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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Domenica XXX – Lc 18,9-14

Pregare sé stessi gettando in faccia a Dio le nostre opere o chiedere di poter tornare ad avere un rapporto "faccia a faccia" con il Padre?

 


Oggi la liturgia della Parola ci propone la seconda parabola della coppia che si incontra all’inizio del capitolo 18 dell’Evangelo di Luca. La prima, quella della vedova e del giudice ingiusto, è stata proclamata Domenica scorsa.

Prima di raccontarla Gesù fa una “dedica” a quelli che hanno l'intima presunzione (letteralmente: “avevano maturato la fiducia in sé stessi”; sottinteso: “e non in Dio”) di essere giusti e disprezzano tutti gli altri. Nel fare questo separano da sé stessi, escludendola, il resto dell’umanità mentre la nostra fede è inderogabilmente inclusiva.

È un atteggiamento che, si deve riconoscere, è molto diffuso e che in una qualche misura coinvolge tutti; quindi attenzione a verificare prima di tutto se stessi prima di guardare gli altri.

 

Gesù con molti altri sta camminando verso il Tempio di Gerusalemme. Non c’è alcun pregiudizio né prevenzione: Dio accoglie tutti, a semplice titolo della propria umanità; è l’uomo che invece distingue, separa, giudica e, per fare questo spesso si serve della religione. 

Tra tutta questa folla Gesù chiede di porre attenzione a due figure che incarnano tipologie diverse di credenti. Una è apprezzata dal popolo al contrario dell’altra.

La prima fa parte dei farisei, una corrente religiosa di uomini laici per nulla bigotti che vivono, camminando assieme e condividendo la realtà del popolo che gli è riconoscente, perché hanno istituito le sinagoghe come luoghi di ascolto della Parola (quindi dell’iniziazione alla preghiera), di insegnamento della Torah e insistono sulla pratica delle opere di misericordia. Nulla a che vedere con l’immagine distorta che normalmente noi abbiamo dei farisei. 

L’altro personaggio appartiene invece ad una categoria di collaborazionisti con il potere corrotto del re Erode e con gli oppressori occupanti, i romani. Sono senza scrupoli, avidi, vessano il popolo e, per questo, sono paragonati agli avvoltoi: sono i pubblicani, gli esattori delle tasse.

Giunti al Tempio iniziano a pregare ambedue stando ritti in piedi che è la postura normale corretta della preghiera ebraica: Dio ci ha creato simili a sé stesso e ci parla faccia a faccia. In altre posizioni questo non sarebbe possibile. 

 

Il fariseo “pregava tra sé”. In realtà la traduzione letterale del greco dice: “pregava sé stesso”, non Dio. Infatti la sua preghiera è un monologo autoreferenziale, compiaciuto, che esalta sé stesso e le sue opere, disprezzando gli altri: lui non è come i peccatori. Lui è un diverso o, meglio, un “separato” dagli altri: questo in ebraico significa il termine perusim, fariseo. 

Questo uomo non ringrazia per quello che Dio ha fatto e fa per lui, ma per quello che lui fa in favore di Dio; si esibisce in una contabilità di azioni meritorie gettate in faccia a Dio e agli altri. È il contrario di quanto il Signore ci propone nell’imitarlo.

 

Il pubblicano, invece, si ferma “a distanza”, cioè ha uno spazio davanti a sé, vale a dire un percorso ancora da compiere, mentre il fariseo ritiene di essere giunto all’apice del suo cammino tanto che, nel suo dire a sé stesso, si volge indietro per indicare spregiativamente il pubblicano.

Quest’ultimo si “batteva il petto”, letteralmente “picchiava” sé stesso e, il verbo greco contiene l’idea della violenza come quella usata dall’egiziano quando colpiva lo schiavo ebreo (Es 2,11), o quella subita per la quale Gesù chiede di non reagire, ma di porgere l’altra guancia. 

Di fatto, in questa parabola, viene evidenziato la diversità del rapporto con sé stessi dei due personaggi: il fariseo è tutto autocentrato e chiuso nella sua bolla autoreferenziale benpensante. Il pubblicano fa invece guerra al proprio io, alla propria realtà che comprende ancora lontana dal vivere secondo la volontà di misericordia di Dio verso tutti gli uomini. Infatti si riconosce “peccatore”, cioè di “aver fallito il bersaglio”, il progetto di amore al quale era stato chiamato, per il quale era stato creato (questo dignifica: peccato). Non gli rimane che invocare il perdono come fa al ritorno quel figlio che se n’era andato ed aveva sperperato la sua eredità che non aveva nemmeno il coraggio di guardare in faccia il padre.

“Abbi pietà di me peccatore” e il verbo greco usato non il classico eleìson ma, più che la compassione chiede la fine di una condanna e il ristabilimento di una relazione faccia a faccia. 

 

Il fariseo rimane chiuse in sé stesso. Il pubblicano invece, trovando la forza di uscire dalla sua realtà, si apre alla relazione vera con Dio e con gli altri uomini e poi “torna a casa sua”, luogo per eccellenza di relazioni e di comunione, “giustificato” cioè reso giusto da Dio, perdonato e salvato. Colui che si è umiliato ora è esaltato mentre il fariseo ridiscende dal monte del Tempio senza giustificazione: si credeva giusto e se ne torna senza essere ricoperto di quella di Dio. Ora è lui l’umiliato; se troverà la forza di riconoscerlo e di chiedere perdono non a sé stesso ma al Padre, potrà nuovamente essere chiamato a sedere accanto al padrone della mensa.

Allora anche questa seconda parabola parla della preghiera ma anche del giudizio, perché è la preghiera il luogo del nostro giudizio; non però di quello ultimo.

Vi è ancora tempo per chi si esalta di umiliarsi, in modo da essere poi innalzato; c’è ancora tempo per la conversione. Anche per questa parabola vale il finale della precedente: “il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”, domanda che non presuppone obbligatoriamente una risposta negativa, ma tende piuttosto un fiducioso sì da parte nostra.

