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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Una dinamica di relazione generata in uno spazio di gratuità e di intimità.

Nello spazio della quotidianità, che per Gesù è la quotidianità del suo rapporto con il Padre nella preghiera, un discepolo gli chiede di insegnargli a pregare. Gesù dona la preghiera del Padre nostro, una preghiera semplice che ci immerge nella profondità della relazione con il Padre, fatta di richieste elementari che descrivono l’ABC della vita umana.

Con due parabole il Signore sembra indicarci che la qualità della preghiera non dipende dal contenuto più o meno profondo o da chissà quali vette teologiche da raggiungere. È l’intenzione a determinare la qualità della preghiera, è il desiderio profondo, ostinato, inesauribile di una relazione con un amico, con un Padre; è un desiderio irrinunciabile di giustizia, come per la vedova che si rivolge con insistenza al giudice ingiusto (cf. Lc 18,1-8). Gesù disse quella parabola per mostrare ai suoi discepoli che dovevano pregare sempre senza stancarsi mai. Troppi hanno interpretato questa parola come un moltiplicare liturgie e orazioni, parole e devozioni, ma la preghiera che Gesù chiede e ci mostra con la sua esistenza terrena è una preghiera che nello scorrere dei giorni e della vita si fa costantemente prassi di relazione, di amore e accoglienza, di ascolto, di porte che si aprono invece di sbarrarsi, di mani che si tendono invece di respingere. 

Per diventare capaci di questo occorre che ciascuno possa sperimentare nella propria vita la misericordia di Dio, come recitava una bella orazione colletta:

“Dio Onnipotente ed eterno,  
che esaudisci le preghiere del tuo popolo    
oltre ogni desiderio e ogni merito,    
effondi su di noi la tua misericordia. 
Perdona ciò che la coscienza teme   
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare”.

“Ebbene io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (v. 9). Queste parole di Gesù, pronunciate tra le due parabole, immettono la preghiera in una dinamica di relazione, che a sua volta deve generare relazione in uno spazio di gratuità e di intimità. Noi sappiamo che il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno (cf. Mt 6,32), ma il Signore ci esorta a chiedere, a volere con forza e determinazione entrare in relazione con la fiducia e l’intimità che ci consentono di rivolgerci ad un amico nel momento del bisogno, sapendo che possiamo farlo anche nel tempo non opportuno, con la fiducia del figlio che sa di poter chiedere al padre senza restare inascoltato.

La preghiera che Gesù ci indica è ben più che il soddisfacimento dei nostri bisogni e desideri, ma è apertura alla gratuità della relazione, è unificazione del cuore doppio di cui parla la Lettera di Giacomo (cf. Gc 4,3), è accoglienza del dono dello Spirito affinché riconosciamo ciò di cui abbiamo realmente bisogno: il volto dell’altro.

Il dono che riceviamo nella preghiera è in vista della comunione e della condivisione con i fratelli e le sorelle, lo riceviamo perché a nostra volta possiamo donare a chi chiede, aprire a chi bussa alle porte del nostro cuore.

La preghiera è a volte uno stare nella propria situazione di bisogno senza cessare mai di chiedere, di cercare, di bussare a ogni porta, è uno stare mantenendo dentro di sé la luce flebile della speranza che il Signore vede la nostra sofferenza e il nostro bisogno e senza misura dona lo Spirito, il Consolatore, colui che non ci abbandona mai.

fratel Nimal

di Bose. 

Verso il matrimonio: un kerigma irricevibile

Il documento del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, intitolato "Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale. Orientamenti pastorali per le chiese particolari "chiede un “serio ripensamento” della pastorale media per le coppie, ma in esso emergono alcuni freni ed impedimenti a tale ripensamento.


Il primo riguarda il tentativo di trasformare la preparazione al sacramento in un nuovo annuncio della fede cristiana, un rinnovato kerigma, che, declinato sul tema del matrimonio, possa riaccendere la fede. Per fare questo non basta ribadire le verità del matrimonio cristiano, ma è necessario che la presentazione della sua bellezza possa essere percepita come attraente secondo le categorie di chi riceve l’annuncio, non secondo quelle di chi lo proclama. Tali persone, mediamente, oggi, sono attirate da ciò che provoca emozione e senso di energia, da ciò che tocca il cuore e il corpo più e prima che la testa.

La sensazione che abbiamo avuto, leggendo il documento, è che questa scelta, sia per il contenuto che per la forma, non sia semplicemente un errore comunicativo, ma sia frutto dell’impostazione antropologica di fondo con cui il documento è scritto. In essa le dimensioni istintive ed emozionali di una relazione sponsale non vengono mai indicate come fonti di bellezza per chi vive la relazione nella fede; spesso sono semplicemente date per scontate, perché dal punto di vista spirituale sembrano ininfluenti, oppure, nel peggiore dei casi, sono percepite come fonte di rischio. O ancora, sono subordinate a un appello alla volontà: che rischia di diventare volontarismo se non armonizzato in una visione integrale dell’umano, che abbracci corpo, emozioni, sentimenti, ragione, volontà.


L'intera accurata analisi del testo a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/verso-il-matrimonio-2-un-kerigma-irricevibile/


Sri Lanka: un nuovo vecchio Presidente

Il parlamento srilankese elegge il premier Ranil Wickremesinghe a presidente. Una nomina che rischia di fomentare la rabbia dei manifestanti che da giorni chiedono le sue dimissioni.


