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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Il papa: non un pacifista ma un pacificatore

Lo storico dell’Università Cattolica, Agostino Giovagnoli: la condanna del papa contro il riarmo europeo va letta nel lungo periodo, a Zelensky ha dato parole di conforto. Santa Sede? Diverse sensibilità, ma vuole mediare nella guerra. Putin? La nomina ad ambasciatore presso il Vaticano del falco Paramonov una provocazione, rifiuteranno?


Non un pacifista ma un pacificatore. Leggere il monito contro la guerra e la “follia” del riarmo di Papa Francesco con la sola lente dell’ideologia è un errore, dice Agostino Giovagnoli, storico dell’Università Cattolica. Nella Santa Sede ci sono “sensibilità diverse” sulla guerra russa in Ucraina e un solo piano d’azione per provare a fermarla.

Per il papa l’aumento delle spese nella Difesa dei Paesi europei è una “pazzia”. Come legge questa dura condanna?

La leggo alla luce dell’impegno profuso da papa Francesco in queste settimane nella ricerca della pace, sopra ogni cosa. Questo suo appello contiene una riflessione sul “dopo”. In tutte le guerre si pongono le basi per gli anni a venire.

A cosa si riferisce?

Francesco parla di investimenti nei bilanci statali per le spese militari che seguono una prospettiva di lungo termine. Penso alla Germania, che ha deciso di investire più del 2% del Pil, o all’impegno del governo italiano. Ecco, credo che il papa faccia una differenza tra un sostegno immediato e un riarmo prolungato. 


L'intera intervista a cura di  Francesco Bechis a questo link: 

https://formiche.net/2022/03/ucraina-mediazione-papa/



Una piccola proposta: ogni venerdì una preghiera per camminare assieme verso la "Giornata della Terra" (22 aprile)



 

I ragazzi per la prima volta di fronte alla guerra

La guerra no. Se c’è una cosa che la Generazione Zeta non avrebbe mai immaginato, quando dal 2018 andava in piazza combattiva, ma sorridente, per protestare per un pianeta migliore e una salvaguardia ambientale che i politici hanno in tutti questi anni ignorato, era la guerra. La guerra che con carri armati e missili rade al suolo città nel cuore dell’Europa, facendoci ripiombare improvvisamente nella prima metà del «secolo breve». La parola guerra non esiste nel vocabolario di chi ci osserva attonito dai banchi di scuola e dalle aule dell’università di tutto il mondo. 

È l’ennesima dimostrazione di uno scollamento totale tra la politica e il presente e il futuro dei giovani

La guerra, nella testa di chi combatte per i valori fondamentali di inclusione, per i diritti Lgbtq+, contro le discriminazioni di ogni genere, è la cosa più incoerente e anacronistica che possa esistere. Ed è l’ennesima dimostrazione di uno scollamento totale tra il presente e il futuro delle ragazze e dei ragazzi di oggi e la politica, che non è evidentemente più in grado di rappresentarli. E questa è una novità nella storia di Sapiens. 

Lenuove generazioni sono da sempre portatrici di innovazione e sono sempre state riottose nei comportamenti e nei modi rispetto alla conservazione dei loro padri e dei loro nonni. Si nasce incendiari e si muore pompieri, si dice. Ma, ad esempio, i giovani di allora — la Generazione Silente dei nostri bisnonni e nonni — è andata in guerra per difendere i valori identitari della propria nazione che la politica in cui loro si identificavano rappresentava. Negli anni Sessanta e Settanta i giovani di allora — i Boomer e la Generazione X — hanno protestato e combattuto per ideali, giusti o sbagliati che fossero, che la politica proponeva.

Oggi no. Oggi si sta verificando uno scollamento totale. Oggi si va in guerra mentre, come capita in Bocconi, una studentessa russa condivide il banco con una ucraina, senza capire cosa sta accadendo. Loro, che sono native digitali, che sono portatrici di valori globali. Che hanno voluto una istruzione europea, internazionale e condividono la classe con trentacinque altre nazionalità di quattro continenti. Che vogliono salvare il pianeta e credono nella diversità e nell’inclusione. Che guardano serie tv in coreano, ascoltano musica trap americana con suoni latino-americani, e parlano oltre alla loro lingua madre, l’inglese e la lingua dei computer, quella dei social che li rende uniti dalla mattina alla sera dall’Australia all’Alaska. 

Cosa fa la politica per questa generazione? Fa la politica del populismo, che, senza soluzioni concrete, si riempie di promesse illogiche e controproducenti. Fa la Brexit, che promette di far tornare il lavoro e che sta invece progressivamente isolando il Regno Unito e ha definitivamente messo in ginocchio i lavori soprattutto del ceto medio che per la Brexit aveva votato. Fa la «America first» di Trump, che anziché unire all’interno, esacerba le differenze al suo interno e amplifica le diversità tra Stati blu e rossi, culminando nell’assalto surreale al Campidoglio. Ora fa anche la guerra militare nel cuore dell’Europa, in coda a una guerra storica ancora non vinta contro una pandemia globale. E nonostante le grida assordanti dei social ucraini e i silenzi altrettanto assordanti della maggioranza di social russi, non sa come intervenire per paura di un terzo conflitto mondiale, quello che Einstein non sapeva immaginare come sarebbe stato combattuto, certo che l’eventuale quarto ci avrebbe fatto tornare all’età della pietra. 

