A 6 mesi dalla morte (19 febbraio 2022), in sua memoria pubblichiamo una illuminante riflessione sull'Eucaristia di Carlo Molari, uno dei più importanti teologi contemporanei
Vai agli "Appuntamenti", all'Home page e ad altre pagine interessanti
- Home page (vai o torna all'Home page)
- La Chiesa della Risurrezione: simbologia dell'architettura, dell'interno e opera artistiche
- "Sequela" di Francesco Sabbatucci. Alcuni dei 15 pannelli seguiti da note introduttive
- 1 - La Parrocchia
- 4 - Solidarietà
- 5 - Il cammino Sinodale della Comunità della SS. Risurrezione
- 6 - Presentazione video delle occasioni per partecipare o sostenere attività di servizio
- Comunità Energetica: cos'è e come partecipare
Post in evidenza
Notizie su questo Blog
Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
Intanto nel mondo ....
Il 16 agosto 2005, durante la preghiera della sera, frère Roger venne ucciso
Nel 1940, dopo aver concluso gli studi di teologia a Losanna e a Strasburgo, Roger Schutz, figlio di un pastore riformato svizzero, si stabilisce a Taizé, piccolo paese della Borgogna dove intende iniziare una comunità monastica dedicata alla riconciliazione dei cristiani e tesa ad alleviare la miseria umana. Nel 1949, i primi sette fratelli si impegnano nella vita comune. Convinto della necessità di fare di questa comunità un segno visibile di unità, frère Roger vi accoglie in un primo tempo fratelli appartenenti a diverse confessioni evangeliche, e successivamente, dal 1969, anche cattolici. Da allora Taizé costituisce un riferimento spirituale ed ecumenico di primo piano non solo per il mondo ecclesiale, ma anche per le decine di migliaia di giovani che la comunità accoglie anno dopo anno.
Vicino a papa Giovanni XXIII e al patriarca Athenagoras di Costantinopoli, frère Roger ha partecipato al Concilio Vaticano II in qualità di osservatore. Il suo desiderio profondo di unità lo ha sempre condotto a cercare gesti e simboli capaci di evocare, al di là delle difficoltà, l'avvento di una primavera della chiesa, chiamata ad essere una «terra di riconciliazione, di condivisione, di semplicità» al cuore della famiglia umana.
"Penso che dalla mia gioventù non mi abbia mai abbandonato l’intuizione che una vita di comunità poteva essere un segno che Dio è amore, e amore soltanto. A poco a poco cresceva in me la convinzione che era essenziale creare una comunità con uomini decisi a donare tutta la loro vita, e che cercassero sempre di capirsi e riconciliarsi: una comunità dove la bontà del cuore e la semplicità fossero al centro di tutto".
da: Dio non può che amare di Frère Roger
Ci rendiamo conto che, duemila anni fa, il Cristo è venuto sulla terra non per creare una nuova religione, ma per offrire una comunione in Dio ad ogni essere umano? Dopo la sua resurrezione, la presenza del Cristo si fa concreta attraverso una comunione di amore che è la chiesa. I cristiani avranno il cuore così ampio, l'immaginazione così aperta, l'amore così ardente da scoprire questa via del vangelo e vivere da riconciliati?
Se la vocazione ecumenica ha provocato notevoli dialoghi e scambi, come dimenticare questa parola di Cristo: «Va' prima a riconciliarti»? A forza di rinviare a più tardi la riconciliazione dei cristiani, l'ecumenismo, senza rendersene conto, potrebbe alimentare un'attesa illusoria.
Quando i cristiani permangono in una grande semplicità e in un'infinita bontà del cuore, quando sono attenti a scoprire la bellezza profonda dell'animo umano, sono portati ad essere in comunione gli uni con gli altri nel Cristo.
Una credibilità può rinascere presso i giovani, quando questa comunione che è la chiesa si fa limpida, cerca con tutta la sua anima di amare e perdonare; quando, anche con pochi mezzi, si fa accogliente, vicina alle pene umane. Mai distante, mai sulla difensiva, liberata dalle severità, essa può irradiare l'umile fiducia della fede fin nei nostri cuori umani.
Sì, il Cristo chiama noi, evangelicamente poveri, a realizzare la speranza di una comunione. Anche il più semplice dei più semplici può riuscirci...
Penso che dalla mia gioventù non mi abbia mai abbandonato l’intuizione che una vita di comunità poteva essere un segno che Dio è amore, e amore soltanto. A poco a poco cresceva in me la convinzione che era essenziale creare una comunità con uomini decisi a donare tutta la loro vita, e che cercassero sempre di capirsi e riconciliarsi: una comunità dove la bontà del cuore e la semplicità fossero al centro di tutto.