Non sarà il presidente di tutti, questo pare certo. Ranil Wickremesinghe, primo ministro dello Sri Lanka fino a pochi giorni fa, è stato eletto presidente. Con 134 voti su 219, il parlamento di Kotte (sede dei legislatori) ha scelto il successore di Gotabaya Rajapaksa, il presidente fuggito a Singapore mentre i manifestanti occupavano il palazzo presidenziale a Colombo. Il candidato Dullas Alahapperuma, dissidente del partito di governo Sri Lanka Podujana Peramuna (SLPP), è arrivato secondo con 82 voti. Wickremesinghe – che una settimana fa era stato nominato presidente ad interim – resterà in carica fino a novembre 2024, ovvero il tempo che mancava alla conclusione del mandato di Rajapaksa. Le sfide sono però imminenti: trainare il paese fuori dalla crisi economica e sociale che ha causato la peggior recessione dall’indipendenza e una diffusa scarsità di beni e generi di prima necessità. Il suo mezzo mandato inizia in salita a causa della rabbia della piazza, che ne chiedeva le dimissioni mentre era ancora premier. Per i manifestanti, la “promozione” a capo dello stato sa di beffa, anche se lo scenario era ampiamente prevedibile. Wickremesinghe gode infatti dell’appoggio del SLPP ed è ritenuto molto vicino ai Rajapaksa, dinastia politica srilankese accusata di corruzione e di avere enormi responsabilità nella crisi in corso.

La situazione in Sri Lanka è grave e, il compito del neo Presidente molto impegnativo. Si stima che l’80% della popolazione viva in condizioni di emergenza alimentare. Come altri, il paese ha affrontato una triplice crisi: la pandemia, l’aumento del costo del debito e la crescita dei prezzi del cibo a causa della guerra in Ucraina. In generale, lo Sri Lanka rischia di essere solo il primo di una lunga serie di paesi a finire nell’occhio del ciclone di questa tempesta combinata. Secondo le stime del FMI, più del 60% dei paesi a basso reddito si trova in condizioni di forte vulnerabilità. Quello srilankese rischia inoltre di diventare un caso di studio sul funzionamento del debito contratto con la Cina, che ammonta a 6,5 miliardi di dollari.


L'intero articolo a questo link:




Comunicazione. Mons. Viganò: “Essere connessi non significa ancora essere comunità”

Il vicecancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze Sociali ha pubblicato, per le Edizioni Dehoniane Bologna, il volume dal titolo "L'illusione di un mondo interconnesso": "Non dobbiamo passare sotto silenzio la consapevolezza che la manipolazione del sapere, che avviene in Rete attraverso algoritmi, dissimula la mediazione, favorendo e alimentando continuamente l’idea del contatto diretto"


Un intervento di Papa Francesco all’Accademia della Vita, la consapevolezza che non basta la semplice educazione all’uso corretto delle nuove tecnologie (esse non sono infatti strumenti neutrali, poiché plasmano il mondo e impegnano le coscienze sul piano dei valori). Muove da qui “L’illusione di un mondo interconnesso. Relazioni sociali e nuove tecnologie” di mons. Dario Edoardo Viganò, vicecancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze Sociali, per le Edizioni Dehoniane Bologna.
Dal libro emerge che i discorsi del pontefice esprimono la consapevolezza che i media non sono neutri e che il giudizio su di essi non dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa; la loro stessa presenza nello scenario delle relazioni sociali modifica atteggiamenti, comportamenti, visioni e scelte. Con un riferimento all’enciclica Fratelli tutti, che richiama questi temi.

Perché un mondo interconnesso viene considerato una “illusione”?
Non c’è dubbio che la globalizzazione abbia rimpicciolito il mondo e permesso una crescita esponenziale agli scambi culturali. La condivisione che i social rapidamente agevolano costruendo una percezione di prossimità può essere tanto solidale quanto cinica. Infatti i social sono il regno dell’illusione e della bulimia informativa in Rete, che solo un loro uso ragionato e razionale può trasformare in reali possibilità. Come ci ricorda J.D. Bolter, «la nostra cultura mediale è straordinariamente ricca e, nella sua plenitudine, del tutto acritica. Contiene un’infinità di spazzatura, ma anche una gran mole di cose interessanti».


L'intera intervista a cura di Filippo Passantino a questo link:

https://www.agensir.it/chiesa/2022/07/18/comunicazione-mons-vigano-essere-connessi-non-significa-ancora-essere-comunita/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2



Lasciamoci toccare dalla liturgia

Andrea Grillo e suor Piera Moretti su "Liturgia, desiderio di incontrare il Signore e i fratelli"


Sembra un paradosso, ma non lo è. Nei mesi in cui le Chiese, in Italia e in Europa, ancora attendono – per quanto a lungo non si sa – il ritorno dei frequentanti persi durante la pandemia, il tema che nel mondo ecclesiale suscita più discussioni, confronti e persino aspre polemiche è proprio la liturgia.

Nel giorno dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno, papa Francesco ha dato alle stampe la lettera apostolica Desiderio desideravi “sulla formazione liturgica del popolo di Dio”.

«Abbandoniamo le polemiche per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa» ricorda papa Francesco al termine di un documento nel quale ribadisce come «una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita». Altri passaggi sembrano richiamare l’avvertimento sui “merletti” dato qualche settimana fa ai vescovi siciliani su una Chiesa ancora troppo ancorata a celebrare, nelle forme, il passato: «La continua riscoperta della bellezza della liturgia non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale». 

