e-mail della Parrocchia: ss.risurrezione@patriarcatovenezia.it - Telefono e Fax: 041-929216 - ........................................................................... e-mail del Blog: parrocchiarisurrezionemarghera@gmail.com

Post in evidenza

Notizie su questo Blog

Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

La Strada del vivere insieme



in “Corriere della Sera” del 24 maggio 2021 

Nella Piazza Habima, David Grossman guarda con speranza alla folla che, a Tel Aviv, issa cartelli inneggianti alla pace, alla tolleranza, alla coesistenza. Valori che - ripete più volte lo scrittore - sono in pericolo in Israele, adesso. Al suo fianco, il leader della lista araba unita Ayman Odeh, la parlamentare del partito di sinistra Meretz, Tamar Zandberg e la cantante Noa. «Sono fiera di essere qui - dice Noa prima di esibirsi -. Quelle che vede stasera su questa piazza, sono le migliori persone di Israele, quelle che lottano da anni e costantemente per la coesistenza e per la pace». Sono, tra gli altri, i movimenti "Standing Together", "Peace Now" e "Breaking the Silence". 

Ecco l’intervento di David Grossman:

Permettetemi di dedicare le mie parole ai bambini che vivono in Israele nelle zone in prossimità di Gaza e ai bambini di Gaza e a tutti i bambini che hanno vissuto sulla pelle e nell’anima l’ultima guerra. La smania di ognuna delle parti in guerra di «incidere nelle coscienze» la sua vittoria ha creato migliaia di piccole sconfitte. Un’intera generazione di bambini, a Gaza e a Ashkelon, presumibilmente crescerà e vivrà con il trauma dei missili, dei bombardamenti e delle sirene. A voi bambini, sulle cui coscienze questo conflitto ha inciso davvero, io sento il bisogno di chiedere scusa, perché non siamo stati capaci di creare per voi la realtà migliore e più sana a cui ogni bambino di questo mondo ha diritto. L’ultima guerra ha dimostrato una volta di più fino a che punto le due parti, Israele e Hamas, sono bloccate, prigioniere del letale circolo vizioso da loro stesse creato. Fino a che punto agiscono ormai da decenni come un meccanismo automatico capace solo di ripetere le stesse azioni, ancora e ancora, con forza sempre crescente. Un’altra pioggia di razzi e un altro bombardamento, e poi pioggia di razzi. E di nuovo lo stesso noto ritmo martellante, sempre più incalzante, che si autoalimenta e offusca la capacità di giudizio. 

Poi arriva il momento in cui è evidente che la guerra si è esaurita, e tutti lo sanno, in Israele e a Gaza, ma non sono in grado di smettere, non è possibile smettere, come se la forza fosse diventata il fine stesso invece che il mezzo. Questo gigantesco stantuffo continua a colpire senza sosta, a Be’er Sheva e a Gaza. E può continuare per l’eternità — il meccanismo non è dotato di dispositivo di autospegnimento — a meno che Joe Biden non agiti un dito, e di colpo ci svegliamo dall’incantesimo ipnotico della distruzione, ci guardiamo intorno e chiediamo: cos’è successo qui? Cos’è successo di nuovo? E perché sentiamo che gli elementi più estremisti nel conflitto ci hanno manipolati un’altra volta? Com’è possibile che dopo l’inferno che hanno vissuto milioni di persone, a Gaza e in Israele, ci ritroviamo di fatto vicinissimi al punto di partenza? 

E più di tutto chiedo, com’è possibile che Israele, il mio Paese, uno Stato che dimostra forze immense quando si tratta di creatività, di inventiva e di audacia, trascini da ormai più di un secolo le macine di pietra di questo conflitto e non sia in grado di trasformare la sua enorme forza militare in una leva che modifichi la realtà, che ci liberi dalla maledizione delle guerre periodiche? Che ci apra un’altra strada? 

È vero, fare la guerra è più facile che fare la pace. Nella realtà in cui viviamo, la guerra si tratta solo di continuarla, mentre la pace costringe a processi psichici difficili ed elaborati, processi che popoli abituati quasi solo a combattere vivono come una minaccia. Noi israeliani ci rifiutiamo ancora di capire che è finito il tempo in cui la nostra forza può determinare una realtà comoda solo per noi, per le nostre necessità e per i nostri interessi. L’ultima guerra ci farà entrare finalmente in testa che da un certo punto in poi la nostra potenza militare non è quasi più rilevante? Che per quanto grande e pesante sia la spada che brandiamo, in fin dei conti qualunque spada è un’arma a doppio taglio? 

Questa guerra è finita, ora la domanda bruciante è cosa succederà all’interno di Israele, ai rapporti tra arabi ed ebrei. Quanto è accaduto per le strade delle città israeliane è terribile. Non ha giustificazione. Il linciaggio di persone solo perché sono ebree o arabe rappresenta il livello più infimo di odio e crudeltà. Le vittime sono state uccise, la loro umanità negata. Gli assassini si sono trasformati, in quei momenti, in bestie. 

Ma adesso — quando gli spiriti si sono raffreddati e lo Stato di diritto comincia finalmente ad assicurare i criminali alla giustizia — si può parlare di quanto è accaduto, cercare di capire cosa è venuto a galla dalle due parti, e delle radici di quanto è accaduto. Perché è dalla possibilità di comprendere che dipende il futuro di noi tutti, ebrei e arabi. Israele potrebbe trovarsi a breve ad affrontare le quinte elezioni. Gli eventi del mese di maggio e la virulenza dell’odio esploso fra arabi ed ebrei occuperanno un posto centrale nella campagna elettorale. 