(BiGio)

La missione per papa Francesco nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2022

«Di me sarete testimoni». Queste parole appartengono all’ultimo dialogo di Gesù Risorto con i suoi discepoli, prima dell’Ascensione al cielo, come descritto negli Atti degli Apostoli: «Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Questo è il tema della Giornata Missionaria Mondiale di domenica 23 ottobre 2022, che come sempre ci aiuta a vivere la missionarietà della Chiesa: la Chiesa è per natura missionaria. Ecco dieci «spunti missionari» ripresi dal Messaggio di papa Francesco.


1. «La Chiesa è per sua natura missionaria»: per questo «di me sarete testimoni» è l’invito che Gesù continuamente ci rivolge. La Chiesa ha come missione quella di evangelizzare, rendendo testimonianza a Cristo. Di più, l’identità della Chiesa è evangelizzare. «Sogno una Chiesa più missionaria, che vada incontro all’altro senza proselitismo e che trasformi tutte le sue strutture per l’evangelizzazione del mondo attuale».

2. «Tutti i discepoli saranno testimoni di Gesù»: grazie alla forza che per grazia ci viene data dallo Spirito Santo. Come Cristo è il primo inviato e testimone fedele, cioè missionario del Padre, così ogni cristiano è chiamato a essere missionario e testimone.

3. «La missione si fa insieme»: ogni battezzato è chiamato alla missione nella Chiesa e su mandato della Chiesa, non per iniziativa personale. «Evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale, ma profondamente ecclesiale» (EN 60). Infatti, Gesù invia i suoi discepoli in missione a due a due. Da qui l’importanza di una comunità, anche piccola, per portare avanti la missione.

4. «La vita personale è in vista della missione»: siamo inviati al mondo non solo per fare missione, ma soprattutto per vivere la missione che ci viene affidata, non solo per dare testimonianza, ma soprattutto per essere testimoni di Cristo. L’essenza della missione è testimoniare Cristo, cioè la sua vita, passione, morte e resurrezione. È Cristo, e Cristo Risorto, Colui che dobbiamo testimoniare in parole e azioni, annunciando la Buona Notizia con gioia e franchezza, come i primi apostoli.

5. «Il vero testimone è il martire»: nell’evangelizzare, l’esempio di vita cristiana e l’annuncio di Cristo vanno insieme. L’uno serve all’altra. Sono i due polmoni con cui deve respirare ogni battezzato e ogni comunità per essere missionari. Rimane sempre attuale quanto diceva Paolo VI, cioè che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni» (EN 41). Nessun ambiente di vita ci è estraneo per portare il Vangelo in maniera coerente e gioiosa, con coraggio e franchezza.

6. «Fino ai confini della terra» (At 1,8): la missione della Chiesa ha carattere universale. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano il movimento missionario della «Chiesa in uscita» che parte da Gerusalemme per espandersi fino ai confini della terra per testimoniare Cristo Signore. Nel nostro tempo, a causa di persecuzioni religiose e situazioni di guerra e violenza, molti cristiani sono costretti a fuggire dalla loro terra verso altri Paesi. Questi fratelli e sorelle testimoniano Cristo e l’amore di Dio nei Paesi che li accolgono. Pensiamo a come la presenza di fedeli di altre nazionalità potrebbe arricchire il volto delle nostre parrocchie e renderle più universali; per questo la cura pastorale dei migranti è un’attività missionaria da non trascurare, che può aiutare i fedeli locali a riscoprire la gioia della fede cristiana che hanno ricevuto.

7. «Nessuna realtà umana è estranea alla missione dei discepoli di Cristo»: siamo invitati ad andare oltre i nostri luoghi consueti per portare la testimonianza del Signore. Pensiamo alle periferie geografiche, sociali ed esistenziali: i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo. Consideriamo che, ancora oggi, esistono zone geografiche in cui non sono arrivati i missionari testimoni di Cristo e il Vangelo.

8. «La Chiesa di Cristo era, è e sarà sempre in uscita»: come appena detto, verso nuovi orizzonti geografici, sociali, esistenziali, verso i luoghi e le situazioni umane «di confine», per rendere testimonianza di Cristo e del suo amore agli uomini e alle donne di ogni popolo, cultura, stato sociale. In questo senso la missione sarà sempre «missione ad gentes», perché la Chiesa deve spingersi sempre oltre i propri confini per testimoniare a tutti l’amore di Cristo.

9. «Con la forza e sotto l’azione dello Spirito Santo»: non possiamo dare testimonianza piena e genuina di Cristo senza l’ispirazione e l’aiuto dello Spirito. Perciò, ogni discepolo missionario è chiamato a vivere con lo Spirito nel quotidiano e a ricevere forza da Lui. È lo Spirito il vero protagonista della missione, è lo Spirito a donare le parole giuste al momento giusto nel modo giusto.

10. «Nella preghiera»: che ha un ruolo fondamentale nella vita missionaria per lasciarci fortificare dal Signore, sorgente inesauribile di nuove forze e della gioia di condividere la vita di Cristo. Quando siamo stanchi, demotivati, smarriti, nell’incontro con il Signore nella preghiera troviamo ristoro, coraggio e nuovo entusiasmo.

«Con Maria»: la Chiesa, quando annuncia Cristo, chiede sostegno alla Madre dicendo: «Mostraci Gesù». È da Lei che si impara ad essere discepoli e missionari, per questo la Chiesa missionaria è sempre accompagnata da Maria. Come Maria che ci porta in dono Gesù, così la Chiesa che noi siamo porta Gesù e con Lui porta il suo amore, la sua pace, la sua gioia.


Tra l'avere una faccia tosta e un'infinita misericordia

Pare proprio che solo una sincera autocoscienza e un definitivo abbandono siano capaci di incontrare un’infinita misericordia.