Che spettacolo disarmante agli occhi delle ragazze e dei ragazzi che protestavano per salvare il pianeta e per i diritti Lgbtq+. Bravo Fabri Fibra, che conosce la generazione Zeta e le spiega che la politica «fa mille promesse (...) ha una risposta a ogni tua domanda (...)», ma è appunto solo «propaganda». Bravo Sting che ripropone la sua struggente «Russians», figlia della guerra fredda ma tornata moderna per la guerra vera. E bravo Terminator-Schwarzenegger che con la sua popolarità, invidiabile per Putin, parla diretto al cuore dei russi. 

Ma il punto è proprio questo: in un mondo oggettivamente sempre più complesso e interconnesso occorre una leadership politica non solo più competente, ma allineata ai valori del futuro. Dopo una ondata di populismo dilagante sembravamo tornati a parlare di cose concrete, almeno in Europa continentale. Del resto la forza del progetto Next Gen Eu è proprio questa: pensare al futuro delle ragazze e dei ragazzi per dar loro un mondo migliore. Questa la sola prospettiva concreta da adottare per affrontare i problemi crescenti di un mondo sempre più complesso.

(Gianmario Verona per Corsera)

L’eresia, detonatore e volto della crisi

Il testo che viene pubblicato, redatto e firmato da teologi ortodossi (e non solo) di tutto il mondo, si propone come un momento di riflessione di grande importanza non solo di fronte all’opinione pubblica globale, ma soprattutto come momento di autocoscienza dell’ortodossia mondiale.

Sebbene esso origini da quanto è accaduto dopo l’aggressione perpetrata dall’esercito della Federazione russa nei confronti dell’Ucraina – uno Stato sovrano la cui integrità la stessa Russia si era impegnata a garantire – la sua portata va ben oltre la situazione contingente, per quanto urgente e drammatica. 

Se infatti la ricostruzione delle cause di quanto sta accadendo pone indubitabilmente l’accento sull’ideologia del Russkij mir (Mondo russo) sulla sua costante proposizione e applicazione da parte del Patriarcato di Mosca e del governo della Federazione russa, ricondurre tale ideologia all’eresia dell’etnofiletismo – condannato dalla Chiesa ortodossa nel 1872 e definito come l’esaltazione della «differenza delle razze e delle differenze nazionali nel seno della Chiesa di Cristo» – segnala un problema la cui trattazione – e l’eventuale, auspicabile ricerca di una soluzione – potrà competere unicamente all’autorità suprema della Chiesa ortodossa, ovvero al Grande e Santo Concilio che raduna tutte le diverse Chiese autocefale sparse in tutto il mondo. 

Questo fatto mostra ancor più quanto si stia aggravando la spaccatura esistente all’interno della Chiesa ortodossa e polarizzata attorno ai Patriarcati di Mosca e di Costantinopoli. Accanto alla guerra combattuta sul campo tra l’esercito di occupazione russo e le forze di difesa ucraine, si staglia ormai chiaramente un altro conflitto di carattere religioso, nel quale sono in gioco nientemeno che il volto dell’ortodossia e la sua fedeltà alla dottrina evangelica. Due questioni di portata sostanziale, insieme al rapporto tra il cristianesimo ortodosso e il mondo moderno.


La Dichiarazione dei teologi sulla dottrina del “mondo russo” a questo link:





Comunità di Chiese protestanti in Europa: «Condanna della guerra di aggressione»

Un accorato testo della Cpce contro la guerra, al fianco del popolo ucraino

La Comunione di chiese protestanti In Europa, cui appartengono 94 chiese luterane, metodiste, riformate e unite di oltre trenta paesi d'Europa e di alcune nazioni latino americane, ha stilato un documento relativo all'invasione russa in Ucraina; testo che proponiamo qui sotto


La guerra che la Federazione Russa ha iniziato contro l'Ucraina nel 2014 è entrata in una nuova fase con gli attacchi russi del 24 febbraio 2022. Come Cpce, Comunione di chiese protestanti in Europa, siamo accanto a tutte le persone che soffrono difficoltà insopportabili in Ucraina. Lo facciamo in un triplice modo: preghiamo, parliamo con loro e al mondo e aiutiamo. Insieme, preghiamo, ci lamentiamo ed eleviamo il popolo dell'Ucraina al Dio della pace e della giustizia. Nella preghiera siamo in grado di esprimere l'orrore e il terrore che proviamo mentre il nostro continente è di nuovo dilaniato dalla guerra.  Ci alziamo per condannare la violazione del diritto internazionale da parte del presidente russo Putin e siamo solidali con tutte le sorelle e i fratelli che lavorano per la pace e la riconciliazione. Aiutiamo, secondo i nostri mezzi, per sostenere tutti coloro che soffrono, attraverso donazioni economiche, di beni, con la  logistica e l'assistenza per aiutare le persone ad integrarsi nelle loro nuove comunità. Offriamo ospitalità a coloro che fuggono dalle atrocità della guerra, come comunità ecclesiali e singoli individui.  