Libertà religiosa e dialogo interrelogioso
Lo scorso maggio, la nomina di un inviato speciale per la libertà religiosa e il dialogo religioso, nella persona di Andrea Benzo, da parte del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo italiano è stata, indubbiamente, una buona notizia. In un contesto internazionale ove le persecuzioni e le discriminazioni delle minoranze religiose, la violenza settaria religiosa, nonché le violazioni della libertà di coscienza sono purtroppo in costante crescita – come viene ormai documentato dall'annuale report della US Commission on International Religious Freedom da oltre un decennio – è importante che i governi e la comunità internazionale rafforzino il loro sforzo per proteggere questo fondamentale diritto umano sancito dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Diritto umano che, purtroppo, per troppo tempo, è stato, nelle parole di un influente rapporto prodotto una decina di anni fa da una commissione parlamentare britannica, un "diritto orfano".
La nomina risponde alla domanda crescente emersa negli ultimi dieci anni, nell’ambito della società civile e della comunità scientifica, sulla necessità di fornire la politica estera di nuovi strumenti e capacità rinforzate per proteggere e promuovere la libertà di religione o di credo e di comprendere e interagire (engagement) con il crescente ruolo del fattore religioso nel sistema internazionale. Ad oggi le funzioni di protezione della libertà di religione o di credo nella politica estera sono delle realtà istituzionalizzate, in molteplici governi europei e nordamericani, in figura di ambasciatori e/o inviati speciali/commissari o simili per la libertà religiosa o di credo. Governi come quelli di Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Olanda, Svezia, Canada, Germania hanno integrato questi ruoli nelle rispettive strutture di politica estera e, più di recente, coordinano le loro azioni attraverso dei network transnazionali come l'International Contact Group on Freedom of Religion or Belief e l’International Religious Freedom or Belief Alliance. La maggior parte degli stessi governi hanno anche sviluppato, all’interno delle proprie strutture diplomatiche, ruoli o unità il cui obiettivo include di migliorare la comprensione della dimensione religiosa della politica estera (religious literacy) e di rafforzare le capacità di interazione/coinvolgimento degli attori religiosi attraverso la politica estera (religious engagement capacity).
Dicevo che l’annuncio della creazione di questa figura all’interno della Farnesina rappresenta una buona notizia. Prima di tutto, l’Italia si dota finalmente di uno strumento di politica estera adeguato alle dichiarazioni internazionali che successivi governi hanno pronunciato ormai da tempo circa l’attenzione che il Paese porterebbe, nella sua azione internazionale, alla protezione della libertà religiosa o di credo.
L’Italia ha deciso di creare un inviato speciale con un duplice mandato, quello della protezione della libertà religiosa e, allo stesso tempo, quello della promozione del dialogo interreligioso. Questa combinazione segnala una sensibilità e un orientamento di policy specifico, che a mio parere va nella giusta direzione. L’approccio predominante dei governi a sostegno dell’avanzamento della libertà religiosa è stato essenzialmente di advocacye caratterizzato da un approccio spesso definito di naming and shaming e/o megaphone diplomacy (il paradigma qui è il dipartimento di stato americano che produce annualmente delle liste pubbliche di Paesi of particular concern per le violazioni della libertà religiosa). Purtroppo questo approccio di politica estera top-down non sembra aver portato frutti nella misura in cui sono quasi inesistenti i casi di miglioramento della situazione della libertà religiosa o di credo che possono essere ricondotti a queste forme di pressioni esterne.
L'intero articolo di Fabio Petito continua a questo link:
Ecumenismo. Sfredda (Sae): “Riconoscendoci fratelli, impariamo a camminare verso il centro che è Cristo”
Facendo un bilancio della 58ª Sessione, che si è svolta ad Assisi, la presidente osserva: “Ci sentiamo chiamati a diventare ‘responsabili’, nel senso di spenderci in prima persona nella vita quotidiana, per dare compimento alla speranza
“In tempi oscuri, osare la speranza. Le parole della fede nel succedersi delle generazioni”: questo il titolo della 58ª Sessione di formazione promossa dal Segretariato attività ecumeniche (Sae Aps) a Santa Maria degli Angeli (Assisi), dal 24 al 30 luglio, presso la Domus Pacis. L’evento ha costituito il secondo momento della ricerca ecumenica avviata nel 2021 con la sessione su “Racconterai a tuo figlio (Es. 13,8)”. Il tema della comunicazione della fede entro un dialogo intergenerazionale quest’anno è stato approfondito con una particolare attenzione per il difficile tempo di cambiamento in atto, che invita a declinarla nel segno della speranza. Della Sessione, appena conclusa, a distanza di pochi giorni, parliamo con la presidente del Sae, Erica Sfredda.