Bella una Chiesa fatta di tanti piccoli gruppi di credenti – cercatori che si raccontano come va la vita e cosa vi aggiunge il Vangelo. I cristiani in niente si differenziano dal resto degli uomini se non perché confrontano il pensiero della vita col racconto che Gesù ne fa, alla fine convinti che non c’è rivelazione che il futuro possa aggiungere. Il tempo ci è dato per viverci la passione, l’abbandono e la fiducia. Dice san Paolo: “…Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”.   
Siamo nel mondo, siamo mondo anche noi e non è semplice fare la differenza, conservare la fiducia nella prova e rimettersi a Dio, quando è forte il sospetto che Egli non ci sia o se c’è si occupi d’altro. Tutta la liturgia svolge il tema perenne dei perdenti e dei poveri che alla fine guardano in alto. Noi siamo moderni, ma cosa cambia? Non siamo provati? Abbiamo soluzioni intermedie, ma al dunque “solo in Dio riposa l’anima”, recita il Salmo 61, e il primo proclama “beato l’uomo che confida nel Signore”.    
Siamo pur sempre ‘mondo’. Gesù avverte: “State attenti al lievito dei farisei, di Erode, dei sadducei”. Del vivere in superficie, del far coincidere la correttezza con l’abito, la conoscenza con le parole acconce, il valore con il potere. Certe maniere formali prevedono l’uso delle scuse. “Mi scusi, posso?”, “Scusate, disturbo?”. Che bello, segno di civiltà che avanza. Magari! In situazioni più critiche si scappa. “Io non ho colpa, è stato lui…”. Succede che ci si sbagli, dov’è la colpa? Quale ferita ci spinge a negare la responsabilità? “Io non c’entro”. Tale ferita è un problema di igiene della mente o dell’anima? E se si è costretti dall’evidenza ad ammettere un torto fatto, lì per lì ci aggiungiamo una sfilza di giustificazioni. Siamo mossi dall’urgenza di saperci al coperto, incolpevoli. L’imperativo è non perdere la faccia. Si chiama improntitudine, faccia tosta. Un giudizio sociale di immagine incombe sopra e dentro di noi, che è pura ideologia. Sempre stato, certo. In più oggi c’è il mercato che impone il modello dell’efficienza, giacca e cravatta. Il fariseo lava l’esterno, allunga i filatteri, si mette in vista nelle piazze, è ligio ai precetti, paga tutte le decime, contende ai maestri la conoscenza, riconosce che la sua condizione di vincente gli viene da Dio e lo ringrazia. È religioso e questo fa la differenza con i farisei di oggi che, nonostante ipocrisie, inadempienze sostanziali, attribuiscono solo a sé, alla propria abilità di saperci fare l’immagine di successo che si sono costruiti, l’andare a fronte alta, facce di bronzo in una società di uomini, ominicchi e quaquaraquà, per dirla con Sciascia. Il solo pensiero di sentirsi a posto è farisaico. Il guaio non è sbagliare ma perdere la faccia. Allora? Negare tutto. Bisogna farsi santi per dire: “Sono stato io” e non è vero.           
Non ne siamo fuori, altrimenti non ci riguarderebbe l’avvertimento: “Guardatevi dal lievito dei farisei”.           
A conti fatti ci sentiamo meglio rappresentati dal pubblicano, la cui autocoscienza sentiamo più autentica e vera: attira benedizione.          
Proprio lui che ruba il denaro ai concittadini, ne tiene gran parte per sé e il resto ai Romani, non sa come acquistare uno sguardo di misericordia su di sé, ancor meno può attenderselo da Dio, neanche osa alzare gli occhi né si figura di camminare al passo con lui come si fa tra amici, è lontano… ma non ha altri a cui dire il peso che porta! “Potessimo esser accolti con il cuore contrito e lo spirito umiliato…”. Così in Daniele 3. Questo basta, quello che i non credenti non immaginano di fare, che i credenti faticano a fare. 
Qual è la differenza con il fariseo? Questi ha una coscienza leggera, ma ne fa motivo di vanto, si compiace d’essere messo meglio di ‘quell’altro’. Che ha gravi responsabilità e le riconosce per intero, non gioca alle belle statuine, non va in cerca di attenuanti, di riscritture psicologiche. Nemmeno risolve la questione in sé, non chiude. E la differenza la fa la misericordia di Dio.       
Il pubblicano ci permette di riconoscere quanto Dio ci manca, quanto ce lo facciamo mancare! Pare proprio che solo una sincera autocoscienza e un definitivo abbandono siano capaci di incontrare un’infinita misericordia.

(Valerio Febei e Rita)

Giornata mondiale delle bambine, il rapporto di Terre des Hommes: “Abusi e discriminazioni in ogni parte del mondo. Italia compresa”

Aborti selettivi, dispersione scolastica, violenze sessuali, gravidanze precoci, tratta di esseri umani, impatto dei cambiamenti climatici. Sono tanti i fattori che ancora oggi mettono a rischio la vita delle bambine e delle ragazze, la loro salute e il raggiungimento di una migliore condizione di vita. E negli ultimi anni la pandemia di COVID-19 ha ulteriormente aggravato il divario di genere. 


Il dossier InDifesa sulla condizione delle bambine e delle ragazze in Italia e nel mondo, realizzato dall’organizzazione Terre des Hommes in occasione dell’11 ottobre, Giornata mondiale delle bambine, testimonia la dimensione drammatica di abusi e discriminazioni in ogni parte del mondo. Italia compresa. 
In molti paesi è in atto una strage silenziosa di bambine attraverso gli aborti selettivi: quelle mai nate dal 1970 a oggi sono circa 142 milioni, di cui 72 milioni in Cina e 45 milioni in India. In entrambi i paesi i governi hanno cercato di contrastare il fenomeno: in India dal 1994 è vietato determinare il sesso prima della nascita, mentre la Cina ha ufficialmente abolito la politica del figlio unico, che aveva spinto milioni di famiglie ad abortire le bambine pur di potersi assicurare la discendenza con un figlio maschio. 
Questo però potrebbe non bastare: una ricerca del British Medical Journal, che ha preso in considerazione 12 paesi in cui lo sbilanciamento del rapporto tra i sessi è particolarmente evidente (Albania, Armenia, Azerbaijan, Cina, Georgia, Hong Kong, India, Corea, Montenegro, Taiwan, Tunisia e Vietnam), mostra che se il trend attuale continuerà entro il 2030 potrebbero mancare all’appello altre 4,7 milioni di bambine. La situazione potrebbe addirittura peggiorare se, ai paesi in cui è già diffusa la pratica dell’aborto selettivo, se ne aggiungessero altri a causa del rallentamento demografico: il numero delle bambine mai nate potrebbe arrivare a 22 milioni entro il 2100.
Si preferisce avere figli maschi per motivi sia economici che culturali. In India, ad esempio, dagli uomini ci si aspetta che si prendano cura dei genitori anziani: sono loro il pilastro dell’economia familiare e i principali beneficiari dell’eredità. Al contrario, le figlie femmine vengono spesso percepite come un costo: non solo per la tradizione della dote che i genitori pagano alla famiglia dello sposo, ma anche perché, dopo il matrimonio, andranno a vivere in un’altra casa e non si potranno prendere cura dei genitori.
Con il tempo, però, qualcosa sta cambiando ...