Come Chiese, preghiamo

Come chiese, siamo chiamati alla preghiera (1. Tess. 5:17). Diamo voce al nostro lamento e diamo testimonianza del potere e della promessa della preghiera. In questo tempo di Quaresima, ci uniamo in tutto il continente europeo per stare insieme alle nostre sorelle e ai nostri fratelli nel bisogno e per intercedere presso Dio.  

Una preghiera per la pace

Dio onnipotente - tu sei il Dio della pace e della giustizia. 

Preghiamo per le nostre sorelle e i nostri fratelli in Ucraina 

e per tutti i luoghi che soffrono a causa della guerra.

Mentre ti gridiamo con rabbia e angoscia, preghiamo affinché la pace regni e la giustizia prevalga.  

Kyrie eleison. Signore, abbi pietà di noi. 

Gesù Cristo - tu sei il Principe della Pace. 

Preghiamo che le armi tacciano. 

Preghiamo per coloro che hanno il potere sulla pace e sulla guerra. 

Concedi loro saggezza e compassione nelle loro decisioni e guidali sulla via della pace. 

Kyrie eleison. Signore, abbi pietà di noi. 

Spirito di verità e conforto - tu hai il potere di guarire e riconciliare. 

Preghiamo per coloro che hanno perso i loro cari, le loro case, 

che hanno estremo bisogno di cibo, di bere, di dormire, di sicurezza. 

Ti preghiamo di tenere al sicuro i tuoi figli. 

E preghiamo che tu ci conceda discernimento, cuori aperti e mani pronte ad assistere coloro che sono nel bisogno. 

Kyrie eleison. Signore, abbi pietà di noi. 


Poi il comunicato prosegue con alcuni capoversi intitolati:

Come Chiese, noi parliamo 

Testimoniare solidarietà

Lavorare per la riconciliazione

Come Chiese, aiutiamo

Come chiese, offriamo ospitalità


L'intero testo del comunicato a questo link:


La svolta di Madrid sul Sahara occidentale. Conversazione con Karima Moual

Della situazione nel Sahrawi se ne era parlato in Parrocchia in occasione della ricorrenza della loro autoproclamazione di indipendenza. 

Oggi, nuovi scenari di collaborazione tra due storici partner, Spagna e Marocco, grazie all’apertura del governo socialista di Pedro Sánchez, che ha avallato la proposta marocchina per un’autonomia limitata della regione del Sahara occidentale. Un passo in avanti verso la stabilizzazione di una questione ancora troppo legata al retaggio coloniale e che rischia di far traballare i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo. Il punto della giornalista Karima Moual che analizza nuove e vecchie questioni sui più importanti dossier al riguardo


È notizia degli ultimi giorni che la Spagna di Pedro Sánchez è uscita dalla storica neutralità sulla diatriba del Sahara occidentale, tra Marocco e Fronte Polisario (sostenuto dall’Algeria). Il governo spagnolo si è esplicitamente espresso infatti in favore della proposta marocchina avanzata nel 2007, che prevede una piena sovranità del Regno sulla regione che avrebbe quindi un’autonomia limitata. Un focus sulla questione, ancora irrisolta, con Karima Moual, giornalista.

Moual, la Spagna prende finalmente posizione. Come si è arrivati a questa svolta?

Quella di Madrid è sicuramente una decisione coraggiosa, da parte di un governo socialista, che segna una svolta nelle relazioni diplomatiche tra il Marocco e la Spagna, in linea con le dinamiche aperte soprattutto dopo il riconoscimento degli Stati Uniti dell’integrità territoriale del Marocco e la sua sovranità sul Sahara occidentale.

Una posizione ribadita anche nel 2021 dall’amministrazione Biden. La nuova iniziativa spagnola assume un significato di grande cambiamento e si aggiunge al largo sostegno internazionale che considera l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più realistica per risolvere la controversia.

C’è poi da aggiungere che la lega Araba, la Conferenza dei paesi islamici e il Consiglio di cooperazione del Golfo hanno ribadito la loro posizione a favore della salvaguardia della sicurezza e della stabilità del Regno del Marocco insieme alla sua integrità territoriale.

Solo negli ultimi due anni, più di 25 Paesi nel mondo hanno aperto le loro rappresentanze consolari in questa regione marocchina ......


