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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

VII Domenica PA - Lc 6,27-38

La "novità" non sta nella richiesta di amare i nemici che era già nella tradizione ebraica, ma nel fatto che le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me. 

Sapendo anche che Dio certamente è “buono per gli ingrati e i malvagi”, ma non è cieco …


Questa domenica continua la lettura del “Discorso della pianura” di Gesù rivolto a coloro che, tra i suoi discepoli lo “ascoltano”, perché che hanno “orecchi” per comprendere, per prendere-con-sé la Parola che lui annuncia e, incarnandola, essere obbedienti. 

Se si fa attenzione, tutto avviene sul medesimo schema del racconto dell’attività del Battista, che la Liturgia ci ha presentato nella terza domenica di Avvento (Lc 3,10-18). A Giovanni, dopo che aveva proclamato Il suo messaggio citando Isaia (come ha fatto anche Gesù nella sinagoga di Nazareth), le folle, i pubblicani e i soldati gli chiesero: “Che cosa dobbiamo fare?”. Le risposte furono molto concrete e tese a costruire relazioni meno tortuose, più sincere, a sorreggere l’altro nel suo cammino a volte faticoso della vita: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; chi ha da mangiare faccia altrettanto. Non esigete nulla più di quanto vi è stato fissato. Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno” (Lc 3,10-14).


Nelle Beatitudini e nei Lamenti, Gesù di fatto invitava a non abbattersi, ad avere la capacità di rimettersi sempre e costantemente in cammino, in ricerca, a non fermarsi per le difficoltà o per una situazione di privilegio raggiunto, perché lui è stato inviato “per annunziare ai poveri un lieto messaggio per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi” e aveva concluso affermando che “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,18-21 – III Domenica TO). È necessario dunque saperla vedere e incarnare. Già, ma come?


Ecco allora che Gesù prosegue suggerendo alcune indicazioni pratiche ma tanto impegnative da apparire, a prima vista, di difficile applicazione, iniziando da quel “amate i vostri nemici” normalmente indicato come una novità assoluta detta da Gesù. Ma la novità non sta affatto in questo detto. Tanto è vero che la sapienza ebraica aveva già trovato questa indicazione nell’Esodo quando viene espresso l’invito a non abbandonare a sé stesso il nemico in difficoltà ma, in ogni caso, di affiancarlo e di aiutarlo (Es 23, 4-5). In fin dei conti Gesù non “inventa” nulla (nemmeno il Padre Nostro), ma interpreta e riporta all’originale splendore le indicazioni della Scrittura, amplificandole e liberandole dalle incrostazioni che la tradizione vi aveva accumulato sopra.

Gesù aveva invitato i discepoli a non abbattersi quando saranno “odiati, rigettati, insultati, disprezzati” e, qui, prosegue indicando quale è la risposta che sono tenuti a offrire: “amore, fare del bene, benedire e pregare” per loro. Poi, in questa stessa direzione e passando alla seconda persona singolare (“tu”), aggiunge alcuni atteggiamenti, per concludere (tornando al “voi”), con la cosiddetta regola d’oro: “Come volete che gli uomini agiscono con voi, così agite con loro”. 

Non è indifferente questo continuo passaggio dal “voi” al “tu”: gli atteggiamenti generali sono declinati con la seconda persona plurale (“voi”) mentre, quelli particolari con il “tu” volendo indicare così che, questi ultimi, sono solo illustrativi e che possono, o devono, essere completati da altri possibili a seconda delle situazioni nelle quali ci si trova. 

Gesù intende in questo modo coprire la totalità dell’esistenza umana, l’agire e il parlare, quasi riassumendo e sintetizzando i 613 precetti che la tradizione fa derivare dal Decalogo, come aiuto a vivere ogni istante della propria vita secondo lo spirito di Dio, cioè la sua volontà d’amore.

Gli altri detti di Gesù sono quasi dei paradossi; uno per tutti: “A chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica”; quest’ultima veniva portata direttamente sulla pelle, il darla significherebbe ritrovarsi completamente nudi. Sono quindi esempi fatti per mettere in evidenza, per contrasto, che la “regola d’oro”, condivisa da e in tutte le religioni, è il minimo che viene richiesto al seguace di Gesù.

Tanto è vero che nei versetti seguenti (32-34) viene affermato che tutti possono metterla in pratica, anche i peccatori perché basata sul principio del do ut des, quindi sono azioni prive di quella gratuità che i cristiani sono chiamati ad interpretare, concretizzando il modo di agire di Dio nei nostri confronti. Come è possibile superare questo che potrebbe essere un vero e proprio impasse?

La soluzione (qui, se si vuole, la novità!) sta nel fatto che il discepolo di Gesù non è mai solo di fronte all’altro; per lui le relazioni umane non sono bipolari: io e l’altro; ma tripolari: io e l’altro ma sotto lo sguardo misericordioso di Dio. L’ottica allora cambia radicalmente: le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me; il mio agire verso l’altro è sostenuto e guidato dalla mia gratitudine nei confronti dell’amore che Dio ha riversato su di me. Tanto è vero che segue l’invito non tanto di imitare il Padre misericordioso, quanto di essere misericordiosi perché e come lo è il Padre. Questo è il senso che Luca desidera dare alla particolare congiunzione greca che usa per quel “come”. Noi possiamo essere misericordiosi perché abbiamo imparato da Dio ciò che questo significa, avendo visto e sperimentato sulla nostra stessa pelle il suo essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi”.

Se si agisce in questo modo, il Signore interverrà nuovamente per dare un sovrappiù di amore gratuito a quello del quale abbiamo già fatto esperienza: “La vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo” e, ancora più chiaramente nel v. 38: “Date, poiché vi è già stato dato da Dio, allora verrà anche il sovrappiù, non solo quanto vi spetta, ma una misura buona, pigiata, scossa e debordante”.