È facile indovinare che i politici sfrutteranno le angosce e la diffidenza, il razzismo e la brama di vendetta. Gli istinti più bassi che hanno fatto capolino nella realtà israeliana diventeranno il combustibile della prossima campagna elettorale e i sobillatori avranno vita più facile che mai. Tutti, ritengo, sappiamo chi ci guadagnerà. Tutti sappiamo anche che aspetto avrà la realtà in questo Paese se saranno gli estremisti nazionalisti e i razzisti a stabilire le leggi. Perciò la vera lotta oggi non è tra arabi ed ebrei, ma fra quanti — dalle due parti — anelano a vivere in pace, in una convivenza equa e quanti — dalle due parti — si nutrono, psicologicamente e ideologicamente, di odio e violenza. 

Magari riuscissimo a ristabilire e irrobustire le forze sane nelle due società, coloro che fra noi si rifiutano di diventare collaborazionisti della disperazione. Così se anche dovesse scoppiare un’altra ondata micidiale come questa — e io temo che scoppierà ogni qualche anno — potremo resisterle in modo lucido e maturo, come sembra stia accadendo già in questi giorni, con un’infinità di incontri e dibattiti e iniziative straordinari. Come dimostriamo noi, che ci ritroviamo qui alla manifestazione, con la nostra risolutezza, con il nostro attaccamento all’idea di pace e uguaglianza, con la cooperazione equa fra i due popoli, e con il nostro «nonostante tutto», la fonte di speranza più grande in questi giorni bui, speranza grazie alla quale rimane possibile ritrovare la strada quasi perduta, la strada tortuosa e ardua per vivere qui insieme, in completa uguaglianza e in pace, arabi, ebrei, esseri umani. 

Conflitto Israele-Palestina: perché questa volta è diverso. Ed è peggio



Non verrà il sereno dopo la tempesta di Gaza


questa nuova fase di violenza offre alcuni elementi di novità. Il primo, è che la fase prima dello scontro militare ha mostrato chiaramente il livello di polarizzazione e radicalizzazione interno a Israele. Il secondo elemento è la mobilitazione dei cosiddetti arabi israeliani, i palestinesi che nel 1948 rimasero a vivere nei confini del neonato Stato di Israele. Terzo: anni di governi israeliani di destra hanno presentato la questione palestinese come un fastidio da gestire, non un problema da risolvere. Il quarto elemento è la scomparsa dei palestinesi dal discorso pubblico della comunità internazionale. Analizzando la comunicazione politica di questi giorni è come se fosse avvenuta una sovrapposizione perfetta tra Hamas e i palestinesi che cancella l’esistenza di questi ultimi. Le ragioni dello scontro vengono così dimenticate e ridotte ad un attacco di un gruppo terroristico ad uno Stato, che è solo una parte della storia.

(dal sito: www.valigioblu.it 22/5/20)


***********


Per approfondire dal sito della rivista di Geopolitica Limes, il link della puntata della rubrica del martedì di Mappa Mundi del 25 maggio 2021: Israele e la minaccia del fronte interno 


Un anticipo dei contenuti di un numero speciale della rivista che uscirà i primi giorni di giugno.


Regge per il momento la tregua tra israeliani e palestinesi mentre inizia il viaggio del segretario di Stato americano Tony Blinken nella regione. La novità degli scontri con gli arabi d'Israele. Il paradosso: la scoperta del nemico interno dopo aver sconfitto quasi tutti i nemici esterni. Il dilemma strategico. Il nuovo rapporto con gli Stati Uniti tra diaspora ebraica ed evangelici.

In studio Lucio Caracciolo, Dario Fabbri e Alfonso Desiderio. Puntata registrata 25/5/2021


https://www.youtube.com/watch?v=eY18l2Yjsrg

Myanmar, bombe sulle chiese

 


di Gerolamo Fazzini 

in “Avvenire” del 25 maggio 2021 


I colpi di mortaio hanno distrutto il tetto della parrocchia del Sacro Cuore a Loikaw: quattro morti, 8 feriti. Battaglia sempre più dura fra governativi e gruppi armati locali: ondata di civili in fuga sulle montagne. 

In Myanmar la tensione non accenna a diminuire, anzi. Nella scorsa notte 4 persone sono state uccise dai colpi di mortaio sparati dall’esercito sulla chiesa del villaggio di Kayan Thayar, a poca distanza da Loikaw, una città di 50mila abitanti, capitale dello Stato Kayah, nella zona Nordorientale del Paese, a circa 500 chilometri da Yangon. 

Nella chiesa, intitolata al Sacro Cuore, si erano rifugiati molti civili (fra cui bambini, anziani e donne incinte), pensando di trovare un posto sicuro mentre attorno si verificavano duri scontri, per tutta la notte, tra i militari e i gruppi armati locali del Karenni People’ Defense Force. 

Ma così non è stato. In un video inviato da un prete della zona, si vede il tetto della chiesa seriamente colpito in più punti: sul pavimento un tappeto di vetri, calcinacci e brandelli di vestiti. Anche la vicina cattedrale di Pekong, inaugurata da poco, è stata danneggiata dai bombardamenti. 