L'intero articolo a questo link:

https://formiche.net/2022/03/madrid-sahara-occidentale-karima-moual/







Sotto gli appelli, niente. L’Italia che non aiuta i giovani

 Pragmatici, disillusi ma non pessimisti: i giovani italiani per l’80% si dichiarano fiduciosi nel futuro. Sarebbe il caso di dare loro una mano, per evitare che la disillusione diventi la nuova condanna delle risorse future del nostro Paese


Di emergenza in emergenza (dalla pandemia alla guerra) è lecito distrarsi dalle emergenze ormai strutturali? Buon senso vorrebbe che proprio sull’urgenza imposta dalle crisi si potessero ribaltare le abitudini peggiori assunte nel passato. Tra le prime: il disinteresse sostanziale per la condizione giovanile. Non parlo di sociologia, parlo di società. L’Italia rischia di essere destinata a un declino irreversibile finché non porrà attenzione alle nuove generazioni. “Giovani, non fermatevi e non scoraggiatevi, prendetevi il futuro”, ha detto Sergio Mattarella nel suo ultimo discorso da Capo dello Stato.

Ma sotto gli appelli, niente? Niente. Il governo ha annunciato nei giorni scorsi un Piano Neet Working, che per ora ha solo aggiornato i dati preoccupanti di quella popolazione giovanile (tra i 15 e i 34 anni) che non studia e non lavora, i Neet, l’acronimo inglese di (Young people) Neither in Employment or in Education or Training, o anche “Not (engaged) in Education, Employment or Training”. L’esercito degli inattivi, insomma, particolarmente ricco di arruolati in Italia.
I Neet italiani sono ormai più di 3 milioni, pari a una percentuale del 25,1% dei giovani di quella fascia d’età. Dopo la Turchia (33,6%), il Montenegro (28,6%) e la Macedonia (27,6%), nel 2020 l’Italia è stato il Paese con il maggior tasso di Neet in Europa (che ha una media del 15%).

Il nostro Paese presenta sostanziali differenze a livello regionale. L’Italia, come sempre, risulta divisa in due macro-blocchi: la zona centro-settentrionale, che è in linea o al di sotto della media europea, e la zona del Mezzogiorno, in cui si evidenziano le maggiori criticità, con picchi del 28-30% di Neet in Calabria e Sicilia.

Fra i Neet c’è una prevalenza femminile di 1,7 milioni di individui. In Italia una donna su due non lavora e il 25% delle ragazze con meno di 30 anni non lavora, non studia e non cerca un’occupazione: delle 8,6 milioni di donne in questa condizione in Europa, un terzo appartiene all’Italia. Con il crescere dell’età c’è un progressivo sbilanciamento della quota che passa dal 45% della fascia d’età più giovane (15-19 anni) al 66% di quella più matura (30-34 anni). Un problema acuito dalla cura della casa e dei figli: nel 2020 in Italia il 26% delle donne Neet è madre, a fronte del ben più esiguo 2% dei padri.

Il Piano del governo – diciamolo – non induce a grande ottimismo. Gli strumenti operativi proposti sono sempre gli stessi: Garanzia Giovani rinforzata e Sportelli Giovani nei Centri per l’Impiego, campagna informativa itinerante del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale. Più o meno la stessa “cassetta degli attrezzi” che a detta di molti osservatori, in testa a tutti Alessandro Rosina, che dal 2013 osserva il fenomeno, ha provocato il disastro. L’inefficienza delle politiche attive per il lavoro in generale e nello specifico quelle rivolte ai giovani, sono indicate come i fattori che hanno moltiplicato l’effetto dei Neet in Italia: i Centri per l’impiego inefficaci, Garanzia Giovani inadeguata, il progetto alternanza studio-lavoro spesso ostacolato e reso sempre meno operativo.

Non c’è da stupirsi se il 29% dei ragazzi italiani vedono il loro futuro all’estero. L’ultimo dato emerso è quello fotografato dall’Osservatorio Politiche giovanili della Fondazione Bruno Visentini. Solo poco più del 70% dei ragazzi intervistati (in età tra i 14 e i 19 anni) immagina il proprio futuro in Italia nel 2030. Un futuro prossimo: il 2030 è domani. L’11,5 per cento pensa addirittura di doversi trasferire fuori dell’Europa per costruirsi un futuro adeguato alle proprie aspettative.
A conferma del fallimento delle politiche attuate fin qui, solo il 43% dei ragazzi dichiara di aver partecipato ai “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” (l’ex alternanza scuola-lavoro). Meno della metà ha utilizzato uno dei più recenti strumenti disegnati per collegare la fase di educazione e formazione con quella dell’impiego. Eppure, i due terzi di quel 43% ha manifestato soddisfazione per le attività svolte.