La chiusa della pericope di oggi “Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio” pare tornare alla legge del do ut des. Invece Luca desidera sottolineare che il sovrappiù della grazia di Dio, andrà nella stessa direzione della risposta dell’uomo alla sua azione di misericordia. È dunque necessario prendere sul serio la maniera che abbiamo di rispondere all’amore e alla misericordia del Signore. Dio certamente è “buono per gli ingrati e i malvagi”, ma non è cieco …

(BiGio)

Mentre eravamo nemici

Come giungere ad amare il nemico? Occorre un lavoro su di sé assai articolato. Questo lavoro comporta anzitutto il rinunciare alla vendetta, al rendere male per male (cf. Rm 12,14-21). Quindi occorre riconoscere che si sta soffrendo la situazione di inimicizia e riconoscere la collera che ci abita e che si manifesta in discorsi e pensieri interiori contro colui che si è fatto nostro nemico. La collera è anche rivelazione di noi, non solo denuncia dell’altro. Ascoltarla ci aiuta a leggerci e a cogliere le nostre zone di maggiore vulnerabilità e può aiutare il faticoso percorso verso la comprensione dell’altro e della sua inimicizia. Comprensione che non significa giustificazione, ma cambiamento del nostro sguardo su di lui. Questa base di lotta e dialogo interiore, di fatica e sofferenza profonde, costituisce il fondamento dell’amore per il nemico.

 

Il comando di amare il nemico ci immerge nella dimensione ossimorica della fede cristiana. Anzitutto rendendo l’amore oggetto di comando. È possibile comandare l’amore? Nella Bibbia il comando che Dio dà all’uomo non è solo “ordine”, ma anche rivelazione di una possibilità. Prima di dire “tu devi”, il comando dice “tu puoi”. Anzi, si fonda sul “tu puoi”. Dunque, mentre chiede fiducia in colui da cui viene il comando, sollecita anche fiducia in sé da parte di colui che tale comando riceve. Il comando può svegliare l’uomo a capacità, possibilità e risorse di cui egli non era cosciente. Anzi che egli nemmeno immaginava …

 

Il comando non si pone sul piano sentimentale, non ordina di provare sentimenti di affetto per chi ci odia: esso si pone su un piano operativo, concreto, effettivo ben più che affettivo, e indica azioni concrete da mettere in atto e comportamenti da assumere …

 

Com’è possibile amare il nemico? Anzitutto, ricordando che il nemico è sempre un essere umano, dunque un fratello. “Un uomo, qualunque cosa ti faccia, è un fratello” (Giovanni Crisostomo); il nemico che mi fa del male è un fratello che il male ha allontanato da me e ha allontanato anche dalla sua umanità …

 

Come giungere ad amare il nemico? Occorre un lavoro su di sé assai articolato. Questo lavoro comporta anzitutto il rinunciare alla vendetta, al rendere male per male (cf. Rm 12,14-21). Quindi occorre riconoscere che si sta soffrendo la situazione di inimicizia e riconoscere la collerache ci abita e che si manifesta in discorsi e pensieri interiori contro colui che si è fatto nostro nemico. La collera è anche rivelazione di noi, non solo denuncia dell’altro. Ascoltarla ci aiuta a leggerci e a cogliere le nostre zone di maggiore vulnerabilità …

L’amore che il cristiano riesce ad avere verso il suo nemico è grazia, è dono di Dio, è amore di Dio in lui. Non a caso, il testo evangelico per tre volte afferma essere una grazia (cháris), più che un merito, l’andare oltre le misure umane di reciprocità e corrispondenza (cf. Lc 6,32.33.34; la Bibbia CEI traduce: “quale gratitudine vi è dovuta?”).

Il discorso evangelico sull’inimicizia ha anche una dimensione ecclesiologica importante: la chiesa, se vive la radicalità evangelica, conosce certamente persecuzioni e inimicizie a causa del Nome di Cristo; ma la stessa radicalità evangelica impedisce alla chiesa di fabbricarsi dei nemici, di dar nome di nemico ad “altri”, a categorie di persone o a gruppi umani che semplicemente sono segnati da diversità di religione, di cultura, di costumi etici, o di modo di vivere la stessa fede cristiana. Sempre infatti la creazione del nemico è il prodotto della trasformazione di un’alterità parziale in alterità assoluta. L’alterità come occasione di comunione e non di inimicizia: questa la sfida che dal comando di amare il nemico viene alla chiesa di ogni tempo.

(Luciano Manicardi)


 

 Vale la pena di leggere interamente la riflessione di Luciani Manicardi a questo link:


https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/14971-mentre-eravamo-nemici


Tra i venti di guerra supposta o reale, oggi risuona una parola: "Amate!"

Mentre risuonano, come sempre, venti di guerra e si diffondono ovunque parole che dividono e contrappongono, la vita è scossa e liberata da un comando che già conosciamo. Davanti al male e ai nemici, davanti alla lotta e alla guerra, davanti alla violenza e al sopruso, davanti all’odio che incontriamo ovunque, non ci è stata promessa la certezza di uscirne illesi, di superare l’ostacolo, di vincere su chi ci vuol male. Ci è stata data solo una parola, la più alta e la più sconosciuta, quella a cui si ribella la vita, perché suscita sdegno e grida ingiustizia. Amate!


Davanti a tutto l’odio e ad ogni nemico ci è consentito solo l’amore, che sfugge ad ogni legge e tornaconto, che rifiuta ogni commercio e partita di giro, che non tiene in conto il dare e l’avere. L’amore ci è comandato ed è l’unica e suprema ingiustizia che possiamo compiere.

Già suona strano che l’amore sia comandato. Suona strano perché confondiamo l’amore con il nostro sentire. È vero, non siamo padroni di ciò che sentiamo e proviamo. Ma amare è questione di scelta e di decisione. Amare è agire e fare qualcosa. Amare i nemici è sanare l’odio che sento, è curare il rancore che mi tiene schiavo. È la decisione di amare che libera ed educa il cuore, rinnova e purifica i sentimenti. Se scelgo di amare, mi ribello ai sentimenti che non posso scegliere, mi libero da ciò che mi rende schiavo. 

 

Gesù va oltre, esige l’offerta di una nuova guancia, terreno sul quale sia sfogato il dolore, chiede di non rifiutare il mantello e di dare tutto a chi pretende qualcosa. Sembra che queste parole siano il manifesto dell’ingiustizia, la rottura di ogni equilibrio, il capovolgimento di ogni contratto sociale. Non sono parole di buon senso. Non soddisfano la voglia di riscatto di chi si sente umiliato. Non prevedono liberazioni e rivolte. Non assecondano i desideri di rivalsa e di vendetta. Non instaurano giustizie nostrane.

 

Amare i nemici, fare del bene a chi ci odia, benedire chi ci maledice e pregare per chi ci maltratta non è assecondare il male, non è rassegnarsi al fatto che nulla possa più cambiare. È, invece, innestare, in una storia perversa, il germoglio di una storia nuova, il principio di una liberazione vera dal male che può nascere solo nel proprio cuore, che inizia sempre in un cuore ferito.