Se la liturgia è cruciale nella vita del cristiano, non si può nascondere anche la sua funzione di cartina tornasole sullo “stato di salute” della Chiesa.



L'intero resoconto dell'incontro di Andrea Canton a questo link:



Le proteste in Libia tra crisi economica e sociale e lotte di potere irrisolte

Un paese diviso. Una frattura che da anni non riesce a ricomporsi. La violenza che ha accompagnato l’uscita di scena di Gheddafi (nel 2011) negli anni non si è esaurita. Tutt’altro. Nelle ultime settimane una serie di proteste è scoppiata nelle strade di diverse città della Libia. E stavolta non si tratta solo di rivendicare il potere e la gestione delle ricchezze. Per strada sono scesi i cittadini, che lamentano l’aumento del costo della vita e la difficoltà crescente a far fronte alle necessità basilari. Una situazione che oggi fa i conti con l’emergenza globale ma che in questo paese così lacerato è l’ovvio e devastante effetto di anni di conflitto interno. 


In un report dello scorso anno era stata calcolata una perdita economica potenziale (a partire dagli anni successivi al 2011) pari a 783,2 miliardi di dinari libici (circa 158 miliardi di euro). Tutti i settori dell’economia sono stati colpiti dall’instabilità politica. Quelli macroeconomici legati per esempio agli investimenti come quelli della produzione interna, a cominciare dai settori delle costruzioni e dell’agricoltura. Insomma la cosiddetta transizione si sta rivelando un disastro e a distanza di pochi mesi ha senso definire quella libica “una tempesta perfetta scatenata sia dai nuovi azzardi politici sia da un'eredità di lotte di potere irrisolte”. Una tempesta in cui tentativi di approvare il bilancio dello Stato, di allocazione di risorse e di ricostruzione di tutto quello che negli anni di guerra civile è andato distrutto (infrastrutture in primis) non trovano una concreta disposizione ma sono oggetto di ricatti e di improbabili accordi tra le forze in campo. 

Ma vediamo quali sono gli azzardi politici e le irrisolte lotte di potere. In Libia non c’è un governo, ce ne sono due. Quello istituito a marzo dello scorso anno, con sede nazionale a Tripoli, nato da un processo politico guidato dalle Nazioni Unite. Si tratta di un governo di transizione - a capo il primo ministro Abdelhamid Dbeibah - che avrebbe avuto lo scopo di porre fine ad oltre dieci anni di caos e di condurre alle elezioni, nel dicembre 2021. Il caos purtroppo permane e le elezioni sono state rinviate. Prima a gennaio di quest’anno (anche queste saltate) e ora, chissà… L’altro governo ha sede a Tobruk ed è guidato dal premier designato dal Parlamento libico (House of Representatives), Fathi Bashagha, che più di una volta ha provato con le sue milizie ad assaltare la sede di governo nella capitale e prenderne possesso. Ex ministro degli Interni nel governo riconosciuto dall’ONU (a dimostrazione di come cambia in fretta lo scacchiere in questo Paese) Bashagha è fortemente sostenuto dal maresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar, a capo del Libyan National Army (LNA), per anni braccio destro di Gheddafi e poi – dopo essere stato messo da parte – sostenitore della rivolta per la sua destituzione. Un governo ad Ovest, l’altro ad Est: perfetta sintesi della divisione netta (quella frattura che tarda a ricomporsi) del paese. Uno scisma che risale al 2014, con la seconda guerra civile, appena tre anni dopo la violenta caduta di Gheddafi (la prima era stata quella del 2011, appunto, combattuta tra le forze leali a Gheddafi e i gruppi ribelli che volevano destituirlo). 

Ad alimentare tale divisione, a nutrirla e di fatto a rendere tutta la situazione altamente complessa e frammentata, sono le alleanze che nel corso degli anni si sono costituite intorno ai protagonisti principali della storia libica del dopo-Gheddafi. ...



L'analisi documentata di Antonella Sinopoli che fa chiarezza sulla difficile situazione continua a questo link:




La differenza cristiana

Prima ancora di osservare il cristiano posto di fronte alla sfida dell'incontro diretto con il suo nemico, è necessario domandarsi chi io abbia il diritto di ritenere mio nemico. In caso di guerra è mio nemico, fuori dubbio, il capo di governo con i suoi ministri e i membri del parlamento che hanno approvato con il loro voto un'aggressione contro il mio popolo. Prima ancora di dover affrontare l'arduo comandamento dell'amore dei nemici, devo impedire di farmi trascinare acriticamente dalla propaganda di ambedue le parti, che istiga all'odio, come sempre è avvenuto nelle guerre, al fine di compattare i popoli e renderli disponibili ai sacrifici che loro si impongono.


Un amico esperto di diritto costituzionale, di fronte ai miei dubbi, mi dice che ogni cittadino, di fatto, è responsabile delle decisioni assunte legittimamente dagli organi che lo rappresentano. Ora questo a me non sembra sostenibile neanche nelle democrazie più avanzate, le quali — proprio perché tali — garantiscono la libertà del dissenso. Pensare, poi, che si possano ritenere i russi, ai quali di fatto è negata la libertà del dissenso, responsabili delle decisioni del loro governo. Potrei davvero negare la mia compassione al soldatino diciottenne mandato da Putin al macello, a combattere in Ucraina, senza sapere per chi e perché?   

