitutto connessa al diritto che ogni persona ha di andare incontro a una morte il più possibile dignitosa. La civiltà dei diritti, che si è enormemente sviluppata a partire dall’ultimo dopoguerra – a dare inizio a questo processo è stata la Carta dei diritti dell’uomo del 1948 – ha segnato una svolta importante in questa direzione, coinvolgendo i vari momenti dell’esperienza umana, dall’inizio alla fase terminale, nei quali va garantita ad ogni persona la possibilità di vivere nel pieno rispetto della propria dignità.

Purtroppo questa istanza irrinunciabile è oggi spesso sconfessata nei fatti, non solo da episodi eclatanti che ben conosciamo – si pensi allo stuolo enorme di persone costrette ad abbandonare la propria terra per ragioni di povertà e di conflitti bellici – ma anche da situazioni particolari presenti nello stesso mondo cosiddetto sviluppato (anzi soprattutto in esso), in ragione di interventi manipolativi sempre più sofisticati ed invasivi, che rischiano di compromettere la dignità del nascere, del vivere e del morire........

Per leggere tutto l'articolo: https://www.viandanti.org/website/eutanasia-questione-inquietante/


 Sempre dal sito "Viandanti" altri interventi interessanti sull'argomento:

P. Benciolini, “Testamento biologico”: obiezione di coscienza o scelta in coscienza? https://www.viandanti.org/website/testamento-biologico-obiezione-di-coscienzao-scelte-in-coscienza/

P. Benciolini, Fine vita, sapersi confrontare con “i segni dei tempi” https://www.viandanti.org/website/fine-vita-sapersi-confrontare-con-i-segni-dei-tempi/

S. Ceccanti, La Corte Costituzionale sull’aiuto al suicidio. Parziale rinuncia a punire https://www.viandanti.org/website/la-corte-costituzionale-sullaiuto-al-suicidio-parziale-rinuncia-a-punire/

H. Kung, Segni dei tempi: la morte umana dignitosa  https://www.viandanti.org/website/segni-dei-tempila-morte-umana-dignitosa/

Troppo poco augurare buon inizio di Ramadan

 


Mi sembra troppo poco augurare ai fratelli e sorelle musulmane della mia città un buon inizio di Ramadan. Sarebbe come dire buona Pasqua e dal lunedì dell’Angelo dimenticare l’impegno quotidiano di liberazione degli oppressi e di vita nuova per tutti.
Adesso che il Ramadan è iniziato dovremo intensificare la fraternità che ci lega qui a Marghera e allargare lo sguardo del cuore al mondo intero.
Proprio ieri una persona del mio quartiere, con fastidio mi ha aggredito con parole di disprezzo: “Ormai alla Cita i xe tutti musulmani”. Non dovrà passare giorno allora, senza che abbia annunciato la bellezza dell’essere noi tutti figli di Abramo, affinché “questo mese di digiuno sia fonte di pace e misericordia” (UCOI).
Ringrazio sempre il Signore per avermi donato tanti amici musulmani come l’Imam di Marghera Hammad, che anticipava anni fa la Fratelli tutti di Francesco: “Quando pensiamo alla misericordia dobbiamo pensare ad un amore che si allarga. La misericordia come prendersi cura degli altri, infatti, non è solo nei confronti delle persone della propria famiglia ma deve essere verso tutti”.
Per voi, allora, sorelle e fratelli musulmani l’augurio per trenta giorni di digiuno e preghiera. Per me un jihād, ovvero un impegno, uno sforzo, che sia “allargare l’amore perché nel mio cuore ci sia posto per tutto e per tutti, compresi gli animali e le piante” –come scriveva Hammad. “Tutta l’umanità e tutti gli uomini vengono raggiunti dalla misericordia e Dio un giorno potrà dirci: “se tu fossi andato dal tuo fratello che aveva fame e sete, che era povero e nel bisogno, avresti trovato me!”
Molto più forte dell’indifferenza che nella pandemia ci isola e molto più decisiva delle diffidenze che ci mettono gli uni contro gli altri, sia questo augurio reciproco che un’amica musulmana mi ha scritto sull’agenda: “Che la benedizione di Dio sia su voi tutti!”
don Nandino

L'augurio del Vescovo di Padova Claudio

 

Cari fratelli e sorelle,

come Vescovo di Padova e a nome di tutte le comunità cristiane della nostra Diocesi, voglio farmi vicino a voi per rivolgervi l’augurio di benedizioni dal cielo all’inizio di questo sacro mese di Ramadan 1442 H. – 2021 A.D..