Presidente, che bilancio può fare di questa Sessione di formazione del Sae?
Un bilancio molto positivo, sia per la qualità degli interventi, sia per l’entusiasmo e la partecipazione di tutte le persone presenti. Nonostante la pandemia e le difficoltà causate dalla guerra e dalla siccità, quasi 200 persone da tutta Italia si sono ritrovate in una Assisi calda e assolata e insieme hanno affrontato le gioie e le fatiche di questa 58ª settimana di formazione ecumenica.
“Osare la speranza” è stato il titolo più adatto per questa Sessione, che si poneva come seguito ideale della Sessione dello scorso anno, dedicata al tema “Racconterai a tuo figlio” (Esodo, 8). Cos’è la speranza? È la domanda da cui siamo partiti: la speranza in senso biblico, che non consiste in qualcosa di magico o scaramantico cui attaccarsi nella disperazione, ma nel riscoprire la vocazione che ci è stata rivolta.
Essere credenti non rende dei privilegiati; anzi, in questi giorni spesso si è parlato di responsabilità e di impegno, ma prendendo atto che la Bibbia è il racconto di un succedersi di crisi (e riscoprendone in ciò la sconcertante attualità), abbiamo messo a fuoco che la crisi è un’opportunità, il terreno nel quale si sviluppa e cresce il cambiamento e la possibilità di superare la nostra negatività per incontrare il piano di Dio…..
L’intervista che cerca una sintesi del confronto continua a questo link:
Opinione pubblica e Unione Europea
Dal 24 febbraio, dal giorno in cui la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, le lancette della storia europea sono improvvisamente tornate indietro. La parola guerra è riapparsa su tutti i media europei con toni e immagini oramai inusuali per il nostro continente. Non è la prima volta, è vero. Negli anni Novanta, dopo la disgregazione della Jugoslavia, l’Europa comunitaria ha visto consumarsi nei vicini Balcani conflitti nazionali ed etnici cruenti. Tuttavia, le emozioni che questa guerra suscita nell'opinione pubblica europea sono incomparabilmente maggiori. La guerra in Ucraina, per la minaccia sistemica che essa rappresenta, alimenta paure molto più grandi, anche per l’intensità degli effetti economici.
La risposta dell’Unione europea è stata dura e immediata. I governi degli Stati membri hanno scelto da subito di sostenere l’Ucraina con aiuti umanitari ed economici, e anche con la fornitura di armi per sostenere il governo di Kiev nella difesa dei propri confini. Allo stesso tempo, l’Unione europea ha fatto pressioni sulla Russia affinché mettesse fine all’invasione con l’adozione di sei ondate di sanzioni, progressivamente più dure.
Non è stato un processo scontato, anzi, al momento delle decisioni vi sono stati momenti di grande incertezza per gli effetti politici ed economici delle stesse.Poco si sa, per contro, degli umori dell’opinione pubblica europea. Due recenti sondaggi dell’Eurobarometro, per conto del Parlamento europeo e della Commissione europea, realizzati tre mesi dopo l’invasione russa, ci aiutano a saperne di più.
L'articolo di Roberto Santianello continua a questo link:
Cei: I cantieri di Betania - Prospettive per il secondo anno del Cammino sinodale
“Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Questo afferma in continuazione papa Francesco ma non è facile mettersi in cammino e non è facile farlo insieme.
La proposta de “I Cantieri di Betania”, è frutto del cammino primo anno e desiderano essere lo strumento di riferimento per il prossimo Anno Pastorale. Ed è stata consegnata alle Chiese all’inizio dell’estate, perché così abbino modo di impostare il cammino del prossimo anno.
Qui di seguito una sintesi del sintetico documento della Cei: solo 12 pagine di testo comprese le schede e le domande aperte
Mentre confluivano le sintesi diocesane, l’incontro di Gesù con Marta e Maria, nella casa di Betania (Lc 10,38-42) si è profilato come icona per il secondo anno. Perché parole come: cammino, ascolto, accoglienza, ospitalità, servizio, casa, relazioni, accompagnamento, prossimità, condivisione... sono risuonate continuamente nei gruppi sinodali e hanno disegnato il sogno di una Chiesa come “casa di Betania” aperta a tutti.