Anche qui ci imbattiamo nella differenza cristiana. Infatti, per tutta la cultura del mondo antico la responsabilità del collettivo sopravanzava quella delle singole persone. Gesù, nell'avanzare la visione opposta, è stato così innovativo a suo tempo, che neppure il cristianesimo è riuscito a seguirlo con coerenza e non assoggettarsi alla mentalità diffusa. Egli era stato anticipato, a dire il vero, da alcuni tratti, se pure rari, dei profeti di Israele: «Perché andate ripetendo questo proverbio sulla terra d'Israele: "I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati"? [...] Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà» (Ez 18,2-4).

Gesù su questo è stato deciso: preannunciando la sua venuta come giudice alla fine dei tempi, dichiarava che egli «allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16,27). E Paolo non dubita che in quel giorno Dio «renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rom 2,6). Di conseguenza per l'Apostolo il conflitto fra i popoli non può avere riscontro nel cuore cristiano: «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11). Può essermi amico o nemico una persona umana, non un popolo.


L'intera intervista a Severino Dianich a questi link:






Le città sostenibili del futuro. La politica ad un bivio

Una città sostenibile guarda all’ottimismo, valorizza e tutela le proprie risorse, attrae i turisti, non dimentica le proprie tradizioni, si integra con il mondo produttivo e vuole sentire il chiasso dei giovani. La politica è chiamata a dare risposte, a proporre piani. Il commento di Idiano D’Adamo, docente di Ingegneria Gestionale alla Sapienza


Papa Francesco richiama al concetto di città del futuro ricordando che “non è un caso se, nella Bibbia, il destino dell’umanità trova il suo compimento in una città”. La partecipazione elettorale è caratterizzata da un trend decrescente che rappresenta un vulnus sociale a cui occorre porre rimedio. Gli amministratori locali hanno il privilegio di avere un contatto diretto con i propri concittadini ed avviare un percorso che tende a renderli protagonisti di un cambiamento epocale.

La classe politica è di fronte a scelte impegnative in cui occorre dire di sì anche se non portano ad un consenso immediato. Occorrono idee chiare, coalizioni snelle che diano stabilità, composte da un mix di profili in cui un approccio pragmatico ed interdisciplinare consente di stilare un programma serio e realizzabile. Infatti come ricordava Alcide De Gasperi occorre “promettere un po’ meno di quello che pensate di realizzare se vinceste le elezioni”. Ed allora la politica ha un grande compito: dirigere le scelte future ed indicare la strada verso cui condurre un Paese offrendo spazi di visibilità alle idee delle future generazioni. E’ questa un’ulteriore interpretazione del concetto di sostenibilità.

In questo quadro di azione occorre mettere al centro dell’agenda la componente umana, lontana dall’egoismo in cui tutti noi possiamo dare il nostro contributo. Ed occorre dare spazio alle “sentinelle del mattino del nuovo millennio” seguendo le parole di Papa Giovanni Paolo II.


L'intero articolo di Idiano D'Adamo a questo link:





Mons. Bizzeti (vicario apostolico Anatolia): “La guerra mondiale a pezzi che dall’Italia non vediamo”

 "Di fatto si stanno scontrando due sistemi di civiltà: quello oligarchico e quello democratico; quello basato sul rispetto degli accordi internazionali e quello dell’aggressione brutale dove vince il più forte. Di tutto questo sembra ci sia scarsa consapevolezza in Italia". Parla mons. Paolo Bizzeti, gesuita fiorentino dal 2015 è vicario apostolico dell’Anatolia, la regione asiatica della Turchia: "Sarebbe ingenuo pensare che l’Italia e l’Europa possano accogliere tutti. Ma è miope e anche ingiusto pensare di delegare alla Turchia la gestione di milioni di rifugiati"

Il vescovo Paolo Bizzeti, gesuita fiorentino, dal 2015 è vicario apostolico dell’Anatolia, la regione asiatica della Turchia. La sua sede è a Iskenderun, sul Mediterraneo, vicino al confine con la Siria, ma la diocesi arriva sino al Mar Nero, a 1200 chilometri di distanza.


Lei è vescovo in una terra che ospita i profughi di diverse guerre. Come vede, dal suo punto di osservazione, la guerra in Ucraina?   
La guerra in Ucraina riguarda direttamente la Turchia, non solo per i problemi legati al costo del gas, al porto di Odessa – importante snodo per il commercio turco – e non solo per i rifugiati che scappano dalla guerra anche in Turchia. Ci sono due altri motivi significativi e forse poco conosciuti in Italia: il primo riguarda il turismo, infatti negli anni scorsi circa due milioni di ucraini venivano ogni anno in vacanza in Turchia, soprattutto nelle zone del mare, al sud. Ma il secondo è ancora più importante e riguarda il controllo del Mar Nero, che è forse la vera causa di questa sciagurata guerra. Le grandi potenze europee e asiatiche cercano di controllare questo fondamentale snodo del sistema economico e geostrategico.

 

La Turchia controlla, come tutti sanno, la costa sud, il Bosforo e lo stretto dei Dardanelli; ma in epoca ottomana cercò di estendere il suo potere anche sulla costa nord in conflitto con la Russia che progressivamente ne assunse il controllo, anche grazie al dominio su Bulgaria e Romania, almeno fino alla caduta dell’Urss. Adesso la politica di Putin e degli oligarchi mira chiaramente a estendere il dominio sul Mar Nero: per questo l’appoggio al partito filorusso in Giorgia nel 2008, l’intervento per il controllo del Nagorno Karabakh, l’appoggio ai ribelli delle zone limitrofe del Caucaso, avendo sempre di mira la ricostituzione dell’impero bolscevico.