Il tempo di pandemia, che ancora stiamo vivendo, ci sta spronando con forza alla conversione, per riconoscerci tutti fratelli e sorelle, figli e figlie di Abramo, capostipite di ebrei, cristiani e musulmani per la sua fede nell’unico vero Dio.

Sentendoci tutti “sulla stessa barca” (cf. Omelia di Papa Francesco del 27 marzo 2020), siamo impegnati come credenti a testimoniare la speranza che abita in noi, in mezzo alla società nella quale ci troviamo. Lo facciamo con amore, per ritornare a guardare con stupore e gratitudine le stelle del cielo, segno della benevolenza di Dio verso gli uomini e le donne di ogni luogo e di ogni tempo.

Il mese di Ramadan aiuta a rimettere al centro della vita le relazioni che contano e che, come stelle collocate sulla volta celeste, sanno imprimere alle nostre esistenze terrene un orientamento e una forza tali da non farci tremare, tantomeno disperare, davanti alla fatica e alla precarietà del nostro pellegrinaggio umano.

La prima stella che voglio guardare con voi è Dio stesso. Quanto ne abbiamo bisogno! Ritornando a pensarci come creature uscite dalla sua sapiente mano creatrice, destinatari della sua Parola e accompagnati dalle sue continue benedizioni, ci sentiamo oltremodo amati e incoraggiati nel crescere nel bene, sotto il suo sguardo. E proprio alla maniera di un padre, Egli ci guarda crescere verso un’umanità degna di tale nome. Egli ci stimola e ci sprona perché sappiamo centrare l’obiettivo di un amore senza riserve e verso tutti.

Ecco allora sorgere in alto la seconda stella: la fraternità universale tra tutti gli uomini e tutte le donne. In una società che, troppo spesso, insegna a guardare il prossimo o come concorrente, o come mezzo, o come socio in affari, la fraternità ci aiuta a rinnovare il nostro sguardo, abbandonando il metro dell’interesse, del profitto e della mercificazione, per usare quello della fraterna prossimità. Se sei mio prossimo, mi interesso di te, mi prendo cura di te, so provare gioia e ammirazione quando compi il bene. So poi vedere nella nostra diversità una ricchezza, qualcosa che Dio ha voluto per il nostro reciproco aiuto, come recita lo stesso Corano: «Se Allah avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato. Gareggiate in opere buone»(5,48).

Guidato anch’io da queste stelle, mi avvicino a voi, all’inizio del Ramadan. Fraternamente piango i fratelli e le sorelle musulmane morte in questo anno. Sono a conoscenza della fatica vissuta nel trovare una sepoltura adeguata nei cimiteri dei nostri Comuni: penso che la concreta integrazione delle persone nel nostro Paese passi anche attraverso l’esperienza della morte. Ammiro la solidarietà che è nata dalle vostre comunità nella pandemia e che si è riversata, senza distinzioni, sulla popolazione colpita dal lockdown. Fraternamente mi unisco a voi, in questo tempo di rinnovamento spirituale, consapevole che la preghiera, il digiuno e l’elemosina sono un potente antidoto contro l’egoismo e l’amor proprio. Fraternamente vi auguro di concludere questo mese con gioia, nella possibilità di ritrovarvi tutti insieme nelle vostre sale di preghiera per celebrare la ‘Id Al-Fitr.

Questo mio augurio precede il consueto Messaggio indirizzato a tutti i musulmani e tutte le musulmane per il Ramadan dal Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso della Santa Sede. La speranza ci abiti tutti e ci trasformi in stelle luminose, poste le une accanto alle altre nel cielo di Dio.