 

Amare i nemici è sentire che il male dell’altro vive anche in me, che anch’io rischio di diventare malvagio. Anch’io, a volte, ne ho voglia, forse mi manca solo il coraggio.

Ci piace troppo giudicare e condannare. Ci piace farlo a tutti i livelli. Siamo giudici inflessibili dei mali del mondo, soprattutto di quelli che, di giorno in giorno, sono più popolari. È bello condannare e chiamare in giudizio. Ci fa sentire migliori e al di sopra. Ci fa sentire giusti. 

Amare, invece, è accogliere la propria ingiustizia, riconoscere la propria in quella degli altri. Amare è sentirsi fratelli, in cammino su una terra difficile dove per tutti è facile cadere e inciampare, far male e farsi male. Amare è provare misericordia, sentire nel cuore le proprie miserie e vedere in queste anche quelle degli altri. 

Non siamo figli della giustizia, della bilancia precisa con la quale misuriamo le colpe dell’altro. Siamo figli dell’Altissimo e siamo chiamati ad assomigliarli. Egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Questo Padre è un Dio che dà scandalo, perché ingiusto per le logiche umane e io e il mio nemico siamo insieme nel suo pensiero, siamo fratelli nel suo cuore di Padre.

(dalla riflessione di Marco Manco)

Dottrina della fede: testo e contesto. Una analisi e una riflessione

L’intervento sulla Congregazione per la dottrina della fede è un ulteriore tassello della riforma della curia che papa Francesco ha avviato da tempo, ma che non ha ancora la forma compiuta di una costituzione apostolica.

Nel motu proprio Fidem servare che disciplina diversamente le attività del dicastero per la dottrina della fede, entrato in vigore il 14 febbraio, vi sono elementi di contestualizzazione che è utile percepire.


Anzitutto la diversa collocazione del dicastero nell’insieme della curia romana. Chiamata un tempo «la Suprema» con la riforma di Paolo VI e di Giovanni Paoli II (Pastor Bonus) è stata collocata sotto il ruolo riconosciuto alla Segreteria di stato. Nella prevista riforma è ulteriormente discesa perché verrà privilegiata la dimensione dell’evangelizzazione. Una “diminuzione” che non significa il venire meno del servizio del dicastero.
Una seconda osservazione di contesto è lo sforzo di custodire e rafforzare il ruolo propulsivo e dottrinale, fortemente compresso dalla crescita delle attività legate al tema degli abusi. Per evitare che le forze degli ufficiali siano assorbite dalla dimensione disciplinare, il papa ha distinto le due sezioni, con a capo due segretari (non ancora nominati).
Per la parte dottrinale il motu proprio parla di «promozione e tutela della dottrina della fede e della morale». E aggiunge: «Essa (sezione) favorisce gli studi volti a far crescere l’intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell’evangelizzazione». Resta, ma non al primo posto, il compito di visionare scritti e opinioni «che appaiono problematici per la retta fede, favorendo il dialogo con i loro autori e proponendo rimedi idonei».
Dei quattro uffici precedenti (dottrinale, disciplinare, matrimoniale, Ecclesia Dei) ne scompaiono due. Alla sezione dottrinale afferisce l’ufficio matrimoniale e, per quanto riguarda la dottrina, anche il dialogo con la Fraternità sacerdotale San Pio X. Per tutte le altre comunità o fondazioni tradizionaliste i riferimenti sono alla congregazione del culto e a quella dei religiosi.
Con l’Ecclesia Dei scompare quel nucleo di ufficiali e collaboratori che costituivano un gruppo di resistenza al Vaticano II. Il fallimento di ogni tentativo di far entrare i lefebvriani nella disciplina ecclesiastica li ha resi irrilevanti e ha marginalizzato le istanze della Fraternità.
La seconda sezione, quella disciplinare, segue tutta la materia degli abusi del personale ecclesiastico. I 20 ufficiali delegati a questo lavoro (sono una decina quelli appartenenti alla sezione dottrinale) hanno il compito di «predisporre ed elaborare le procedure previste dalla normativa canonica». Rientra nei loro compito anche la formazione degli operatori del diritto chiamati, a livello locale, ad applicare le norme canoniche. Le rigorose norme in essere hanno spinto i vescovi (sono 5.000 nel mondo) a non indugiare nella denuncia dei casi, provocando la crescita numerica delle pratiche, la complessità linguistica e l’attenzione alle leggi in atto nei diversi paesi e continenti.
A presiedere le due sezioni vi saranno due segretari, ovviando alla situazione precedente che faceva del segretario unico un imbuto rallentante il lavoro. È probabile che la sua struttura renda più spedito il flusso anche dei documenti dottrinali. Negli ultimi quindici mesi ne sono pubblicati tre: sul fine vita, sulla legittimità dei vaccini e sulla benedizione degli omosessuali. Da anni è in preparazione un testo sul rapporto fra diritto naturale e diritto civile, ma la tematica, continuamente rilanciata dal dibattito culturale e dalle leggi, consiglia un paziente approfondimento.
L’intervento sulla Congregazione per la dottrina della fede è un ulteriore tassello della riforma della curia che papa Francesco ha avviato da tempo, ma che non ha ancora la forma
Una seconda osservazione di contesto è lo sforzo di custodire e rafforzare il ruolo propulsivo e dottrinale, fortemente compresso dalla crescita delle attività legate al tema degli abusi. Per evitare che le forze degli ufficiali siano assorbite dalla dimensione disciplinare, il papa ha distinto le due sezioni, con a capo due segretari (non ancora nominati).
Per la parte dottrinale il motu proprio parla di «promozione e tutela della dottrina della fede e della morale». E aggiunge: «Essa (sezione) favorisce gli studi volti a far crescere l’intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell’evangelizzazione». Resta, ma non al primo posto, il compito di visionare scritti e opinioni «che appaiono problematici per la retta fede, favorendo il dialogo con i loro autori e proponendo rimedi idonei».
Dei quattro uffici precedenti (dottrinale, disciplinare, matrimoniale, Ecclesia Dei) ne scompaiono due. Alla sezione dottrinale afferisce l’ufficio matrimoniale e, per quanto riguarda la dottrina, anche il dialogo con la Fraternità sacerdotale San Pio X. Per tutte le altre comunità o fondazioni tradizionaliste i riferimenti sono alla congregazione del culto e a quella dei religiosi.
Con l’Ecclesia Dei scompare quel nucleo di ufficiali e collaboratori che costituivano un gruppo di resistenza al Vaticano II. Il fallimento di ogni tentativo di far entrare i lefebvriani nella disciplina ecclesiastica li ha resi irrilevanti e ha marginalizzato le istanze della Fraternità.
La seconda sezione, quella disciplinare, segue tutta la materia degli abusi del personale ecclesiastico. I 20 ufficiali delegati a questo lavoro (sono una decina quelli appartenenti alla sezione dottrinale) hanno il compito di «predisporre ed elaborare le procedure previste dalla normativa canonica». Rientra nei loro compito anche la formazione degli operatori del diritto chiamati, a livello locale, ad applicare le norme canoniche. Le rigorose norme in essere hanno spinto i vescovi (sono 5.000 nel mondo) a non indugiare nella denuncia dei casi, provocando la crescita numerica delle pratiche, la complessità linguistica e l’attenzione alle leggi in atto nei diversi paesi e continenti.
A presiedere le due sezioni vi saranno due segretari, ovviando alla situazione precedente che faceva del segretario unico un imbuto rallentante il lavoro. È probabile che la sua struttura renda più spedito il flusso anche dei documenti dottrinali. Negli ultimi quindici mesi ne sono pubblicati tre: sul fine vita, sulla legittimità dei vaccini e sulla benedizione degli omosessuali. Da anni è in preparazione un testo sul rapporto fra diritto naturale e diritto civile, ma la tematica, continuamente rilanciata dal dibattito culturale e dalle leggi, consiglia un paziente approfondimento.
L’intervento sulla Congregazione per la dottrina della fede è un ulteriore tassello della riforma della curia che papa Francesco ha avviato da tempo, ma che non ha ancora la forma compiuta di una costituzione apostolica.