L'intero articolo di Alice Facchini a questo link:

https://www.valigiablu.it/giornata-mondiale-bambine-ragazze-2022/





L'alfabeto del cambiamento - Maratona sull'ambiente

13 Relatori per 21 Lettere di un nuovo Alfabeto di saperi
Sabato 22 Ottobre | Dalle ore 11.30 alle ore 18.00 | Chiostro M9


Ventuno temi, come ventuno sono le lettere dell’alfabeto. Tredici relatori per esporli, in una maratona che si svilupperà Sabato 22 Ottobre, dalle ore 11.30 alle 18.00: una serrata successione di interventi volta a comporre una sorta di prontuario di competenze e idee capaci di guidarci nelle sfide della riconversione ecologica.
Moderata da Marco Filoni e Alessandra Viola, la Maratona sull’Ambiente è l’Evento Speciale del Festival della Politica 2022: un viaggio attraverso i problemi, le opportunità, le insidie e i tranelli della lotta al cambiamento climatico, per pensare le forme di un nuovo paradigma della sostenibilità che agisca non solo sul piano produttivo ed economico, ma anche su quello politico e culturale.
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I TEMI:
A. Alberi / B. Biodiversità / C. Colori / D. Diritti / E. Energia digitale / F. Fiumi / G. Ghiaccio / H. Habitat / I. Impatto / L. Laguna / M. Mulini a vento / N. Neve / O. Orto / P. Paesaggio / Q. Quiete / R. Rigenerazione urbana / S. Sostenibilità digitale / T. Tutela / U. Uranio / V. Verde / Z. Zoobiquità
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GLI INTERVENTI:
🕧 Dalle 11.30:
Giuseppe LUPO, Alessandro ZACCURI, Armando SAVIGNANO, Alessandro CHIARUCCI
Con un video introduttivo di Giovanni SOLDINI

🕧 Dalle 14.30:
Mauro BARBERIS, Serenella IOVINO, Luca MOLINARI, Michele BUGLIESI

🕧 Dalle 16.00:
Francesco VALLERANI, Novella PELLEGRINI, Alberto GRANDI, Carlo BARBANTE, Carlo GIUPPONI
L’accesso alla maratona non richiede prenotazione.



Nord-Est sempre più favorevole all'eutanasia

Nordestini sempre più schierati a favore dell'eutanasia: questa sembra essere l'indicazione principale che emerge dai dati pubblicati dall'interno dell'Osservatorio sul Nord Est del Gazzettino. Secondo le elaborazioni di Demos, infatti, il 77% dei rispondenti si è dichiarato moltissimo o molto d'accordo con l'affermazione "Quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede". 

Guardando alla serie storica, possiamo vedere come nel tempo sia costantemente cresciuto il favore verso la "dolce morte". Nel 2002, era il 56% a sostenere la libertà di scelta sul fine vita. Sei anni più tardi, il valore sale al 65% e cresce ulteriormente, raggiungendo il 69%, nel 2012. L'ultima rilevazione fissa il sostegno del Nord Est verso l'eutanasia al 77%: oltre un rispondente su quattro, dunque, ritiene che i malati abbiano il diritto di decidere sulla propria morte.

Sulla sedimentazione e la crescita di questo orientamento nell'opinione pubblica hanno probabilmente inciso le battaglie-simbolo a cui abbiamo assistito in questi anni. Da Piergiorgio Welby a Giovanni Nuvoli; da Beppino Englaro, che lottava per sua figlia Eulana, a Dj Fabo: ognuno di loro ha lottato civilmente affinché la legislazione riconoscesse loro il diritto di morire con dignità, ma spesso sono dovuti andare all'estero per compiere le proprie volontà. E al Parlamento sono rimasti pochi mesi per intervenire sul tema e impedire che sia la Corte Costituzionale a definire una questione cruciale come questa. La scadenza è il prossimo settembre e si è imposta dopo l'autodenuncia di Marco Cappato e Mina Welby dell'Associazione Luca Coscioni al Tribunale di Massa per aver accompagnato Davide Trentini a morire in una clinica in Svizzera.

L'inerzia della politica, però, non sembra essersi dissolta e appare ormai quasi in contrasto con il sentimento dominante.


L'intero articolo di presentazione della ricerca a questo link:



Diritto di famiglia. Una riforma importante passata sotto silenzio. Pregi e difetti

È entrata in vigore il decreto di riforma della giustizia civile con le nuove norme sui procedimenti in materia di diritto di famiglia. Si tratta della più importante riforma del diritto di famiglia dal ‘75. Il legislatore si occupa di come si svolgono i processi: separazione, divorzio e tutti i giudizi relativi ai rapporti con i figli. L’efficienza del processo è fondamentale per tutelare i diritti delle donne e degli uomini le cui famiglie si sono spezzate.


