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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Siamo sicuri di conoscere il significato del Decalogo? Una proposta di lettura ...

Siamo sicuri di conoscere il significato del Decalogo (e non dei “Comandamenti” come spesso purtroppo si sente ancora dire)? e della loro storia?


Un solo esempio. Siamo coscienti che il settimo “Non commettere adulterio” corrisponde ed ha a che fare con il secondo “Non avrai altri dei difronte a me”? che ci azzeccano questi due? Eppure è così …

Ancora: siamo coscienti che sempre questo non riguarda solo le infedeltà coniugali ma la castità alla quale tutti i credenti sono tenuti, sposi compresi?

Siamo coscienti che le 10 Parole sono obiettivi da raggiungere e non dati di fatto che a priori sono da rispettare? In che senso?

Se sono dei “comandamenti”, come si coniugano con la “libertà” alla quale teniamo tanto? O forse son proprio queste 10 Parole la fonte della nostra libertà? In che senso e in che modo?

 

Forse allora vale la pena di leggere un agile libretto di Carmine di Sante intitolato “Decalogo: le Dieci Parole. Comandamento è libertà”,  (Cittadella Editrice 2017) che propone un approfondimento delle due Tavole donate dal Signore sul Sinài a Mosè facendo ricorso all'intenzionalità originale dell'autore biblico, epurandole dalle incrostrazioni successive. 


Il libretto è composto da piccoli capitoli suddivisi in brevi capoversi che ne agevolano la lettura e la comprensione anche di alcune pagine che, a qualcuno, potrebbero all’inizio parere un po’ faticose.


Buona lettura!

 

(BiGio)

 

*****************

 

Perché, si chiedono i maestri della Torah, Israele nella Scrittura è paragonato ad una colomba? Uno di loro rispose: “Quando Dio creò la colomba, questa torno dal suo creatore e si lamentò: ‘O Signore dell’universo, c’è un gatto che mi corre sempre dietro e vuole ammazzarmi e i devo correre tutto il giorno con le mie zampe così corte’.

Allora Dio ebbe pietà della povera colomba e le diede due ali. 

Ma, poco dopo, la colomba torno un’altra volta dal suo creatore e pianse: ‘O Signore dell’universo, il gatto continua a corrermi dietro e mi è così difficile correre con le ali addosso. Esse sono pesanti e non ce la faccio più con le mie zampe così piccole e deboli’.

Ma Dio le sorrise dicendo: ‘Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso, ma perché le ali portino te!’.

Così è anche per Israele, commenta il Rabbì, quando Israele si lamenta dei comandamenti e della Torah, Dio risponde: ‘Non vi ho dato la Torah perché sia per voi un peso e perché la portiate, ma perché la Torah porti voi’”

 

 


CARMINE DI SANTE ha studiato teologia presso Istituto Teologico di Assisi, si è specializzato in Scienze Liturgiche al Pontificio di Sant’Anselmo di Roma e si è laureato in Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma. Ha insegnato all’Istituto Teologico di Assisi e ha lavorato come teologo dal 1980 al 2000 al SIDIC (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) di Roma, un centro fondato dopo il Concilio Vaticano II per promuovere l’applicazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate n. 4 e per favorire il dialogo ebraico-cristiano. Tra i suoi volumi, alcuni tradotti in varie lingue: Parola e terra. Per una teologia dell’ebraismo (Cittadella 2011); L’uomo alla presenza di Dio. L’umanesimo biblico(Queriniana 2010); La morte finestra sull'esistenza (Cittadella 2010); La preghiera d’Israele. Alle origini della liturgia cristiana (Marietti 2009); L’umano buono e i vizi capitali (Cittadella 2009); Dio si racconta. L'amore trinitario (Pazzini 2008); Decalogo: le dieci parole. Comandamento e libertà (Cittadella 2007); La passione di Gesù. Rivelazione della nonviolenza (Città Aperta 2007). con San Paolo ha pubblicato Lo straniero e la Bibbia. Verso una fraternità universale (2011), scritto insieme a Federico Giuntoli, Lo straniero nella Bibbia. Ospitalità e dono (2012); La passione di Gesù. Nonviolenza e perdono (2013); Dio e i suoi volti. Per una nuova teologia biblica (2014); La Bibbia e il suo oggi. Dono e compito (2021), con Armido Rizzi.

Non "convivenza" è necessaria una "società condivisa"

Qualche giorno fa, Haaretz.com ha intervistato delle figure-chiave in alcune città miste in Israele nelle quali nell’ultimo periodo è stata mantenuta la calma e non si sono verificati scontri. Tra le voci ascoltate, quella di Rita Monayer Boulos, sindaca di Wahat al-Salam - Neve Shalom.


“Ciò che a Neve Shalom Wahat al Salam ci protegge dal flagello del razzismo e della violenza è un’attenzione di lunga data verso il mantenimento dell’uguaglianza tra i membri della comunità araba ed ebraica.
Non ci piace il termine ormai trito 'coesistenza', ma dopo 42 anni di vita nel Villaggio, ci siamo mossi consapevolmente verso una ‘#società #condivisa’. Nel costante stato di guerra in cui Israele si ostina a rimanere, e nell'alimentare l'odio e la divisione nella società tra palestinesi ed ebrei che condividono questo spazio comune, vediamo che non c'è altra scelta che condurre lotte comuni in favore di valori condivisi, come la democrazia, l'uguaglianza e la tolleranza zero verso la discriminazione, il razzismo e la violenza.
Nella nostra vita insieme abbiamo investito duro lavoro, dolore e a volte lacrime, per sviluppare il “muscolo” dell'inclusione dell'altro, dell'ascolto dell'altro, nonostante il dolore. È difficile per me, come palestinese, la cui famiglia viene attaccata a Lod, per esempio, vedere come la polizia protegge i coloni e abbandona i residenti arabi. Ma ho imparato ad ascoltare, capire e cercare di costruire ponti per il cambiamento. Perché l'altra parte dovrebbe e deve essere parte del cambiamento.
Dire che questo è facile? Sicuramente no. Ma l’ultimo difficile periodo della guerra ha solo rafforzato il nostro percorso di educazione alla pace e alla società condivisa, invece di educazione alla separazione, all'intimidazione e all'odio. Chi dà per scontata la democrazia non dovrebbe sorprendersi se questa cade a pezzi davanti ai suoi occhi”.