 

La Turchia in tutto questo prosegue in due direzioni: da una parte, come membro della Nato, cerca di allinearsi alla strategia degli alleati militari. Ma d’altra parte …



L'intervista di Riccardo Bigi continua a questo link:


https://www.agensir.it/mondo/2022/07/07/mons-bizzeti-vicario-apostolico-anatolia-la-guerra-mondiale-a-pezzi-che-dallitalia-non-vediamo/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2



Nel nome della fraternità

Quando mancano confronti interni alle singole forze politiche vengono a mancare anche le capacità di dialogo e confronto con gli altri partiti e prevalgono interessi personali. Lo scontro diventa non più fra avversari, ma fra nemici. Se si cercano alleanze è per desiderio di potere dei singoli, che può favorire accordi molto pragmatici, ma non progetti a lungo respiro. Per questo, un richiamo alla fraternità come riferimento e scopo della politica è rivoluzionario, capace di superare personalismi gretti, ambiziosi desideri di potere


Nella “Fratelli tutti” viene evidenziato il valore intrinseco della fraternità come costituente della Chiesa, vissuta con tutte le persone, non solo con gli appartenenti alla Chiesa stessa. È, infatti, un valore connesso con l’evangelizzazione. Se venisse meno, la Chiesa ne morirebbe e, come la Chiesa, tutte le organizzazioni, associazioni, ordini religiosi, diocesi e altro verrebbero meno. Il luogo della vita della Chiesa è il “secolo”, il mondo, la storia. La fraternità è il senso dell’incarnazione per la quale il Verbo si fa carne, fratello nostro, pane condiviso, dono totale di sé. La fraternità ci apre a tutte le persone di tutti i tempi.

La tensione fra egoismo e amore al prossimo è dentro ciascuno di noi; non c’è solo l’egoismo, come dicevano i classici dell’economia. Il peccato (privilegium sui, l’egoismo) divide, l’amore al prossimo porta comunione.  La fraternità è la via della salvezza dell’umanità. Non è semplicemente una conclusione morale, è un fatto essenziale umano, è evangelico, base dell’amicizia sociale, quella che rende più facile la coesione. La Fratelli tutti al § 176 dice: “…Può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica?”. Dunque, oltre a richiedere la necessaria attività politica dei cristiani per affinità di contenuti, qui si afferma che la fraternità è vitale per le organizzazioni sociali, politiche, culturali. Se queste organizzazioni si chiudono in sé diventano luogo di sfide interne, personali, fra leader. Ne deriva un impoverimento di valori e di conseguenti argomentazioni, con l’isterilimento del dialogo e del confronto; vengono meno i valori condivisi su cui si era fondato un organismo. Ora sembra che solo la protesta sappia aggregare, senza però unificare in un progetto.

Un tempo potevano esserci posizioni divergenti dentro i partiti ma c’era sempre qualcosa che li teneva uniti, un valore di fondo, un costante lavorio. Anche fra avversari appartenenti a parti diverse c’era una ricerca condivisa del bene comune, una possibilità di dialogo. Quando mancano confronti interni alle singole forze politiche vengono a mancare anche le capacità di dialogo e confronto con gli altri partiti e prevalgono interessi personali. Lo scontro diventa non più fra avversari, ma fra nemici. Se si cercano alleanze è per desiderio di potere dei singoli, che può favorire accordi molto pragmatici, ma non progetti a lungo respiro. Per questo, un richiamo alla fraternità come riferimento e scopo della politica è rivoluzionario, capace di superare personalismi gretti, ambiziosi desideri di potere.

(Franco Appi)


Più grande è l’amore

Il più grande desiderio 

“Siamo qui per consegnare a tutti i nostri contributi al Sinodo. Ci unisce il desiderio di sentirci appartenenti ad una comunità allargata e la sofferenza per tante porte che abbiamo trovato chiuse davanti a noi, in famiglia e in parrocchia”

Con sincerità e chiarezza Valentina ha presentato la serata: “Siamo qui per raccontarvi le nostre esperienze anche dure ma grazie a tante persone alcuni passi sono stati fatti, mentre tanti, per esempio nella Chiesa, devo ancora esser fatti. Il nostro più grande desiderio è che sempre più persone, anzi tutti, possano comprendere quanto sia importante vivere liberamente la propria affettività e che non c’è una cosa più grande e più bella di amare più grandemente possibile!”


Volevano farmi sentire sbagliata e malata

“Per me oggi è un giorno molto importante e da giorni si muovono dentro di me tante emozioni. Per me significa molto oggi poter raccontare pubblicamente, apertamente e liberamente, chi sono”, ha detto Margherita nella sua testimonianza. “Mi ha accompagnato in questi giorni tanta paura ma anche tanto coraggio e tanta voglia di esprimere chi sono. Ma mi muove anche un desiderio di giustizia, perché nonostante molti sappiano che ho una relazione con una donna, che la amo e ogni giorno sto cercando di costruire il mio futuro con lei, alcune altre persone non mi hanno accolta, facendomi sentire sbagliata e malata. Mi hanno fatto tanto soffrire fino a spingermi a dover fuggire dalla Chiesa, con parole taglienti che mi hanno giudicato e condannato come peccatrice. Ma io ho continuato a sentirmi parte della Chiesa anche se non so se riuscirò a ricucire queste ferite. Tante altre persone invece mi hanno accolto con grande amore, prendendo con me le distanze da una visione omofoba nella Chiesa”.