(…)

L’attacco alle due chiese è accaduto a una decina di giorni di distanza dall’arresto di don Columban Lar Di, un prete della diocesi di Bhamo, nello Stato Kachin; il prete era poi stato rilasciato dopo pochi giorni. Un fatto comunque preoccupante, a conferma dell’inasprimento progressivo della situazione, in particolare per i fedeli cattolici, mai come stavolta direttamente coinvolti nelle proteste popolari in corso un po’ in tutto il Paese. Una curiosità: lo scorso 8 marzo la città di Loikaw era stata teatro di una scena simile a quelle verificatesi a Myitkyina, capitale dello Stato Kachin. Padre Celso Ba Shwe, amministratore diocesano, aveva coraggiosamente fronteggiato, insieme a un pastore protestante, i poliziotti schierati in assetto antisommossa, proprio come suor Ann Rose Nu Tawng. E i militari – esplosi alcuni colpi di avvertimento – se n’erano andati senza fare vittime. 

Come nello Stato Kachin, anche in quello Kayah gli abitanti appartengono per lo più a minoranze etniche. Pure in questo caso, siamo in presenza di una delle zone con la più alta presenza di cristiani: circa 100mila, quasi un terzo del totale. Loikaw è stata una delle prime missioni del Pime i cui missionari, a partire dal 1867, hanno evangelizzato quella che allora si chiamava Birmania Orientale. 

Nell'Atto di dolore una piccola e grande "svista"

di Andrea Grillo


Confessione donna (stampa Ottocento)

Nel sacramento della penitenza si viene riabilitati al “fare penitenza” che accompagna la vita del cristiano. Il sacramento è “processo di superamento della scomunica”, che riconsegna il soggetto alla dimensione orante, battesimale ed eucaristica della riconciliazione. La tradizione ha individuato nel sacramento 4 soglie significative. Una è la “parola di perdono” che viene rinnovata dal ministro e che scende sul soggetto peccatore penitente. Le altre 3 sono elaborazioni del soggetto, che confessa il peccato, insieme alla fede e alla lode; che prova dolore nel cuore per il peccato commesso; che lavora sulla sua libertà, mettendo in gioco il suo corpo, la sua parola, i suoi desideri, le sue priorità. Notevole è il fatto che, come sottolineato con cura dalla tradizione, questa “elaborazione” che il soggetto compie della propria identità, sia stratificata su tre livelli: quello della “azione corporea” e lo chiamiamo “penitenza o soddisfazione”; quello della verbalizzazione del peccato, e lo chiamiamo “confessione”; quello del dolore e della vergogna, che riguarda il cuore e la coscienza, e lo chiamiamo “contrizione o pentimento”.

Visibile e invisibile

E’ chiaro che la parola e la azione sono di per sé visibili, ma non così è il cuore. Non si danno “evidenze immediate” del pentimento. Proprio questa invisibilità e intangibilità del cuore, però, non è priva di indizi. Per lunghi secoli, prima che nascesse il confessionale con la grata fissa e con la invisibilità del volto del penitente, era proprio il “rossore del volto” a segnalare la vergogna e il pentimento. In seguito abbiamo proceduto “per dichiarazioni”. Al “doloro” conduce un “atto di dolore”, una sorta di “autocertificazione” di ciò che il cuore prova e che viene espresso mediante una sorta di preghiera di attestazione del travaglio interiore. Tra le parole e le cose c’è sempre un divario e sarebbe ingiusto diffidare delle prime in ragione delle seconde. Ma anche le parole, proprio perché soglie formali, hanno la loro importanza, soprattutto nell’orientare la esperienza. Gli umani, infatti, non usano le parole solo come strumenti, ma il fatto di dire con le parole induce in loro la esperienza delle “cose”. Per questo le parole hanno un peso. E scegliere una parola o un’altra non è cosa irrilevante.

Il cosiddetto “atto di dolore”

Vorrei perciò soffermarmi brevemente su una piccola e grande questione, che riguarda precisamente questa relazione tra “cuore che si pente” e “dichiarazione del penitente”. Nel rituale dopo la “confessione dei peccati” è prevista la “espressione della contrizione” da parte del penitente: egli deve dichiarare il proprio dolore per il peccato commesso. Il rituale italiano ha collocato al primo posto questa formula, dopo la quale vi sono ben altre 8 formulazioni:

Mio Dio, mi pento e mi dolgo
con tutto il cuore dei miei peccati,
perché peccando ho meritato i tuoi castighi,
e molto più perché ho offeso te,
infinitamente buono
e degno di essere amato sopra ogni cosa.
Propongo col tuo santo aiuto
di non offenderti mai più
e di fuggire le occasioni prossime di peccato.
Signore, misericordia, perdonami.

Sorprende un fatto eclatante. Il rituale italiano è la traduzione del rituale latino, che presenta la stessa formula, dove tuttavia non si trova la espressione che risulta più imbarazzante. Ecco la versione dell’originale latino:

Deus meus,
ex toto corde me pǽnitet ac dóleo de ómnibus quæ male egi
et de bono quod omísi,
quia peccándo offendi Te,
summe bonum ac dignum qui super ómnia diligáris.
Fírmiter propóno, adiuvánte grátia tua, me pæniténtiam ágere,
de cétero non peccatúrum peccantíque occasiónes fugitúrum.
Per mérita passiónis Salvatóris nostri Iesu Christi, Dómine, misérere

E’ chiaro che tra i due testi vi sono alcune differenze fondamentali, che vale la pena sottolineare.