Colloquio notturno


E quando la notte fonda ha già inghiottito uomini e case, 

una cella mi accoglie esule del mondo. 

Gli altri nulla sanno di questa mia pace,

di questi appuntamenti.

Forse neppure io stesso saprei rifare l'itinerario del giorno,

ripetere la danza del mio Amore.

Quasi nulla avanza di me la sera: poche ossa, 

poca carne odorosa di stanchezze,

curvata sotto il peso di paurose confidenze. 

Allora Egli mi attende solo,

a volte seduto sulla sponda del letto,

a volte abbandonato sul parapetto della grande finestra. 

E iniziamo ogni notte il lungo colloquio.

Io divorato dagli uomini, da me stesso,

a sgranare ogni notte il rosario della mia disperata leggenda.

Ed Egli a narrarmi ogni notte la Sua infinita pazienza.

E poi all'indomani io, a correre 

a dire il messaggio incredibile 

ed Egli fermo al margine delle strade

a vivere d'accattonaggio.


David Maria Turoldo, O sensi miei...

Dalle risposte al questionario emerge che......

Ringraziando quel 12% di coloro che in media alla settimana accedono al Blog che hanno risposto al breve sondaggio proposto, vediamo di seguito alcuni dati e a seguire, alcune nostre osservazioni.


Tutti lo trovano uno strumento utile (72%) o necessario (27,3%)

 

Il 95,5% vi ha trovato utili approfondimenti e il 4,5% è stato aiutato a riflettere

 

L’86,4% lo ha trovato una utile fonte di notizie e l’81% non conosceva l’argomento proposto dai post

 

Il 19% era invece già a conoscenza degli argomenti esposti e il 9,1% non ha trovato nel Blog notizie utili

 

L’81% trova i post lunghi quanto serve per essere chiari e il 66,7% li trova sempre semplici da comprendere, mentre il 19% li trova a volte impegnativi e lunghi per essere letti facilmente

 

I commenti internazionali sono stati trovati lunghi ma interessanti o normalmente tali dall’87,6% mentre in genere lunghi e non tutti interessanti dal 12,5% 

 

Ma quali sono stati i post ritenuti più utili? Eccoli in ordine di gradimento:


   commenti alla liturgia                                                91%

                        temi ecclesiali internazionali                                     64%

                        temi sociali italiani                                                     45%

                        temi ecclesiali italiani                                                41%

                        temi sociali locali                                                       41%

                        temi sociali internazionali                                          36%

                        temi riguardanti il terzo mondo                                  27%

 

 

C’erano poi due domande aperte:

 

-       Cosa ti piacerebbe trovare d’altro nel Blog?

A questa domanda ci sono state tre risposte. Due concordano che il è “perfetto così” e “piace così come è”.

La terza risposta invita a inserire post con approfondimenti tematici; per esempio “il Gesù storico – i sentimenti di Gesù nel NT  - l’Eucaristia – le nuove teologie – il problema del male…

 

-       Qualche altro suggerimento?

A questa domanda 4 risposte. Una afferma di non avere nessun suggerimento da dare perché va bene così come è.

Una seconda chiede suggerimenti di letture per approfondimenti biblici e teologici e una terza di continuare a postare commenti immagini di arte sacra moderna o antica che aiuti a vedere e contemplare il bello e scoprire il messaggio che gli autori volevano trasmettere.

La quarta invece osserva che ci sono “troppi post ogni settimana e ci si perde nell’offerta inviata” e “la vita di comunità” viene così “spesso sepolta dagli approfondimenti proposti” mentre meriterebbe una “maggiore attenzione” quindi invita ad “una maggiore sobrietà”. Infine chiede “una attenzione maggiore all’indicazione delle fonti” dei testi postati.


Ringraziamo per le osservazioni proposte delle quali cercheremo di fare tesoro. Sicuramente, per quanto possibile, si continuerà ad offrire commenti di immagini artistiche legate al tema liturgico della domenica. Mentre, tenendo presente l’obiettivo del Blog e delle risposte alle domande poste, bisognerà trovare le modalità più adeguate nell’eventualmente proporre approfondimenti tematici di carattere teologico o troppo specifici.

 

Per quanto riguarda l’attenzione all’indicazione delle fonti dei test postati, crediamo che queste siano normalmente segnalate se non altro per questioni legali, che si hanno ben presenti. È però opportuno sottolineare che, quanto è opera redazionale, non necessita di segnalazioni specifiche, in particolare nel caso di quei testi che in termine tecnico si definiscono “pastoni” dei quali, tra l’altro, è stato fatto un uso molto limitato, preferendo fino offrire testi forse lunghi, ma dalle firme qualificate.

Può capitare che qualche indicazione possa essere sfuggita, in questo caso chiediamo la collaborazione di segnalarlo attraverso la mail:                         parrocchiarisurrezionemarghera@gmail.com – vi ringraziamo fin d‘ora.