 

Privilegiati perché etero

“Noi, in quanto coppia etero, siamo privilegiati perché abbiamo potuto preparare e celebrare il nostro matrimonio mentre altri si sono sentiti rifiutati in quanto coppia omosessuale”, hanno raccontato poi Anna e Lorenzo. “Tutti dobbiamo sentirci ugualmente amati dal Signore e ammiriamo queste persone che sono grandi testimoni di fede e di amore nel loro amarsi nonostante tanti rifiuti. Inoltre mentre noi abbiamo potuto crescere nell’amore anche potendo essere capi scout insieme, tante persone non possono manifestare il loro amore nell’Agesci. Che triste constatare che questo amore debba essere negato a capi omosessuali e perfino debba essere nascosta ai ragazzi la bellezza dell’amore che ognuno di noi ha!”

 

Le mie montagne russe

“Per me è un giorno speciale”, ha incalzato B. “Per la prima volta faccio coming out in pubblico. Vi faccio partecipi di due grandi fatiche che mi trovo ad affrontare in questo periodo, come se dovessi vivere su due montagne russe, una è quella della mia identità di genere e l’altra è della mia identità sessuale. Non se ne parla abbastanza e ho colto questa occasione per raccontarvi di me. C’è tutta la mia vita in queste due montagne russe”.

 

Aiutarci ad accattarsi e accogliere 

“Vengo da una famiglia molto cattolica e quando avevo vent’anni ho percepito con chiarezza che ero attratto dagli uomini”. Anche Matteo ha raccontato di sé: “Non sono subito stato accettato da tutti e negli anni, per esempio, una psicologa mi diceva che avrei dovuto reprimere i miei sentimenti. E quante persone mi avevano convinto che la mia omosessualità fosse una malattia che avrei potuto correggere… Nel 2017 ho fatto coming out con mia madre e dal 2018 ho frequentato alcuni gruppi che m i hanno tanto aiutato. Raccogliendo negli anni tante riflessioni sono arrivato nel 2020 a pubblicare un libro: “L’amore oltre le regole” per dare una forma scritta a tutte quelle storie che possono aiutare le persone ad accettarsi. Ho capito che non bisogna dare nulla per scontato ed ogni storia va accolta nella sua originalità visto che nessuno di noi è uguale ad altri!”




In Tigray vogliono eliminarci, ma noi anche da qui resistiamo

Su questo Blog ci sono stati più post sulla situazione in Tigrai. Ora la guerra si è fermata (grazie alla Cina) ma la siccità e la carestia conseguente (che è una realtà ricorrente nel Corno d'Africa a scadenze quasi ritmiche) stanno causando una crisi gravissima.


Sono arrivati a Marghera da tutto il nord Italia, pochi ma uniti i tigrini che vivono tra noi chiedendoci di conoscere il loro dolore e partecipare la loro lotta. Almaz è una donna forte ma quando il suo racconto arriva alla pulizia etnica e alle migliaia di donne stuprate, gli occhi sono ormai bagnati di lacrime. “Grazie a questa comunità che ci ha accolto, pregate per noi”-supplica durante la Messa dalla tenda di Abramo allestita sotto l’ambone. “Io vivo a Udine ma il mio cuore è con la mia famiglia nel Tigray che lotta e prega. Sono già state uccise 6.000 persone e migliaia di mine antiuomo made in Italy hanno dilaniato gli arti dei nostri figli, nel silenzio del mondo”.
“Sotto la quercia di Mambre”, cantava Turoldo, “genti di tutta la terra diventano ospiti di Dio”. Oggi alla Cita la Parola della Genesi, sull'accoglienza che Abramo offre a tre sconosciuti, è diventata la carne dolorante e ferita dei tigrini etiopi, carne scura come il loro pane injera spugnoso che ci hanno donato.

“Dal 2020 le peggiori atrocità sui civili si sono svolte realizzando una campagna implacabile di pulizia etnica, con l'acquiescenza e la partecipazione delle forze federali etiopi", afferma il Rapporto di Amnesty International che porta già nel suo titolo tutto il dolore che oggi alla Cita ci è stato raccontato e consegnato dai volti di Almaz e tutti gli etiopi: "Vi cancelleremo da questa terra" (A.I. Nous t'effacerons de cette terre, 5 Aprile 2022).



Domenica XVI TO – Lc 10,38-42

Dopo averci presentato cosa sia la sequela e la missione, il racconto che ci fa Luca di due incontri di Gesù, gli offrono l’occasione di chiarire ciò che sta al centro della vita cristiana: l’amore che è compassione, un fare, una prassi, non un sentimento, ma anche l'ascolto della Parola che richiede un cuore indiviso per amare Dio con tutta la nostra persona.


Domenica scorsa confrontandosi con Gesù, il Dottore della Legge non aveva solo ricordato il precetto dell’amore per il prossimo; aveva, come era giusto, premesso l’amore per Dio che chiede sia coinvolta tutta la persona (cuore, anima, forza e mente). Quest’ultimo aspetto sta al centro dell’incontro di oggi di Gesù con Marta e Maria.

Marta, la padrona di casa (è il significato del suo nome), si mette subito al lavoro per accogliere degnamente l’ospite. Da parte sua Maria non può lasciare che questo rimanga da solo e, quindi, si siede ai suoi piedi ascoltando quanto dice. 