I cantieri sinodali di seguito indicati rilanciano le priorità̀ individuate per il secondo anno del Cammino. È utile ribadire che questo resta un tempo di ascolto e non di letture sistematiche e di risposte pastorali, a cui saranno invece dedicate le successive fasi, sapienziale e profetica.
Un incontro lungo il cammino
La scena descritta da Luca è dinamica, c’è un cammino insieme a Gesù, cioè un “sinodo”. Il primo anno del cammino sinodale ha rappresentato per molti questa esperienza discepolare di “strada” percorsa con Gesù. Si sono create preziose sinergie tra le diverse vocazioni e componenti della Comunità, tra condizioni di vita e generazioni, tra varie competenze. È unanime la richiesta di proseguire con lo stesso stile
Il cantiere della strada e del villaggio
“Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio”. Gesù non evita i villaggi, ma insieme al gruppo dei discepoli e delle discepole li attraversa, incontrando persone di ogni condizione.
Si apre così il cantiere della strada e del villaggio, dove saremo chiamati a prestare ascolto ai diversi “mondi” in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società̀. Nella realizzazione di questo cantiere dovremo misurarci con la questione dei linguaggi, che in alcuni casi risultano difficili da decodificare per chi non li utilizza abitualmente: basta pensare ai codici comunicativi dei social e degli ambienti digitali abitati dai più giovani, o a quelli delle fratture prodotte dall’emarginazione. Occorrerà, dunque, uno sforzo per rimodulare i linguaggi ecclesiali, per apprenderne di nuovi, per frequentare canali meno usuali
Il cantiere dell’ospitalità e della casa
“Una donna, di nome Marta, lo ospitò” nella sua casa.
Le Comunità cristiane attraggono quando sono ospitali, quando si configurano come “case di Betania”: nei primi secoli, e ancora oggi in tante parti del mondo dove i battezzati sono un “piccolo gregge”, l’esperienza cristiana ha una forma domestica e la comunità vive una fraternità stretta, una maternità accogliente e una paternità che orienta. La dimensione domestica autentica non porta a chiudersi nel nido.
Il cantiere dell’ospitalità e della casa dovrà approfondire l’effettiva qualità delle relazioni comunitarie e la tensione dinamica tra una ricca esperienza di fraternità e una spinta alla missione che la conduce fuori. Si interrogherà poi sulle strutture, perché siano poste al servizio della missione e non assorbano energie per il solo auto-mantenimento,
Il cantiere delle diaconie e della formazione spirituale
“Maria (...), seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era di- stolta per i molti servizi”. L’accoglienza delle due sorelle fa sentire a Gesù l’affetto, gli offre ristoro e ritempra il cuore e il corpo: il cuore con l’ascolto, il corpo con il servizio. Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il ser- vizio l’espressione dell’ascolto.
Si apre il cantiere delle diaconie e della formazione spirituale, che focalizza l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali, per vincere l’affanno e radicare meglio l’azione nell’ascolto della Parola di Dio e dei fratelli: è questo che può distinguere la diaconia cristiana dall’impegno professionale e umanitario.
Appuntamenti e strumenti
1 - In vista della realizzazione di questi cantieri, durante l’estate 2022, attraverso il sito dedicato (https://camminosinodale.chiesacattolica.it/), verranno messe a disposizione esperienze e buone pratiche come doni reciproci tra le Chiese locali
2 - Per l’inizio di settembre verrà inoltre predisposto dal Gruppo di coordinamento nazionale un piccolo sussidio metodologico
3 - È importante tenere come orizzonte, per l’intero arco del Cammino sinodale, la celebrazione eucaristica quale paradigma della sinodalità. Nella casa di Betania Gesù sedeva a mensa insieme a Marta, Maria e Lazzaro. Nel settembre 2022 il Congresso Eucaristico Nazionale di Matera metterà in luce questa profonda connessione: nella celebrazione eucaristica si concentrano, in forma simbolica, tutte le dimensioni dell’esperienza cristiana, ovvero il cammino che convoca i discepoli in assemblea, l’ascolto della Parola di Dio, la risposta comunitaria a questa Parola, l’accoglienza del dono del corpo e sangue di Gesù, la comunione con Lui che rende i fedeli “un solo corpo”, l’invio in missione e il ritorno nelle proprie case per vivere il quotidiano. La diversità e l’armonia dei compiti e dei servizi, nel contesto dell’assemblea celebrante presieduta dal ministro, sono lo specchio della Chiesa “sinodale”, popolo di Dio in cammino sotto la guida del Signore.
