e-mail della Parrocchia: ss.risurrezione@patriarcatovenezia.it - Telefono e Fax: 041-929216 - ........................................................................... e-mail del Blog: parrocchiarisurrezionemarghera@gmail.com

Post in evidenza

Notizie su questo Blog

Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

L’omicidio di Giovanni Cutolo a Napoli, la nostra indifferenza e le generazioni senza futuro

Giogiò, oggi lo chiamano tutti così spinti da sincera partecipazione emotiva, ma scusate la franchezza, tra qualche giorno, Giovanni Battista Cutolo, il giovane musicista assassinato per niente, in piazza Municipio a Napoli se lo ricorderanno solo la famiglia, la fidanzata e gli amici.


C’è stato un tempo vuoto che mi sembra pesi come la lapide di marmo che mercoledì ha chiuso i resti di Giogiò.

Quel tempo vuoto è di tre anni. Non poco. Da quando l’assassino aveva 13 anni fino ai suoi 16. A 13 anni accoltellò un suo coetaneo e fu accusato di tentato omicidio. Non era imputabile, troppo piccolo per andare in galera. E poi passa del tempo e a 16 anni spara tre colpi di pistola contro un altro ragazzo, Giovanni appunto, e lo uccide. A 16 anni è sempre un “muccusiello” che però evidentemente era solo passato dal coltello a “o fierr” (la pistola), e che ora andrà nel carcere minorile.

Che cosa è successo in quel tempo? Chi si è occupato di quel bambino che aveva cercato di uccidere e che poi alla fine lo ha fatto 3 anni dopo? Non era imputabile e quindi? Forse bisognava prendersene cura, forse bisognava tenerlo d’occhio. Invece era tranquillamente avviato alla carriera di rapinatore di Rolex, come altri ragazzini del suo quartiere. Come anche Ugo Russo, vivo nella cronaca e ucciso da un carabiniere libero dal servizio che aveva cercato di rapinare.

Ora è facile dire che bisogna buttare la chiave. Ma che abbiamo fatto quando aveva 13 anni e già aveva conosciuto e praticato il male?


La riflessione di Amalia De Simone continua a questo link:


https://www.valigiablu.it/napoli-omicidio-giovanni-cutolo-musicista/





Cammino sinodale. Cei: “Aprire strade da percorrere perché tutti abbiano posto nella Chiesa”

Linee guida per la fase sapienziale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia. "Nuove ministerialità" per i laici e valorizzazione del ruolo delle donne. Tra le proposte, affidare ad un diacono l'amministrazione di parrocchie prive di parroco residente.


“Proseguire nel percorso avviato, rafforzando l’esercizio del discernimento a partire dai temi e dalle domande proposte nelle Linee guida e indicando decisioni possibili, impegni, aspetti ancora da sviluppare”. E’ l’obiettivo delle Linee guida per la fase sapienziale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia , diffuse. “Queste Linee guida, facendo tesoro del biennio narrativo – sottolinea il Consiglio episcopale permanente nell’introduzione al documento – gettano un ponte verso la fase profetica, incamminando le Chiese in Italia verso un discernimento operativo che prepari il terreno alle decisioni, necessariamente orientate a un rinnovamento ecclesiale e mai introverse; anche quando l’attenzione è puntata sulla vita interna delle nostre comunità, il pensiero è sempre quello estroverso della missione: rendere più agili alcune dinamiche ecclesiali (dottrinali, pastorali, giuridiche, amministrative) per rendere più efficace l’incontro tra il Vangelo, energia vivificante e perenne, e l’umanità di oggi”. Soprattutto in un tempo in cui “i lavori sinodali si intrecciano con i problemi e i drammi di ciascuno, che sono i problemi e i drammi del mondo: gli strascichi sanitari, economici e sociali della pandemia, il clima di guerra tragicamente ravvivatosi, le crisi ambientali, occupazionali, esistenziali. Un senso di precarietà e di smarrimento avvolge molte persone e famiglie nel nostro Paese”. Il testo – che si arricchisce di alcune infografiche – contiene infine il Cronoprogramma con l’agenda delle tappe e degli appuntamenti che condurranno all’apertura della fase profetica nel maggio 2024.

L'intera sintesi di M. Michela Nicolas continua a questo link:

Domenica XXIV PA - Mt 18, 21-35

Il perdono di Dio è senza condizioni ma per esprimersi pienamente ha bisogno che facciamo nostro verso gli altri questo suo modo d’essere. In fin dei conti non è questo che preghiamo nel Padre Nostro “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”?


Dopo il confronto Pietro e Gesù che aveva evidenziato qualche asprezza, il Signore aveva riproposto ai discepoli le sue scelte di vita invitandoli a scegliere se continuare a porre al centro i loro progetti personali o il bisogno degli altri, mettendo in conto che questo avrebbe potuto metterli in difficoltà e farli soffrire: questo significa il “seguirlo”.

Una volta deciso ci si trova a camminare assieme e, a questo punto, la Liturgia ci ha condotto a soffermarci attorno ai rapporti che intercorrono in ogni comunità umana e alle relazioni che si instaurano e che possono scivolare ed esprimere discussioni, contrasti, incomprensioni. Cosa fare in questi casi? Gesù invita a non avere tentennamenti e di mettersi a disposizione per fare un tratto di strada con chi sta sbagliando, prima personalmente, poi assieme a qualche amico, infine con l’intera comunità giungendo anche a compiere atti dirompenti, ma sempre in quell’atteggiamento verso il fratello che non deve rimanere senza il nostro amore anche se lui si allontana non ricambiando.