 

Per quanto riguarda il numero di post proposti, comprendiamo che, se al Blog si accede una sola volta alla settimana, la decina di pubblicazioni – delle quali normalmente quattro riguardano il tema liturgico della domenica - possono sembrare molte. Però, osservando gli accessi nell’arco delle settimane, si sta notando che si stanno distribuendo con maggiore regolarità nell’arco dei sette giorni e, per questo, sta aumentando il numero di visite settimanali, perché la stessa persona vi accede più volte in questo arco di tempo. Questo significa che, l’aumento dei post è apprezzato ed è atteso, confermato anche dal generale interesse espresso nel sondaggio. Certo, i post che più riscuotono attesa e gradimento sono quelli che hanno a tema il cammino liturgico pubblicati nel fine settimana ed è vero, il numero dei post, può far “scomparire” o percepire come marginale la vita della Comunità. Però questo lungo periodo è stato segnato dall’epidemia del Covid-19 riducendo all’essenziale l’attività in Parrocchia. Pensiamo che quanto programmato e/o avvenuto, sia in ogni caso stato proposto con puntualità. Tanto è vero che il “riassunto” di quanto accaduto dall’inizio dell’Anno Liturgico ad oggi proposto nell’ultimo foglietto “La Risurrezione”, è stato fatto ripercorrendo i post nel Blog dovendo, per questione di spazio, anche rinunciare a pubblicare qualcosa. 

 

È opportuno anche tener presente che l’81% ha sottolineato che non conosceva gli argomenti proposti dai Post e, per questo, l’86,4% lo ha trovato una utile fonte di notizie sottolineandone così l’utilità.  

 

Certo, sperando che questo periodo sia alle spalle, sarà necessario attrezzarsi per poter dare spazio ad ogni appuntamento. Questo significa anche offrire collaborazione creando una rete che offra almeno foto con brevi annotazioni degli eventi e appuntamenti ai quali si partecipa senza attendersi che tutto avvenga da solo.

 

Una ultima nota osservando che la proposta di temi sociali internazionali riguardanti in particolare i paesi “in via di sviluppo”.

Di fatto fino ad oggi hanno riguardato quanto accade nella regione etiope del Tigrai e in Colombia. Si è ritenuto opportuno dedicarne qualche post sostenendo l’attenzione su queste situazioni perché quest’anno in Chiesa sono state accolte due icone il cui stile copto-etiope ha trovato origine e si è sviluppato nel Tigrai. L’attenzione alla Colombia deriva dal fatto che come Comunità è stato elaborato un appello consegnato alle autorità civili di sostegno alla lotta di quel popolo. 

Quindi è parso opportuno dare continuità all’attenzione a come si sta sviluppando la situazione sociale e politica in quelle due aree del mondo poco o nulla presente nei media nazionali e che, invece, propongono situazioni di gravi sofferenze della popolazione.


Nandino e Gianni

La differenza tra due domande


L’Evangelo di oggi può essere letto come la barca della Chiesa nelle difficoltà del mondo che il Signore salva dalla tempesta nella quale si trova. Però nel brano c’è anche altro e, forse, più importante perché Marco desidera condurci a capire cosa significhi aver fede nel tempo nel quale ci troviamo e che sta tra le due venute del Signore.  

Ci fa comprendere fin dall’inizio che c’è una continuità tra il racconto delle due parabole sul Regno e quello di oggi perché inizia con un “In quel medesimo giorno” che potremmo tradurre “in questo nostro tempo”, il tempo nel quale il contadino (noi) sta attendendo che, senza sapere il come, il seme germogli e porti frutto. 

Tre domande innervano il racconto e guidano alla sua comprensione: una dei discepoli a Gesù, una di Gesù ai discepoli, un’altra dei discepoli che si scambiano tra di loro. Con la prima, svegliano Gesù chiedendogli se non gli importa nulla di loro che sono sull’orlo della morte all’interno di una tempesta. È una domanda che siamo tentati di rivolgere anche noi al Signore nelle nostre difficoltà e ogni volta che non riusciamo a percepire la sua presenza: che Dio sei Signore? Dov’è la tua onnipotenza? Sei scomparso dai nostri orizzonti? Ti sei manifestato nella nostra debolezza incarnandoti, ma ora facciamo fatica a percepirti … hai abbandonato la nostra realtà, i nostri orizzonti? Ti importa ancora di noi?

Gesù si desta e fa tacere la tempesta che mette in difficoltà. Ora però ha diritto lui di porre una domanda, è quella centrale, cioè fondamentale: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. 

Vale a dire: dopo che io vi ho dato tutto, dopo che vi ho messo in questo frattempo alla maniera del contadino, dandovi la garanzia che il mio Regno è già presente e fiorirà certamente, come potete non avere ancora fiducia in me? Temere che non mi importi più nulla di voi?

Marco ci introduce così nel grande tema dell’aver fede in un Dio che, incarnandosi nella nostra umanità, si è così abbassato da apparire ai nostri occhi meno di quello che noi ci aspetteremo e siamo tentati di porgli la domanda posta all’inizio di questo Evangelo. Una domanda senza fede, atea si potrebbe dire.

Gesù risponde assicurandoci nuovamente che nella storia, nei nostri giorni dove a volte tutto sembra andare a rotoli, sta in ogni caso maturando il suo Regno anche se non comprendiamo il come e ci invita ad avere in ogni caso “fede”, fiducia, come il contadino delle parabole immediatamente precedenti.

Questo scuote gli apostoli che si pongono l’un l’altro la terza domanda: “Chi è costui?”. Questa è una domanda sostanzialmente uguale a quella incontrata poco prima della Quaresima, dopo che Gesù aveva guarito un indemoniato nella Sinagoga di Cafarnao anche lì invitando a tacere lo spirito che aveva cacciato da quell’uomo. Anche allora i presenti si erano chiesti: “Chi è costui che ha una simile autorità? Da dove gli viene?” e, da allora a oggi, il cammino che ci è stato proposto dalla liturgia ha cercato di farcelo comprendere. Non ci è bastato come non è bastato agli apostoli. 