L'intero documento è scaricabile a questo link:
https://camminosinodale.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/2022/07/CantieriDiBetania.pdf
Per cambiare il clima: è dal 1972 che se ne parla. Chi si ricorda il Club di Roma?
Nel 1972 usciva e circolava in milioni di copie, tradotto in diverse lingue, il Rapporto voluto dal Club di Roma sui limiti della crescita umana. Che cosa abbiamo imparato in cinquant'anni?
Nonostante l’istituzione nel 2021 di un ministero per la Transizione ecologica, lo sguardo della politica, con alcune rare eccezioni, sembra essere rimasto rivolto al passato
Nell’agosto del 1972 viene reso pubblico il Rapporto che il Club di Roma, su iniziativa di Aurelio Peccei, aveva commissionato a un gruppo di esperti del Mit di Boston, coordinati da Dennis Meadows. Uscirà a stampa, tradotto in trenta lingue e diffuso in 30 milioni di copie, in Italia con il titolo I limiti dello sviluppo (il titolo originale inglese era The Limits of Growth). Quell’opera – che analizzava l’evoluzione prevista dell’impronta antropica, a partire dall’evoluzione demografica – è considerata a ragione una sorta di capostipite tra i lavori scientifici che hanno indicato le conseguenze dell’azione dell’uomo sul pianeta, e compie cinquant’anni. Che cosa abbiamo imparato in questo mezzo secolo?
Molto, in realtà. I gruppi di studio transnazionali non hanno interrotto la loro attività, anzi, continuano a mostrare all’opinione pubblica, e, soprattutto, a chi ha avuto in questi decenni responsabilità di governo, i rischi legati alle abitudini di consumo delle risorse e agli effetti dell’attività umana sul pianeta. Come in molti altri settori, l’arrivo della Rete ha via via consentito una progressiva diffusione delle conoscenze, e sono aumentate le occasioni di incontro sovranazionali. A cominciare dalla Conferenza della Terra tenutasi a Rio del 1992, la prima riunione dei capi di Stato sull’ambiente, sino alla recente Cop26 di Glasgow, per discutere i rimedi e le misure da attuare per arginare il disastro o almeno ritardarlo il più possibile. Nel corso degli anni i rapporti di ricerca si sono susseguiti (ultimo, ad esempio, quello dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico).
L'intero articolo di Bruno Simili continua a questo link:
Assunzione di Maria - Lc 1,39-56
Sono da sottolineare queste tre azioni. Un annuncio di Dio non lascia indifferenti, provoca il mettersi in piedi e, lasciando le proprie sicurezze, il proprio tran-tran. Non è un viaggio tranquillo quello che si prospetta, è un cammino lungo, accidentato, in salita come quello della vita, ma guidato da una impellenza che si impone su tutto: la meta sarà un incontro non tanto tra due donne incinte, ma quello tra due bambini ancora in grembo che, però, sono il futuro che si apre ad una vita nuova.
Avviene che, in questo incontro, Giovanni inizia a danzare, a saltellare di gioia nel ventre di Elisabetta, come aveva fatto Davide davanti all’Arca dell’Alleanza nella quale Dio – il Signore - aveva preso dimora, mentre veniva trasportata dalle montagne di Giuda a Gerusalemme. Maria ci viene così presentata come l’arca dei tempi messianici, nei quali il Signore stesso ha preso casa.
Elisabetta esclama: “Beata colei che ha creduto, perché vi sarà un compimento a quanto le è stato detto da parte del Signore”. È questa una traduzione un po’ diversa da quella alla quale siamo abituati a leggere e a sentire, è più letterale ma aiuta a comprendere bene.
Inoltre questa versione presenta una analogia precisa con le Beatitudini che saranno proclamate da Gesù:
“Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete”
Se ci si fa caso ogni beatitudine è composta da tre elementi:
una dichiarazione (beati voi)
la situazione attuale di chi è dichiarato beato (povertà, fame, pianto)
l’annuncio di una promessa (vostro è il Regno di Dio, sarete saziati, riderete)
Nella traduzione data si possono vedere con più chiarezza questi tre elementi; Maria è:
beata
colei che ha creduto
perché vi sarà un compimento
In questo modo Maria ci appare con chiarezza l’immagine di ogni credente, di ogni discepolo di Gesù al quale viene fatta una grande promessa, anzi, la grande promessa: tutte le parole del Signore si compiranno.