 

Questa Domenica ci viene chiesto di soffermarci ancora ed approfondire il tema su come gestire i rapporti all’interno della Comunità. I discepoli da buoni ebrei conoscono la legislazione rabbinica che indicava in tre il numero di volte nelle quali si doveva perdonare al fratello, poi si era liberi di accedere alle vie legali. Pietro, pensa di fare bella figura con Gesù chiedendogli se si dovesse fare fissando un numero più che doppio: sette. La risposta è secca: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” ribaltando l’affermazione di Lamek che aveva indicato in settantasette volte il limite della sua vendetta, vantando di aver ucciso un uomo per averlo solo scalfito (Gn 4,24). Indicando così che non avrebbe mai perdonato alcuna offesa finché non avesse avuto piena soddisfazione.

Gesù con la sua affermazione desidera avvertirci che la mancanza di perdono conduce alla morte, se non fisica, certamente a quella dei rapporti all’interno delle comunità; un perdono che deve essere non solo quantitativamente illimitato, ma pure qualitativamente incondizionato.

La distanza che intercorre tra quanto indicato dal Signore e le nostre spontanee reazioni immediate è nell’esperienza di tutti e di ogni comunità umana, anche cristiana. Per l’uomo il perdonare è una debolezza, è l’incapacità di vendicarsi, la pazienza è spesso associata all’essere codardi, quando non viene ritenuta una cosa dannosa per l’identità e l’equilibrio psichico della persona. Questo modo di pensare però ha il suo punto debole nel fatto che pone al centro l’individuo attorno al quale ruota tutto l’universo. È esattamente il contrario del modo di porsi di Dio nei confronti dell’uomo che ci chiede di far nostro.  Qui Gesù cerca di spiegarlo con un’altra parabola, quella di un re che volle fare i conti con i suoi servi e la differenza di atteggiamento tra questo e uno dei suoi sottoposti.

Nei confronti di uno che scopre debitore nei suoi confronti di 10.000 talenti che non era una moneta, ma una unità di peso corrispondente tra i 26 e i 60 chili di oro, quindi una quantità inimmaginabile. Verificata l’impossibilità di restituzione, prima si avvale della giustizia disponendo fosse venduto lui con la sua famiglia e poi rinchiuso in prigione fintantoché non gli avesse restituito l’intero debito.  Non essendo questo non possibile si trattava di una condanna a vita. In seguito alle invocazioni di avere pietà (il verbo greco letteralmente dice “un cuore grande” nei suoi confronti), il re si muove a compassione cioè prova un “immenso amore viscerale” e lo lascia andare condonandogli il debito. Sotto non ci sta nessun ragionamento, nessun calcolo. Emerge solo quell’amore materno che scaturisce dalle doglie del parto e che, nelle icone bizantine, facilmente è rappresentato dal ventre rigonfio e prominente del crocefisso che ha il resto della corporatura scarna.

La descrizione dell’atteggiamento di questo re il cui regno è “simile al regno dei cieli”, desidera dirci che l’amore di Dio per l’uomo è infinito e che è sempre pronto a perdonarci, perché lui continua in ogni caso ad amarci, tanto più se gli chiediamo sinceramente di avere un cuore grande nei nostri confronti, riconoscendo la nostra realtà di uomini di poco cuore, di fede piccola e tremolante. 

La parabola prosegue con il racconto di un contrapposto atteggiamento di questo servo che, avvalendosi della “giustizia”, non cede alla supplica di un compagno e lo manda in prigione per un debito del tutto rifondibile in pochi mesi (la cifra corrispondeva al salario di circa tre mesi di lavoro). La domanda che ci viene posta con quale dei due atteggiamenti desideriamo sintonizzarci. Desideriamo essere uomini di giustizia o uomini di Dio?

Nel primo caso ci ritroveremo a soffocare l’altro in un atteggiamento di vendetta che può essere dilazionata nel tempo tenendo le mani alla gola dell’altro impedendogli di vivere. Nel secondo caso ci troveremo a riprodurre il volto del Padre che è solo amore.

Le espressioni finali di Gesù desiderano insegnarci che chi non sa, non solo perdonare, ma anche condonare in modo incondizionato, può essere una persona giusta secondo i criteri di questo mondo, ma Dio non lo riconosce come figlio, non vede in lui le proprie sembianze perché non è secondo il suo cuore. 

 

Nel Regno dei Cieli nel quale siamo chiamati a vivere già nel nostro oggi, non prevale più la giustizia, ma la misericordia e, richiamandoci a quanto Gesù aveva detto in precedenza sul legare e sullo sciogliere, significa che il perdono del Padre verso gli uomini rimane legato finché non si dipana nel perdono ai fratelli. Certo, lui ci ha già perdonato, ma questo suo perdono diventa efficace ed operativo quando il nostro si trasforma in perdono senza chiedere nulla in cambio verso gli altri. In fin dei conti non è questo che preghiamo nel Padre Nostro “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”?

 

(BiGio)

Gesù, la sua parabola sul perdono e fra Cristoforo

Il perdono illimitato si apre anche nella nostra letteratura


Subito dopo la sua confessione di fede, Pietro si parò davanti a Gesù che annunciava la passione. “Questo non ti accadrà mai!”. E ricevette una lezione che ancora se la ricorda. “Va' via, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16, 21-23). Quale era il pensiero di Dio che prevedeva la passione e la morte di Gesù? Abbiamo detto: l’inclusione della sofferenza e della morte nella redenzione, che sarebbero rimaste fuori stando a Pietro. C’è dell’altro, ovviamente: la remissione dei peccati “per voi e per tutti”, col suo sangue versato in ogni Eucarestia. Scena cruenta, eppure…

“La morte si sconta vivendo”, dice un verso di Ungaretti, 1916. La morte o “il male di vivere”, avrebbe scritto Montale in senso più esistenzialista. Paolo scriveva ai Romani (6,23): “Il salario del peccato è la morte”. La guerra, il tedio mortale, il sentimento persistente della colpa, il rimpianto, l’odio per sé stessi, la paura, la fuga nel passato… sono espressioni di morte, alla lunga esiti del peccato, secondo Paolo. Anche del peccato altrui, del male che ci viene fatto senza motivo e produce astio, turbamento, coazione a ripetere, buio nell’esistenza... La vittima si traveste in carnefice, l’umiliato in colpevole e neppure sa perché. Come scrollarsi di dosso questo destino?
La religione cristiana non è un’opzione come tante. È la soluzione come ciascuno ha modo di verificare liberamente.
 