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Anche le religioni sono nella morsa del mercato e della concorrenza. Una ampia panoramica mondiale

Chiedete a un prete, un rabbino o un imam qual è la sfida più grande per la sua congregazione e forse potrebbe sfuggirgli di bocca qualcosa sul bisogno di alimentare i valori spirituali in un mondo secolarizzato. Eppure le religioni di tutto il mondo devono affrontare un problema altrettanto grave ma di tipo diverso: come restare in attività, in un senso più materiale e competitivo. Nella religione come in altri ambiti il covid-19 ha contribuito a distinguere tra vincitori e sconfitti. Le chiese che rispondevano in modo efficace ai bisogni del loro gregge già prima della pandemia in molti casi hanno prosperato, poiché le persone sono più preoccupate dalla morte e durante il lockdown avevano più tempo libero per frequentare i servizi religiosi e pregare. Le chiese che già prima non se la cavavano bene hanno però avuto più difficoltà a tenere insieme le loro congregazioni.


La pandemia ha accelerato il passaggio alle celebrazioni online, offrendo a molte persone un tempo praticanti una buona scusa per non farsi vedere. Molte istituzioni religiose hanno chiuso le porte dalla sera alla mattina, trasferendo i servizi su Zoom. Adesso, con la riapertura degli edifici, non sanno quanti fedeli torneranno. Se, come sembra probabile, saranno in pochi, potrebbero intensificarsi due tendenze evidenti già da prima. Molte organizzazioni religiose si libereranno dei loro immobili sottoutilizzati. E un numero maggiore di chiese si fonderà insieme. La pandemia ha spinto le chiese di tutto il mondo a innovare.

Dal lato dell’offerta, la competizione tende a essere feroce dove i governi non impongono la religione che le persone dovrebbero seguire. Secondo John Gordon Melton della Baylor university, in Texas, negli Stati Unitici esistono circa 1.200 denominazioni cristiane oltre a un gran numero di altre fedi. Per corteggiare le loro congregazioni, devono sforzarsi di rendere attraente la frequentazione della chiesa. Secondo un sondaggio di Gallup, tre quarti degli statunitensi dichiarano che la musica è un fattore importante; l’85 per cento è attirato dalle attività sociali. Come afferma Roger Fink, docente alla Pennsylvania state university, la chiave del pluralismo non è la presenza di “più religioni” ma il fatto che queste rispondano ai gusti dei consumatori.

La chiesa di St. Mary a Berlino, una grande struttura gotica in mattoni rossi, è piena di affreschi e bassorilievi in pietra antichi di secoli. I banchi però sono vuoti. La congregazione si va assottigliando dalla seconda guerra mondiale. Secondo il suo pastore luterano, Gregor Hohberg, i giovani berlinesi hanno ancora “bisogni religiosi” ma li riempiono con lezioni di yoga e gruppi di meditazione. L’opinione pubblica, continua, non capisce che la chiesa accoglie le famiglie gay e che tra i pastori ci sono molte donne. Secondo padre Hohberg, la maggioranza dei tedeschi ritiene la chiesa ormai fuori moda. .........


L'intero articolo uscito sul settimanale britannico The Economist è stato pubblicato in Italia da Internazionale ed è possibile leggero per intero a questo link:

Stato islamico, una minaccia per il Mediterraneo da non sottovalutare, "distratti" per Ucraina. Il report Icsa

 La minaccia del terrorismo di matrice jihadista non è scomparsa, e la penetrazione dell’Isis in nuove regioni (vicine al Mediterraneo) lo dimostra. Il tema è stato al centro della presentazione del rapporto “Rischi e minacce dello Stato Islamico”, elaborato dall’Osservatorio per la sicurezza del Mediterraneo (Oismed) della Fondazione Icsa


Tra gennaio 2018 e maggio 2019 l’Isis ha condotto in Iraq 28 attacchi con velivoli suicidi (quasi due attacchi al mese) e da marzo 2020 a marzo 2021 ben 1.146 attacchi nel Paese (circa tre al giorno). Questi dati farebbero intendere che non sia il momento per abbassare la guardia, e il rapporto di Icsa serve a ricordarci che “il terrorismo non è finito e rappresenta ancora il vero nemico della comunità internazionale”. Infatti, nonostante l’Isis sia stato molto ridotto sul piano territoriale “i gruppi affini sono tutt’ora in grado di controllare aree geografiche e questo non può che essere un elemento molto inquietante, che in prospettiva potrebbe significare una trasformazione del gruppo in senso più territoriale e guerrigliero”.