Allora davanti a noi, discepoli, si apre un preciso avvenire, che ci viene incontro perché donatoci da Dio e che, in quanto tale, non può che essere una sorpresa, la sorpresa del realizzarsi della sua giustizia che è la sua volontà. Una realtà che irromperà nella nostra vita e che provocherà una discontinuità con il nostro passato, diventando il presente nel futuro.
La risposta di Maria è il Magnificat che allora diventa il cantico proprio di tutti i credenti più ancora di un inno legato specificatamente alla Visitazione.
È importante notare come sia una specie di antologia di brani della Scrittura uno di seguito all’altro che creano una incredibile unità. È l’immagine di quella che dovrebbe essere sempre la preghiera di ogni credente e questo avviene quando la familiarità con la Scrittura è intensa e quotidiana. Scende allora nel profondo del cuore del credente e riaffiora sulle sue labbra quando si rivolge a Dio rileggendo la sua vicenda personale.
Se la preghiera è realmente un dialogo con il Signore, è prima di tutto ascolto della sua Parola; poi, a immagine di Maria, è il custodire le Sue parole nel nostro cuore (Lc 2,19), spingendosi a restituirle nei fatti della nostra vita. Allora si riuscirà a fare quella Sua volontà alla quale siamo chiamati a tendere per essere giusti davanti a lui.
(BiGio)
Santa Maria, donna del terzo giorno
Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi.
Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati.
Che i bagliori delle guerre
si stanno riducendo a luci crepuscolari.
Che le sofferenze dei poveri
sono giunte agli ultimi rantoli.
Che la fame, il razzismo, la droga
sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari.
Che la noia, la solitudine, la malattia
sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni.
E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime
delle violenze e del dolore
saranno presto prosciugate
come la brina dal sole della primavera.
Santa Maria, donna del terzo giorno,
strappaci dal volto il sudario della disperazione
e arrotola per sempre, in un angolo,
le bende del nostro peccato.
A dispetto della mancanza di lavoro,
di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia
e con gli azimi pasquali della solidarietà.
Donaci un po’ di pace.
Impediscici di intingere il boccone traditore
nel piatto delle erbe amare.
Liberaci dal bacio della vigliaccheria.
Preservaci dall’ egoismo.
E regalaci la speranza che,
quando verrà il momento della sfida decisiva,
anche per noi come per Gesù,
tu possa essere l’arbitra che, il terzo giorno,
omologherà finalmente la nostra vittoria.
Domenica XX PA – Lc 12,49-57
Nelle settimane precedenti Luca ci ha presentato ripetutamente due atteggiamenti opposti derivanti dal ritardo del ritorno del Padrone. Oggi ci sottolinea che questo ritardo non autorizza alcun rimando delle nostre scelte.
È necessario che sappiamo leggere questo nostro tempo alla luce della vita di Gesù; per noi è come un prisma e una lente di ingrandimento per comprendere le urgenze del nostro tempo ed agire di conseguenza.
Quella di oggi è una pericope nella quale si accavallano immagini che ci sembrano apocalittiche: fuoco sulla terra, divisioni fin dentro le famiglie, fino ad una invettiva contro coloro che si dimostrano incapaci di leggere la realtà della storia che vivono. Sembrano.
Gesù parla attraverso delle immagini, che hanno bisogno di essere comprese e interpretate. Il fuoco provoca calore e luce, ma lo fa consumando e divorando.
Non si riferisce di certo quello del giudizio, del castigo finale, dell’inferno. A quale fuoco allora si riferisce, che lui avrebbe già gettato sulla terra e del quale afferma: “cosa posso volere se è già stato acceso?” (non come traduce la Cei: “come vorrei fosse già acceso!”) tanto che “d’ora in poi” vi sarà divisione nelle famiglie.
Per comprendere bisogna risalire all’inizio dell’Evangelo quando Giovanni Battista annunciava che dopo di lui sarebbe venuto uno che avrebbe battezzato “in Spirito Santo e fuoco” (3,16) alludendo già alle “lingue come di fuoco” che si sarebbero posate sugli Apostoli nella Pentecoste che fanno “ardere” il cuore come ai discepoli di Emmaus mentre “partendo da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,13-25). Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra è la sua passione di amore per l'uomo e la sua salvezza; è quello della sua Parola, dell’Evangelo e dello Spirito Santo: che cosa può volere di più? Il compiersi della sua vita, della sua missione di salvezza per l’umanità intera, attraverso l’immersione (il battesimo) nella morte che lo porterà alla risurrezione, al “sì” del Padre per una vita vissuta in quel modo. Lo ha già annunciato due volte e, certamente, non sarà una passeggiata, un “combattimento” facile.