Messaggio dei Frati Minori per l'inizio del Ramadan


Ai Fratelli musulmani e alle Sorelle musulmane di tutto il mondo:

As-salaamu ‘alaykum! La pace sia con voi!

Ancora una volta, con grande gioia, all’inizio del mese santo del Ramadan vi facciamo giungere gli auguri da parte della Commissione speciale per il Dialogo con l’Islam dell’Ordine dei Frati Minori.

È trascorso più di un anno dall’inizio della pandemia del COVID-19. Dolorose e profonde sono state le perdite e le difficoltà che tutti noi abbiamo sopportato e che forse continuiamo a sopportare, ma confidiamo in Dio (Allāh swt) che ci assicura: “Il futuro sarà migliore del passato” (al-Ḍuḥā 93.4), e: “Davvero con la difficoltà c’è il conforto” (al-Sharḥ 94.5).

Lo scorso anno, molti di voi hanno osservato il Ramadan soprattutto nelle proprie case, separati da parenti e da amici. Per quanto le vaccinazioni siano ora sempre più disponibili, le misure per la salute pubblica e il distanziamento sociale continuano a limitare il vostro suhur e iftar comunitario e limitano l’opportunità, per molti di noi della famiglia francescana, di rompere il digiuno insieme a voi, come spesso abbiamo fatto in passato. Sarà un giorno davvero felice quello in cui tutti potremo celebrare di nuovo i nostri tempi sacri liberamente e in pienezza.

È veramente un segno di Dio, il Compassionevole (al-Raḥmān), il Misericordioso (al-Raḥīm), il Sapiente (al-Ḥakīm), il Generoso (al-Karīm), che la celebrazione del Ramadan quest’anno cada di nuovo nel momento in cui i cristiani celebrano il tempo pasquale e anche tanti credenti nel mondo – ebrei, indù, sikhs, buddisti, giainisti e baha’i – stanno osservando i giorni santi. Mentre voi ringraziate e lodate Dio per la rivelazione del Santo Corano, tutta l’umanità, così pare, renderà lode a Dio e lo adorerà, ciascuno in maniera sua propria ed unica.

È triste, però, che perfino in questo tempo di pandemia, in cui abbiamo bisogno di aver cura e compassione l’uno perl’altro, alcuni si stiano mettendo sempre di più l’uno control’altro a motivo delle differenze di religione, di etnia, di razza, di identità nazionale e di ideologia politica. Anche coloro che partecipano della medesima identità nazionale si volgono contro i loro compatrioti con odio e violenza. Davvero questo è un peccato contro il progetto di Dio per la sua creazione. Come ci dice Dio (Allāh swt) nel Santo Corano: “Noi vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi vari popoli e tribù affinché vi conosciate a vicenda; ma il più nobile di voi è colui che teme Dio.” (al-Ḥujarāt 49.13).

In questo spirito di fraternità universale, nell’ottobre 2020 papa Francesco ha pubblicato Fratelli Tutti, l’enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, testo ispirato dal suo incontro con il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, ad Abu Dhabi nel 2019, e dal Documento sulla fratellanza umana che essi firmarono insieme.

Nell’enciclica, papa Francesco di nuovo fa riferimento all’incontro di San Francesco con il Sultano al-Malik al-Kamil nel 1219, quale esempio di fraternità universale che trascende le differenze di “origine, nazionalità, colore o religione”. Riferendosi a tutti i fedeli come a “credenti”, ha osservato:

«i credenti hanno bisogno di trovare spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri… Come credenti ci vediamo provocati a tornare alle nostre fonti per concentrarci sull’essenziale: l’adorazione di Dio e l’amore del prossimo, in modo tale che alcuni aspetti della nostra dottrina, fuori dal loro contesto, non finiscano per alimentare forme di disprezzo, di odio, di xenofobia, di negazione dell’altro (FT 282).