Un pericolo anche per l’Italia

Ciò che accade in Africa centro-occidentale è d’interesse anche per il nostro Paese sia perché sono diverse le missioni che impegnano l’Italia sul territorio sia perché la zona è snodo per traffici illeciti e migrazione che impattano il Mediterraneo.

In generale, l’attuale approccio giudiziario al fenomeno terroristico risulta inadeguato dal momento che “le procure perseguono i singoli reati e vanno dietro a singole manifestazioni criminali, che non consentono un’analisi sistematica del fenomeno terroristico, per cui il quadro che ne deriva è necessariamente frammentario”. Dunque, come affrontiamo queste minacce? “Con un sistema flessibile di prevenzione e una sinergia di esperienze e approcci lavorativi diversi da parte di soggetti impegnati nelle politiche securitarie”.

L'intero articolo di Gaia Ravazzolo su Formiche a questo link:




Dalla Russia guai non solo per il gas, ma pure per i concimi e proprio nel periodo nel quale vengono utilizzati

Il regime di Vladimir Putin blocca la vendita all’estero del più strategico dei fertilizzanti nel quale domina i mercati mondiali.

L’annuncio è apparso un po’ a sorpresa sulla Tass, l’agenzia di stampa ufficiale di Mosca, il primo febbraio. Una frase scarna, anodina: «La Russia ha imposto un divieto di due mesi all’esportazione di nitrato di ammonio». 


Il blocco per legge si applicherà in una fase decisiva per il ciclo produttivo, perché sta arrivando il momento nel quale questi fertilizzanti derivati dal metano vanno utilizzati nei campi. E poiché essi rappresentano il 20-25% del costo di produzione del grano, l’impennata recente delle loro quotazioni (più 220% da metà novembre ad oggi, a causa dell’aumento dei prezzi del gas) avrà effetti a cascata.

I consumatori italiani rischiano di accorgersene alla prossima ondata di aumenti della pasta, dopo l’impannata del 10,8% già maturata per quest’anno. E lo stesso varrà per la farina o per il pane. 


L’annuncio è apparso un po’ a sorpresa sulla Tass, l’agenzia di stampa ufficiale di Mosca, il primo febbraio. Una frase scarna, anodina: «La Russia ha imposto un divieto di due mesi all’esportazione di nitrato di ammonio». Seguono poche parole del vicepremier Andrei Belusov: «È una misura temporanea — dice —. I volumi di prodotto restanti potranno essere esportati dal 2 di aprile, quando le imprese russe avranno ricevuto il nitrato di ammonio nei volumi richiesti». 

Eppure quella che sembra una (irrituale) mossa di natura commerciale, arriva in un momento che rimanda a un’intenzione politica: all’apice delle tensioni con l’Occidente, il regime di Vladimir Putin blocca la vendita all’estero del più strategico dei fertilizzanti nel quale domina i mercati mondiali. Ha tutta l’aria di un gioco d’anticipo su possibili sanzioni occidentali: mentre la Casa Bianca e i governi europei si chiedono ancora come imporre dei costi economici sulla Russia in caso di attacco all’Ucraina, il presidente russo è già passato all’azione. I consumatori italiani rischiano di accorgersene alla prossima ondata di aumenti della pasta, dopo l’impannata del 10,8% già maturata per quest’anno. E lo stesso varrà per la farina o per il pane. 

È su questi beni che si profila la strategia di destabilizzazione ad opera del presidente russo. L’analisi presentata ieri al convegno di Consorzi agrari d’Italia parla di «tsunami» sui prezzi dei derivati del grano, del quale le mosse del presidente russo sono solo uno dei fattori recenti. Non il solo, naturalmente: hanno pesato molto gli aumenti nel 2021 sui costi dell’energia, dei trasporti e del gasolio, oltre al crollo della produzione canadese a causa del clima estremo e a un aumento del 150% delle importazioni da parte della Cina. 

Ma questa decisione del Cremlino rappresenta un avvertimento all’Occidente. Il blocco per legge si applicherà in una fase decisiva per il ciclo produttivo, perché sta arrivando il momento nel quale questi fertilizzanti derivati dal metano vanno utilizzati nei campi. E poiché essi rappresentano il 20-25% del costo di produzione del grano, l’impennata recente delle loro quotazioni (più 220% da metà novembre ad oggi, a causa dell’aumento dei prezzi del gas) avrà effetti a cascata.


Niente esportazioni

Non solo il gas: anche i fertilizzanti sono stati bloccati mettendo in difficoltà i coltivatori.

Dietro la scelta della Russia di vietare l’export di nitrato di ammonio si nota una scelta dei tempi, volta a generare la massima insicurezza economica. Essa arriva due giorni dopo l’incendio, per cause ancora da spiegare, del grande impianto di fertilizzanti azotati della Winston Weaver a Winston-Salem in North Carolina. Dopo la chiusura di quello stabilimento, il divieto russo risulterà ancora più efficace nel far crescere l’inflazione in Europa. Nel frattempo il resto del mondo dovrà rivolgersi ancora più di prima alla Russia per le sue riserve di grano sui raccolti di quest’anno.

Anche l’Italia era un acquirente del fosfato di azoto russo, attraverso triangolazioni attraverso la Turchia e l’Egitto proprio per aggirare le sanzioni stesse che l’Unione Europea impone su Mosca. Gli effetti ora saranno complessi, anche perché negli ultimi mesi ha annunciato frenate della produzione l’impianto di Ferrara della multinazionale svedese Yara, proprio a causa dei prezzi sempre più alti del gas naturale.

Sono proprio questi aumenti ad aver rafforzato il potere di ricatto di Putin nel perseguire la sua sottile strategia di destabilizzazione economica dell’Europa, mentre ammassava truppe ai confini dell’Ucraina. In gennaio è arrivato il dimezzamento delle forniture di gas naturale all’Italia e altri Paesi europei (come documentato dal Corriere della Sera l’8 febbraio), questo mese il blocco sui fertilizzanti. Del resto sono gli stessi prezzi elevati sui listini globali a far sì che il leader russo possa accettare minori volumi di esportazioni senza subire eccessivi contraccolpi sui fatturati. Per il futuro poi, la Russia resta un importante produttore di alluminio, di palladio per le auto e l’elettronica di consumo e di titanio per i motori degli aerei civili. 