Non è tanto strano che Gesù entri da solo in una casa di due donne (i discepoli che stanno andando con lui a Gerusalemme non ci sono), quanto che una donna prenda l’atteggiamento di un discepolo “seduta ai piedi del Signore” e “ascolta la sua parola”, la Parola del Signore, cioè quella di Dio. 

Anche se oggi le cose stanno cambiando e, in particolare nell’ebraismo Riformato, ci sono scuole rabbiniche che hanno tra i loro studenti anche delle donne, all’epoca e per l’ebraismo tradizionale non si deve insegnare la Torah alle donne; la Mishnah prescrive: “Chi insegna a sua figlia la Torah, le insegna la dissolutezza” e il Talmud di Gerusalemme: “Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate alle donne”. Luca, descrivendoci questa situazione, desidera evidenziare come invece Gesù non facesse differenze.

La lettura tradizionale cristiana, da questo racconto trae la conclusione di una supremazia della vita contemplativa su quella attiva. Però non è questo l’intento del racconto. Marta e Maria fanno quello che devono fare per accogliere degnamente l’ospite.

Il problema sorge quando, spuntando dalla cucina, Marta inveisce rivolgendosi direttamente a Gesù, dicendo: “Signore, non ti curi che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!”.

È un’esplosione di rabbia giocata di sponda contro la sorella, rimproverando a Gesù di non essere intervenuto perché lei non l’aiutava. Però, perché questo potesse avvenire, Maria avrebbe dovuto lasciare solo l’ospite, contravvenendo alla prassi di buona accoglienza e, dalla cucina, non avrebbero potuto svolgere contemporaneamente i due ruoli. 

Il rimprovero che Gesù rivolge a Marta è che, a differenza di Maria, si preoccupa e agita per molte cose mentre la sorella rimane pacata, non dice nulla, rimane in silenzio, non contrappone le sue ragioni, non risponde per le rime a sua sorella. È questo che Gesù loda in Maria e non tanto il fatto che ascolta la sua Parola.

Marta preoccupandosi ed agitandosi fa emergere che non è una persona “pacificata”, ma “divisa” in sé stessa, non controlla i suoi sentimenti tanto che esplode nella rabbia.

Quello che questo Evangelo ci dice è che, per amare il Signore con tutta la nostra persona, implica l’avere un cuore unificato. 

Ma questo cosa significa per noi, per la nostra vita? Cosa si deve fare per avere un cuore “unificato”? Forse a noi è impossibile, certamente è un dono come ci richiama il profeta Ezechiele (11,19-20): “Darò loro un cuore uno (o “unificato”; non certamente “nuovo” come traduce la Cei!), uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, perché seguono le mie leggi, osservino le mie norme e le mettano in pratica: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio”.

 

Se è dono, come è, significa che a noi è possibile solo chiederlo nella preghiera. Allora si comprende come il proseguo del cammino che Luca ci sta facendo fare, sfocia senza alcuna forzatura nell’insegnamento di Gesù sulla preghiera che sarà al centro Domenica prossima.

 

(BiGio)

III Domenica di luglio: Festa del Redentore

La terza domenica di luglio ricorre a Venezia la Festa del Redentore. Le letture della liturgia sono splendide: Ez 34,11-14; Rm 5,1-11; Gv 3,13-17

Nell'occasione pubblichiamo due brani di due omelie di Marco Ce' in questa festa.

Alzare gli occhi verso Gesù redentore, crocifisso per la salvezza di tutti e proclamarlo Figlio di Dio, significa vedere in lui il volto di ogni uomo, soprattutto dei fratelli più deboli. Consentitemi di nominare coloro che oggi sono i più dimenticati: gli anziani, per molti dei quali l’estate e l’incubo della solitudine; i giovani, sembrano forti, ma sono deboli. Quei giovani i quali la nostra generazione adulta ha procurato un benessere che noi, alla loro età, non abbiamo conosciuto - e questo non è un male - senza però aver saputo offrire valori; quei valori per cui valga la pena di vivere, di faticare giorno per giorno e, oggi come ieri, talora anche morire. Quei valori che non ci offrono le future generazioni proclamandoli a parole, ma testimoniandoli nella vita, nelle istituzioni e nel disinteresse con cui si servono. Quei valori di cui noi - generazione che oggi sei gestisce il potere in tutte le sue eccezioni, con tutte le responsabilità che esso comporta; chi fa politica e cultura, civile e religiosa - dovremmo essere educatori e, invece, talora non lo siamo. Non lo siamo perché ci manca l’unica forza per educare: la testimonianza della vita.

Perché ricordo anziani e giovani e, se mi fosse possibile, chiamerei per nome tutti coloro che hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto? Perché la festa del redentore è la festa della vita che riprende a sperare. Il risorto, mentre ci abilita a sperare nella salvezza, mobilità tutte le nostre forze.

Perché ricordo anziani e giovani e, se mi fosse possibile, chiamerei per nome e tutti coloro che hanno bisogno di qualunque tipo di aiuto?

Perché la festa del redentore è la festa della vita che riprende a sperare. Il Risorto, mentre ci abilita a sperare nella salvezza, mobilita tutte le nostre forze - le forze della genialità, dell’intelligenza, dell’arte, le energie creative e lavorative – per dare contenuto alla speranza.