Secondo un’altra indagine diffusa in questi giorni – a cura di Skuola.net con la collaborazione della Fondazione Elis – perde appeal la laurea. Circa il 20% dei ragazzi intervistati dopo la maturità punta a trovare presto un lavoro, cercando subito un impiego (8%) oppure seguendo un corso professionalizzante non universitario (10%) come gli ITS o gli IFTS. Le persone altamente specializzate infatti sono le prime protagoniste di quel mismatch tra aziende e figure professionali che non si trovano che agita il mondo del lavoro in Italia. Tra coloro che invece hanno in programma di andare all’università il 19% – e tra i maschi la percentuale sale fino al 26% – cambierebbe idea se venisse a conoscenza di un percorso alternativo capace di garantire ampie possibilità di collocamento e opportunità di carriera.

Pragmatici, disillusi ma non pessimisti: i giovani italiani per l’80% si dichiarano fiduciosi nel futuro. Sarebbe il caso di dare loro una mano, per evitare che la disillusione diventi la nuova condanna delle risorse future del nostro Paese.

 (Antonio Mastrapasqua per Formiche.net)

Con la “Praedicate evangelium” prende corpo la riforma della Curia Romana

Papa Francesco ha promulgato la nuova costituzione apostolica sulla Curia Romana, che sostituisce la "Pastor bonus" di Giovanni Paolo II ed entra in vigore il 5 giugno. Tra le novità più rilevanti, l'istituzione del Dicastero per l'evangelizzazione, presieduto dal Papa, e del Dicastero per il Servizio della Carità. La Segreteria di Stato diventa "Segreteria papale". Anche i laici e le laiche potranno presiedere un Dicastero.

Ma sul testo diffuso ci sono parecchie perplessità.


Una Riforma non fine a se stessa. “La riforma della Curia romana sarà reale e possibile se germoglierà da una riforma interiore, con la quale facciamo nostro il paradigma della spiritualità del Concilio, espressa dall’antica storia del Buon Samaritano, di quell’uomo, che devia dal suo cammino per farsi prossimo ad un uomo mezzo morto che non appartiene al suo popolo e che neppure conosce”. È il presupposto attorno a cui si articola la nuova Costituzione, composta da 250 articoli. 

Il principio ispiratore è “una spiritualità che ha la propria fonte nell’amore di Dio che ci ha amato per primo, quando noi eravamo ancora poveri e peccatori, e che ci ricorda che il nostro dovere è servire come Cristo i fratelli, soprattutto i più bisognosi, e che il volto di Cristo si riconosce nel volto di ogni essere umano, specialmente dell’uomo e della donna che soffrono”. 


La riforma, quindi, nella visione del Papa “non è fine a se stessa, ma un mezzo per dare una forte testimonianza cristiana; per favorire una più efficace evangelizzazione; per promuovere un più fecondo spirito ecumenico; per incoraggiare un dialogo più costruttivo con tutti”. 


Meno dicasteri, apertura ai laici. “Si è reso necessario ridurre il numero dei Dicasteri, unendo tra loro quelli la cui finalità era molto simile o complementare, e razionalizzare le loro funzioni con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace”, la “ratio” della riforma, che apre ai laici e alle laiche.   
“Qualunque fedele può presiedere un Dicastero o un Organismo, attesa la peculiare competenza, potestà di governo e funzione di quest’ultimi”, si legge infatti nel testo, in cui si parla anche della necessità di una “sana decentralizzazione”, nel rapporto tra la Curia e le Chiese particolari.

La Curia Romana sarà così composta in totale da 16 Dicasteri, cui si aggiungono gli Organismi di giustizia, gli organismi economici, tre uffici (Prefettura della Casa Pontificia, Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, Camerlengo di Santa Romana Chiesa), gli Avvocati e le istituzioni collegate con la Santa Sede. Oltre alla Sezione per gli Affari generali e alla Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, la Segreteria di Stato – che ora diventa “Segreteria papale” – può contare su una Sezione per il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede.

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Questo testo è il più atteso del pontificato del Papa. Ci sono giornalisti che titolano “cambia tutto” o “la rivoluzione”. In realtà ci sono molto dubbi che, nella fretta di dare la notizia questa Costituzione non sia stata letta e poi è necessario conoscere il funzionamento della struttura e sopratutto conoscere la Pastor Bonus, ovvero il funzionamento precedente. Non solo, bisogna conoscere anche i cambiamenti che volle Benedetto XVI e le piccole ma numerose riforme che Francesco ha attuato in questi anni. 

Nel testo diffuso (perché poi solo in italiano?) ci sono poi parecchi refusi non solo tipografici, ma anche sostanziali come, per esempio, quei paragrafi che riguardano la celebrazione della Messa nella forma straordinaria del Rito Romano che, non molto tempo fa, il Papa ha eliminato completamente con la "Traditionis Custodes". In seguito è apparsa una rettifica parziale.