La contrizione e  il “fare penitenza”

La versione italiana compie tre operazioni “spericolate”. Vediamole una per una.

a) Introduce una espressione, del tutto assente dal testo latino, in cui il peccatore afferma di “meritare i castighi di Dio”. Lo spostamento del tempo – dal futuro al passato -  e del soggetto – dall’uomo a Dio – è davvero sorprendente che sia stata favorita e approvata nel contesto del sacramento della penitenza. Nel sacramento, l’uomo che si castiga viene liberato dalla azione di misericordia di Dio. Un uomo che confessi a Dio di “meritare i suoi castighi” non è un penitente, ma un impenitente. Il soggetto si pente solo quando capisce che Dio vuole la sua salvezza, mentre è lui stesso a castigarsi. Singolare inversione proposta da un testo ufficiale!

b) In secondo luogo, l’italiano traduce “individualisticamente” un proposito che è squisitamente ecclesiale. Infatti la espressione “propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più” è una riduzione intimistica e ridotta della espressione latina “Fírmiter propóno, adiuvánte grátia tua, me pæniténtiam ágere“. L’aiuto di Dio è la sua “grazia” che è volta non semplicemente a “non offenderlo”, ma a “fare penitenza”: l’obiettivo non è negativo (non offendere), ma positivo (fare penitenza); non è puntuale, ma processuale. Dio inaugura e garantisce il processo con cui “non fare il male e fare il bene”.

c) Anche la chiusura suona in italiano come una semplice invocazione “Signore, misericordia, perdonami”, mentre in latino ha in sé la storia della salvezza dei “meriti di Cristo”. Ed è interessante che gli unici meriti di cui parla il testo latino siano quelli di Cristo, non quelli contratti dalle disobbedienze del peccatore, che l’italiano invece mette in rilievo con quell’infelice “ho meritato i tuoi castighi”.

Le altre formule e una traduzione “fedele”

Nel rituale italiano, in maggiore evidenza che in quello latino, a questa “prima formula” seguono altre 7, il cui carattere biblico è assai marcato. Resta il fatto per cui, di fronte ad una tale resa arbitraria del testo, non è incomprensibile desiderare, e forse pretendere, che la traduzione italiana di questa prima formula sia portata almeno al livello richiesto da “Liturgiam authenticam”: ossia che non si introduca quello che non c’è e si renda fedelmente quello che c’è. Ecco una possibile versione riportata ad un tenore verbale più convincente ed adeguato:

Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore

del male che ho fatto e del bene che non ho fatto,

perché peccando ho offeso te, infinitamente buono 

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Mi propongo, con l’aiuto della tua grazia,

di fare penitenza e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, per Gesù Cristo nostro Salvatore, perdonami.

(Pubblicato il 24 maggio 2021 nel blog: )

Il Foglietto "La Resurrezione" di Pentecoste

 


Due immagini della Veglia di Pentecoste con Gianni Novello






Pentecoste – Gv 15,26-27; 16,12-15

Colui che continua a sostenerci e a guidarci perché è l'Emanuele, il Dio-con-noi

Siamo giunti alla conclusione del tempo pasquale guidati di domenica in domenica dagli Evangeli e, quello di domenica scorsa, ci ha dato le consegne perché potessimo essere fedeli testimoni di quel Signore che abbiamo incontrato risorto, guardando non in cielo dove è stato assunto, ma avanti nella storia continuando la sua opera.



A volte siamo portati a pensare che questo nostro mondo sia disabitato da Dio e a dire parole di disperazione e giudizio nei confronti della realtà sentendoci soli nei suoi confronti. 

Oggi Gesù ci dice che, con il Padre, ci manderà il Consolatore. Questo nome con il quale chiama lo Spirito ci dice una cosa importante: Dio è colui che sta con chi è solo. La prima lieta notizia della Pentecoste è che Dio continua per sempre ad essere l’Emanuele, il Dio-con-noi. È questo ci mette in grado di rendergli testimonianza con le parole e le opere, con i fatti e con i linguaggi nuovi che dobbiamo trovare, perché anche noi abbiamo ricevuto da lui quello che lui ha ricevuto dal Padre: lo Spirito di Verità che ci guiderà alla verità tutta intera.

Vale a dire che la Verità ci sta sia davanti e dobbiamo fare un percorso per raggiungerla, sia “dentro” di noi, come un mistero più grande che ci possiede, non che noi possediamo.

Troppo spesso intendiamo la “verità” come un insieme di nozioni, affermazioni, dogmi e non come un Dio che sta con noi perché possiamo essere capaci di imparare da lui che cosa significhi essere per gli uomini quella buona notizia che è stata Gesù per noi, essendo altrettanto per tutti coloro che incontriamo.

Il Signore ci promette che lo Spirito di verità ci guiderà alla verità tutta intera a comprendere anche quello che per il momento non siamo capaci di portarne il peso. Da parte di Gesù c’è un atteggiamento di cautela nei nostri confronti, la stessa che dobbiamo avere verso coloro con i quali camminiamo assieme nella storia: in questa e in questo ci guida lo Spirito. A noi sta il fare attenzione a tutto quello ci appare inedito: è novità dello Spirito se insieme è anche fedeltà a Cristo perché vuole accompagnarci a camminare come lui ha camminato. Ci farà pronunciare parole ispirate al suo vivere, ci farà compiere azioni e gesti compatibili con il suo sentire e pensare, ci farà vivere come lui ha vissuto. Ci farà avere “il sentire che fu in Cristo Gesù” (Fil 2,5), come dice Paolo; ci farà avere “i modi del Signore”, come dice la Didaché (11,8).

Gesù non poteva dirci come noi oggi, a fronte della nostra realtà estremamente diversa da quella nella quale lui ha vissuto e incomprensibile a quei suoi discepoli, dobbiamo portare il peso  di capire come interpretare e realizzare il suo messaggio in modo che tutti gli uomini di oggi possano comprenderlo nella concretezza della loro vita (la “loro lingua”), confermando ciò che annunciamo con le opere che l’accompagnano. Questo perché ci ha inviato, ci chiede di guidare gli uomini, come lo Spirito fa con noi, dentro il mistero della verità che non è un insieme di nozioni, ma un mistero più grande che ci possiede, dentro il quale ci muoviamo guidati dal Consolatore, soli nelle nostre responsabilità, ma accompagnati da un Dio-con-noi.