Ecco allora di nuovo l’invito a porci la domanda giusta: “Chi è costui?” perché vogliamo conoscere il volto di questo Dio-con-noi, non accusando più Dio di essere assente dai nostri giorni, non ponendogli più una domanda che lo giudica, ma quella fondamentale: “Vogliamo conoscere questo Signore al quale persino il vento e il mare gli obbediscono” per conoscerlo sempre di più. Gli evangeli delle prossime settimane ci accompagneranno ed aiuteranno in questo e a comprendere meglio che cosa significa aver fede.

(BiGio)

Dove ci porta la paura? Cosa dobbiamo fare nelle difficoltà?

Papa Francesco a Cracovia (2016) nel suo discorso ha parlato della paura ...


"I discepoli, hanno vissuto momenti difficili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, tutti chiusi in piccole stanzette di vetro - e ha aggiunto - Dio viene ad aprire tutto ciò che ci chiude. Ci invita a sognare, vuole farci vedere che il mondo con noi, con te può essere diverso"

Papa Francesco, discorso alla veglia di preghiera con i giovani a Cracovia, 30 luglio 2016.

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Chi di noi non ha mai avuto paura e non ha chiesto aiuto? Le occasioni possono essere state le più diverse e l’esigenza di affidarsi a qualcuno viene spontanea….

Anche la pandemia, che stiamo vivendo da un anno e mezzo, ci ha fatto percepire l’essere immersi in una tempesta con amici, conoscenti, famigliari colpiti e purtroppo a volte morti. L’insicurezza e la diffidenza nell’altro si è impadronita di noi e, come ha detto anche il Papa nello spezzone del discorso sopra riportato, ci ha fatto ripiegare, rinchiuderci in noi stessi, a guardare speranzosi fuori di noi, nella scienza e in chi ci guidava nella situazione di emergenza…. quanti poi si sono trovati a chiedere aiuto perché in difficoltà economiche, senza più lavoro o con una cassa integrazione insufficiente alle esigenze familiari …

Anche le morti “bianche” che continuiamo a contare con la ripresa dell’economia e del lavoro, assieme ai femminicidi ci lasciano sgomenti e ci guardiamo attorno cercando di capire come fermare questi eventi, da cosa dipendano, da chi debba intervenire per salvare queste vite…

Il brano della tempesta sedata certamente ci porta anche al ricordare tante barche in difficoltà mentre cercano di raggiungere la nostra riva del Mediterraneo, a tanti che affondano con quelle carrette malconce, sovraffollate, che partono già sapendo di non avere carburante a sufficienza e lasciate a sé stesse, al loro destino. Anche loro sperano nell’aiuto di qualcuno che li aiuti a raggiungere la possibilità non garantita di un futuro forse migliore. Forse perché, per esempio, le condizioni della raccolta dei pomodori assomiglia più allo schiavismo che a un lavoro….

 

Tutte situazioni che ci fanno chiedere l’intervento di un aiuto, di un “salvatore”… dimenticando però una cosa: l’evento Gesù Cristo incarnato-morto-risorto e, soprattutto, l’Ascensione e la Pentecoste appena celebrate, seguite dalle feste della Trinità e del Corpus Domini, che ci hanno riassunto il cammino che la liturgia ci ha condotto a fare passo a passo alla sequela del Signore, ricordandoci che siamo stati inviati ed abilitati a continuare la sua missione.

Gesù lungo la sua vita ha posto dei “segni” come l'evangelista Giovanni li chiama, ma il termine greco può essere tradotto anche con “cenni” o “segnali” e viene usato anche per “seme”. Vale a dire che i miracoli di Gesù sono stati dei “semi” posti nella vita dell’uomo e che ora sta a noi continuare a far in modo che germinino e portino frutto anche se non sappiamo come, ci veniva detto domenica scorsa.

Quelli che Gesù ha posto sono state delle “spie” del Regno che si sta avvicinando. I miracoli non sono la soluzione dei problemi immediati del suo tempo e di ogni tempo, ma sono una iniezione di speranza che cerca di attivare in noi la sua stessa logica, il suo impegnarsi per gli altri. Oggi siamo noi chiamati nelle situazioni di difficoltà a porre semi, cioè azioni di speranza. Per questo siamo stati immersi nel Battesimo nella sua vita, per questo siamo stati confermati nello Spirito, per questo siamo stati da lui inviati quando è stato assunto in cielo. 

 

Ecco perché, come indicato nel post di analisi della pericope dell’Evangelo di oggi, quando ci chiediamo nelle situazioni di difficoltà: “Dio, dove sei?” è una domanda “atea”, mentre la risposta corretta alla paura nelle tempeste, è quella di continuare a porci nel medesimo modo nel quale si è posto Gesù: a favore di chi è in difficoltà, offrendogli gli strumenti per poterne venir fuori. Il continuare a chiederci “Chi è costui?” vuol dirci proprio questo: “Cosa avrebbe fatto lui? Cosa dobbiamo fare noi?”

(BiGio)



Diversità in aiuto per uscire dalla paura che segna e matura nel silenzio: piccolo seme ...

 


Qualche anno fa visitando la Cambogia, i padri del Pime che mi ospitavano, mi hanno fatto conoscere la figura di Claire Ly. Nata in Cambogia il 25 ottobre 1946 da una famiglia benestante di imprenditori, laureata in Diritto e Filosofia, diventa insegnante e poi alta funzionaria del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1975 i Khmer Rossi prendono il potere ed inizia uno dei più feroci genocidi dello scorso secolo. Riesce a mascherare la sua origine “borghese” e, con i due figli, è deportata in un campo di lavoro forzato dove rimane fino al 1979 quando cade il regime Khmer, mentre tutta la sua famiglia viene sterminata.