Quando questa crisi sarà superata, l’Italia e l’Europa dovranno decidere in quale misura continuare a fare affidamento su un partner che ha un’agenda coperta: destabilizzare i propri clienti, se li considera avversari da piegare alle proprie priorità geopolitiche. 

(Federico Fubini sul Cornerà del 17/2)

Per essere ascoltata, la Chiesa deve cambiare metodo

Diminuzione del numero di credenti, ruolo della Chiesa nella società, celibato, sessualità... Con parole chiare, il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich parla del futuro del cattolicesimo. Per lui, persona di fiducia di papa Francesco, non è il messaggio che bisogna cambiare, ma il modo di esprimerlo.


Intervista a Jean-Claude Hollerich, a cura di Loup Besmond de Senneville in “La Croix” del 22 gennaio 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)

Lei è stato missionario in Giappone, è gesuita, arcivescovo del Lussemburgo, cardinale... Ha sempre cercato Dio nello stesso modo?

Quando, da giovane prete, sono arrivato in Giappone, è stato un grande choc. Ero all’epoca un giovane impregnato del cattolicesimo popolare del Lussemburgo. Con altri gesuiti, ognuno proveniente da un differente ambiente cattolico, abbiamo visto molto presto che i nostri modelli di cattolicesimo non corrispondevano all’attesa del Giappone.

Per me, questo ha rappresentato una crisi. Ho dovuto astrarre da tutte le devozioni che fino a quel momento costituivano le ricchezze della mia fede, rinunciare alle forme che amavo. Sono stato posto di fronte a una scelta: o rinunciavo alla mia fede perché non ritrovavo le forme che conoscevo, oppure iniziavo un percorso interiore. Ho preferito la seconda opzione. Prima di poterlo proclamare, ho dovuto diventare cercatore di Dio. Dicevo con insistenza: «Dio, dove sei? Dove sei, nella cultura tradizionale e nella cultura del Giappone postmoderno?».

Tornando in Europa, dieci anni fa, ho dovuto ricominciare. Pensavo di ritrovarvi il cattolicesimo che avevo lasciato nella mia gioventù. Ma quel mondo non esisteva più... Oggi, in questa Europa secolarizzata, devo fare lo stesso esercizio: cercare Dio.

L’Europa oggi è tornata ad essere terra di missione?

Sì. Da molto tempo. Il Lussemburgo della mia gioventù assomigliava un po’ all’Irlanda, con grandi processioni, una forte pietà popolare. Quando ero piccolo, tutti i bambini andavano in chiesa. I miei genitori non ci andavano, ma mi ci mandavano, perché era normale farlo. Ricordo che a scuola, un bambino della mia classe non aveva fatto la prima comunione ed era stato uno scandalo. Ora, a provocare scandalo è piuttosto che un bambino la faccia.

Ma, riflettendo, mi rendo conto che quel passato non era poi così glorioso. Evidentemente, non lo percepivo quando ero bambino, ma mi rendo conto oggi che già all’epoca c’erano in quella società molte crepe e molta ipocrisia. In fondo, le persone non credevano più di quanto non credano oggi, anche se andavano in chiesa. Avevano una sorta di pratica domenicale culturale, ma senza che questo fosse ispirato dalla morte e resurrezione di Cristo.

Secondo lei, questa pratica culturale del cattolicesimo è finita?

Non ancora completamente. Ci sono differenze a seconda delle regioni nel mondo. Ma sono convinto che il Covid acceleri questo processo. In Lussemburgo, abbiamo un terzo di praticanti in meno. Sono sicuro che non torneranno. Ci sono persone di una certa età che troveranno difficile e faticoso riprendere la pratica religiosa, spostarsi per andare in chiesa.

Ma ci sono anche quei cattolici per i quali la messa domenicale si limitava ad essere un rito importante, che assicurava una stabilità nella loro vita. Per molti, dirsi cattolici è ancora una sorta di abitudine legata ad una morale generale. Secondo loro, questo contribuisce a dare alla società una certa solidità, ad essere dei “buoni cristiani”, ma senza veramente definire ciò che questo voglia dire.

Ma quest’epoca deve finire. Adesso dobbiamo costruire una Chiesa sulla fede. Sappiamo ormai che siamo e saremo una minoranza. Non bisogna né stupirsi né lamentarsi. Ho la serena certezza che il Signore è presente nell’Europa attuale.

Non ha dubbi su questo? ....

L'intensa intervista continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220123hollerichsenneville.pdf


Può la chiesa cattolica non benedire le unioni dei suoi figli omosessuali?

 Dialogo di Gianni Geraci col teologo Andrea Grillo

Andrea Grillo dal 1994 insegna Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione, presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Ha pubblicato più di cinquanta libri, tra cui troviamo il suo saggio, scritto con Cosimo Scordato, “Può una madre non benedire i propri figli? Unioni omoaffettive e fede cattolica”.

Si tratta quindi di una delle persone più titolate per parlare di “Unioni omosessuali e fede cattolica”.


Professor Grillo, come è nata l’idea del libro “Può una madre non benedire i propri figli? Unioni omoaffettive e fede cattolica”

L’idea del libro è scaturita dalla reazione al responsum del 22 febbraio scorso. Con Cosimo Scordato, al quale mi lega una lunga amicizia e che da tempo lavora anche in una pastorale di unioni omosessuali, abbiamo subito creato una bella sintonia e abbiamo pensato di mettere in comune le forze per scrivere una serie di commenti non solo al testo del responsum, ma alla qualità piuttosto scadente e poco intelligente della riflessione teologica sul tema della omosessualità.

Al Magistero servono categorie meno rozze e più comprensive. Per offrire veri chiarimenti occorre salvare i fenomeni di cui si parla. Quando le categorie impongono distinzioni che non sono adeguate e non colgono distinzioni effettive, non sono utili e spesso diventano dannose.

Non le pare che il problema di fondo sia legato al fatto che in ampi settori della chiesa cattolica non è ancora stata assimilato quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il 17 Maggio del 1987, ovvero che l’omosessualità è una «variante naturale del comportamento umano»?

Questo fatto che lei ricorda è esemplare. Una facile scappatoia, rispetto a questa dichiarazione, viene spesso costruita con questa argomentazione: sostenendo che la Chiesa non deve farsi influenzare dalla cultura, anche dalla cultura scientifica, e che ciò che è male resta male anche se la scienza immanentistica e liberale dice che è neutro.