La novità più vistosa (operativa però solo dal 2025) è la fine dei tribunali per i minorenni e la nascita dei tribunali per le persone, per i minorenni e per le famiglie. Sarà quindi sempre un tribunale specializzato ad occuparsi di separazione, divorzio e conflitti fra i genitori relativi ai figli (finora di competenza del tribunale ordinario) e lo stesso tribunale si occuperà dei provvedimenti nei confronti dei genitori ritenuti inadeguati (finora di competenza del tribunale per i minorenni). 
Il nuovo tribunale per le famiglie funzionerà in modo molto diverso dal tribunale minorile. La riforma infatti razionalizza le regole del processo, che (a partire dal 1° luglio 2023) saranno uniformi per tutti i procedimenti relativi alla famiglia, pensate per garantire celerità ed efficienza. 
Un dettaglio interessante: il ricorso per separazione potrà contenere anche la domanda di divorzio (che potrà però essere pronunciato solo dopo 6 mesi di separazione). 
Una annotazione sul metodo: è stato un buon lavoro di collaborazione fra il Parlamento e il governo. Il Parlamento ha inciso in modo significativo sul contenuto della legge delega. Il governo ha poi attuato la delega avvalendosi del lavoro di una commissione di esperti di indubitabile autorevolezza, scelti per il fatto di essere profondi conoscitori della materia e portatori di sensibilità diverse. 
Questa esperienza non deve andare perduta anche dopo la fine del Governo che l’ha condotta in porto, perché è così che nascono le riforme in tutti gli Stati occidentali. Sulla fine dei tribunali per i minorenni si sono concentrate le voci critiche. 
Sono convinto invece che, se la riforma sarà supportata da adeguate risorse, si possa raggiungere un buon compromesso. 
Mi piacciono invece poco le nuove norme sulla violenza di genere che sono ancora una volta sorrette dall’idea che la violenza in famiglia si combatta con nuove norme e rigidità procedurali, mentre servirebbe tanto personale specializzato e tanta efficienza e quindi tanti denari.

(Carlo Rimini per il Corsera)

Migranti. Caritas e Migrantes: “Aumentano i cittadini residenti e i permessi di soggiorno, sempre più gli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia”

Presentata a Roma la nuova edizione del Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, che indica i diversi volti della realtà migratoria in Italia: "Urgenti politiche che potenzino efficacemente le opportunità da offrire ai ragazzi stranieri"


Riprende la crescita della popolazione straniera residente in Italia, sono meno, invece, gli alunni con cittadinanza non italiana. La nuova edizione del Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes indica due aspetti della realtà migratoria in Italia. Tema di quest’anno è quello scelto da Papa Francesco per la 108ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si è celebrata lo scorso 25 settembre: “Costruire il futuro con i migranti”.
I dati, al 1° gennaio 2022, parlano di 5.193.669 cittadini stranieri regolarmente residenti, cifra che segna una ripresa dallo scorso anno. Nel quadro delle prime 5 regioni di residenza, si conferma il primato della Lombardia, seguita da Lazio, Emilia-Romagna e Veneto, mentre la Toscana sopravanza il Piemonte al 5° posto”.  Il quadro delle nazionalità rimane sostanzialmente inalterato: fra i residenti prevalgono i rumeni (circa 1.080.000 cittadini, il 20,8% del totale), seguiti, nell’ordine, da albanesi (8,4%), marocchini (8,3%), cinesi (6,4%) e ucraini (4,6%).

La povertà soprattutto tra la popolazione straniera. Le persone di origine straniera che sono transitate nel corso del 2021 nei Centri di Ascolto della Caritas (CdA) sono state 120.536. Sul totale, gli stranieri incidono per il 55% e rispetto allo scorso anno aumentano di tre punti percentuali sul totale dell’utenza (nel corso del 2020 erano stati pari al 52%) e del +13,3% in termini di valori assoluti. Si conferma dunque, il loro prevalente protagonismo fra le persone che si rivolgono ai CdA. Nelle regioni del Nord e del Centro Italia il volto delle persone prese in carico dalla Caritas coincide per lo più con quello degli stranieri (in queste macro-aree gli immigrati rappresentano rispettivamente il 64,1% e il 56,8%); nel Mezzogiorno, invece, dove si registrano più alti livelli di povertà e di disoccupazione e, al contempo, un minore peso della componente straniera residente, le storie intercettate sono per lo più di italiani e gli stranieri costituiscono una quota ridotta, pari al 28,5%.


L'intero articolo di Filippo Passantino a questo link:




È santo il vescovo dei migranti

Domenica scorsa, a San Pietro, centodiciassette anni dopo avere inviato a Papa Pio X il suo straordinario «Memoriale per la costituzione di una commissione pontificia Pro emigratis catholicis» del 1905 col racconto di alcuni dei suoi viaggi tra gli italiani sparsi per il pianeta, Giovanni Battista Scalabrini è diventato santo. 

Giusto giusto ora che torna a infiammarsi il tema dell’immigrazione e del «blocco navale» invocato dalla destra? Sospetti insensati: la beatificazione del vescovo di Piacenza, noto nel mondo per aver fondato le congregazioni dei missionari «scalabriniani» ed esser stato forse il primo ad avere un’idea lucida e globale del fenomeno, fu celebrata nel 1997 da Papa Wojtyla e già da decenni «L’Osservatore Romano» dedicava all’«Apostolo degli Emigranti» pagine di ammirata devozione. Ma certo un figlio di emigrati come Papa Francesco proverà domenica un’emozione in più.

Il nuovo santo fu infatti tra i primi a teorizzare, come dimostra un passaggio nell’ Antologia: una voce viva (scalabriniani.org/giovanni-battista-scalabrini-scritti), il «diritto naturale» degli uomini all’emigrazione. Una tesi cantata a fine Ottocento anche da anarchici come Francesco Bertelli («La casa è di chi l’abita/ è un vile chi lo ignora/ il tempo è dei filosofi/ la terrà a chi lavora»), ma forse mai riassunta con la profondità e la fede del vescovo emiliano.