A volte il ‘male di vivere’ scende in noi con una tale gravezza di spirito, accanto ad una visione chiara della irrimediabile vanità di ogni cosa, da lasciare la mente annichilita e lucida. Non c’è psicofilosofia che tenga. Ma ai più inquieti possono aprirsi orizzonti nuovi. Un prete augurava ai suoi: “Che vi venga un mal di pancia!”, così da piantarla con l’orgoglio. Smettetela di piangersi addosso, ché vi vengono i reumatismi”. Cadono i pregiudizi e ci si concede la facoltà d confrontarsi con la Parola e guardarci dentro. Appare allora il rimedio della compassione e del perdono.
Fra di noi, al meglio, possiamo disporre di un amico, di un’amica che ci avvicini nei momenti tristi e per ciò stesso è di sostegno quando le cose buttano male, ci sono contrasti in famiglia, sul lavoro, l’annuncio di una malattia… Una dolce esperienza di consolazione (‘stare con chi è solo’) preserva ‘l’umano’ dall’abbrutimento.
Gesù è questo e molto altro. Ascolta i mali che gravano sulla nostra coscienza, gli errori subiti e quelli fatti, il racconto del male che ne è venuto e, pur non passandoci su, si sostituisce a noi nella colpa, negli effetti, nel ‘salario’. Pago io.
 
“Ma tu vieni e seguimi”. Per fare esperienza che non cammini una via di fantasia, occorre la pratica del perdono, dato e chiesto. Diecimila talenti contro cento denari, miliardi di euro contro cento. Bando alle supponenze: siamo persone vere solo se viviamo di perdono. Occorre farne esperienza. Non la fa quel tale, condonato dei diecimila talenti, che caccia in galera chi gli deve spiccioli al confronto. È la ‘fatica’ di perdonare che rende effettivo il perdono ricevuto. Gesù è vero e non potrebbe parlare come parla se non facesse la ‘fatica, ‘quella’ fatica, di perdonarci. La stessa difficoltà di mettere in pratica il Vangelo sta a dimostrare che è vero e credibile. Il nostro gesto di perdonare fa scendere dentro di noi il balsamo dolcissimo della consolazione e della giustizia, perché rimette le cose a posto.
 
Renzo, scampato alla peste, torna a Milano in cerca di Lucia. Nel lazzaretto incontra fra Cristoforo che si occupa dei malati. E parlando dei suoi guai a partire da don Rodrigo, gli monta la rabbia e promette di ucciderlo se è scampato alla peste. Fra Cristoforo, a quelle parole, ripreso il vigore di un tempo, lo strattona e dice: -“Guarda, sciagurato!” E mentre con una mano stringeva e scoteva forte il braccio di Renzo, girava l’altra dinanzi a sé, accennando quanto più poteva della dolorosa scena all’intorno. “Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu sai tu quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene!”-. Una lavata di testa con lozione antiforfora. Renzo è mosso al pentimento e al perdono.  Si apre alla consolazione.
Ma è troppo lungo da riportare, troppo bello da riassumere. Capitolo XXXV de “I promessi sposi”.
 
(Valerio Febei e Rita)
 

Migranti, le proposte della Comunità di Sant’Egidio per una migrazione regolare

I salvataggi in mare, l'accoglienza, il decreto flussi, i minori non accompagnati: sono alcuni dei temi toccati dalle proposte concrete che la Comunità di Sant'Egidio rivolge alle istituzioni perché l'immigrazione non sia considerata una emergenza ma un fenomeno strutturale che può far crescere l'Italia

Dalla responsabilità dell’Europa nel salvare vite umane alla valorizzazione dei minori non accompagnati come risorsa per l’Italia. Sono alcune delle proposte che la Comunità di Sant’Egidio sottopone in queste ore all’attenzione delle istituzioni, perché le migrazioni siano affrontate come un fenomeno strutturale e non più come una emergenza.

“Basta morti in mare, la priorità è salvare vite umane. L’Europa si disinteressa e scarica tutto sull’Italia. Sui salvataggi in mare l’Europa deve essere messa di fronte alle proprie responsabilità, aiutando finanziariamente l’Italia. I fondi ci sono”: è la prima delle proposte per una immigrazione regolare illustrate da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, durante una conferenza stampa che si è svolta oggi a Roma. Facendo riferimento alle ultime normative Impagliazzo ha anche chiesto di “tornare a portare le persone nei porti sicuri più vicini, perché così si aggiunge sofferenza a sofferenza”. “Bisogna smettere di pensare all’immigrazione come ad una emergenza e mettere in campo invece politiche a medio e lungo termine, perché il fenomeno è strutturale”.

L'intera proposta raccontata da Patrizia Caiffa continua a questo link:


Questa 80 Mostra del Cinema, dove ci ha invitato e ci invita a guardare?

Attenzione agli ultimi, ai migranti, a cercare di non lasciare mai indietro nessuno e a fare attenzione al dolore dell’altro con l’invito ad avere la capacità di metterlo al centro della nostra vita, uscendo da ristretto cerchio del nostro ego.



Non da critico ma da appassionato di cinema posso dire che questa edizione della Mostra di Venezia, l’ottantesima, è stata particolare sia per una qualità media dei film più alta delle ultime edizioni sia e soprattutto perché tutti hanno affrontato temi sociali anche scottanti. Personalmente ho visto 62 film, due dei quali sono una serie televisiva francese di 12 episodi di 50 minuti ciascuno e sei cotometraggi.