La domanda che ci si può porre è: perché questo importantissimo testo è stato pubblicato a sorpresa se non era nemmeno pronto e, per stessa ammissione di chi lo ha diffuso, va certamente ripreso e corretto?



Dare spazio effettivo all’esercizio della responsabilità ecclesiale

Per esprimere la propria responsabilità civile, il cittadino è chiamato ad esercitarla con il voto (oltre che facendo la spesa); quali forme assume l’esercizio della responsabilità ecclesiale per un fedele cattolico? 

Nonostante la dichiarazione del diritto canonico, che la parrocchia sia una “comunità di fedeli” (can. 515), il codice sancisce che l’unico rappresentante di detta comunità sia il parroco (can. 532), escludendo qualsiasi organismo rappresentativo o processo di acquisizione di tale rappresentatività, attribuitagli di fatto dalla nomina episcopale e acquisita al momento della “presa di possesso” della parrocchia (can. 527).


L’azienda-parrocchia

Insomma, nello stato attuale del diritto ecclesiastico latino, il parroco rappresenta tutti gli abitanti (battezzati) del territorio parrocchiale, che essi lo vogliano o meno, attraverso la semplice assunzione del ruolo di parroco. È dunque inevitabile che il rapporto che si instaura tra lui e i suoi parrocchiani sia un rapporto di forza, gerarchico e asimmetrico: nella logica consumistica, a cui siamo sempre più avvezzi, i fedeli sono i fruitori del servizio pastorale e il parroco il fornitore.

Questa logica è tutto fuorché sinodale, è la logica della prestazione di servizio, avallarla senza dibattito significa avallare la figura di un’azienda-parrocchia, in cui il parroco, di buon grado o meno, è costretto a svolgere la funzione manageriale di amministratore delegato, senza averne le competenze specifiche, anzi, con una formazione centrata sui contenuti delle verità da trasmettere e sullo spirito con cui testimoniarle, piuttosto che sui metodi e sulle forme con cui gestire l’azienda.

Attualmente quindi la struttura ecclesiale di base si configura come binomio asimmetrico parroco-fedeli piuttosto che comunità. La forma comunitaria, benché sancita dal codice, stenta a riconoscersi, non prende forma, se non attraverso la mediazione volenterosa e benemerita di parroci e fedeli, che cercano in qualche modo di supplire alle carenze del codice, promuovendo forme e organismi partecipativi efficaci, al di là delle indicazioni canoniche, fin dove e fin quando si riesce.

Dare soggettività giuridica alla comunità
In effetti, gli organi partecipativi previsti dal codice, chiamati a incarnare quella vocazione sinodale propria della realtà ecclesiale, sono irrilevanti, perché espressione della logica bipolare e con funzione semplicemente consultiva (can. 536, §2).

Fin tanto che il criterio di sinodalità non intaccherà la struttura ecclesiale di base, dando alla comunità di fedeli una soggettività giuridica propria, che attualmente non ha, non potremo parlare di una chiesa davvero sinodale.

Ora, cosa comporta dare soggettività giuridica alla comunità di fedeli? Innanzitutto disinnescare la deriva gerarcologica sottolineata dalla Cti, quella che in più occasioni papa Francesco definisce con il termine più generico di “clericalismo”, ma che non è solo un’attitudine interiore di clero e laici: occorre cioè destrutturare il binomio su cui si fonda l’attuale visione clericale della realtà parrocchiale.

In altre parole, si deve passare dalla visione societaria tradizionale, gerarchicamente strutturata, a quella comunitaria, fondata sull’appartenenza comune, la ministerialità dei suoi membri e la valorizzazione dei loro carismi.

È la comunità parrocchiale, nel suo insieme, a rivestire una soggettività giuridica, e non solo il parroco, ed essa è collegialmente rappresentata da un consiglio pastorale, eletto dai membri stessi della comunità.

Dare spazio effettivo all’esercizio della responsabilità ecclesiale
Per esprimere la propria responsabilità civile, il cittadino è chiamato ad esercitarla con il voto (oltre che facendo la spesa); quali forme assume l’esercizio della responsabilità ecclesiale per un fedele cattolico? Se vogliamo portare a compimento il processo innescato dall’ecclesiologia di comunione, occorre dare spazio effettivo all’esercizio della responsabilità ecclesiale di ciascun fedele.

Si potrà riaffermare così la coscienza di appartenere ad un’unica collettività, senza il bisogno di distinguersi e disgregarsi in comunità di scelta. Sviluppare una sinodalità ecclesiale di base significherà così affermare che la comunità ecclesiale “è detentrice di diritto, anzi il vero soggetto, cui tutto il resto va posto in relazione” (Ratzinger 1970).

Cesare Baldi
Presbitero della diocesi di Novara. Collabora con la Caritas diocesana di Novara.