Parlava dei «nostri» emigrati. Ce l’aveva con chi si metteva di traverso al sogno di «catàr fortuna» altrove come i poveri cristi affollati alla stazione di Milano: «Sulle loro facce abbronzate dal sole, solcate dalle rughe precoci che suole imprimervi la privazione, traspariva il tumulto degli affetti che agitavano in quel momento il loro cuore. Erano vecchi curvati dall’età e dalle fatiche, uomini nel fiore della virilità, donne che si traevano dietro o portavano in collo i loro bambini, fanciulli e giovanette tutti affratellati da un solo pensiero (...) e aspettavano con trepidazione che la vaporiera li portasse sulle sponde del Mediterraneo o di là nelle lontane Americhe». Ce l’aveva coi proprietari terrieri «impensieriti da questo repentino impoverimento di braccia, che si traduce in un adeguato aumento di mercedi per quelli che restano» e levavano «i loro lagni al governo» per ottenere provvedimenti «per sanare e circoscrivere questo morbo morale, questa diserzione, che spoglia il paese di braccia e di capitali fruttiferi».

Richieste inaccettabili, per lui. 


L'intero articolo di Gianantonio Stella a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202210/221006stella.pdf


“Una psicologa per i futuri preti” La Cei accoglie l’invito del Papa

Nanni Moretti non aveva osato tanto. Nel suo Habemus Papam , girato un paio di anni prima dell’epocale rinuncia di Benedetto XVI, i cardinali consigliano un Papa in crisi, impersonato da Michel Piccoli, di rivolgersi a uno psicanalista. «I cardinali sono disponibili a chiedere il sostegno della psicanalisi», spiega allo psicanalista Moretti un sussiegoso officiale vaticano, «nonostante il naturale scetticismo che lei senz’altro immaginerà».


Scetticismo a parte, Papa, cardinali e terapeuta sono tutti rigorosamente maschi. Ora la Conferenza episcopale italiana sta valutando di inserire nella formazione dei seminaristi il confronto con una psicologa donna. Le crisi esistenziali del Pontefice morettiano non c’entrano, né c’entra il fatto che il Papa vero, Francesco, durante un momento particolarmente delicato della sua vita si rivolse per alcuni mesi a una psicanalista ebrea: «Era una persona buona, per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni», ha raccontato lo stesso Pontefice argentino, sfidando lo scetticismo che ancora aleggia nella galassia cattolica verso la psicoterapia.

Non, però, in seno alla Conferenza episcopale italiana. Che ha recentemente deciso la stesura di una nuova “ratio nationalis” per la formazione nei seminari d’Italia, ossia il documento di riferimento per la formazione dei futuri presbiteri.
I vertici della Cei hanno affidato a un’equipe l’elaborazione di una bozza che passerà poi dalla commissione episcopale per il clero e la vita consacrata e dovrà essere infine approvata dall’assemblea di maggio 2023. Sul tavolo ci sono diverse idee innovative, alcune in forma sperimentale. E, a quanto si apprende, tra le proposte c’è quella di introdurre uno psicologo o, meglio ancora, una psicologa.

Alla base dell’idea c’è la premura per la formazione all’affettività e alla sessualità dei futuri sacerdoti. Si tratta di due ambiti ancora trascurati in molti seminari. 


L'intero articolo di Jacopo Scaramuzzi a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202210/221014scaramuzzi.pdf



La terra trema dal 20 al 23 ottobre

Dal 20 al 23 ottobre, con anteprima mercoledì 19, tornerà a Mestre il Festival della Politica, promosso dalla Fondazione Gianni Pellicani in collaborazione con la Fondazione di Venezia, M9 - Museo del ’900, Comune di Venezia e Camera di Commercio di Venezia Rovigo e Delta Lagunare. Realizzato sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il Festival è patrocinato da Regione Veneto e Città Metropolitana di Venezia. 


L’edizione avrà come titolo “La terra trema”, e attraverso dialoghi, interviste, spettacoli, presentazioni di libri con gli autori e workshop, metterà a tema i principali fattori cambiamento di un momento storico segnato da processi epocali di trasformazione: i nodi del riscaldamento climatico e della riconversione ecologica, il ritorno della guerra in Europa, la rottura degli equilibri geopolitici globali, la questione energetica, la pandemia.     

Ma è chiaro che il Festival sarà l’occasione per una prima analisi scientifica e politologica sugli effetti del voto politico del 25 settembre.      
Un Festival che come sempre si svolgerà nel centro di Mestre, che per la prima volta si svolgerà “al coperto”, distribuendo i propri appuntamenti nelle prestigiose cornicidel Teatro Toniolo e di M9 – Museo del ‘900 

Il programma che graviterà intorno al tema, “La terra trema”, in cui si condensa il carattere di incertezza e cambiamento che contraddistingue il momento storico che stiamo attraversando, a partire dall’emergenza ambientale e dalla crisi energetica. 

I due curatori ospiti di questa edizione per approfondire i temi ambientali affrontati dalla rassegna sonoi il filosofo Marco Filoni e la scrittrice e regista Alessandra Viola. Due protagonisti della ricerca e del dibattito culturale italiano, a cui è stato assegnato il compito di articolare un tema tanto impegnativo coordinando il programma scientifico del Festival 2022.         
«Mai come negli ultimi decenni la terra ci trema sotto i piedi», spiega Marco Filoni, «La fragilità è il segno della nostra epoca: fragile è il mondo, fragili siamo noi – incapaci di rispettare, tutelare, curare quell’ambiente che non soltanto ci ospita, ma che siamo noi stessi. Guerre, pandemie, cambiamenti climatici, crisi: tutto concorre al pessimismo. E all’affanno dei molti che chiedono di correre ai ripari, la risposta è sempre mancante, un fallimento di pensiero e d’azione. 
È giunto il momento provare a fare i conti con la nostra fragilità. Per questo abbiamo scelto questo tema. Al Festival della Politica di Mestre quest’anno proveremo, anche in maniera radicale, a interrogare le molte cause che ci fanno tremare. Per conoscerle, per affrontarle, per prenderci cura di loro e insieme di noi stessi
».  
Così Antonella Viola: «Guerre, cambiamenti climatici, migrazioni animali e vegetali, deforestazione ed estinzione di specie a ritmi senza precedenti, ci obbligano a ripensare il nostro sviluppo e la relazione che intratteniamo con la natura. ‘La Terra trema’, è vero, ma attenzione: in qualche modo si riassesterà, troverà nuovi equilibri. In pieno Antropocene, nell'era in cui l'influenza dell'uomo sull'ambiente è diventata massima, la domanda è ancora quella di sempre: che posto avrà la nostra specie nel futuro del pianeta?». 