Gesù ci dice anche che lo Spirito ci annuncerà le cose future “prendendole dal mio”, come a dire che tutto ciò che ci sta davanti è già stato pronunciato e chiede la nostra fedeltà riconoscendo continuamente le “novità” di Dio nella nostra vita, rimanendo fedeli alla sua Parola e docili a quello Spirito che ci conduce per le strade di questo mondo a fare quello che Gesù ha fatto, a stare con i soli, trovandoci così alla “destra di Dio”, per imparare a guardare sempre con fiducia avanti nella e alla storia.

(BiGio)

Pentecoste: è sia il dono della Torah sia quello dello Spirito

   

Israele non crea dal nulla le sue feste, ma lei assume dal contesto limitrofo semitico, ri-creandole e re-interpretandole alla luce dell’evento fondante della rivelazione sinaitica.


Così la Pasqua trova la sua origine in un contesto nomadico pastorale. In primavera la nascita degli agnellini che, appena nati, sembrano giocare saltellando qua e là. Questo evento veniva celebrato con l’offerta di un agnellino “saltellante” e per questo chiamato “pesah”.

In un secondo momento, diventati sedentari e quindi agricoltori, ai fini della sopravvivenza diventa predominante non più le nascite degli agnellini, ma il rifiorire della natura e il primo raccolto. L’offerta di un pane fatto con il nuovo raccolto (mazzot=pani azzimi) sostituisce quello dell’agnello.

Questi due elementi si fondano e, riletti, diventano il “memoriale” (=zikkaron) dell’uscita dall’Egitto. Cinquanta giorni dopo sul Sinài c’è l’evento del dono della Torah.

È quest’ultimo evento che Israele celebra a Pentecoste ma, anche questa festa aveva un precedente: la celebrazione del nuovo inizio del ciclo naturale fatto coincidere con la mietitura dell’orzo e avente come scopo quello di propiziarsi il raccolto il nuovo raccolto e di offrirne le primizie a Dio.

Per la comunità cristiana - che nasce e si innesta su quella ebraica – continua nella tradizione non cancellando, non giustapponendosi, ma assumendole e, realizzandole le rifonda.

 

Così la festa cristiana della Pentecoste non cancella ma reinterpreta quella ebraica senza la quale non può essere pienamente compresa e adeguatamente spiegata.

Il post su questo Blog intitolato “L’Alleanza del Sinài” di sabato 6 marzo (al quale rimando), è stato dedicato al dono della Thorà che significa “insegnamento” e al fatto che le Parole che Dio dona ad Israele, non sono dei “comandi”, ma delle indicazioni di vita, degli obiettivi da raggiungere. Sono una proposta che Dio fa a ciascun uomo che coinvolge ed esige una risposta responsabile. Non dettami arbitrari di un potere dispotico, ma la volontà amante di un Padre che non tollera la sofferenza dell’altro da sé, che si prende cura del bisogno dell’altro e chiede di unirsi a lui per e nel fare altrettanto. Gesù le riassume, sintetizza, snellisce fino a distillarle in un’unica indicazione: “ama”. Ama dell’amore con cui ti sei scoperto amato. Fallo rimanendo agganciato alla linfa della vite che è il Padre. Sono “co-mandi” nel senso che siamo inviati a svolgere un compito (vedi il Post “Inviati con un compito: portare frutto” di sabato 8 maggio).


Il dono dello Spirito è la possibilità che ci è data di vivere realmente secondo la logica dell’Alleanza, in piena responsabilità, in radicale obbedienza al Signore per e nell’amore verso tutti gli uomini, vivendo come lui ha vissuto fino al dono della vita e della risurrezione. È il partecipare della sua stessa vita, è l'aver ricevuto quel cuore nuovo capace di mettere in pratica la volontà d'amore del Padre della profezia di Ezechia (36,26 ss) assistiti, consolati e guidati da Lui in ogni istante della nostra vita perché è lo Spirito di Vita che si è incarnato, si incarna e si incarnerà nell'umanità vivendo, soffrendo, gioendo scegliendo per essere le sue mani operose.

 (BiGio)



**********

 

Israele ha poi “tradotto” il Decalogo, le 10 Parole, in 613 mitzvòt che desiderano essere un aiuto a vivere l’Alleanza in ogni istante della giornata: 248 sono indicazioni di cose da fare, 365 sono invece da non fare. 

Questi numeri sono carichi di valenze simboliche: 248 è considerato il numero delle ossa del corpo umano e 365 i legamenti che le collegano le una alle altre. 

Vale a dire che è tutto l’essere, tutta la persona è coinvolta nell’Alleanza, ogni sua più piccola e nascosta parte; 365 sono anche i giorni dell’anno a significare che va vissuta pienamente sempre lungo l’intera vita.

Se traduciamo mitzvòt con “precetti” corriamo il pericolo di considerarli una imposizione, tradendone il loro obiettivo che è, come detto, tutt’altro e Gesù ha detto che non è venuto per modificare nulla, nemmeno il più piccolo paragrafo, la più piccola lettera della Toràh (Mt ,17-18).