 

Il racconto che fa nel suo libro autobiografico Tornata dall’inferno (ed. S. Paolo), è una testimonianza preziosa che non lascia indifferenti anche per un altro aspetto. Quando il Vietnam, staco delle continue provocazioni al suo confine da parte del Khmer, decide di intervenire e libera la Cambogia dalla dittatura, Claire Ly si ritrova in un capo profughi in Tailandia in attesa di una destinazione europea che sarà la Francia.

In quel campo nota una differenza di atteggiamento che la colpisce e che diventerà quel seme che, maturato, la porterà a convertirsi al cristianesimo. I monaci buddisti, in quella situazione socialmente disastrosa, dove i sopravvissuti cercano di riprendere a vivere senza avere più nulla su cui appoggiarsi, le malattie legate alla sotto nutrizione e a cinque anni di provazioni totali in condizioni igieniche inesistenti, passano tra ricovero e ricovero e bussano alle porte per la questua tra persone la cui miseria sfiora la disperazione. 

C’è invece un francescano che passa guarda, si interessa dei bisogni più urgenti e torna con qualcosa che possa allievare almeno un po’ la sofferenza, il ricordo vivo dell’orrore vissuto o, almeno offrire un sorriso, una parola che potesse aprire alla speranza, al futuro, a riprendere a guardare l’altro senza paura, a non essere più chiusi, ripiegati su se stessi e, questo, senza chiedere nulla in cambio.


Una volta giunta in Francia, questa osservazione sembra essere dimenticata ma evidentemente continua a maturare nel silenzio e, una serie di altri avvenimenti, la porterà a chiedere di saperne di più, fino a fare il catecumenato e battezzarsi.   

(BiGio)



La “tempesta sedata” di Delacroix

Per una riflessione su questo quadro del Vescovo Derio Olivero su YouTube questo è il link:


La “tempesta sedata” di Delacroix (versione 1841), Museum of Art, Kansas City

Questa tela, “La Tempesta sedata”, è una tra le più significative opere d’arte cristiana create dal genio di Delacroix. Nel caso di questo quadro, va apprezzata non solo l’attenzione alla gamma cromatica ed il gioco tra luci ed ombre, ma soprattutto l’abilità di regia scenica per cui il tranquillo sonno di Cristo è messo a confronto con l’agitazione fisica e col vigore emotivo espresso degli apostoli.

È un dipinto apparentemente semplice, che non si disperde in mille particolari, ma si concentra su pochi soggetti:
- i 10 personaggi, all’interno di una (piccola) barca a remi (sono tutti stipati) ...
- il mare scuro, in tempesta ...
- lo stretto profilo di cielo sull’orizzonte sconfinato
- la grossa onda sul retro che sembra inghiottire la barca.

Il nostro dipinto è con tutta probabilità il bozzetto, uno degli studi preparatori per la tela commissionatagli da un conte, anche se di studio ha molto poco (è piuttosto grande – 45×54 cm- delle stesse dimensioni della realizzazione finale! Quindi è un bozzetto in scala 1:1).

Attenzione: non è che per questo motivo dobbiamo cadere nell’errore di considerarlo un’opera minore, o poco significativa! Delacroix infatti si distingue dai pittori classicisti dell’epoca per la maggiore enfasi sul colore e sul movimento piuttosto che sulla nitidezza dei profili e sulla perfezione delle forme, che secondo lui depotenziano l’opera, la “sfibrano” per troppo perfezionismo. Per lui, convinto che la forma vada più suggerita che definita (= non finito di Michelangelo), lo studio preparatorio ha quindi la stessa dignità artistica del “finito”, della realizzazione finale.

Se ci concentriamo sui componenti dell’equipaggio ci accorgiamo che la burrasca provoca una grande agitazione, espressa dai bruschi movimenti dei pesonaggi. Ogni figura è impegnata in una azione diversa: partendo dall’alto, un uomo tenta di reggere il timone, e ha lo sguardo puntato verso la nostra sinistra. Un altro, subito sotto, è addormentato, reclinato su un fianco, e si regge il capo con la mano; è avvolto in un ampio panno bianco, che vira al grigio verso destra, quasi riflettendo il colore del mare scuro: in lui riconosciamo il Maestro che dorme.

Subito sotto di lui, tre personaggi sono disposti a semicerchio e creano, con i loro movimenti, a loro volta un’“onda”, quasi una “ola” Il primo a sinistra è appoggiato con la schiena alla barca: rannicchiato in se stesso, guarda il mare sotto di lui con espressione preoccupata e con una torsione del collo assolutamente innaturale (in questa testa quasi disarticolata rispetto al corpo c’è una evidente forzatura teatrale). Nell’altra figura, girata di schiena, riconosciamo una donna, certamente Maddalena, l’unica rivolta verso il Maestro e tiene le mani aperte; non la vediamo in volto, ma l’atteggiamento del suo corpo ci trasmette tensione, paura.

Le braccia levate della donna di spalle vanno progressivamente a dirigersi verso l’alto, in una energica tensione dinamica che si conclude nella figura vestita di giallo, in piedi al centro della barca, letteralmente preso dal panico. I tratti del volto sono solo accennati, e questo provoca un effetto inquietante: sono resi solo con pochi tocchi rossastri che accendono un volto quasi ferino, quasi disumano. Anche i suoi capelli sono ridotti ad una massa informe scompigliata dal vento: qui possiamo davvero apprezzare il primato che Delacroix riserva al colore e alla luce, che definiscono la forma e danno movimento ai corpi.

Accanto a questo discepolo con le mani levate al cielo, un secondo polo d’attrazione immediato per l’occhio dello spettatore è dato dall’altro che gli sta vicino: vestito di una tunica rosa, è seduto ma proietta la sua schiena all’indietro. Ci colpisce la sua mano destra che cerca disperatamente di trattenere il mantello che sembra volar via. Notevoli sono la forma e il colore candido di questa cappa, su cui infuria la forza del vento che le fa assumere la forma quasi di una piramide, che punta verso l’alto e che assume la forma minacciosa di un oggetto appuntito, un corpo contundente ed inquietante.