Altre notizie e il programma a questo link:


https://www.festivalpolitica.it/la-terra-trema/

 

Il Foglietto "La Resurrezione" di domenica 16 ottobre

 



Domenica 23 ottobre: Fiaccolata contro la guerra

Alla Cita, domenica 23 ottobre alle ore 11.30: cristiani e mussulmani saranno uniti in una  fiaccolata contro la guerra 


Domenica 16 ottobre sull'altare della Chiesa della Risurrezione c'erano alcune di quelle "lampade della pace" frutto del lavoro artigianale di una piccola parrocchia palestinese che chiedono giustizia non solo per loro ma per tutto il mondo, come il grido di quella donna dell'Evangelo di oggi


Quelle lampade sono state poi accese da due migranti egiziani giunti da pochi giorni


Quelle lampade non chiedono solo pace e giustizia ma anche di ricordare sempre la consegna di Liliana Segre nel suo discorso dallo scanno più alto del Senato il primo giorno della nuova legislatura: 

“I Padri Costituenti vollero lasciare un compito perpetuo alla "Repubblica": "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: Vi chiedo: rimuovete quegli ostacoli!”

Le date della "Preghiera di Taizè"

Giovedì 20 ottobre a Mestre nella chiesa di San Girolamo (ore 21) riprende la preghiera ecumenica cittadina nello stile di Taizé,  di cui si allega il calendario degli incontri mensili 2022-2023.





Domenica XXIX – Lc 18,1-8

Pregare incessantemente significa il farlo così tanto da “procurare fastidio” a Dio, fino a farlo temere di ritrovarsi con un occhio tumefatto e solo allora interverrà “prontamente”?


Il cammino che la liturgia ci sta facendo fare in questo anno, oggi ci introduce al tema della venuta del Regno di Dio nell’Evangelo di Luca che ci propone - secondo il suo stile – due parabole affiancate: quelle dalla vedova e del giudice ingiusto (questa XXIX Domenica) e quella del fariseo e del pubblicano (Domenica prossima). La parabola di oggi non può non richiamarci alla memoria quella dell’amico importuno e la seconda quella sulla scelta dei posti a tavola. Ambedue sono state proclamate in precedenza rispettivamente nella XVII e nella XXII Domenica; quindi relativamente recentemente: il 24 luglio e il 28 agosto.

 

Due importanti appunti previ al prendere in esame la parabola di oggi. Innanzitutto viene introdotta con una nota da Gesù: “sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi”. Colpisce questo “essere necessario” perché normalmente è un verbo usato negli annunci della passione. Qui invece non è rivolto alla vita di Gesù, ma alla nostra. 

Interessante è pure come quel “senza stancarsi” può essere più letteralmente tradotto con un “senza incattivirsi”. Il perché lo troviamo in Paolo quando, nella lettera ai Galati (6,9), avverte di fare attenzione perché c’è il pericolo a forza di fare voler fare il bene, di intestardircisi su fino a incattivirsi.

 

La parabola è nota. Una vedova, cioè una persona (ogni persona e pure ogni realtà e comunità oppressa) fragile che ha perso chi possa sostenerla e difenderla, contro due persone che si comportano ingiustamente contro di lei: l’avversario che lei contesta e un giudice che non ha voglia di impicciarsi, perché forse così finirebbe di inimicarsi un notabile del tempo oppure perché ha ricevuto qualche bustarella; situazione diffusa anche all’epoca e denunciata dai profeti come, per esempio, all’inizio del libro di Isaia. 

La donna però non è remissiva e il suo tono non è piagnucoloso, ma quasi imperativo: ”Fammi giustizia contro il mio avversario!”.

Il giudice alla fine cede purché questa vedova non continui importunarlo; il verbo greco qui usato è particolare e letteralmente significa “colpire sotto gli occhi”. Se questo fosse avvenuto, avrebbe ridicolizzato in pubblico il giudice ritrovandosi con un occhio nero fattogli da una “inerme” vedova.

La parabola si chiude non sottolineando che la donna grazie al suo temperamento ha avuto quello che desiderava, ma con l’invito di Gesù a porre attenzione alle parole del giudice ingiusto e invita a porsi una domanda, se questo è accaduto con un giudice iniquo, “Dio non farà giustizia ai suoi eletti?”. È quest’ultimo un termine apocalittico che desidera richiamare la nostra attenzione sul fatto che la nostra preghiera deve avere sempre per orizzonte gli eventi ultimi, quelli della fine di questo nostro mondo e l’avvento di quello nuovo nel quale sono chiamati a vivere di “eletti”. Ma, se questi, si trovano oggi a “gridare giorno e notte” a Dio è perché oggi vivono tempi di difficoltà, di fatica, di malattia, di guerre. E chiedono al Padre più che la liberazione, forza e coraggio mentre attendono che lui faccia giustizia “prontamente”. Si, ma quando?

C’è il pericolo, se ci si ferma qui, di pensare che l’invito sia quello di pregare incessantemente tanto da “procurare fastidio” a Dio, fino a farlo temere di ritrovarsi con un occhio tumefatto e solo allora interverrà “prontamente”.

 

Però se si fa attenzione alla lettera della parabola, il giudice iniquo non aveva dato retta alla vedova per un molto tempo poi, all’’improvviso, di colpo, quasi di sorpresa, in un istante le ha reso giustizia. Quindi il punto non è il “quando” temporale secondo il nostro calendario e lo scandire delle nostre ore, ma sulla certezza che questo avverrà: Dio certamente risponderà, questo è sicuro ma sarà improvvisamente, accadrà tutto in un istante, di colpo, senza che ci siano segni che preparino questo evento. Ma noi, lo staremo ancora aspettando? Guardando dal lato di Dio non c’è problema: farà giustizia. Ma noi? Continueremo a “gridare?