I premi sono andati a film di proposte d’autore di alta qualità, capaci di cogliere fratture e sfide del nostro presente: dalla condizione della donna (il Leone d’Oro a Povere creature firmato da Yorgos Lanthimos) al rapporto con la natura (il film del giapponese Ryusuke Hamaguchi Il male non esiste). Il tema dei migranti è stato al centro di due film premiati per la qualità del lavoro espressa da Matteo Garrone e Agnieszka Holland sui “cercatori di futuro”. Io capitano riscatta la nutrita ma deludente pattuglia italiana presente, però lo stile del regista scivola nella fiaba e, a mio avviso, per questo non riesce ad emozionare). Molto più coinvolgente ed efficace è Green Border un film potente nella denuncia con il suo cupo bianco/nero del “Game” tra Bielorussia e Polonia, nel quale si intrecciano le vite dei migranti, il lavoro “sporco” svolto dai militari (uno dei quali esprime tutto il disagio della sua doppia vita alla quale è costretto) e il districarsi tra le leggi delle Associazioni che cercano di portare aiuto con grande rischio personale.

 

Ma se si dovesse cercare un filo conduttore dello sguardo dove questa Mostra invita a guardare, non è solo l’attenzione agli “ultimi”, ai migranti, sul dovere di offrire aiuto (anche Comandante si inserisce su questo filone), nell’invito a cercare di non lasciare mai indietro nessuno, è piuttosto sul fare attenzione al dolore dell’altro con l’invito ad avere la capacità di metterlo al centro della nostra vita, uscendo da ristretto cerchio del nostro ego.

Ecco allora Memory nel quale due feriti dalla loro esistenza, si sostengono con tenerezza fronteggiando una precoce demenza per la quale Peter Sarsgaard (Coppa Volpi maschile) interpreta uno struggente ruolo di un uomo fragile e ferito, che trova un sussulto di serenità grazie alla storia d’amore con Sylvia. La famiglia si fa invece protagonista in Bastarden, un affresco storico che fotografa il bisogno di condivisione, di costruire legami familiari per dare senso alla propria esistenza. Lo rivela anche la sofferta e complessa storia d’amore tra Felicia e Leonard Bernstein in Maestro, insieme nonostante i deragliamenti e tiri mancini della vita.

 

Nella brillante e grottesca favola dark che ha vinto stra meritevolmente il Leone d’Oro, la protagonista Emma Stone fa una performance incredibile che ha subito affascinato. Nella sua interpretazione di Bella un passaggio importante, a mio avviso, è quello nel quale lei, che ha sempre vissuto in una realtà protetta, scopre che ci sono persone che vivono in una povertà estrema. Tra i pianti dona tutto quello che ha fino a rendersi lei stessa povera e “costretta” a sperimentare anche la prostituzione per poter sopravvivere. Certo, tutto in modo onirico compresi i paesaggi e le città, con quell’ingenuità che pervade tutto il film di una donna alla scoperta del mondo senza inibizioni e convenzioni sociali a lei totalmente estranee.

 

Anche in Dogman, che ha visto una performance stupefacente di Caleb Landry Jones, in lizza fino in fondo per la Coppa Volpi, interpreta un personaggio che da bambino ha subito molti abusi e maltrattamenti dal padre, tanto da convincersi che gli unici capaci di amore e fedeltà sono i cani e di questi si circonda. In una delle scene finali la psichiatra, che sta cercando di comprenderlo una volta che lui è finito in carcere, gli pone la domanda sul perché si sia confidato con lei e la sua risposta è stata “perché ho percepito che anche in te c’è dolore”. Quasi che questo sia la caratteristica che può unire gli esseri umani. Un film carico di simbolismo religioso, dalle sfumature cristologiche. Un film denso e importante.

Pure in La Bête (un film sul quale la critica si è divisa) in più parti compare la paura di poter soffrire in un rapporto con l’altro e, per questo vi sfugge continuamente. In una delle sequenze finali una veggente on-line dice all’interprete che non può dirgli nulla di più perchè lei è troppo chiusa nel suo io e per questo incapace di guardare a quanto accade attorno a lei. Quando alla fine i due personaggi potrebbero finalmente coronare il loro sogno d’amore, lei esplode in un grido disperato.

 

Mi ha lasciato sorpreso la Coppa Volpi femminile all’interprete di Priscilla mentre, a mio avviso, l’interpretazione maiuscola, raffinata, di Carey Mulligan, coprotagonista di “Maestro” avrebbe maggiormente meritato il premio.

 

Zobieta Z… (Woman off..) un film di forte problematicità ed intensità, affronta invece il tema di un uomo sposato (con un figlio) nel quale riemerge la sua natura di donna repressa fin dall’infanzia. Il cammino di conversione e riconoscimento della sua vera identità è complicato e reso improbo anche dalle leggi polacche. 

Il film non segue solo la traiettoria del protagonista nel suo faticoso percorso, ma allarga il campo anche ai suoi famigliari: in testa la moglie, che sulle prime si dimostra indignata e ferita, poi capace di perdonare ed essere solidale nella battaglia del marito tanto da giungere a promettergli che, quando sarà tutto finito, gli proporrà una scampagnata tra sole ragazze.

L’opera, non completamente ben riuscita, insiste sul senso d’amore e solidarietà che non deve mancare tanto in famiglia quanto nella società. Va però colto lo sforzo di costruire un film che favorisca dialogo e comprensione. 