In questo stesso spirito, papa Francesco si è recato recentemente in Iraq per incontrarsi con i capi politici e religiosi, per incoraggiare tutti “a guardarci tra noi, con le nostre differenze, come membri della stessa famiglia umana” e a “parlarsi a partire dall’identità più profonda che abbiamo, quella di figli dell’unico Dio e Creatore” (Discorso del 5 marzo 2021)

Nella piana di Ur, punto di partenza del viaggio della fede del patriarca e profeta Abramo (pace e benedizione su di lui!), papa Francesco si è riunito con i rappresentanti delle diverse comunità religiose: sunniti, sciiti, cattolici, ortodossi ed altri, riconoscendo che tutti condividiamo il cammino della fede, pur muovendoci su vie differenti. Come Abramo lasciò tante cose per rispondere alla chiamata di Dio, così anche noi “siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri (Incontro interreligioso, 6 marzo 2021).

Quello del Ramadan è un tempo in cui la famiglia francescana cattolica sente in modo speciale il legame di fede con voi, nostri fratelli e nostre sorelle musulmani, uniti dalla pratica comune della preghiera, del digiuno e della carità, espresse con un pasto condiviso con altri. Ci viene in mente un hadith riportato da ‘Abdullah ibn Amr, che è particolarmente significativo ai nostri giorni:

Un tale domandò al Profeta – Iddio lo benedica e gli dia eterna salute – quale fosse il meglio dell’Islam. Rispose: ‘Da’ da mangiare all’affamato e da’ il saluto a chi conosci e a chi non conosci’. (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 28).

In questo mese, in questa stagione sacra a cui partecipano in modi diversi tanti fedeli credenti, restiamo uniti dai vincoli di fraternità come figli e figlie di Abramo e prendiamo di nuovo la decisione di essere strumenti della Pace che è Dio – al-Salām. Per il vostro Ramadan, vi auguriamo ogni benedizione. Ramadan Mubarak! Ramadan Kareem!

 

Fr. Michael D. Calabria, OFM
Assistente Speciale per il Dialogo con l’Islam


Messaggio del Patriarca alla comunità musulmana veneziana per l’inizio del Ramadan

 “Sia un tempo per costruire fraternità, amicizia e pace con tutti”

 

Stimati Presidente e Imam, cari fratelli e sorelle della comunità musulmana di Venezia,

a voi tutti rivolgo l’augurio più cordiale per il tempo di Ramadan che oggi ha il suo inizio.

Questo mese, segnato da prolungati momenti di digiuno e preghiera, pur condizionato dalla dolorosa pandemia, sia occasione per approfondire il legame con Dio, Clemente e Misericordioso, e compiere gesti di vicinanza, in particolare, verso chi si scopre oggi più povero e fragile proprio a causa della pandemia in atto.

Sia, questo, un tempo adatto per costruire fraternità, amicizia e pace con tutti, nel reciproco riconoscimento e rispetto.

Ogni credenza religiosa sia impegnata ad intessere legami con ogni uomo e donna di buona volontà.

Dio, l’Onnipotente, ci sostenga e accompagni nel cammino della vita in questo nostro tempo così impegnativo e decisivo per il futuro dell’umanità.




Le apparizioni non sono manifestazioni fugaci di un essere normalmente assente, ma ...

 Lo spazio della cura

Gesù risorto è con la comunità

Incontrare Gesù risorto è e insieme non è un’esperienza speciale … Gesù non appare che a pochi, eppure sulla sua presenza accanto ai discepoli e sulla sua disponibilità a tutti si insiste, come abbiamo visto, con grande forza. “Io sono risorto e sono con voi”, è il messaggio di Gesù a Pasqua. Le apparizioni non sono manifestazioni fugaci di un essere normalmente assente, bensì eventi che stabiliscono la presenza di Gesù, l’intrecciarsi della sua vita con quella della sua comunità … Le apparizioni del Nuovo Testamento tendono sia a restaurare che ad ampliare una relazione di dono e fiducia tra gli esseri umani, che è di per se stessa dono di Dio, mediante Gesù, a favore dell’intero mondo umano

(dal sito del Monastero di Bose)

Pensierino nella II Domenica di Pasqua

            



Gli Evangeli del periodo di Pasqua sconvolgono ogni idea di Dio che uno abbia avuto fino a quel momento.