Possiamo più fedelmente rendere mitzvòt con “comandi” nelle, fuse assieme, due dimensioni che questo termine significa:

    - essere invitati/inviati (mandati) a realizzare qualcosa: l’amore di Dio, cioè essere suo

     “sacramento” (cioè segno efficace del suo amore tra gli uomini) 

    - essere mandati con un compito da svolgere assieme al Signore che non ci abbandona mai ed

      è sempre al nostro fianco 


Le mitzvòt sono un aiuto a realizzare questo compito che, dopo l'incarnazione-morte-risurrezione di Gesù, dalla Pentecoste sono scritte con il suo dito nel nostro cuore che lo fa cambiare da pietra in carne.

 

                                                                                                                                                                                                                                                          (BiGio)



Il valore semantico della parola ebraica "Emèt" che si traduce con "Verità"

 



Verità – Emèt 

 

Emèt viene da Em, Madre. La verità è la madre di ogni realizzazione che ci libera dalle costruzioni illusorie dell’essere e che ci rivela la sua vera natura.


Em può anche essere letta Im nel significato di “forse”, cioè come la condizione che ci accompagna all’avere fiducia in qualcosa o in qualcuno: la Fede (Emunàh).


La lettera iniziale di Emèt, la E ci ricorda Echad cioè che “Tutto è Uno”; senza questa lettera diventerebbe Met, cioè “morto” (senza il Signore si è "morti").


È molto complesso parlare di Verità e, forse, può aiutarci entrare in un’altra parola che ha il suo stesso valore semantico 441: Bemishpàtai ovvero “Nelle mie leggi” (decreti, giudizi). In questi c'è il senso di una vita vissuta con il Signore a fianco che è la "verità" di ogni vita.


                                                                                                               (BiGio - rielaborazione da: Crescere con le radici delle parole ebraiche)

Vieni Spirito Santo - Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste

Meditazione per la Veglia di Pentecoste di mons Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara 



La Veglia di Pentecoste – che per fortuna non è stata ancora rovinata, perchè ad essa non è collegato alcun tratto consumistico come purtroppo accade alla notte di Natale o alla festa di Pasqua, ma che non ha tuttavia nella coscienza del popolo cristiano l’importanza che dovrebbe avere – è la Veglia che porta a compimento l’unica novena di carattere biblico. Per nove giorni la comunità delle origini, secondo il racconto di Luca dopo l’Ascensione di Gesù (At 1), è raccolta nel Cenacolo a Gerusalemme ad attendere in preghiera il dono dello Spirito. Di solito noi citiamo come icona della comunità primitiva il testo di cui si parla in Atti 2: “erano un cuor solo e un’anima sola”. La prima icona della comunità delle origini, invece, è quella con i Dodici, appena ricostituiti completando il loro numero con l’elezione di Mattia, con i discepoli, le donne, tutti riuniti attorno a Maria e raccolti in una lunga, interminabile, orante invocazione per la venuta dello Spirito.

Ognuno di noi, con il suo dono e insieme, abbiamo una unica missione: annunciare il Signore Gesù al Mondo.

Ho pensato ripercorrere l’itinerario della sequenza di Pentecoste, chiamata “aurea” per la ricchezza del suo pensiero, la bellezza del suo linguaggio e la grande devozione che sprigiona. Composta fra il 1150 e il 1250, è stata attribuita a Stefano di Langhton arcivescovo di Canterbury, contemporaneo di Lotario che, cardinale a 27 anni, divenne papa a 37 nel 1198 con il nome di Innocenzo III. La sequenza è suddivisibile in cinque parti, formate di due strofe di tre versetti ciascuna.

La prima parte inizia con l’invocazione allo Spirito, quasi con un insistente invito, contrassegnato della quadruplice ripetizione dal “veni”: 

Veni, Sancte Spíritus, 

et emítte cǽlitus         
lucis tuæ rádium. 

Veni, pater páuperum, 

veni, dator múnerum, 

veni, lumen córdium. 

 

Vieni Santo Spirito,

mandaci dal cielo      
un raggio della tua luce. 

Vieni padre dei poveri, 

vieni datore dei doni, 

vieni luce dei cuori. 

Con questo incalzante “vieni”, noi esprimiamo la lunga attesa, la nostalgia, l’invocazione perché ci sentiamo anche oggi donne e uomini senza lo Spirito. La nostra è una religione che è rimasta senza lo Spirito. C’è in giro molto spiritualismo, ma si tratta di uno spirito debole, fiacco, languido, che ha come obiettivo quello di realizzare l’armonia fisica, psichica e, persino, spirituale del “proprio io”. Vi sono delle tecniche orientali e occidentali, che possono aiutarci a realizzarla con una promessa di successo. Da quelle più antiche di ascendenza orientale (yoga), all’esicasmo esigente del vicino Oriente, fino alla New Age d’importazione americana. Ma questo non è lo spirito, quello Santo! 

Vieni Santo Spirito: lo Spirito, quello Santo, soffia dove e come vuole e nessuno può appropriarselo. Questa frase (che viene di solito evocata con un’ardita pretesa per dire che lo Spirito “soffia sempre dalla mia parte”), in realtà noi la interpretiamo con gli occhi agostiniani, nel senso che pensiamo che lo Spirito soffi arbitrariamente. Invece, lo Spirito soffia “dove e come vuole”, perché nessuno può possederlo, può metterselo in tasca, può farlo diventare possesso indiscutibile, conquista tranquilla. Lo Spirito è sempre da invocare, è sempre un dono dall’alto, è sempre il dono del Padre. 

Dio è il Padre dei poveri. Il Figlio è il datore dei doni. Lo Spirito è la luce dei cuori. Lo Spirito si dona a noi nella circolazione trinitaria. E noi dobbiamo invocarlo così! Essere “donne e uomini senza lo Spirito” è “essere uomini e donne” di una religione del “si deve” o del “mi piace”, che sono le due forme della religione oggi più diffusa: quelli che “credono e praticano perché si deve” o quelli che “credono e praticano perché si sentono”. È la religione del dovere o la religione dell’emozione, la religione di quelli che dicono “io ho sempre fatto così” oppure di quelli che dicono “io vengo quando mi sento, quando mi piace, quando mi emoziona”. Questo sono le due forme della religione “senza lo Spirito Santo”. 