Queste forme di ragionamento non sono molto antiche. In larga parte vengono dalla rinuncia alla cultura che l’antimodernismo di fine ottocento ha diffuso nella Chiesa, nei seminari, nelle facoltà teologiche. Una teologia “autosufficiente” è la premessa di una chiesa autoreferenziale. Così ogni tema problematico risulta sempre «già deciso prima» e così la Chiesa pretende di non poter decidere diversamente da come si è già deciso in passato. Non c’è Organizzazione Mondiale, Stato e o Dichiarazione che possa smuoverla da questa convinzione.

L'intera intervista a questo link:

https://www.gionata.org/puo-la-chiesa-cattolica-non-benedire-le-unioni-dei-propri-figli-omosessuali/?fbclid=IwAR2jRRoxBLIOOx7SF-V-FQxqyX-CZmZPu4DE1tPZMKCsovYfgT5RvH-KiUc


La Chiesa nel 2050: Il ritiro inesorabile di un ghiacciaio perenne?

Questa riflessione di Saverio Catellani su La Scintilla di Carpi può essere estesa a tutte le realtà ecclesiale


Le grandi Istituzioni, siano esse economiche, politiche o religiose, fanno grande fatica a riformarsi e il più delle volte si limitano a seguire il flusso della corrente attuando piccole e faticose correzioni di rotta, peraltro frutto più di spinte esogene che endogene. La Chiesa ha dalla sua parte l’azione dello Spirito che dovrebbe aiutarla a fare scelte coraggiose, ma occorrono orecchie disposte ad ascoltarlo. La mia sensazione al momento è quella che si preferisca il piccolo cabotaggio, nel senso che non si intravedono all’orizzonte grandi temi o afflati.

Per esempio, una significativa riforma liturgica come quella nata dal Concilio (Messa nelle lingue nazionali, diversa disposizione dell’altare, introduzione di nuovi canti…) che ha toccato in modo capillare ogni singola comunità, è una cosa che oggi non è nemmeno pensabile. C’è stata una prudenza quasi ventennale per modificare due parole nel Padre Nostro, figuriamoci rimettere mano alla celebrazione principale della comunità cristiana. Eppure se ne sentirebbe proprio il bisogno nelle nostre chiese che riescono a mimetizzare i banchi vuoti soltanto grazie al distanziamento.

È stato grazie allo Spirito accolto nel Concilio se alla Chiesa è riuscito il salto nel nuovo millennio, perché se oggi la Messa fosse ancora in latino, quanti di noi si alzerebbero la domenica per partecipare al rito? Una minoranza della minoranza. Qualche ottimista ne parlerebbe come di quel piccolo seme che con la sua testimonianza genera un albero che darà molto frutto, ma in realtà la Storia ci insegna che quel seme muore soffocato dalla gramigna e non se ne parla più.

Le ricerche indicano che la spiritualità (anche cristiana) di questi tempi è connotata da un elevato tasso di individualismo e anche di “mistica” nel senso in cui la intendeva il teologo Karl Rahner, cioè che necessita di una relazione personale e immediata con Dio. Questa sensibilità cozza contro l’aspetto normativo e dottrinale su cui nel tempo si è focalizzata la Chiesa e che fa sempre meno presa sul popolo di Dio, in particolare se la ragion d’essere di certe indicazioni affonda le radici in un periodo storico lontano, legato a un pensiero che si ritiene superato. In soldoni, se la celebrazione domenicale è noiosa, la gente smette di frequentarla anche se il catechismo, con dovizia di riferimenti dotti, scrive che si tratta di peccato mortale.

Come immagino allora la Chiesa nel 2050? Come un ghiacciaio in ritirata. Fatta salva la libertà dello Spirito di intervenire per cambiare le carte in tavola (purtroppo i segnali mandati finora per sollecitare la Chiesa ad accettare le sfide del nostro tempo mi pare siano stati in larga parte ignorati).

Per invertire, o almeno rallentare questa tendenza, mi pare che la strada giusta possa essere quella indicata da San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, la cui intenzione evangelizzatrice l’aveva portato a dialogare con tutti incontrandoli laddove si trovavano (“mi sono fatto tutto a tutti per salvare a ogni costo ciascuno”). Se la Messa è sempre più disertata e all’orizzonte non si intravede la volontà di renderla più aderente alla sensibilità moderna, sarebbe opportuno offrire forme alternative, capaci di rispondere alle attuali domande di spiritualità. Identificare quali potrebbero essere sarebbe già un buon punto di partenza per un Sinodo che non vuole accontentarsi delle analisi.

Un’altra tendenza che vedo in atto ormai da tempo mi sembra il progressivo ritiro dei laici dalla partecipazione attiva e la desertificazione delle parrocchie. Per semplificare il fenomeno (e assolversi) noi laici tendiamo a incolpare il povero parroco di turno e benché lo stile del presbitero abbia un suo peso, non può essere solo quello il problema. Molti parroci hanno interpretato finora il loro ruolo in termini “dirigenziali”, un po’ per formazione e un po’ per necessità, con l’effetto di deresponsabilizzare i laici. E se cambiassimo il paradigma, facendo sì che la figura del parroco passi da “dirigente” a “facilitatore”? Uno, cioè, che aiuta i membri della comunità a sviluppare i diversi carismi che ci sono al suo interno, mettendo a disposizione le strutture e le conoscenze, facilitando la realizzazione di nuovi progetti “dal basso” senza il timore di uscire dal seminato? Finché ci sono ancora persone impegnate, mi pare nell’interesse di tutti metterle nelle condizioni di sperimentare, innovare, cambiare, lasciando loro la libertà di ritornare sui propri passi se le novità non dovessero funzionare.

La mia sensazione è che il tempo stia scadendo, un po’ come per la salvaguardia del Creato. Non a caso, il 2050 è stata identificata come data cruciale anche per il futuro del pianeta.

Il giorno della Festa delle Lanterne

In questa fredda e piovosa sera d’inverno, il gioioso corteo di lanterne che ha attraversato la città nel giorno che segna la fine del Capodanno Cinese nel segno della tigre bianca. 


Dai più piccoli, che nel laboratorio degli scout avevano costruito le lanterne, ai giovani universitari di lingue orientali, tutti abbiamo rotto l’isolamento della pandemia e ci siamo riappropriati delle strade e dell’Orto di Quartiere, con una grande voglia di ritrovare il gusto della comunità. 