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Se parlo a cristiani, devo dire loro che il nostro atteggiamento di fronte ai problemi che stiamo vivendo investe l’autenticità dell’annuncio del Vangelo che non è un’ideologia, o soltanto un complesso di affermazioni su Dio, ma è la testimonianza che un Dio che è sceso nella storia dell’uomo, si è fatto uno di noi, fratello di tutti in Gesù, ha operato la salvezza assumendo su di sé i pesi dell’umanit, e ora vuole portare a compimento la salvezza degli uomini sempre mediante Gesù, però non ha più umani, a solo le nostre mani.

Il Vangelo di Gesù non è finito con la sua ascensione al cielo. Se così fosse, sarebbe un libro morto. Il Vangelo di Gesù non è finito con la sua ascensione al cielo. Se così fosse, sarebbe un libro morto. Invece è un libro vivo, perché ciascuno di noi deve scrivere il suo capitolo di Vangelo: ciascuno sotto il proprio nome, ma per conto di Gesù. Invece è un libro vivo, perché ciascuno di noi deve scrivere il suo capitolo di Vangelo: ciascuno sotto il proprio nome, ma per conto di Gesù.

Celebrare la festa del redentore, oggi, non può essere fatto eludendo i problemi della società: la redenzione si compie nella storia e questo significa che il volto storico dei problemi e l’impegno a risolverli hanno rilevanza sul modo di vivere la fede. La ricorrenza del redentore e quindi festa e giudizio; è una pagina del Vangelo, scritta in un modello culturale di quattro secoli fa, che esige di essere riattualizzata.

Se questo non avvenisse, la parola di Dio ci direbbe che è inutile venire al tempio, perché Dio non è più qui, è emigrato.



Le due esigenze del discepolato: l’ascolto (shimmua‘) e il servizio (shimmush). Non l’una senza l’altra.

L’ebraismo, come è noto, insiste molto sul fare: “Faremo e ascolteremo”, dicono i figli d’Israele sul Sinai, quasi anteponendo la prassi all’ascolto (Es 24,7).
Anche per Gesù la casa dell’ascolto si costruisce sulla roccia della prassi.

Due sorelle compaiono nell'Evangelo di questa vangelo, ed entrambe accolgono Gesù, ciascuna a modo suo. Entrambe si può dire che diventano sue discepole, e due sono le esigenze del discepolato: l’ascolto (shimmua‘) e il servizio (shimmush) del Maestro. Non l’una senza l’altra. Quale delle due ha la precedenza? Probabilmente è una domanda oziosa. L’ebraismo, come è noto, insiste molto sul fare: “Faremo e ascolteremo”, dicono i figli d’Israele sul Sinai, quasi anteponendo la prassi all’ascolto (Es 24,7). È un’istanza operativa che si esprime in mille cose da fare, in una moltitudine di precetti da mettere in pratica. Non basta escogitare, bisogna praticare. Anche per Gesù la casa dell’ascolto si costruisce sulla roccia della prassi. San Paolo, in voluta polemica con questo atteggiamento che gli appare legalistico, da parte sua insiste molto sulla virtù della fede che giustifica indipendentemente dalle opere, ma sappiamo bene che una fede priva di opere è morta, si isterilisce (san Giacomo). “La cosa principale non è l’esegesi, ma la prassi”, insegnano i Rabbini nei Pirqè Avot, ma Rabbi ‘Aqiva, il più grande di loro, fa giustamente eccezione. Una volta – si legge nel Talmud (Qiddushin 40b) – nella casa di Nitza a Lod, ebbe luogo una discussione tra Rabbi Tarfon e Rabbi ‘Aqiva su quale fosse la cosa più importante, se lo studio (talmud) o la prassi (ma‘aseh). Contro il parere di Tarfon, che difendeva il punto di vista tradizionale, prevalse l’opinione di ‘Aqiva: “È più grande lo studio”. Ma la motivazione era proprio questa: “Perché lo studio conduce alla prassi”. Anche il fare, senza una dovuta riflessione, si risolve in superficiale attivismo. Non è dunque possibile stabilire delle precedenze: ascolto e prassi sono necessari l’uno all’altra. Più che altro, è questione di sensibilità personale, di una maggiore o minore attitudine, o forse anche di una diversità di carismi nella comunità cristiana.

Non credo che Gesù, incontrando queste due donne, faccia una preferenza o voglia istituire una nuova gerarchia di carismi all’interno della chiesa. Non si tratta di anteporre una vita “contemplativa” a una vita “attiva”, come spesso si è inteso leggendo questo brano, sulla scorta di una distinzione filosofica e non biblica. Il carisma giovanneo non è più grande di quello petrino. Quello monastico, per esempio, non è superiore ai dovuti incarichi istituzionali, anzi è del tutto marginale rispetto ad essi. Gesù non stabilisce una priorità tra le due sorelle, e non contesta Marta. “Marta, Marta” è un’espressione di grande affetto e di riconoscenza verso colei che lo ha ospitato e che si dà un gran daffare per servirlo. A Marta (il cui nome significa “Signora”) Gesù non toglie nulla in quanto padrona di casa, non rovescia le gerarchie familiari. Ma Gesù difende Maria, probabilmente la sorella minore, dall’accusa di essere una fannullona o di perdere tempo. Difende chi è più debole, perché il molto fare, in certi casi, può degenerare in una qualche forma di prepotenza. L’unica cosa necessaria è l’amore per il Signore, sia che si ascolti la sua Parola, sia che lo si serva nei fratelli e nelle sorelle.

fratel Alberto

(Monaco di Bose)