 

El conde di Pablo Larrain ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura, io direi che l’idea rileggere il trauma della dittatura di Pinochet tratteggiandolo come un vampiro insaziabile, era certamente buona ed alcune invenzioni, come quella di fare un frullato al gin con i cuori degli uccisi per assumerlo e così ringiovanire. Una storia dark, gotica e sarcastica girato in uno splendido bianco/nero (molti film hanno visto questa soluzione per esprimersi al meglio). Un film politico che mette sotto accusa non solo il dittatore cileno, ma anche altre figure dello stesso periodo (per esempio Margareth Thatcher) ma anche la Chiesa. L’originalità però finisce per perdersi in più di un rivolo che alla fine il film non decolla.


Tra gli altri film possono essere segnalati per l'attenzione che mettono su temi sociali Tatami sulle condizioni di pressione illiberale anche nel mondo dello sport che viene vissuta in Iran dalle donne (siamo nelle vicinanza dell'anniversario della morte di Mahsa Amini) e Yurt (Dormitory) sul tema di giovani che vivono compressi tra una Turchia laica e quella di Erdogan. Anche Holly, un film non riuscitissimo ma capace di far riflettere sulla capacità di suggestionare una giovane (bullizzata a scuola) che si autoconvince di avere poteri soprannaturali quando la sua unica capacità, che è un dono raro, è quella di saper ascoltare gli altri e farsi confidente delle loro difficoltà o problemi.


Chiudo citando altri due film che vale la pena di essere visti: Ferrari e lo splendido ironico affascinante giallo fuori concorso Hit man.

(Gianni Bacci)

Diplomazia. Ferrara: “Il Papa guarda ai popoli, non guarda agli apparati statali”

“La diplomazia della Santa Sede si sta profilando in modo sempre più stagliato”, dice l’ambasciatore al Sir, e “la prossima missione a Pechino del card. Zuppi inserisce un nuovo tassello, molto importante, perché almeno in parte la soluzione può passare per Pechino. Tuttavia, occorre grande realismo: la Santa Sede continua a lavorare soprattutto sul registro umanitario, che però ha necessariamente anche una dimensione politica”


“Mi pare che le questioni, nel medio e lungo periodo, non saranno più solo le armi in senso militare ma soprattutto l’arma diplomatica” e in questo quadro “la diplomazia della Santa Sede si sta profilando in modo sempre più stagliato”. Il Sir ha chiesto all’ambasciatore Pasquale Ferrara, attuale direttore generale degli Affari politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale, un punto sulla ricerca di una soluzione “diplomatica” al conflitto in Ucraina, alla luce della non facile “offensiva di pace” portata avanti dalla Santa Sede. Papa Francesco si trova in queste ore in Mongolia, terra tra Russia e Cina, e Pechino sarà la nuova tappa – dopo Kiev, Mosca e Washington – del suo “inviato di pace” card. Matteo Zuppi.


L'intera intervista a questo link:

https://www.agensir.it/europa/2023/09/01/diplomazia-ferrara-il-papa-guarda-ai-popoli-non-guarda-agli-apparati-statali/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2

Il costo della guerra. Così Mosca ha adattato la sua economia al conflitto

L’economia russa ha resistito ai contraccolpi del conflitto e essere ancora in uno stato ottimale. Tuttavia, quest’efficienza non può durare per sempre… Quali sono gli orizzonti temporali?

A diciotto mesi dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, l’economia della Federazione Russa continua ad essere lontana dal tracollo. Anzi, in alcuni settori sta attraversando un “momento di floridità”: la produzione di veicoli blindati cingolati o semi-cingolati registrata nel giugno di quest’anno, ad esempio, è aumentata del 50% rispetto al giugno 2022, mentre la Banca Centrale riporta che nel primo trimestre del 2023 le imprese abbiano registrato la carenza di lavoratori più alta sin dal 1998, primo anno in cui simili dati sono stati raccolti.

Ovviamente, questo genere di cifre è prettamente contingenziale. Dati simili sono tipici di situazioni di conflitto, con la produzione militare sostenuta da una crescente spesa pubblica e l’arruolamento di persone in età lavorativa che attinge dagli stessi bacini di riferimento dell’impresa. Così come lo è un’inflazione rampante, altro fenomeno registrato in Russia nel periodo successivo all’inizio delle ostilità. Insomma, una vera e propria economia di guerra, ristrutturata ad hoc per garantire la massima efficacia dell’apparato bellico al minimo costo da parte della società.

Una macchina, quella messa in moto da Putin, che al momento sembra reggere ...

L'articolo di Lorenzo Piccioli continua a questo link:

https://formiche.net/2023/08/costo-guerra-mosca-conomia-conflitto/



Xi prepara la festa, ma come sono andati questi dieci anni di Via della Seta?

Un decennio fa il leader cinese Xi lanciava la sua iniziativa-faro che oggi sembra aver perso smalto. Inoltre, presto potrebbe dover fare a meno dell’Italia, primo e unico Paese del G7 ad avervi aderito con il governo Conte. Per il futuro, occhio alla parte “green”

Dieci anni fa, nel corso di una visita in Kazakistan, il leader cinese Xi Jinping lanciava la sua iniziativa-faro: l’infrastruttura geopolitica denominata “Belt and Road Initiative”. “Promuovere l’amicizia tra le persone e creare un futuro migliore” era il titolo del suo discorso tenuto alla Nazarbayev University di Astana. Cinque anni e mezzo più tardi l’Italia sarebbe diventata il primo e unico Paese del G7 ad aderire al progetto per collegare la Cina al Medio Oriente e all’Europa.

Oggi l’iniziativa, in Italia più nota come Via della Seta, compie dieci anni. Il governo Meloni sembra deciso a non rinnovare il memorandum d’intesa siglato dal governo Conte I. Anche alla luce della ricorrenza e della rilevanza dell’Italia, l’uscita sta avvenendo in modo silenzioso. Nella recente missione in Cina di Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano, entrambe le parti hanno voluto evidenziare che il partenariato strategico che unisce i due Paesi dal 2004 è più forte del memorandum.