Allora bisogna abitare il primo momento dell’invocazione, come ci ha ricordato la Lettera ai Romani, proclamata nella Veglia: “noi non sapremmo neppure che come invocare il dono dello Spirito”. Chi se ne appropria in fretta, va temuto... Lo Spirito cammina sempre davanti a noi, anzi vedremo alla fine che è un dono escatologico. 

 

Il secondo passo è il più bello e ci fa sentire il brivido del dono dello Spirito e dello Spirito come dono. 

Consolátor óptime, 

dulcis hospes ánimæ, 

dulce refrigérium. 

In labóre réquies, 

in æstu tempéries, 

in fletu solácium. 

 

Consolatore perfetto, 

ospite dolce dell’anima, 

soave refrigerio. 

Nella fatica riposo, 

nella calura riparo, 

nel pianto conforto. 

 

Se il nostro grembo diventerà un grembo accogliente – e non un grembo sterile – genererà dentro di noi, attraverso lo Spirito, lo stesso Gesù, come avvenne nel grembo di Maria, dove germinò la Parola fatta carne. Lo Spirito appare sotto il titolo del Paraclito, che in latino viene tradotto con Consolator, alla greca Parákletos, che vuol dire non solo consolatore, ma anche intercessore, avvocato, suggeritore, accompagnatore. È un termine intraducibile: è come un diamante che ha molte facce, una perla luminosissima. Ce lo ha ricordato il Vangelo della veglia: lo Spirito zampilla dentro la vita degli uomini e della Chiesa. Il testo poetico medioevale registra forse una concentrazione individuale (ospite dolce dell’anima) ma, in realtà, l’anima può anche dilatarsi ad indicare la realtà della Chiesa. 

Ospite dolce dell’anima: oggi abbiamo una religione che non è dolce, che non è ospitale. La nostra è una religione del “bollino”: andiamo a messa, dicendoci che c’è da eseguire anche questo impegno... Siamo cristiani senza smalto, perchè non sentiamo che lo Spirito ci avvolge da tutte le parti, che è soave refrigerio e che penetra dentro le profondità dell’anima, come dice Paolo. 

Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto: che belle queste tre parole in crescendo: fatica, calura e pianto a cui corrisponde la scala dei termini che regalano la pace “spirituale”: riposo, riparo e conforto. Basterebbe solo la seconda parola a ricordarci la calura di Giona che si ripara sotto il ricino, ma il ricino muore, ed egli si lamenta contro Dio che gli ha fatto morire il ricino, togliendogli la frescura dell’ombra. Giona non s’accorge che è lo stesso volto di quel Dio misericordioso che vuole che tutta la città di Ninive sia riconciliata, perdonata, convertita. 

Così è anche del pianto e della fatica. Lo Spirito è il Consolatore, il Paraclito è il Suggeritore, è la voce che parla dentro noi... Lo dico ai ragazzi quando amministro la Cresima: lo Spirito è il “maestro interiore”. Nella nostra vita abbiamo avuto tanti maestri, che talvolta sono più maestri da ammirare che da imitare, come dice Kierkegaard. 

Sant’Agostino capì che poteva chiamare lo Spirito consolatore come il “maestro interiore”, il dolce ospite dell’anima. Egli ti dice di fronte al difficile discrimine delle cose quanto è da pensare, da intuire, da scegliere e da fare. Lo Spirito suggerisce che è meglio scegliere una cosa che genera vita invece di procurare morte; che genera consolazione, invece di procurare pianto; che genera riposo, invece di procurare fatica. Vorrei che sentissimo tutta la potenza di questo Spirito che, nella metafora del vangelo di Giovanni, è descritto come l’acqua zampillante, la sorgente fresca, il soave refrigerio... Come quando vi sono estati dove si cerca una goccia d’acqua nella canicola opprimente, così si dovrebbe desiderare questa notte la venuta dello Spirito. 

 

Segue la terza parte della sequenza sulla realtà dell’uomo spirituale, sulla creatura nuova: 

O lux beatíssima, 

reple cordis íntima 

tuórum fidélium. 

Sine tuo númine, 

nihil est in hómine, 

nihil est innóxium. 

 

O luce beatissima 

invadi nel profondo,   
il cuore dei tuoi fedeli. 

Senza il tuo soccorso nulla è nell’uomo, 

nulla è senza colpa. 

La terza sezione è concentrata sull’uomo nuovo e sulla donna nuova che nascono dallo Spirito. È quell’uomo e quella donna che sono invasi dalla luce beatissima dello Spirito. Lo Spirito crea il cuore dei fedeli; rinnova i fedeli con un cuore nuovo, capace di coralità e cordialità: coralità, perché un cuore non può vivere da solo; e cordialità, perché il cuore deve manifestare all’altro ciò che ha ricevuto. 