A Natale si era rimasti sorpresi perché Dio fatto uomo, ha iniziato a vivere come uno di noi nella nostra realtà, immerso nelle tentazioni come noi e avevamo iniziato a porci domande su chi in realtà fosse quel Gesù di Nazaret. 

In Quaresima avevamo avuto delle risposte precise ma ora l’inaspettato e non tanto per la Risurrezione e già ci sarebbe bastato, ma per quello che si scopre dopo.


Il Risorto chiama “amici” i discepoli, quelli lo avevano tradito abbandonandolo e ora avevano paura della loro stessa ombra tanto da non uscire da casa; Maria che non lo riconosce e lo accusa di aver “rubato” il corpo del Signore; i due di Emmaus che era sconfortati e delusi…. nessuno che lo riconosce a prima vista …


Eppure Lui li cerca, non è una apparizione fugace, ma si ferma, sta, rimane in mezzo a loro che sono sconcertati; Lui li rassicura: Pace a voi (tre volte ricorre nel brano dell’Evangelo di oggi), vale a dire state tranquilli, rimanete sereni, non abbiate paura, restate voi stessi, quello che siete e gli mostra quello che hanno fatto al suo corpo martoriato, trafitto, flagellato...


Non da altro, da questi segni riconoscono chi ha voluto condividere in tutto la nostra natura, fino alla morte di croce, fino a voler portare Dio nell’unico luogo dove certamente Lui non c’era perché quella era la fine di coloro che, secondo il Deuteronomio, erano anche da Lui maledetti. 


Nel suo essere, nel suo fare, nel suo dire non c’è accenno di rimprovero, non chiede di modificare nulla di quanto loro fossero e noi siamo. Ci accetta così, ci vuol bene nella nostra realtà incoerente, incerta nell’amare, incapace di dare fiducia, aver fede fino in fondo, di accettare il diverso, lo straniero, timidi nell’aiutare, ricchi solo di dubbi, capaci certamente di volgere lo sguardo altrove, di confidare solo sulla nostra capacità di ragionare, sul nostro raziocinio.


È questo scoprirsi accettati per quello che siamo che porta Tommaso e Maria a chiamarlo non solo Signore, ma “Mio Signore”, non più solo “Dio” ma “Mio Dio”, a significare un rapporto intimo, personale, pieno, ricco di benedizioni. Non più il Dio di un popolo, ma di ciascuno, uno per uno.


E il Risorto a quei disperati, a noi, dà un compito: portare lo Shalom ovunque, annunciare cioè la realtà nuova di una vita vissuta come Gesù ha fatto, nel modo che ci ha dimostrato possibile: rimanere sempre sotto la signoria di Dio, cioè la sua volontà di amore, di riuscire a vivere anche la nostra vita come l’ha vissuta Lui, fino in fondo. Questo significa rimettere i peccati: toglierli dal mondo, riconciliare il vivere dell'uomo, il nostro vivere con il Signore spazzando via ciò che ci deturpa ai suoi occhi. Non altro, perché Lui questo ha fatto: "Io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo" (Gv 12,47b).


È questo il dono della Pasqua. È questo che ci viene chiesto di scoprire, accogliere, fare nostro, realizzare con il suo aiuto, con lui che rimane con noi, al nostro fianco, a sostenerci, aiutarci, correggerci con amore tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Il Foglietto "La Risurrezione" 11 aprile 2021

 




L'incredulità di san Tommaso (Caravaggio): il commento del Vescovo Derio Olivero

 Qui il commento del vescovo Derio Olivero al quadro del Caravaggio: https://www.youtube.com/watch?v=EBTKj3iAxjc


L’opera è realizzata da Caravaggio tra il 1600 ed il 1601, con la tecnica olio su tela. Misura 107 x 146 cm, conservata a Postdam nella Bildergalerie.

Caravaggio riporta sulla tela fedelmente il passo che vede come protagonista San Tommaso. L’apostolo Tommaso dopo la morte di Cristo afferma che crederà alla resurrezione solo quando potrà vedere coi suoi occhi e toccare con mano le sue ferite.

«Se non metto il dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!» (Giovanni 20,19-29).