Ma a che punto è la Via della Seta? Jacob Mardell, esperto di Cina già al centro studi tedesco Merics e oggi coordinatore editoriale di n-ost, ha analizzato la situazione in cinque punti.

L'analisi di Gabriele Carrer e Emanuele Rossi continua a questo link:

https://formiche.net/2023/09/dieci-anni-via-della-seta-mardell/



In Israele parlare di apartheid non è più un tabù

Fino a poco tempo fa chiunque usasse la parola apartheid per descrivere la situazione nei Territori palestinesi rischiava di essere accusato di antisemitismo. Ma il 6 settembre l’accusa è stata lanciata addirittura da un ex capo del Mossad, i servizi segreti israeliani, che si è unito a una corta lista di personalità dello stato ebraico che hanno deciso di compiere questo passo cruciale.

In Israele il tabù dell’apartheid sta progressivamente svanendo anche a causa degli eccessi dell’estrema destra, che oggi è parte integrante della coalizione al potere. È il riflesso della battaglia politica tra due Israele che appaiono divisi su tutto. La situazione nei Territori palestinesi è rimasta a lungo lontana dal centro dei dibattiti, ma ora le cose sono cambiate. 

Tamir Pardo, capo del Mossad tra il 2011 e il 2016, ha dichiarato che il trattamento riservato ai palestinesiè paragonabile all’apartheid, il sistema basato su un razzismo istituzionalizzato che ha governato il Sudafrica fino al 1994. “Un territorio in cui due popoli sono sottoposti a due sistemi giuridici separati è in uno stato di apartheid”, ha sentenziato Pardo. 


L'articolo di  e France Inter continua a questo link:



Domenica XXIII PA - Mt 18,15-20

“Va’ e ammoniscilo”.  Attenzione però perché si è propensi a concentrarsi sul secondo verbo (ammoniscilo) mentre l’attenzione va posta sul primo che è un imperativo e letteralmente significa “andare sotto”, cioè mettersi al suo servizio.

 


La Liturgia in queste domeniche ci ha accompagnato nel cammino fatto dai discepoli nel percorso di comprensione di chi fosse Gesù fra alterne vicende, alternando intuizioni ad altri dove sopravveniva il pensiero legato alle diverse attese messianiche presenti nelle spiritualità e teologie dell’epoca.

Tipico il confronto con elementi di durezza tra Pietro e Gesù di domenica scorsa dove il primo, in modo riservato, ha cercato di convincere il secondo che la prospettiva annunciata della sua passione-morte-risurrezione era opera del divisore. Gesù aveva risposto rigettando su di Pietro l’essere un satana, un oppositore alla sua missione e invitandolo a seguirlo non a cercare di insegnarli cosa fare secondo le logiche del mondo. Poi ripeteva ai discepoli le sue scelte di vita invitandoli a scegliere se continua a mettere al centro i loro progetti o il bisogno degli altri, mettendo in conto che questo avrebbe potuto metterli in difficoltà e farli soffrire; questo significa il “seguirlo”. 

 

Oggi la Liturgia ci conduce a riflettere sul fatto che le relazioni stanno alla base della realtà umana e, queste, portano a confronti che a volte conducono a discussioni, contrasti, incomprensioni. Capita ovviamente e ne abbiamo tutti esperienza anche all’interno delle Comunità cristiane. A volte si  può giungere a constatare che qualcuno sta facendo scelte che possono portare lontano da quella sequela nella quale si desidera vivere. Si può essere in buona fede ma, deviando, può capitare di trovarsi su sentieri che conducono lontano dalla volontà del Signore. Siamo tutti coscienti che l’albero buono si vede dai frutti che porterà (Mt 7,15-20) e che non si ha alcuna certezza immediata su dove porteranno le scelte fatte. Per questo, per aiutare nel discernimento, nelle Comunità ci sono tre livelli: quello personale, quello comunitario e quello di chi preside; tutti e tre sottostanno alla fedeltà all’Evangelo ma, a volte, nemmeno questo non basta a compiere le scelte corrette o a correggere quelle sbagliate; allora che cosa fare? come comportarsi?

Gesù essendo pienamente uomo parla il nostro linguaggio ma non si perde in lunghi discorsi di fronte a possibilità di screzi, difficoltà relazionali, individuazioni di percorsi non consoni di qualcuno e invita ad un atteggiamento: “Va’ e ammoniscilo”.  Attenzione però perché si è propensi a concentrarsi sul secondo verbo (ammoniscilo) mentre l’attenzione va posta sul primo che è un imperativo e letteralmente significa “andare sotto”, cioè mettersi al suo servizio. Quindi non con il cipiglio del maestro che dall’alto indica la strada corretta, ma di chi con dolcezza suggerisce di farne un tratto assieme e convincere, cioè “vincere assieme”. Quello che deve guidare è il desiderio di aiutare l’altro, non di schiacciarlo e condannarlo (a volte a priori). È questo l’”ammonimento” evangelico come S. Paolo scrive (2Tim 3,16), la Parola va proposta per convincere non per imporre qualcosa. 

Anche quando è l’altro a commettere una colpa contro di te, devi essere tu ad andare verso di lui, a fare il primo passo come Dio l’ha fatto e continua a farlo nei tuoi confronti venendoti a cercare quando sei smarrito.

Questo movimento dell'amore Gesù lo ha già ricordato in un altro grande discorso quello della montagna: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va' prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23s.). Se non si vive la comunione con colui che in ogni caso rimane tuo fratello, come si può pensare che la si sta vivendo con Dio?