Di fronte a lui, l’altro personaggio che sta nella parte centrale dell’imbarcazione, è tutto proteso verso l’esterno. Qui Delacroix manifesta la sua intelligente capacità scenografica: infatti, con questo ricercato slancio tutto orizzontale, che fa da contrappun- to a quello verticale dei due che abbiamo appena osservato, si viene a creare una doppia diagonale che struttura l’intera com- posizione.

Quest’uomo col braccio slanciato in avanti, in apparenza sembra cercare una via di fuga dall’onda minacciosa che arriva dal lato opposto ... in realtà, altre versioni ci rivelano che costui è impe- gnato nel tentativo disperato di recuperare un remo caduto in acqua, che noi però non vediamo. Infine, due uomini seduti a prua, tentano di governare la barca con i remi, entrambi molto concentrati sullo sforzo (soprattutto quello di sinistra).

Infine, ad uno sguardo attento, non sfugge che nella parte più bassa, il pittore ha collocato un ultimo personaggio, il decimo, poco distinguibile perché è solo abbozzato ed è dipinto con gli stessi colori “lignei” della barca. Questo discepolo sembra dormire, ma in realtà è atterrito dalla paura, e reagisce al dramma della tempesta stringendosi al petto la veste, che usa come una sorta di scudo, e chiude gli occhi per non vedere! È la reazione tipica della depressione, in cui il soggetto entra in una specie di letargo, di paralisi, che lo spinge ad abbandonarsi al suo destino, da cui sembra totalmente sopraffatto. Un uomo che di fronte al pericolo della morte è come già morto: sembra infatti di vedere una larva, o meglio una mummia.

Ma come sappiamo dal testo evangelico, sulla barca c’è un altro dormiente, Cristo, che viene messo in evidenza dall’artista con un tocco di luce leggermente accentuata rispetto a quella che raggiunge le figure circostanti. Il sonno di Cristo, scrive la biblista sr. Grazia Papola “avrebbe potuto essere menzionato prima della evocazione della tempesta e motivato dalla fatica per esempio. Il racconto avrebbe preso un altro corso e non avrebbe prodotto alcun effetto sorpresa. Inspiegabile e manifestato nel momento cruciale del pericolo, questo sonno contraddice il disordine regnante. E il testo insiste, dando dei dettagli che si sarebbero potuti tralasciare: «a poppa, su un cuscino». Questo modo di at- tardarsi sull’immagine di Gesù ben accomodato e di accentuare l’aspetto confortevole del suo sonno abbassa la tensione del racconto. Liberato dal pensiero della navigazione, Gesù si trova nelle migliori condizioni per dormire e la tempesta non lo disturba. Un’immagine di ordine e di calma si impone mentre regna il caos nella natura e nel gruppo di quelli che non dormono. Essi se la prendono non con la tempesta ma con colui che dorme. Il te- sto non dice che essi cerchino di raddrizzare la barca e svuotarla dall’acqua, ma solo che non sopportano che Gesù dorma. Lo svegliano e l’interpellano”.

Ma oltre ai personaggi, l’altro attore principale della scena è la grande onda, che nel suo levarsi minaccioso, ben al di sopra della barca, sembra sul punto di travolgerla! Delacroix ha concentrato in questa grande onda la gran tempesta descritta nel testo evangelico. Il mare burrascoso assume un ruolo di primaria importanza simbolica, come scrive ancora sr. Grazia: “Il quadro della tempesta offre uno schizzo sorprendente per la concisione. Il vento perde il suo orientamento e turbina, si mischia al mare che si infrange in onde minacciose che violano la frontiera tra il mare e la barca. Quest’ultima rappresenta il solo spazio dove la vita umana è possibile. Essa offre agli uomini un piccolo spazio secco sull’acqua. La situazione descritta è quella della confusione generale, la più pericolosa. Il caos si insedia e l’uomo non ha più spazio”.

L’episodio della “Tempesta sedata” sul mare di Galilea, raccontato da tutti i Vangeli sinottici, è stato interpretato da Delacroix non nel suo esito finale. Giustamente il titolo con cui si riconosce l’opera non è questo, ma “Cristo e gli apostoli sul lago Gennesaret o sul mare di Galilea” perché più precisamente il dipinto ci mostra ciò che accade prima dell’intervento salvifico di Cristo, quando gli apostoli sono in preda al panico perché l’imbarcazione sta per essere ricoperta dalle onde, e Gesù dorme.

Questa pittura evoca le nostre esperienze di paura. Anche dai nostri cuori, se non proprio dalle nostre labbra, sale la domanda: “Maestro, non t’importa ce moriamo?” Anche noi ci rispecchiamo in questi personaggi smarriti, agitati, confusi, abbandonati, paralizzati ... Le loro braccia levate sono le nostre braccia. Quella barca è la nostra casa, la nostra città in balia del male che come onda oscura sembra travolgerci e sprofondarci nell’abisso della morte. Anche noi abbiamo bisogno di udire la voce forte del Signore. Anche noi siamo impauriti e riconosciamo di non avere ancora fede. Siamo noi questi discepoli, che però hanno la possibilità di passate dalla paura negativa al timore positivo, evangelico. Siamo quei discepoli, scrive infine sr. Grazia che “non rispondono alla domanda di Gesù, eppure sono sul giusto cammino. Il testo li mostra infatti profondamente trasformati e si interrogano. Questo «timore» su cui il testo insiste non può essere confuso con «l’essere paurosi» stigmatizzato da Gesù. Essi sono colpiti dal sopravvenire della calma con una profonda perplessità, ma che è di un’altra qualità. Non è l’agitazione caratteristica della paura che non fa percepire la diversità tra loro e Gesù. Il ti- more fa sentire proprio la differenza. In questo caso il timore si traduce in un interrogativo. Essi si accorgono di non conoscere Gesù, colui che dormiva non è chi si immaginavano fosse. Sono rinviati a loro stessi e cercano di capire come rapportarsi a lui. Il racconto punta perciò verso una qualità di «essere con lui» che potrebbe essere vissuto nella sua assenza, senza la possibilità di svegliarlo e di accaparrarlo, ma liberi da ogni paura e nella fede. La paura (che è sempre paura della morte) è una prova necessaria e può divenire benefica. Si sperimentano i nostri limiti e l’appello a un soccorso è un modo di aprirsi all’altro, per necessità, prima di scoprire che è la relazione con l’altro che permette di guarire dalla paura e di attraversarla. Di paura in paura si impara a fidarsi di un maestro dell’impossibile”.