Lui ci chiede di seguirlo prendendo la nostra croce (Lc 14,27) e questo comporta una scelta netta; anche all’interno di una stessa famiglia ci sarà chi lo seguirà e chi no; non è più possibile tergiversare e, questo non può non provocare divisioni, incomprensioni.
Quando si incontra il “fuoco” della sua parola, si accende il tempo delle scelte, delle decisioni. Non si può far finta di nulla, temporeggiare, differirle per comodo o, peggio per scelta. Ecco allora la sua dura invettiva: “Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”
Gesù non accusa di doppiezza come l’etimologia della parola “ipocrita” farebbe pensare, ma proprio per il fatto che non ci si decide a fare “ciò che è giusto” perché, il giudicare quello che lo è in quel e in questo nostro tempo, è il compito dei discepoli del Signore.
Già, ma cosa è “giusto”? È il saperlo che ci permette di fare la scelta che spartisce nettamente la realtà storica di ieri come del nostro oggi e del futuro. Se pensiamo in termini “civili” probabilmente corriamo il pericolo di sbagliare. Non corrisponde semplicemente e direttamente alla giustizia sociale, ma per la Scrittura corrisponde a ciò che è la volontà di Dio che, spesso, non pratica i nostri sentieri.
Ma se crediamo nella Risurrezione e nella nostra vita è presente anche il Giusto per eccellenza e, il celebrare (= rendere attuale) la sua vita nell’Eucaristia partecipando al Pane Unico, ci rende il suo corpo. Il nostro agire, come persone e ancor più come comunità, dovrebbe manifestare quello spartiacque che indica Gesù e che si concretizza in un modo di vivere.
Come in tutti i tempi la società ci propone di porre al centro della nostra vita il nostro ego, al contrario le Scritture il bisogno dell’altro sul quale fermarsi, chinarsi, dare e offrire quanto è necessario perché quel problema si rivolva. Non solo per seguire le indicazioni della parabola del samaritano ma, soprattutto, perché è quello che Lui ha fatto quando irruppe nella vita dell’uomo, chinandosi su di un popolo che non lo conosceva, dandogli le risorse per uscire dalla schiavitù egiziana, facendolo diventare il “suo popolo” sul Sinài, stringendo quell’Alleanza che lo impegna a fare altrettanto.
Se non lo facciamo quell’invettiva del Signore è per noi: “Ipocriti!” e il suo invito chiaro e netto: “Giudicate da voi stessi quello che è giusto!”. Lo sapremo fare?
(BiGio)
PS: Fra poco più di un mese saremo chiamati a votare e anche questo significa “sporcarsi le mani”, “prendere su di noi la propria croce”, non in base a quanti simboli religioso ci vengono sbandierati davanti al naso, non in base a prospettive di breve termine, ma rispetto alla presenza che sapremo dare noi (e chi eleggeremo) rispetto a ciò che è “giusto” innanzitutto per il mondo sotto scatto dalla crisi causata dal riscaldamento globale, poi per la nostra Italia ma avendo anche uno sguardo più ampio sull’Europa e sugli altri scenari mondiali che ci vedono coinvolti direttamente o meno. Sapendo che lo potremo giudicare dai frutti che, quanto sarà realizzato, porteranno in futuro. A noi starà il seminare coscienti che assieme al grano crescerà anche la zizzania, ma pure che il raccogliere non saremo a noi, bensì le future generazioni.
Discernere e giudicare
I verbi fondamentali per i discepoli di Gesù non sono credere, ubbidire, combattere, ma discernere e giudicare.
Mentre il soggetto di questi verbi è sempre costituito dal discepolo, a conferma che si tratta di verbi che caratterizzano il discepolato secondo Gesù, il loro oggetto invece cambia.
Nel brano del Vangelo di Luca l’invito rivolto ai discepoli di Gesù riguarda la capacità di discernere il tempo e la capacità di giudicare da sé ciò che è giusto. Discernere, giudicare: due verbi fondamentali per la vita del discepolo di Gesù, per la nostra vita. I verbi fondamentali per i discepoli di Gesù non sono credere, ubbidire, combattere, ma discernere e giudicare.
Mentre il soggetto di questi verbi è sempre costituito dal discepolo, a conferma che si tratta di verbi che caratterizzano il discepolato secondo Gesù, il loro oggetto invece cambia.