Così si trasforma il ruolo del prete e l’omelia cambia

L’epoca della secolarizzazione sancisce il tramonto della figura del sacerdote come mediatore del sacro e dell’accesso a Dio, separato dal resto del popolo, apre lo spazio per cancellare la separazione tra clero e laici, tra sacerdoti e plebs apre lo spazio a un nuovo protagonismo dei laici, le donne anzitutto, perché, pur vivendo in un momento in cui tutto pare procedere come se Dio non ci fosse, è sempre possibile essere inattesi testimoni dell’incontro con Lui.

Vittorio Mencucci presbitero della diocesi di Senigallia, parroco di San Giovanni Battista di Scapezzano, teologo di frontiera. Suoi libri: Ma liberaci dal... sacro. Vivere il Vangelo nella modernità (2012) e Donna sacerdote? Ma con quale Chiesa? (2017)

L’immagine di papa Francesco che prega, solo, nella piazza di San Pietro deserta la notte di Pasqua del 2020, nel pieno della pandemia, implorando Dio perché non abbandonasse l’umanità in balia della tempesta, ha esercitato un forte impatto emotivo sull’opinione pubblica; allo stesso tempo, ha in qualche modo relegato in secondo piano il fatto che, per la prima volta in due millenni di storia, i cristiani nella loro massima parte non si fossero riuniti attorno ai loro sacerdoti per celebrare e annunciare al mondo la Resurrezione del Salvatore. Visto da un’altra prospettiva, un tale evento, inaudito sino ad allora, ha sicuramento concentrato l’attenzione (e forse le preghiere) sul Pontefice, rendendo manifesta la sua funzione di «capo» della Chiesa e, al tempo stesso, di «servo dei servi» di Dio; ha però svelato il ruolo ormai marginale, se non residuale, degli altri sacerdoti — di ogni ordine e grado della gerarchia ecclesiastica — nelle società occidentali, persino rispetto alle necessità reali del loro gregge.

«Credevamo di essere noi gli eroi che sacrificano tutto, per annunciare il bene supremo, l’unum necessarium, ai nostri fratelli. Abbiamo dovuto prendere atto che l’applauso della società è tutto ed esclusivamente per i medici e il corpo sanitario. Di noi, quelli che credevano di essere i grandi benefattori, non si è preso cura nessuno: gli uomini di oggi ci hanno considerati del tutto marginali rispetto alla loro vita. Non è un caso fortuito. (…) Nell’epoca della secolarizzazione è l’immanenza che interessa, e nell’immanenza il primato spetta al corpo che comporta la vita e tutto ciò che è godimento e gioia». Chi scrive queste parole in "Perché cambiare. Recuperare l’uguaglianza tra i battezzati nella comunità delle origini" (Il pozzo di Giacobbe, pp. 152, e 13) è Vittorio Mencucci, ordinato nel 1961, l’anno precedente l’apertura del Concilio Vaticano II, un sacerdote che ha quindi vissuto il progressivo sfaldarsi del tessuto sociale e culturale, ancor prima che religioso, che vedeva al suo centro la figura e il ruolo del presbitero, in Italia come negli altri Paesi di tradizione cattolica. Eppure, il suo bilancio non è negativo e le sue riflessioni non prive di speranza.

L’epoca della secolarizzazione sancisce il tramonto della figura del sacerdote come mediatore del sacro e dell’accesso a Dio, separato dal resto del popolo, della plebscristiana, ma apre lo spazio per accompagnare gli uomini e le donne alla ricerca di un significato per le loro esistenze, nel momento in cui hanno a disposizione altre risorse e strumenti (la scienza, il benessere materiale, e così via) per il soddisfacimento delle loro necessità pratiche. In una simile prospettiva, antiche tradizioni e nuove modalità dell’esercizio pastorale si possono combinare tra loro. Nell’epoca di internet e dei social media, paradossalmente, la vecchia omelia, ad esempio, può conservare il suo valore e la sua efficacia, perché consente di comunicare e guardarsi in faccia tra persone che si conoscono e si riconoscono nella loro specifica identità, personale e comunitaria, quando si riuniscono per celebrare l’Eucaristia.

Allo stesso tempo, cancellare la separazione tra clero e laici, tra sacerdoti e plebs apre lo spazio a un nuovo protagonismo dei laici, le donne anzitutto, perché, pur vivendo in un momento in cui tutto pare procedere come se Dio non ci fosse, è sempre possibile essere inattesi testimoni dell’incontro con Lui, «come senso e valore di ciò che stiamo vivendo, come libertà e scelta d’amore».

(Marco Rizzi)

La III Domenica di Quaresima abbiamo pregato così ....

 


e l'Albero di Pasqua si arricchisce ancora di altre foglie con le preghiere della Comunità...