Questa luce, che penetra nell’anima, è un’invasione del profondo dell’io, è il dono dello Spirito. Forse oggi ci sono tanti invasati, ma questa è un’altra cosa... Quella dello Spirito è un’invasione che non schiaccia la libertà, ma genera la libertà nuova. Sapete che nel secolo XVI e XVII – basti citare Pascal e il giansenismo – molti hanno dibattuto su come si facesse a coniugare la grazia e la libertà. Essi dicevano: più c’è la grazia meno c’è la libertà, più c’è la libertà meno c’è la grazia. Sarebbe a dire che più c’è l’amore dell’uno meno c’è l’amore nell’altro! Se grazia e libertà li pensate come due solidi, essi faticano a incastrarsi. Se grazia e libertà sono pensate come due libertà che si amano (quella di Dio e quella dell’uomo, ma anche quella tra noi umani), esse crescono insieme. Tanto è vero che, quando l’altro ti ama senza lasciarti lo spazio per crescere, gli dici: “stai distante che mi soffochi”; oppure quando ti senti abbandonato, ti lamenti: “sei troppo lontano e mi congelo”. Noi abbiamo iscritta nel cuore la giusta misura, per cui la libertà dell’amore dell’altro è generatrice della nostra ed essa trova la giusta misura proprio nello Spirito. Questo è l’uomo nuovo dello Spirito. 

 

Il quarto passo è il più bello, quello che amo di più e che vorrei dedicare a tutti noi. Dobbiamo essere una Chiesa che non deve aver paura di guardare in faccia a quello che vi leggo: 

Lava quod est sórdidum, 

riga quod est áridum, 

sana quod est sáucium. 

Flecte quod est rígidum,

 fove quod est frígidum,

 rege quod est dévium. 

 

Lava ciò che è sordido,

 bagna ciò che è arido, 

sana ciò che sanguina. 

Piega ciò che è rigido, 

scalda ciò che è gelido,

 raddrizza ciò che è sviato. 

 

È un testo di una bellezza sconfinata: quanta rigidità nella Chiesa! Sogniamo dei credenti e una Chiesa che sia capace di essere purificata, irrigata, guarita, duttile, elastica, piena di calore. Che sappia raddrizzare anche le sue storture: non possiamo farlo da soli, ma dobbiamo farlo solo riconoscendo sul volto del fratello ciò che manca a me. Molto di più lasciandoci stringere la mano dal fratello e dalla sorella, perchè possiamo costruire una Chiesa senza macchia né ruga. Voi sapete che questo fu il grande sogno di Giovanni XXIII. Nella vita di ogni uomo e donna qualche ruga prima o poi viene. Sempre dobbiamo lasciarci rinnovare il volto dall’incontro con il Signore. Questo è il momento più ecclesiale della sequenza, anche se sembra che sia riferito a ciascuno di noi. Sono bastati pochi gesti conditi di qualche parola di efficace linguaggio popolare, per ridarci la fiducia e la speranza da parte di papa Francesco! Perchè non dovremmo ripetere questi gesti? L’uno per l’altro? Ricuperando il senso buono della prossimità, la fiducia dell’ascolto, la capacità dell’intesa, la forza del perdono, l’azzardo nel camminare insieme e costruire qualche progetto con l’altro, lo slancio del sogno comune. Questa è la Chiesa che sogniamo, con la fantsmagoria dei suoi movimenti, che non siano conventicole, ma la sinfonia dei doni dello Spirito! 

 

Poi vi è l’ultimo momento che potremmo intitolare “il futuro della speranza”: 

Da tuis fidélibus,        
in te confidéntibus, sacrum septenárium. 

Da virtútis méritum, 

da salútis éxitum,       
da perénne gáudium. 

 

        Dona ai tuoi fedeli     
        che solo in te confidano         
        i tuoi santi doni 
(il latino dice: i tuoi sette doni). 

        Dona virtù e premio dona morte santa, dona gioia eterna. 

 

È interessante che alla fine ricorra quattro volte il verbo “da”. Il quadruplice “da” della fine corrisponde ai quattro volte “veni” dell’inizio. Più noi invocheremo il “veni”, più sentiremo che questo “veni” si trasforma dentro di noi in operosa proiezione verso la missione del mondo. Lo Spirito ci dà sette doni. Tre doni sono per saper comprendere la vita (sapienza, intelletto e scienza), un dono è per scegliere (consiglio) e tre doni sono per realizzare questa scelta nella vita del mondo (fortezza, pietà e timor di Dio). Ecco i sette doni dello Spirito. Dandoci questi sette doni lo Spirito ci fa suoi fedeli: dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano. Non siamo fedeli prima dello Spirito. Anzi voi sapete che la dizione latina di fedeli è christifideles (non esiste una possibile traduzione italiana, ma non dimenticate che l’enciclica sui laici del beato Giovanni Paolo II era intitolata Christifideles laici). I laici sono i Christifideles, i fedeli che prendono i contorni di Cristo! Questo è il Dono nei sette doni e sette doni nell’unico Dono. È lo Spirito Santo, che ci elargisce il dono escatologico. 

Sono le ultime tre realtà che vi auguro per questa notte santa. Quando andremo a casa non ci faremo i regali come a Natale, non taglieremo una fetta di colomba come a Pasqua, ma vi prego di abbracciarvi stringendovi con affetto. Se fossimo gli antichi cristiani ci daremmmo “il bacio santo della comunione”, in cui è presente questo triplice dono. 

Dona virtù e premio: dà al nostro fare la gioia di sentire che è un agire meritorio, un agire che ci fa crescere. Dona morte santa: in latino è molto di più – salútis éxitum –: dà compimento al nostro cammino di salvezza. Dona gioia eterna, perché, cari amici, a voi che siete venuti questa sera, auguriamo quello che per fortuna non si trova alla città mercato, tanto è vero che è sparito dal nostro linguaggio comune. Noi parliamo normalmente di qualità della vita, di felicità, ma qui ci viene data nientemeno che la gioia, la gioia dello Spirito: da perénne gáudium! 

+ Franco Giulio