L’oggetto del discernimento (Lc 12,56) è il tempo, non tanto il tempo cronologico (chronos), ma il tempo qualitativo della salvezza (chiros). Una prima azione che caratterizza la vita del discepolo, anzi, che sta all’origine della vita del discepolo, consiste proprio in questo sguardo sul tempo, che sa andare al di là della cronaca per cogliervi una presenza operante, un senso che a prima vista pare non esserci, che invece costituisce la serietà, la bellezza, lo spessore dei giorni dell’uomo.
L’essere discepoli di Gesù si gioca nel tempo: è una visita di Dio (Lc 1,68; 7,16; 19,44) della quale bisogna accorgersi, e che bisogna saper accogliere nella propria vita. Il vangelo di oggi ci invita in primo luogo a saper discernere il tempo della nostra vita: arte tanto difficile, quanto decisiva.
L’oggetto del giudizio (Lc 12,57) riguarda invece ciò che è giusto. Dopo aver operato il discernimento del tempo per scoprirvi un dono inatteso, inedito e immeritato, il credente è chiamato a “giudicare” ciò che è giusto, cioè ciò che è conforme alla Parola di Dio e alla sua volontà benevolente.
Dal discernimento del tempo nasce un’identità e una “giustizia” da vivere. Discernere le visite di Dio nella nostra esistenza cambia la vita e cambia il metro di giudizio e i criteri delle nostre scelte. Il credente non è un passivo esecutore di comandi, la sua fedeltà non consiste nell’eseguire ordini, ma nello scoprire da sé un significato della propria esistenza da tradurre nella vita: risposta alla chiamata con la quale siamo stati chiamati.
Ecco tratteggiata in due verbi l’esistenza cristiana. Sono due verbi impegnativi ai quali forse siamo stati poco abituati. Due verbi che responsabilizzano e rendono la vita cristiana una cosa seria.
Francesco, la dottrina e gli «indietristi»
«Sul problema dell’anticoncezionale, so che è uscita una pubblicazione su questo tema e su altri temi matrimoniali. Questi sono gli atti di un congresso e in un congresso ci sono diverse argomentazioni, poi discutono fra loro e fanno le proposte. Dobbiamo essere chiari: questi che hanno fatto questo congresso hanno fatto il loro dovere, perché hanno cercato di andare avanti nella dottrina, ma in senso ecclesiale».
È il caso di riflettere su questa e altre affermazioni di Francesco, in risposta a una domanda posta sull’aereo nel viaggio di ritorno dal Canada. La domanda faceva riferimento a un possibile «cambiamento» in vista sul divieto di contraccezione.
Il riferimento sotterraneo – che papa Francesco ha immediatamente compreso – era alle violente polemiche sviluppatesi dal 30 giugno scorso, data di uscita del volume Etica Teologica della Vita che riporta gli Atti di un Congresso della Pontificia Accademia per la Vita pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (ne ho parlato qui su SettimanaNews).
Il libro ha provocato un certo clamore mediatico perché contiene una possibile apertura sul tema della contraccezione, anche nella coppia cattolica regolarmente sposata in Chiesa, ma solo a precise condizioni. Inutile dire che il volume, di 527 pagine, recensito con favore da La Civiltà Cattolica (qui), è molto denso e ricco di spunti e di temi. Ridurne la portata a qualche frase fuori contesto è un’operazione fuorviante, purtroppo consueta.
I siti cattolici conservatori, italiani e nordamericani, seguiti dal can can mediatico sui social media (Twitter) hanno immediatamente affermato che la «dottrina» di Humanae vitae non si cambia, portando a supporto della loro posizione Veritatis splendor e Fides et ratio: i teologi non hanno libertà di ricerca, il dialogo non esiste in teologia, il Magistero ha già parlato e ogni discussione è chiusa.
Di fronte a tali argomenti, nella prefazione del libro firmata da mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, si sottolinea che il metodo del convegno è stato il dialogo, sullo stile delle «questiones disputatae» di medioevale memoria, rivendicando la legittimità di uno spazio di dialogo in teologia.
È la linea che Francesco ha argomentato nella sua risposta. Certo una risposta estemporanea, però ben meditata. Innanzitutto, il papa ha immediatamente compreso il riferimento sotteso alla domanda. E quindi ha voluto inserire la sua risposta in un più ampio contesto, fornendo un criterio di ermeneutica teologica tutt’altro che scontato.
La risposta di papa Francesco e il commento di Fabrizio Mastrofini a questo link:
http://www.settimananews.it/teologia/francesco-la-dottrina-e-gli-indietristi/