Per questa ragione, con le parole di mons. Delpini, Arcivescovo di Milano riconosciamo che: “Dio ha mandato il suo Figlio per insegnarci a vivere nella tempesta e quando il mare è calmo ... La fede insegna che nessuno è mai solo davvero, anche quando si sente abbandonato”.

(Ester Brunet – Antonio Scattolini)

(dal sito www.insiemesullastessabarca.it)


E la fame torna a esser arma. Feroci scelte in Tigrai e Myanmar

Tigrai e Myanmar, due fronti lontani di guerre combattute anche con la fame. Nell’era del Covid che ha distratto l’opinione pubblica, un’antica strategia militare ha provocato carestie per piegare le popolazioni civili e, oggi, nella disattenzione di troppi è la Chiesa ad alzare più forte la voce per ricordare il dramma dei deboli, delle vittime. In Africa, nella regione etiope semiautonoma del Tigrai, il conflitto è stato scatenato (e subito oscurato) a novembre dal governo centrale guidato dal Nobel per la pace 2019 Abiy Ahmed per spodestare i governanti locali del Tplf, fronte popolare di liberazione del Tigrai. I leader del Tplf sono arcinemici di Abiy – del quale sono stati i predecessori guidando il gigante africano per un quarto di secolo circa con pugno di ferro e parecchia corruzione – e del suo più stretto alleato, il dittatore eritreo Isayas Afewerki, che hanno combattuto per due anni dal 1998 al 2000 e il cui Paese hanno contribuito a tenere 'congelato' in una forma di guerra non dichiarata fino al 2018. Le truppe di Asmara sono state accusate da Organizzazioni internazionali e Ong di aver commesso in Tigrai stragi di civili, stupri di massa persino di bambine, rimpatri forzati di rifugiati eritrei dai campi profughi, uccisioni di religiosi e abusi su suore, saccheggi e distruzioni del prezioso patrimonio artistico e culturale del Tigrai. Crimini di guerra che andranno investigati in modo indipendente. I tigrini pagano le colpe del Tplf, insomma e davanti alle esplicite richieste di ritiro dall’Etiopia dei militari asmarini da parte di Usa e Ue, Abiy, dopo molte smentite, ha prima ammesso la presenza eritrea a febbraio, poi ne ha promesso il ritiro a marzo. Sono ancora lì, e l’Etiopia, che ha definito la guerra un’«operazione di polizia interna», ha rifiutato ogni mediazione. Il ministro degli Esteri di Addis Abeba ha diffuso una dichiarazione in cui parla di tonnellate di aiuti distribuiti e dichiara gesto non amichevole metterlo in dubbio. Dicono il contrario denunce e documentazioni delle agenzie umanitarie Onu, delle Ong impegnate sul campo come Msf, di pochi media internazionali.

La carestia provocata da mano umana ha già affamato 350mila civili, che entro il prossimo mese saranno 400mila se non si interviene. Il 90% dei raccolti è stato distrutto e non viene lasciato libero accesso, per ragioni di sicurezza vere o addotte, agli aiuti umanitari. I più fragili sono i bambini e sempre il Palazzo di vetro ha reso noto che 30mila minori rischiano la morte per fame. Un video che gira in rete, ripreso da media occidentali, racconta la vicenda emblematica di Adan Muez, 14enne ridotto a scheletro ricoverato in ospedale a marzo dopo 5 mesi trascorsi in una caverna per salvarsi la pelle. Una volta era forte come un leone, oggi pesa un terzo di quel che dovrebbe.

Domenica la voce – neutrale, è bene sottolinearlo in questo conflitto incendiato da propaganda e odio etnico – di papa Francesco in piazza San Pietro ha spiazzato tutti dichiarando, con coraggio e forza, «particolare vicinanza» alla popolazione tigrina colpita da una grave crisi umanitaria che espone i più poveri alla carestia. «C’è oggi la carestia, c’è la fame!». ha scandito Francesco, mettendosi semplicemente a fianco dei più deboli, come Adan. Il Papa ha chiesto di pregare insieme affinché «cessino immediatamente le violenze, sia garantita a tutti l’assistenza alimentare e sanitaria e si ripristini al più presto l’armonia sociale».

Preghiera, arma dei disarmati .E proprio una suora inginocchiata in preghiera davanti ai militari che stanno per sparare ai manifestanti è divenuta il simbolo del conflitto che in Asia dilania il Myanmar dove generali golpisti non hanno voluto riconoscere la netta vittoria di Aung San Suu Kii alle elezioni e l’hanno rovesciata. L’esercito sta rastrellando e distruggendo le derrate alimentari destinate a una crescente popolazione di sfollati e i vescovi birmani in una lettera, diffusa nei giorni scorsi hanno chiesto l’apertura di 'corridoi umanitari' per decine di migliaia di persone – soprattutto anziani e bambini –, che stanno morendo di fame nella giungla dopo essere state costrette a fuggire dalle loro case.