A volte può non essere sufficiente il rapporto personale ed allora vengono suggeriti altri due passaggi, andare con le medesime intenzioni ed attenzioni con altri amici comuni e poi far prendere la parola anche alla Comunità. Se ogni tentativo fallisce? In ogni caso qualcosa di positivo c’è: il tuo cammino fatto prima da solo, poi con alcuni ed infine con la Comunità. Nei confronti di colui che non ravvede la propria posizione non rimane altro che un atteggiamento forte, dirompente schioccante: fargli capire che in questo modo si pone fuori della comunione. Questo non significa interrompere ogni rapporto, non significa che questa persona a causa del dissidio vada esclusa dall’amore della comunità e neanche dall’amore di colui che è stato eventualmente offeso, ma significa che questo amore sarà senso unico come quello verso i nemici. Quindi non significa escludere questa persona dall’amore ma di amarlo in perdita, a senso unico.

La “scomunica” deve mirare in ogni caso al ravvedimento, a reintegrare, non all’esclusione permanente. Infatti cosa faceva Gesù coi pubblicani e i peccatori? Erano quelli di cui lui si prendeva più cura, perché erano i più bisognosi del suo amore e del suo affetto stando loro vicino.

 

Una promessa e una raccomandazione chiudono il brano evangelico di oggi.

La promessa è “ciò che legherete sulla terra, sarà legato anche in cielo, ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” Abbiamo già sentita rivolta Pietro e adesso è estesa a tutta la comunità. Legare e sciogliere significa saper discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è vita e ciò che è morte.

Poi viene la raccomandazione: ”Se due di voi, uniranno la loro voce sulla terra, per chiedere qualunque cosa, sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli, infatti, dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Due o tre è il minimo per fare una comunità. 

Ci sono due le forme di preghiera, quella personale e quella comunitaria, hanno funzioni diverse ed è necessario non fare della preghiera comunitaria una preghiera personale o pensare sia sufficiente la prima…

(BiGio)

Tutto si gioca nelle relazioni con l'altro

La correzione è offerta di un aiuto, va compiuta con l’intenzione di “guadagnare” il fratello, di poter gioire ancora con lui della sua vita, della sua presenza, del suo star bene. L’importante è la relazione con il fratello, l’importante è la comunione con lui, l’importante è che ancora egli viva, e stia bene, e che abbia anche un’altra possibilità per fare spazio alla conversione.

La radicalità del messaggio e dell’annuncio di Gesù si gioca nella relazione, al punto da ritenere come un “guadagno” per sé il fatto che il fratello abbia accolto una correzione che gli abbiamo fatto. Correzione, dunque, secondo l’evangelo non è quella volta a rimarcare gli eventuali errori o mancanze dell’altro, con un atteggiamento come di accusa, ma è quella che, vedendo che il fratello si sta incamminando verso precipizi, su vie che a lui, anzitutto, fanno male, cerca di avvisarlo del cammino mortifero che ha intrapreso, perché possa tornare sui suoi passi, correggere la rotta e incontrare così non la disgrazia, la rovina, e forse la morte, ma la vita, e la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10). Passi sbagliati, sentieri ciechi, vie di morte.

E la correzione non è neanche il richiamo a un’osservanza di una legge, ma è offerta di un aiuto, di un suggerimento che intende distogliere da sentieri rovinosi, offerta di appoggio a una libertà talvolta prigioniera o comunque vacillante. E il fratello può farsi compagno di cammino che aiuta, anche se forse la correzione sul momento può essere per chi la riceve non fonte di gioia, ma di tristezza, ma che, se accolta, porta frutti di vita piena (cf. Eb 12,11).

Con questo spirito va compiuta per l’evangelo la correzione: con l’intenzione di “guadagnare” il fratello, di poter gioire ancora con lui della sua vita, della sua presenza, del suo star bene, di poter godere ancora di questo che è un vero e proprio guadagno e tesoro, che vale più di tutto il resto.

È in questa logica, allora, che si situano anche le parole seguenti che concernono il perdono illimitato (“fino a settanta volte sette”). Se il fratello, la sua persona, la sua vita è per me un guadagno, un tesoro che vale più di tutto, allora anche l’eventuale male che da lui può essermi venuto passa come in secondo piano: l’importante è la relazione con il fratello, l’importante è la comunione con lui, l’importante è che ancora egli viva, e stia bene, e che abbia anche un’altra possibilità per fare spazio alla conversione.

Certo, forse a noi sembra di non essere capaci di tale liberante amore, amore liberante per chi lo offre e per chi lo riceve, ma il testo evangelico ci apre ancora una via: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere…”. L’accordo nella preghiera, il pregare insieme e il chiedere insieme, il farsi insieme espressione rivolta a Dio di un grido del cuore, là dove i cuori nel nome del Signore si possono unire.

Se tale preghiera non è falsa, se non è ipocrita, se non è copertura menzognera di sentimenti ostili (cf. Sal 55,22), tale preghiera purifica il cuore del credente e lo rende capace di ricevere in sé quell’amore che viene da Dio e che è stato “effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Questa la radicalità che è resa possibile, mediante la grazia, se accolta, ad ogni cristiano, questa la novità dell’evangelo, questo l’amore che va al di là anche dei legami di sangue (cf. Mt 10,37), di patria, o di altro genere (cf. Gal 3,28; Col 3,11). Questa la santità a cui a ogni battezzato è donato di partecipare (cf. Mt 5,43-48). Tutto il resto ruota intorno a questo (cf. Mt 7,12).

(sr Cecilia di Bose)

Haiti, la discesa agli inferi

Gli Stati Uniti invitano i cittadini americani a lasciare il paese, preda di bande armate che terrorizzano la popolazione civile.