Dan Dan e Kai ci hanno descritto la luna piena che in Cina incanta tutti questa notte e noi, pur sotto un cielo pieno di nuvoloni, ci siamo lasciati cullare dalla saggezza di questa Festa di Primavera in pieno inverno. 

Una festa riuscita tanto che alla fine non volevamo più lasciarci e ci siamo dati l’appuntamento alla prossima festa in quartiere, come per immaginare che potremo farne di ancora più grandi. 

Gli antichi cinesi dicevano che il futuro è nel seme ...




Per crescere “d’ora in poi” guardate avanti, non indietro

Quando le esperienze negative non vengono elaborate e viste come un fattore di crescita, ma vissute con rassegnata impotenza, in quanto segno della propria misera condizione, diventano una zavorra che impedisce all’uomo di andare avanti e crescere”. Su ilLibraio.it la riflessione del biblista frate Alberto Maggi, che riflette su quel “D’ora in poi”, l’invito e l’augurio di Gesù che spingerà le persone che incontra a cambiare, a non guardare indietro ma ad andare avanti e aprirsi al nuovo


La condizione dell’essere umano è segnata dall’imperfezione. Da quando si viene alla luce c’è un cammino in crescita verso la realizzazione di se stessi, partendo da ciò che si è per cercare di arrivare a ciò che si vuole essere (“noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”, 1 Gv 3,2). In questo percorso sono inevitabili, in quanto fanno parte della condizione umana, le cadute, gli errori, gli sbagli. Esperienze indubbiamente negative queste, ma che permettono all’individuo di conoscersi meglio, di constatare con onestà e sincerità i propri limiti e quindi di accettare quelli degli altri. Soprattutto, avendo toccato con mano la propria fragilità, si diventa incapaci di giudicare quella altrui, sintonizzandosi così non la misericordia divina.

La buona notizia di Gesù, quella di un amore divino che tutto perdona e tutto cancella, spinge gli uomini verso il nuovo, verso le meraviglie che l’accoglienza del progetto d’amore che il Padre ha per ogni creatura può far fiorire nella sua esistenza.

Ci ha creduto Maria. La sconosciuta ragazza di un malfamato paesino (“Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”, Gv 1,46), una volta accolto il disegno di Dio su di lei, esclama: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1,48). Non importa più quello che lei era. Maria ha creduto di essere un progetto d’amore da parte di Dio e quel “d’ora in poi” la proietta in un futuro ricco di promesse.

“D’ora in poi” sarà l’invito e l’augurio di Gesù che spingerà le persone che incontra a cambiare, a non guardare indietro ma ad andare avanti e aprirsi al nuovo (“Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove”, 2 Cor 5,17).


L'intera riflessione di Alberto Maggi a questo link:

https://www.illibraio.it/news/storie/dora-in-poi-1417113/


Il bivio e il "brivido" di Putin: invadere l’Ucraina o provare a vincere senza combattere

Fra poche ore sapremo se l’intelligence americana avrà fatto il colpo del secolo,datando l’aggressione di Mosca, oppure no. Il problema, per Washington, è che sarà Putin a deciderlo. Biden gli ha alzato la palla, a lui schiacciarla dove meglio crede.

I casi sono due. 

1 - L’autocrate del Cremlino è un pazzo suicida e quindi marcerà su Kiev. Così si scaverà la fossa. Non solo l’Armata russa s’esporrà bersaglio perfetto alla guerriglia nazionalista ucraina, sostenuta ed equipaggiata da americani, britannici, polacchi e baltici. Soprattutto, l’opinione pubblica russa non apprezzerà l’aggressione a un popolo comunque intimo, se non fratello. Un russo su tre ha parenti ucraini. Sommando questi fattori alla rappresaglia atlantica, il rischio per Putin è di aprire la crisi finale sua e del suo regime. Morire per Kiev?

 

2 - Oppure il presidente russo conserva l’uso della ragione. Dunque manterrà la pressione sull’Ucraina finché non sarà sicuro di aver raggiunto lo scopo: riportare quella strategica marca nella sfera d’influenza del suo impero. Putin non vuole passare alla storia come lo zar che perse l’Ucraina. Ma sa che per recuperare Kiev deve prima neutralizzarla, inchiodandola nella terra di nessuno fra sé e la Nato. Per poi riassorbirla, almeno in parte, una volta che gli ucraini si saranno resi conto che l’Occidente non intende morire per loro. Nel frattempo, Mosca vorrà approfondire le faglie nello schieramento atlantico, insanabili perché determinate dalle differenze di interessi e di memorie storiche dei suoi soci. Senza sparare un colpo, o quasi.

 

La prima opzione non si può escludere a priori. Anche i leader più scaltri commettono errori fatali, sotto pressione. Oppure qualcuno nelle Forze armate disobbedirà agli ordini o cadrà in una provocazione scatenando un incidente che obbligherà Putin all’offensiva. Contrariamente al cliché, l’autocrate non è onnipotente. Il suo Stato profondo può giocargli brutti scherzi. È lui stesso a confessare che l’80% dei suoi ordini non viene eseguito.

 

La seconda ipotesi è invece svolgimento logico del piano russo. Putin vuole portare la Russia in un nuovo concerto europeo fondato sull’equilibrio delle potenze, sovvertendo il primato americano codificato nella Nato. Congresso di Vienna 2.0. Il suo modello è Alessandro I. La neutralizzazione dell’Ucraina e l’assorbimento della Bielorussia ne sono precondizione, non fini in sé. Minsk è già tornata a casa. Successo tutt’altro che secondario. Per Kiev, ammesso sia possibile, ci vorrà molto più tempo, ma Mosca non è disposta a rinunciarvi. Né ha tanta fretta da imbarcarsi in un’offensiva controproducente.


L’attacco vecchio stile con bombardamenti, carri armati e stragi di civili porterebbe forse a un provvisorio successo militare, cui seguirebbe certamente la sconfitta strategica.


Finora Putin ha potuto contare su un alleato certo involontario, non inatteso: Biden. Gaffe a parte, colpisce come l’approccio del leader americano e dei suoi apparati alla crisi, sempre reattivo, spesso contraddittorio, abbia contribuito alla destabilizzazione dell’Ucraina. Cioè allo scopo di Putin.


(Lucio Caracciolo - Limes)