La scena narra l’episodio con profondissimo pathos e drammaticità. Lo sfondo scuro tipico di Caravaggio e la luce proveniente da sinistra (dietro Gesù cioè dal Padre) mettono a risalto i pro- tagonisti dell’opera. Oltre a Gesù e Tommaso, in secondo piano altri due discepoli assistono all’opera.

Tommaso ficca il dito nel costato di Gesù che lo prende per mano e quasi “spinge” la mano per fargli sentire ancora di più le sue ferite. Questo gesto sottolinea la volontà di Gesù di accompagnare Tommaso all’esperienza di lui. Chiunque deve fare esperienza dell’amore di Dio. 

Gli abiti sono quelli tipici del 1600 ma sono di quelli di ogni uomo o donna del futuro. L’opera assume quindi un messaggio universale che va al di là delle epoche e delle persone. Questa universalità viene sottolineata anche dalle diverse “mani” che si paragonano. Quelle di Gesù sono affusolate e pulite, quelle di Tommaso tozze e sporche. Nessuno è escluso da Dio, soprattutto quelli “sporchi”, cioè i peccatori.


Lo sguardo di Tommaso è più quello di uno scienziato intento a studiare che quello di un discepolo. La sua resa espressiva è potentissima, è quella di uomo incredulo e al tempo stesso stupito e timoroso. Quella degli altri due uomini sembra invece urlare curiosità e interesse nel “verificare” la parola di Gesù. Le posizione dei personaggi non è – ovviamente – scelta a caso. Gesù e Tommaso sono disposti in un primo piano ipotetico lungo una diagonale che parte da sinistra in basso e va verso destra in alto.


Le quattro teste dei protagonisti formano una croce. Gli sguardi dei tre uomini invece un triangolo.

Questi espedienti tipici di Caravaggio elevano il pathos della scena a livelli altissimi. Guardando l’opera sembra quasi di sentire sulle nostre dita le ferite che sta toccando San Tommaso.
La concentrazione emotiva dello spettatore oltre che moltissimi virtuosismi tecnici fanno anche questo lavoro di Caravaggio un’opera straordinaria.
(dal sito: www.insiemesullastessabarca)

Shalom: due possibilità per approfondirne il significato

"Shalom Y'all" significa "Vai in pace" ma il testo ha una particolarità: Shalom è ebraico e Y'all è arabo. Quindi è un augurio che desidera dinamicamente legare due popoli che abitano problematicamente una medesima terra nella quale le difficoltà nei rapporti sono all'ordine del giorno e irrisolti, dove l'esercizio della forza sovrasta quello della pace e della convivenza.


Di seguito due link per approfondire la profondità di questa parola che è un augurio.

Il primo, sintetico e schematico, porta a scoprire come Shalom non è un qualcosa di statico ma frutto e contemporaneamente rinvio al dinamismo di una vita di fede che è continuo dialogo fatto di ascolto-risposta con il Signore:

http://www.nostreradici.it/shalom.htm


Il secondo è la presentazione del libro "Portare il saluto: i significati dello shalom" (Morcelliana, 2012) di Massimo Giuliani docente di Pensiero ebraico all’Università di Trento, dove coordina il corso di laurea in Filosofia e collabora con il Master di cultura ebraica dell’Ucei-Unione delle comunità ebraiche italiane. 

Nell'articolo pubblicato da "Note di pastorale giovanile", dialoga sul libro con Paolo De Denedetti teologo e biblista italiano di origini ebraiche che ha edificato ponti tra ebraismo e cristianesimo, riscoprendo, fuori da tutti gli schemi, il giudeo-cristianesimo, praticando e favorendo una lettura eccentrica e vivificante della tradizione religiosa. È stato un lettore sensibile e originale con traduzioni insolite e spiazzanti, sempre aperte a un senso ulteriore: la tradizione rabbinica parla di settanta possibili sensi del testo sacro, De Benedetti diceva che ce n’è sempre un settantunesimo, perché ogni uomo ha il suo da scoprire e impedirglielo è un impoverimento di tutti.