Introduzione

 

Nel Vangelo di questa III domenica di Quaresima ci troviamo tra la gente, di fronte a fatti tragici: Pilato ha fatto uccidere alcuni Galilei; poi una disgrazia ha visto perire diciotto persone per il crollo della torre di Siloe. Questi fatti risuonano quasi familiari al giorno d’oggi: le guerre, la pandemia, le catastrofi atmosferiche, le morti bianche sul lavoro. E quindi spesso ci chiediamo: «Dov’è Dio? Perché permette tutto questo e non interviene?» o magari: «Se lo sono meritato, il Signore ha voluto punirli, ma visto che io mi comporto bene, per me la vita prosegue serena».

A queste reazioni risponde la liturgia di oggi, una guida per comprendere il disegno di Dio sulla storia e per capire cosa sia la vera conversione. Nella prima lettura, Dio entra nella quotidianità di Mosè per manifestarsi come Dio della vita e lo invia ad agire nel Suo nome per liberare il popolo che soffre. Mosè è il braccio di Dio: attraverso lui agisce il Signore, misericordioso e pietoso, come ricorda il Salmo responsoriale. Paolo nella seconda lettura avverte: quelli che erano con Mosè nel deserto erano tutti pii, ma «la maggior parte di loro non fu gradita a Dio» perché «desiderava cose cattive». La domanda non è dunque «Dov’è Dio?», ma: «Dove siamo noi, uomini e donne fatti a sua immagine? Quante e quali sono le nostre responsabilità concrete? Continuiamo a pascolare quietamente il nostro gregge o riusciamo a percepire la presenza di Dio, ci mettiamo in ascolto per capire cosa concretamente vuole da noi?».

Gesù è come un vignaiolo paziente che vede la possibilità di bene anche nelle situazioni che sembrano irreversibili. 

Ecco il messaggio stupendo per noi, per la nostra fretta e la nostra impazienza. È un invito a farci curare dal vignaiolo Gesù e di farci coltivare la fede, la vita, le relazioni umane, anche quando tutto questo sembra sterile. Gesù si impegna con noi per farci fruttare, e nello stesso tempo ci invita a fare lo stesso con il prossimo, cioè a prenderci cura dell'altro, della comunità, delle persone che ci stanno attorno, delle situazioni difficili e cavarne fuori frutti stupendi di amore, come Lui ha fatto nel Vangelo e nella nostra vita.

“Darà frutto nel tempo” è un invito ad avere pazienza e fiducia, e ad assumere uno sguardo di speranza in questa vita che ci sembra così difficile.

 

Invocazioni penitenziali

 

Signore, la conversione a cui ci inviti in questo tempo quaresimale significa rottura di una mentalità orientata verso valori puramente umani, verso l’autosufficienza e l’orgoglio, per aderire ai segni di penitenza che non siano soltanto rituali. Perdonaci se vediamo la nostra vita quotidiana come pianta sterile anziché possibile e rigogliosa portatrice di frutti. Kyrie, eleison.   

A – Kyrie, eleison.

 

Cristo, ti chiediamo perdono se di fronte alle tragedie del mondo non abbiamo più lacrime, se ci stiamo facendo contagiare dall’indifferenza della quotidianità invece di ricercare la partecipazione al dolore e alle fatiche del prossimo per poterle alleviare. Christe, eleison. 

A – Christe, eleison

 

Signore, perdonaci per le nostre impazienze che impediscono di scoprire il Tuo vero volto, volto della misericordia e dell’amore paziente, volto di un Dio che scommette sull’uomo anche quando l’uomo non spera più. Kyrie, eleison.   

A – Kyrie, eleison.



Preghiere dei fedeli


-    Ascolta, Gesù, la supplica della tua Chiesa, pellegrina sulla terra: suscita nei potenti delle nazioni sentimenti di cooperazione affinché “non si stanchino di seminare il bene” e la pace si possa presto ristabilire. Preghiamo.

 

-    Conforta, Vergine Madre di Dio, i popoli colpiti dalle guerre: dona forza alle madri per portare in salvo i loro bambini, non abbandonare gli anziani bisognosi di speranza, fa che i giovani resistano e non dimentichino i loro sogni per il futuro. Preghiamo.

 

-    Favorisci, Padre, le opere di solidarietà e fraternità verso l’Ucraina, la Siria, lo Yemen e gli altri teatri di guerra: perché i sostegni alle popolazioni colpite possano giungere a destinazione per nutrire e curare quanti sono nel bisogno. Preghiamo. 

 

-     Sostieni, Signore, il nostro cammino quaresimale: tu non vuoi che il peccatore perisca, ma che si converta e viva: la tua benevolenza ci doni il tempo utile per la nostra conversione. Preghiamo.

 

-     Aiutaci, Dio, a non perdere la speranza in questo tempo così difficile e pieno di prove. Il digiuno prepara il terreno, la preghiera irriga, la carità feconda. Abbiamo la certezza nella fede che «se non desistiamo, a suo tempo mieteremo» e che, con il dono della perseveranza, otterremo i beni promessi per la salvezza nostra e altrui. Preghiamo.