Ma a chi? a un dio (con la “d” minuscola) dal quale ci aspettiamo il colpo di bacchetta magica e magari finiamo per imprecargli contro perché non interviene e rimane impassibile difronte alla nostra sofferenza, alle nostre invocazioni di giustizia? 

 

Qui c’è un aspetto importante: certo, la misura della fede è quella della preghiera, ma la fede vera non è parlare bene di Dio e dirgli di noi, bensì il rivolgersi a lui per ascoltarlo e rispondergli di conseguenza. 

Rimanere in fiduciosa preghiera (cioè avendo “fede”) significa mantenersi sempre in contatto con il Signore cercando di comprendere la sua volontà, in modo di mantenerci sempre pronti a cogliere il momento nel quale ci metterà davanti l’opportunità di dare il nostro contributo a un mondo nuovo nel quale regni la sua giustizia che, spesso, non collima con i nostri desideri. 

 

Questo è quello che Luca sottolinea continuamente narrandoci la vita di Gesù e la sua preghiera. Questa è la fede che non delude perché esprime la consapevolezza che già ora viviamo qualcosa del Regno di Dio. Sta a noi dargli concretezza e ci riusciamo quanto più saremo sotto la signoria della sua misericordia e, contemporaneamente ne saremo la misura efficace tra gli uomini e nel creato.

 

(BiGio)

La preghiera: una responsabilità nella povertà dei mezzi


Vi capita di chiedere a qualcuno di pregare per voi e l’altro subito vi chieda la stessa cosa? “Per favore, prega per me”. Questa domanda nasce da una situazione di dolore e certo uno si risparmierebbe di porla se non fosse un’ulteriore possibilità. Ed è una proposta di amicizia. “Prega per me” vuol dire stammi vicino, ascolta il mio pianto, ce la fai? Anche un prete o un vescovo (Papa Francesco non fa mistero della sua umanità fragile), un familiare o un amico che vive un tempo di grave difficoltà può chiederti: “Affido alla tua preghiera la mia vita”. Ce ne viene allora un senso di grave responsabilità di fronte alla quale si sente la povertà dei propri mezzi, nulla da poter vantare a sostegno della preghiera per quell’amico, che attende. Fai le carte false allora come l’amministratore infedele di qualche domenica fa ed è tutto un trasportarsi ai piedi del Signore, te e l’amico. Chi chiede la nostra preghiera ci fa un grande favore. Perciò non si capisce la subitanea richiesta di contraccambio: “Anche tu per me”. Non c’è ascolto. Certo tutti abbiamo bisogno di essere accolti, ma uno alla volta, per carità. Nei rapporti comunitari (ma non solo) non vale il criterio della reciprocità che pure governa la vita sociale. In una relazione coniugale, per esempio, quel criterio non regge, c’è poco da insistere. “Ah, ma tu… E tu allora?”. Anche nelle comunità, nelle fraternità si è portati ad amare il doppio, per sé e per l’altro. Anche non volendo, cioè malvolentieri, si fa prova che la misura dell’amore è amare senza misura e si arriva quando si arriva. A poco a poco, forse, in lontananza si vede il traguardo, raggiunto il quale potrai finalmente passare a fil di spada la moglie, il marito e l’amalecita.
 
Ora succede a quelli che leggono il Vangelo di approvarlo senza passare per lo scandalo. Eh sì, perché il silenzio che la vedova, qui siamo tutti vedovi ed orfani, riceve alle sue insistenze costituisce scandalo, ostacolo. Quante volte ce ne lamentiamo! Ma la stessa parola di Dio e i Salmi sono un grido continuo al Padre che non risponde perché risponda. Ma allora? Che non sia una sua pedagogia? Forse Egli ci domanda: “Tu vuoi me? Davvero? Rifletti!”.
Noi siamo tutti figli in cerca di Padre a tal punto che averlo vale più di qualunque cosa. Non importa che tu mi dia o no quel che ti chiedo, nulla vale rispetto al conoscerti, non la rivalsa sulle ingiustizie subite, nemmeno la guarigione dal male che mi consuma (ma mi raccomando, Signore!): nulla vale come vederti perché “di te ha detto il mio cure ‘cercate il suo volto’. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (sal 27) ed esultare con Giobbe (cap 42): “Io ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ricredo e ne provo pentimento sopra polvere e cenere”.
Una meraviglia che poggia sulla certezza: “Io so che il mio redentore vive”. Cioè, dice Giobbe, non è un’astrazione, un pensato, un codice morale, un auspicio: è una persona in carne ed ossa, un amico vivo e vero che, aggiunge la Chiesa, si dà a tutti in quel pane. E questo può essere per noi di nuovo scandalo: Gesù, un Dio che non corrisponde alle categorie psichiche che ci costituiscono: la legge e la colpa, il premio e la condanna come per i Giudei, la ragione e la logica, la plausibilità come per i Greci.
Ma sappiamo che ci manca l’essere: la vita non è ‘da’ noi. Chiunque, sano di mente, sa che siamo ‘alienati’, mancanti. Ora la domanda: è un’alienazione la fede, come alcuni dicono: un riempitivo del vuoto di essere, una fuga dall’angoscia, o è alienazione voltarsi altrove, l’indifferenza e la scelta di non cercare? Sapendo, per esperienza e intuizione, che la misura dell’amore è amare senza misura, cosa che è in modo perfetto in Gesù, lo stesso varrà anche per la fede: la cui misura sarà credere senza misura, senza ‘segni’, senza riscontri, senza dimostrazioni. Sia così.
Allora sarà libero e pronto il cuore nel rispondere con premuroso affetto al dubbio malinconico di Gesù e consolarlo: sì, quando tornerai qualcuno ci sarà ancora ad attenderti.
 
 
(Valerio Febei e Rita)