Un mese fa il Papa ha portato sull’altare «le sofferenze» del popolo birmano e ha pregato Dio «perché converta i cuori di tutti alla pace», ricordando che «il Signore sempre ascolta il grido del suo popolo». In attesa che i governi e l’Onu si muovano, in questo tempo di pandemia, che spinge a pensare soprattutto alla propria 'liberazione' dalle angustie, occorre combattere dal basso anche il virus dell’indifferenza. Ma è il momento di seguire l’esempio di Francesco – con la preghiera cristiana, il raccoglimento laico e l’impegno umano – per far memoria dei morti e far sentire sui tetti la voce di chi non si rassegna a ingiustizia, guerra e fame.

Paolo Lambruschi (in “Avvenire” del 16 giugno 2021)

Il senso di una scelta: "Perchè vivere nella casa dell'Islam"



In occasione del 25° anniversario della morte dei sette monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria (21 maggio 1996), si propone un testo di Frère Christian de Cherghé, il priore della piccola comunità monastica, che spiega il senso della loro scelta di abitare e di continuare a vivere fino alla fine, come comunità monastica cristiana, in un paese musulmano*. I sette monaci trappisti, insieme al vescovo Pierre Claverie e altri undici martiri di Algeria, sono stati dichiarati beati nella cattedrale di Orano in Algeria (8 dicembre 2018) e la loro memoria liturgica è stata fissata all’8 maggio.


Mi sembra che vivere nella “casa dell'islam” significhi sentire concretamente la difficoltà, e quindi la maggior urgenza, di quelle novità dell'evangelo che la chiesa ha tratto dal suo tesoro solo recentemente, diciamo con la svolta del Vaticano II: nonviolenza concreta, urgenza della giustizia sociale, libertà religiosa, rifiuto del proselitismo, spiritualità del dialogo, rispetto della differenza, senza dimenticare la solidarietà con i più poveri, sempre da reinventare.

Nel contempo ci si rende perfettamente conto che sarebbe contrario all'evangelo voler compiere questi nuovi passi verso l'altro solo a condizione che lui stesso faccia altrettanto. A volte si sente dire: “Tocca sempre a noi fare il primo passo. Adesso, basta! Si muova lui!”. Come se non fossimo debitori, in primo luogo, verso la straordinaria iniziativa presa da colui che “ci ha amati fino alla fine” (Gv 13,1). Dobbiamo sottrarci a qualsiasi costo a questa legge del taglione del do ut desche ci abita ancora in mille modi. Andare verso l'altro e andare verso Dio à una cosa sola: non posso farne a meno, e richiede la stessa gratuità. Poiché ci si profila un unico orizzonte, diventa vitale imparare a camminare insieme in nome di ciò che di migliore si ha in sé. Un versetto del Corano afferma: “Presto mostreremo loro i nostri segni, sugli orizzonti del mondo e in loro stessi” (41,53). I nostri fratelli `Alawiyîn di Médéa hanno citato e commentato questo versetto fin dal loro primo incontro con il Ribâtialla festa di Ognissanti del 1980. Sembrava loro che desse fondamento all'iniziativa, assunta alcuni mesi prima, di venire a pregare con la nostra comunità dell'Atlas. Fin dall'inizio ci avevano allora dichiarato:

Non vogliamo impegnarci con voi in una discussione dogmatica. Nel dogma o nella teologia ci sono molte barriere che sono questioni umane. Noi invece ci sentiamo chiamati all'unità. Vorremmo lasciare che Dio crei tra noi qualcosa di nuovo. Questo può avvenire solo nella preghiera. È questo il motivo per cui abbiamo voluto questo incontro di preghiera con voi.

Sì, possiamo aspettarci qualcosa di nuovo ogni volta che ci sforziamo di decifrare i “segni” di Dio “all'orizzonte “ dei mondi e dei cuori, mettendoci semplicemente all'ascolto, e anche alla scuola dell'altro, musulmano in questo caso. È proprio questo l'obiettivo del nostro Ribâtche, fin dagli inizi - ormai dieci anni or sono (marzo 1979) - si era riconosciuto nell'intuizione di Max Thurian, così vicina a quella dei nostri amici di Médéa:

È necessario che la chiesa assicuri a fianco dell'islam una presenza fraterna di uomini e di donne che condividano il più possibile la vita dei musulmani, nel silenzio, nella preghiera e nell'amicizia. Così si preparerà a poco a poco quello che Dio vuole nelle relazioni tra chiesa e islam.

E Gesù Cristo? Egli à appunto il grande sacramento di questo “terzo mondo” della speranza, l'iniziatore della fede nell'uomo e il suo compimento in Dio, sia oltre che dentro di noi, nascosto agli occhi del mondo dalla nube del mistero divino e nel contempo dal velo dell'incarnazione continuata. Gesù stesso ci ha avvisato: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre ...” (Mt 11,27). Teilhard commentava questo a modo suo: “Credo che la chiesa sia ancora un bambino. Il Cristo di cui vive à smisuratamente più grande di quanto lei se lo immagini”. Non ci capita forse di dimenticarlo, e di credere che essere cristiano significhi conoscere tutto di Cristo? “Dio à più grande, Allâhu âkbar!”. Cristo à più grande, inconcepibilmente più grande. Proclamarlo in una fede nuda à la miglior testimonianza (šahâdâ) resa alla sua divinità.

Così, per arricchire la nostra presente conoscenza parziale, abbiamo bisogno di ciò che l'altro può aggiungervi con ciò che à, ciò che fa e ciò che crede. È quanto i nostri vescovi del Nord Africa hanno espresso in un documento del 1979 intitolato Il senso dei nostri incontri:

Rivolti verso l'avvenire, attendiamo gli ampliamenti prodigiosi del nostro sguardo sull'uomo e su Gesù che nasceranno dall'interagire tra le culture cristiane attuali e le questioni poste dagli uomini delle altre tradizioni dell'umanità

(da www.monasterodibose.it)