https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10499:i-significati-dello-shalom&catid=105&Itemid=1165



Massimo Giuliani e Paolo De Benedetti

Shalom: non solo "Pace" ma un termine di una ricchezza tutta da scoprire

Augurare Shalôm a qualcuno vuol dire augurargli la benedizione dell’integrità, dell’interezza; vuol dire che l’augurio più grande che possiamo fare ad una persona è augurargli di integrare l’impulso al male che abbiamo dentro di noi con il grande desiderio di bene.
Colui che desidera essere una persona Shalôm:
– sa venire a patti con i propri limiti e sa chi è che cosa può o non può fare;
– sa essere abbastanza coraggioso da abbandonare i sogni impossibili senza per questo sentirsi fallito;
– sa donare se stesso, il proprio tempo, la propria forza agli altri senza sentirsi sminuito nel farlo:
– sa che in Dio e nei fratelli può trovare abbastanza energia per affrontare le situazioni difficili della vita e sopravviverle.
Questo tipo di persone, nella prospettiva della spiritualità proposta dal termine ebraico Shalôm, possiedono integrità.
Essere persone Shalôm significa saper stare davanti a Dio con tutti i nostri difetti e le nostre virtù, e comprendere che siamo accettati; significa superare il bisogno di fingere di essere perfetti e la paura di venire rifiutati perché non lo siamo; significa non permettere che gli inevitabili momenti di debolezza divengano parte permanente del nostro carattere; significa sapere che essere umani è così difficile che è impossibile non sbagliare mai.

Shalom non è un qualcosa di statico ma frutto e contemporaneamente rinvio al dinamismo di una vita di fede che è continuo dialogo fatto di ascolto-risposta con il Signore.

Nell'altro post due link dove per approfondire



"Tu: non uccidere" - Il pensiero di don Primo Mazzolari su cosa sia la pace


di don Primo Mazzolari

La pace cristiana non è regolata dal “do ut des”: se tu sarai pacifico con me, io lo sarò con te. [...] Al pari della fede, della speranza e della carità, la pace è vera beatitudine quando non c’è tornaconto né convenienza né interesse di pace, vale a dire quando incomincia a parere una follia davanti al buon senso della gente “ragionevole”. 

Se uno raccorcia la pace, o cerca di contenerla nell’area di una “ragione computistica”, sarà portato a concludere che il non essere in pace con chi non è in pace con noi, non è un peccato, ma un diritto che arriva fino allo sterminio della parte avversa. 

La contabilità cristiana conosce la sola partita del dare: se vi aggiungiamo l’avere, non ci dobbiamo sorprendere se rivedremo sul tappeto le ragioni del lupo, il quale, essendo a monte del fiume, trovava che l’agnello gli intorbidava le acque. 

Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo anche noi. Si vince il male col bene; la malattia con la salute; si oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri sono comandamenti di uomini, e uomini senza Dio, anche se fanno salamelecchi al prete. 

Quando ci si giustifica delle ingiurie nostre col fatto delle ingiurie altrui, decadiamo dal cristianesimo: rendiamo nulla l’incarnazione con la passione e la risurrezione di Cristo. 

Ad amare i soli amici erano buoni anche i pagani. La pace comincia in noi... in me e da me, da te, da ciascuno.... Come la guerra. 

Ma come si può arrivare alla pace se si seguita a coltivare, quasi orto per ortaggi, questa spartizione manichea dell’umanità e della spiritualità; se si seguita ad alimentare una polemica fatta di apriorismi e ingiurie; deformazioni e repulse; se si aumentano ogni giorno più la disparità economica tra chi spedisce lingotti d’oro all’estero e chi vive nelle baracche e intristisce nella disoccupazione; se si insiste a vedere nel fratello insignito di un diverso distintivo politico un cane da abbattere, un rivale da sopprimere, un nemico da odiare? 

Quanti cristiani, per assicurarsi un diritto all’odio, si tramutano in farisei che non vedono fratelli, ma pubblicani, ma samaritani, ma pagani. Come se Gesù non fosse mai venuto, e non fosse morto e risorto!....

(dal sito: www.insiemesullastessabarca)