L’ambasciata degli Stati Uniti ad Haiti ha invitato tutti i cittadini americanipresenti nel Paese a lasciarlo “il prima possibile”, a causa della crescente insicurezza nell’isola. Un ulteriore campanello d’allarme dopo la decisione, il mese scorso, di evacuare il personale governativo non essenziale e le famiglie dei diplomatici presenti nella capitale Port-au-Prince. Nel contempo però, le autorità americane continuano i rimpatri di migranti haitiani illegali nella piccola nazione caraibica alle prese con un’escalation di violenze. Finora sono circa 200mila le persone sfollate a causa degli scontri tra bande armate che di fatto tengono in assedio la popolazione civile. Una situazione che si trascina dall’omicidio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021 per mano di mercenari colombiani, ma che affonda le sue radici in tempi più antichi. Per cercare di porre un freno all’instabilità, Washington ha proposto l’invio di una forza multinazionale a guida keniota. Le associazioni per i diritti umani però chiedono ...

Il reportage continua a questo link:

 

Arabia Saudita e migranti: accuse di massacri e, nelle fosse comuni, almeno 750 persone

Un rapporto di HRW accusa le guardie di frontiera saudite di sparare su migranti etiopi disarmati alla frontiera con lo Yemen.


Tra le montagne del remoto confine con lo Yemen, lontano da occhi indiscreti e nella totale impunità, le guardie di frontiera dell’Arabia Saudita avrebbero ucciso centinaia di migranti. Una campagna sistematica e ricorrente che potrebbe costituire un crimine contro l’umanità. A denunciarlo è un rapporto dell’organizzazione Human Rights Watch contenente le testimonianze di decine di migranti che hanno affermato di essere stati attaccati mentre cercavano di entrare in Arabia Saudita dallo Yemen. Usando le immagini satellitari, le testimonianze e l’esame delle ferite dei sopravvissuti, HRW ha individuato diverse fosse comuni e ricostruito le tappe di un massacro perpetrato nell’ultimo anno e mezzo ai danni di persone la cui unica colpa è quella aver cercato di raggiungere la ricca monarchia del Golfo. A giugno, il Missing Migrant Projectdell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) aveva pubblicato la propria stima delle vittime: il rapporto sosteneva che almeno 795 persone, “ritenute per lo più etiopi”, erano morte lungo il confine yemenita nel governatorato di Sa’dah.

Il report continua a questo link:



"L'Italia smetta di vendere armi all'Arabia è complice del massacro dei migranti"

Un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) accusa le guardie di frontiera saudite di aver ucciso centinaia di migranti al confine con lo Yemen. Solo tre mesi fa, il governo italiano ha revocato il divieto di vendita di «materiali di armamento» all'Arabia Saudita perché - come si legge nel comunicato del Consiglio dei Ministri- si, registra «un'attenuazione significativa del rischio di uso improprio di bombe e missili, in particolare contro gli obiettivi civili».


L'intervista a Nadia Hardman, a cura di Giovanna Loccatelli a questo link:





 

Vescovi ucraini dal papa, capirsi tra propagande, imperi e bombe

Le incomprensioni sorte tra Ucraina e Vaticano dall’inizio della guerra, hanno spiegato i vescovi, vengono utilizzate dalla propaganda russa per giustificare e sostenere l’ideologia assassina del “mondo russo”, quindi “i fedeli della nostra Chiesa sono sensibili ad ogni parola di Sua Santità come voce universale di verità e di giustizia”. 

La riflessione di Riccardo Cristiano sull’udienza privata di papa Francesco ai vescovi del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina (Ugcc)

“Un colloquio franco e sincero”. Sono queste le parole prescelte dall’arcivescovo maggiore di Kyiv, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, per presentare, a caldo, il colloquio appena conclusosi tra lui, gli altri vescovi del sinodo della Chiesa greco-cattolica di Ucraina e papa Francesco.

Tutti sanno che il termine “franco” in diplomazia indica un colloquio non facile, e quindi quel “sincero” ammorbidisce il giudizio complesso, indicando la possibilità di una vicendevole comprensione. Ma che non sarebbe stato un incontro facile era annunciato dalle dichiarazioni con cui lo stesso Scevchuk aveva commentato quanto detto dal papa prima di partire per la Mongolia ai giovani russi, quando gli aveva raccomandato di ricordarsi di essere gli eredi della cultura della Grande Madre Russia, citando anche Pietro il grande e Caterina II.

L'analisi di Riccardo Cristiano continua a questo link:

https://formiche.net/2023/09/vescovi-ucraina-papa-vaticano/



La sinodalità e il futuro del diritto canonico

Nella Chiesa sinodale, dove va e come si costituisce il diritto canonico? È una domanda non di poco conto, se si pensa che l’attività normativa recente della Chiesa è andata avanti spesso con motu propri o rescritti del Papa, ma senza quella base normativa progettuale che potrebbe rendere tutto più solido. C’è, insomma, bisogno di diritto canonico. Ma anche il diritto canonico ha bisogno di rinnovarsi, di guardare oltre, di comprendersi in maniera differente.

Di questi temi si era parlato a Torino, in un convegno che aveva come titolo proprio “La Sinodalità nella vita normativa della Chiesa”, e che si era tenuto dal 3 al 5 ottobre 2022. Ora, gli interventi di quella conferenza sono raccolti in un libro con lo stesso titolo (Mucchi Editore) che, oltre a raccogliere pregevoli contributi, ha anche una terza parte di notevole interesse. Da tempo, infatti, presso l’Università di Bologna si è costituito un gruppo di ricerca internazionale per una proposta di legge sulla sede impedita e la sede vacante del Papa. Riforma necessaria, se si pensa che oggi un Papa può rimanere vivo anche in condizioni sanitarie di totale incapacità, rendendo così difficile a un certo punto lo stabilire la fine del pontificato senza una legislazione certa.

Ebbene, la parte finale di questo volume presenta una serie di proposte, che mettono in luce problematiche di vario genere, e che riguardano anche il modo in cui il Papa rinunciatario si deve chiamare 

L'intera presentazione a cura di Andrea Gargliarducci continua a questo link: