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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Nella XXIX Domenica del Tempo Ordinario abbiamo pregato così ...

La Parola che sarà proclamata ci presenta la sovranità di Dio su tutto e su tutti.


 
Introduzione

Nella prima lettura dal profeta Isaia il Signore sceglie Ciro, re dei Persiani, uomo che non conosce Dio, lo sceglie per essere strumento per compiere la sua volontà e liberare il suo popolo dalla schiavitù.  Dio lavora attraverso chiunque, anche coloro che ci sembrano lontani dall'avere fede in lui.

Nella seconda lettura S. Paolo ricorda ai Tessalonicesi che il Vangelo è venuto loro con la potenza dello Spirito Santo e che lo hanno accolto con profonda convinzione non solo come parole umane ma come verità di Dio.

Nel Vangelo Gesù fa capire che tutto appartiene a Dio e che tutto gli deve essere restituito. Quando i farisei cercano di farlo cadere in errore chiedendo se sia lecito pagare le tasse a Cesare risponde: Rendete a Cesare quello che è di Cesare, Rendete a Dio quello che è di Dio.

“Rendere a Cesare quello che è di Cesare” vuol dire servire, prendersi cura del bene comune, impegnarsi a fare il bene in questo mondo, essere buoni cittadini.

Come leggiamo nella Genesi, l’uomo e la donna, la terra e quanto contiene sono dono uscito dalle mani di Dio. Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che viviamo e speriamo, tutto ciò che ci rende liberi, tutto proviene da Dio. Perciò “rendere a Dio quello che è di Dio”, per noi credenti comporta di vivere e operare come atto di culto a Dio secondo giustizia e pace.


Intenzioni di preghiera

Perché superiamo i pregiudizi verso coloro che ci sembrano lontani dalla fede e invece riconosciamo che Dio si serve di qualsiasi persona o circostanza per il bene dell’umanità.       Preghiamo

Perché si rafforzi in ciascuno di noi il riconoscere che lo Spirito Santo è presente, agisce nella nostra vita e suscita la nostra risposta a fare opere concrete di solidarietà superando egoismo e indifferenza.   Preghiamo

Perché ci ricordiamo la lode e il ringraziamento nelle nostre giornate ritagliandoci momenti di preghiera e di adorazione in cui riconosciamo la grandezza dell’amore di Dio per noi e per tutta l’umanità.    Preghiamo

Perché i cristiani siano cittadini leali e rispettosi delle leggi e dell’autorità dello Stato; e nello stesso tempo agiscano nel mondo secondo la volontà del Signore, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace così da restituire a Dio un’umanità fatta a sua immagine e somiglianza.  Preghiamo

O Signore, sostieni la vita dei missionari che testimoniano la tua presenza e il tuo amore in terre lontane; donaci di collaborare con la vita e la solidarietà alla missione della Chiesa.   Preghiamo


Dopo la Comunione abbiamo pregato con Papa Francesco

Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica!

Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanti momenti di ostilità e di oscurità; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite… Ma i nostri sforzi sono stati vani. 

Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”. 

Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. 

Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino.

Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. 

Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace. 

E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci 

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 22 ottobre

 


"Maestra, ha iniziato lui!" si dice solo all'asilo

Dieci giorni fa sono tornata a terra dopo sei settimane in nave e due viaggi nel buco nero dell'Europa, noto anche come mar Mediterraneo. Son tornata dopo tante cose, compreso aver incontrato la morte in mezzo all'acqua in una notte senza luna; una volta ha vinto lei, 105 volte abbiamo vinto noi. Sono tornata a casa e avevo bisogno di dormire, sono tornata a terra e avevo bisogno di vita - invece ho aperto i giornali e ho trovato Israele e Palestina. Ho richiuso i giornali, e la bocca, per qualche giorno.

Io non sono un'esperta dell'area, non lo sono mai stata. Il mio non è un parere geopolitico sulla regione, è una sfinita, triste considerazione su quello che fa la guerra alle persone, comprese quelle che stanno in Italia.
Quello che è successo in queste settimane è l'ennesimo atto di una guerra. Che esisteva anche quando la ignoravamo, deliberatamente o perché "non ci si può occupare di tutto". La guerra c'era già. Siamo noi che eravamo distratti.
Niente, niente può giustificare i massacri di civili. Hamas non ha alcuna giustificazione; nessuna sofferenza del popolo palestinese può giustificare crimini contro i civili. Il governo di Israele non ha alcuna giustificazione: nessuna sofferenza del popolo israeliano può giustificare crimini contro civili.
"Maestra, ha iniziato lui!" si dice solo all'asilo. Quello che conta, in una guerra, è chi la fa finire. È solo quella la cosa importante, finirla, e finirla nel modo giusto - cioè che non siano le basi per la prossima guerra.
Hamas mi sembra il peggior nemico del popolo palestinese, il governo di Tel Aviv il peggior nemico del popolo israeliano.
Ogni atto compiuto contro la popolazione dell'altra parte - presa di ostaggi, omicidi, pogrom, apartheid eccetera - rinforza l'avversario: Hamas spinge i civili israeliani verso le posizioni più oltranziste, il governo di Israele butta i civili palestinesi tra le braccia di Hamas. Sembra controproducente, no? Sì.
Chi ci guadagna? Da tutte le parti, classi politiche corrotte, fondamentalisti di ogni genere che ci costruiscono sopra il proprio potere, trafficanti d'armi e uomini d'affari di ogni tipo che sulla guerra, la paura, i massacri, l'apartheid ci costruiscono imperi. Chi ci perde? I civili. Tutti i civili, sempre.
La comunità internazionale deve mettersi in mezzo: ma non come a una partita di calcio, scegliendo chi tifare; mettersi in mezzo in una situazione in cui tutti i potenti hanno torto, a farne le spese sono le popolazioni, e sempre più persone moriranno - di bombe o di fame o di qualunque altra cosa - finché non la si fa finire.
Infine, amici, mi spaventano le bandierine e i "tu da che parte stai?". Io sto dalla parte dei civili, tutti. Non è la bandiera di uno Stato che può rappresentarlo. Io sto dalla parte di chi sotto la guerra ci crepa, ovunque; io sto contro quelli che sulla guerra ci campano, ovunque. "Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri".
Un pensiero a tutte le vite perse in queste settimane, in mare e in terra.

(Cecilia Strada)

Domenica XXIX PA - Mt 22, 15-21

Quale moneta abbiamo in tasca, su quale sia l’effige che portiamo nel cuore: quella della misericordia di Dio, o quella dell’interesse del dio denaro?



Con le tre parabole della vigna e quella degli inviati a nozze, termina l’istruzione dei discepoli e la nostra. La teologia messianico-apocalittatica di Gesù e del suo gruppo, è definita e chiara in tutti i suoi elementi di novità e, a tutti gli effetti, si propone come una alternativa a quelle già esistenti. È quindi percepita come una concorrente da contrastare ed è per questo che, in quest’ultimo periodo dell’anno liturgico gli Evangeli ci propongono delle dispute di Gesù e, a completamento, degli ulteriori suggerimenti su come vivere.

 

I Farisei, ascoltata la parabola dell’invito a nozze, cercano di capire “come cogliere Gesù in fallo”, ma nel “suo messaggio” (non “nei suoi discorsi” come traduce la Cei), termine che esprime l’esistenza di un corpus preciso, definito e completo in tutte le sue parti.

La strada che individuano è quella di cercare di fargli perdere il grande credito che stava acquisendo nella folla. Per questo cercano alleanze e di individuare delle lacune nelle quali insinuarsi e farlo cadere in contraddizione. 

La prima alleanza la trovano con gli Erodiani, sostenitori dei romani mentre loro (i Farisei) sono un gruppo dedito al rispetto della Legge che vedevano negli occupanti romani il male assoluto. È una specie di compromesso storico per combattere un comune nemico.

I discepoli dei due gruppi giunti davanti a Gesù iniziano chiamandolo “Maestro”. Questo termine viene da Matteo normalmente messo in bocca gli avversari di Gesù ed assume il sapore non certo di un riconoscimento ma di una presa in giro. Lo si coglie da come introducono la domanda richiamando una precedente accusa fatta loro da Gesù di fare ogni cosa per essere ammirati e, cercando di irriderlo, affermano che lui “non guarda in faccia nessuno”, non ha “soggezione di alcuno” e, per questo “è veritiero e insegna la via di Dio secondo verità”. Per Gesù invece tutto dipende da chi si mette al centro della propria attenzione: il bene dell’altro o il proprio prestigio e il proprio interesse, una rigida dottrina o la misericordia del Padre.

Continuano la loro domanda con un tono pretestuoso ed arrogante perché la esprimono in forma imperativa cercando di non lasciare possibilità di scampo: “Dì, è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Si riferiscono alla tassa più odiata, quella di un denaro che ogni anno doveva essere versata le donne a partire dai 12 anni e gli uomini dai 14 fino al compimento del 65 ano di età. Pagarlo significava riconosce come re l’imperatore romano, mentre l’unico re di Israele è Dio.

Teoricamente qualsiasi delle due risposte possibili avrebbe danneggiato Gesù facendolo apparire con una risposta affermativa un traditore della legge o, al contrario, un sovversivo. “Ma conoscendo la loro malizia (…)” più precisamente la loro “malignità” cioè l’essere posseduti da uno spirito “maligno” dal quale nel Padre Nostro ci ha invitato a chiedere di essere liberarci, “(…) rispose: ipocriti (…)”. A questo punto è lui che li dileggia definendoli dei commedianti, quasi incapaci di avere un loro pensiero, ma di riportare passivamente quello di altri: “Perché mi tentate?” e non “volete mettermi alla prova” come traduce la Cei. Matteo usa questa espressione perché vuole sottolineare che la loro domanda è opera del maligno, del diavolo che nel primo Evangelo appare all’inizio (nelle tentazioni nel deserto) e poi sotto la croce (“se sei Figlio di Dio scendi dalla croce”) a significare che l’intera vita di Gesù è stata, come la nostra, sotto una continua tentazione.

Qui c’è un colpo di scena perché chiede: “Mostratemi la moneta del tributo” e, loro, con tutta tranquillità gliela mostrano cadendo nel suo tranello perché sono nel Tempio e, in questo, secondo la Legge non dovevano entrare altre monete che quelle lecite senza alcuna effige umana (per questo all’ingresso del tempio c’erano i cambiavalute!). Dunque gli assertori della purezza sono di fatto dei sacrileghi, ma Gesù non infierisce su questo punto per lui marginale; gli interessa invece evidenziare a cosa sono realmente devoti e per questo “domandò loro: «Quest’immagine e l’iscrizione di chi sono?» Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare»”. Attenzione loro avevano chiesto se era lecito “pagare”, Gesù dice di rendere vale a dire: fate attenzione se l’avete qui nel Tempio significa che quello il vostro “dio” quindi prima restituitegli la sua moneta disconoscendo la sua signoria, poi riprendete a riconoscere su di voi quella al Padre. Gli uomini sono stati creati “immagine” di Dio e su di noi ha posto il suo nome come a più riprese viene detto nella Scrittura. 

 

Questo Evangelo ci è stato proposto perché ci interroghiamo su quale moneta abbiamo in tasca, su quale sia l’effige che portiamo nel cuore: quella della misericordia di Dio, o quella dell’interesse del dio denaro?

 

Non c’è nella pericope liturgica l’ultimo versetto di questo brano ma è importante sottolineare come i due gruppi “A queste parole rimasero meravigliati e lo lasciarono”, esattamente come il diavolo dopo le tentazioni nel deserto...

 

(BiGio)

Il tributo di una maggiore umanità

La sentenza di Gesù non rappresenta la concezione di due sfere separate (quella sociale e quella religiosa). La risposta di Gesù, invece, è tutt'altra: più coerente e rivoluzionaria. 


La sentenza di Gesù è stata spesso male interpretata. «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» non rappresenta la concezione delle due sfere separate: nell'ambito sociale il cristiano dovrebbe essere sempre sottomesso al potere politico, mentre l'ambito religioso sarebbe solo quello racchiuso in chiesa e nella parrocchia, dove si fanno le proprie devozioni e si vivono le attività pastorali. La risposta di Gesù, invece, è tutt'altra: più coerente e rivoluzionaria. Sono gli studi recenti sul Vangelo che ce lo dicono (non delle letture "progressiste").
In antico, i gesti erano più importanti delle parole. Bisogna allora soffermarsi maggiormente su ciò che precede la sentenza. Gesù chiede di fargli vedere una moneta e interroga su chi raffigura «l'immagine» e di chi è «l’iscrizione». La Legge proibiva di farsi qualsiasi immagine di persone o di animali, perché era un modo per rendere loro un culto. Mentre l'iscrizione sulla moneta diceva: «Tiberio Cesare Augusto figlio del divino Cesare sacerdote sommo». Dunque celebrava l'imperatore come un dio. Perciò la moneta del tributo portava i segni inequivocabili dell'idolatria, assolutamente proibita a un credente.
«A Cesare date (letteralmente: «restituite») quello che è di Cesare», risponde Gesù. Il cristiano vive nel mondo e nella società, dà il suo contributo all'edificazione di un vivere fra gli uomini più positivo e rispetta le leggi. Ma se il potere si erge ad assoluto, il cristiano non è chiamato ad obbedire lo stesso, anzi. Vorrebbe dire asservirsi a un falso dio e rinnegare il Signore. Se l'imperatore esige per sé ciò che spetta solo a Dio, come l'adorazione, il cristiano non è tenuto a darla. Solo Dio è Signore della vita: ogni potere che non la rappresenta e non la promuove va disobbedito.
 
Il credente si pone in questa dialettica fra Cesare e Dio, sapendo di essere «straniero e pellegrino sulla terra» (Eb 11,13), poiché ha la cittadinanza nei cieli (cfr. Fil 3,20). Viviamo una fedeltà alla terra e alla città aspettando che si realizzi la terra e la città nuove, quelle che sono dono di Dio, dove tutti i popoli saranno riconosciuti e potranno vivere nella fraternità.
Il mondo, poi, è uscito dalle mani di Dio ed è stato messo nelle mani degli uomini. Perciò il ridare a Dio quello che è di Dio, per il credente comporta il discernere e l'operare perché la società, nei suoi ordinamenti e nelle sue istituzioni, possa corrispondere ai requisiti della giustizia e del diritto. Requisiti che contraddistinguono proprio l'opera e il frutto del Messia. Attendiamo i tempi finali definitivi della giustizia e della pace, perciò è atto di culto a Dio, compiuto nel nostro tempo, operare secondo questi valori e respingere ogni politica che vada in senso contrario.
 
«L'immagine» rinvia all'uomo e alla donna che, nella loro relazione d'amore, sono creati a immagine di Dio. L'iscrizione rinvia, invece, a un passo di Isaia, dove il profeta designa l'appartenenza dell'uomo a Dio. I convertiti alla fede nel Dio di Israele porteranno sulla mano l'iscrizione «Del Signore», per dire: «Io appartengo al Signore» (Is 44,5). Perciò le parole di Gesù ci inducono a domandarci: a chi appartengo? Chi è il mio Signore? Vivo l'amore, che rende Dio presente nel mondo attraverso la mia umanità?
In definitiva, possiamo dire che ciò che è di Dio è anche, propriamente, ciò che è dell'uomo e nell'uomo. Perciò rendere a Dio ciò che è suo comporta il compito dell'uomo di crescere in umanità, di umanizzare il mondo dei suoi rapporti.
 
(Alberto Vianello)

Smascherare i meccanismi della manipolazione

In questo brano evangelico non si tratta di demonizzare le figure dei farisei, bensì di cogliere il carattere universale, antropologico, trasversale a ogni organizzazione religiosa e non solo, dei meccanismi della manipolazione.



Gli avversari di Gesù decidono in modo nascosto un piano per “far perire” Gesù (Mt 12,14), per “arrestarlo con un inganno” (Mt 26,4), per “ucciderlo” (Mt 27,1). L’espressione tradotta con “tenere consiglio” si riferisce a una decisione presa in comune e indica un complotto, lo studio e la pianificazione, necessariamente segreti, di una strategia a cui attenersi per ottenere il fine di colpire e affossare Gesù. Nel nostro passo essi decidono di attuare un inganno in base al quale Gesù, con le sue stesse parole, si condannerà. Così che essi, da veri maestri della manipolazione, ne possano uscire totalmente innocenti, anzi, da difensori della santità di Dio. Ovviamente qui non si tratta di demonizzare le figure dei farisei, bensì di cogliere il carattere universale, antropologico, trasversale a ogni organizzazione religiosa e non solo, dei meccanismi della manipolazione. In quest’ottica è interessante l’annotazione matteana che i farisei “inviarono i propri discepoli” (Mt 22,16), insieme agli erodiani, a tendere il tranello a Gesù. Ci sono dei mandanti che restano nell’ombra, che inducono altri a esporsi, e anche questo è un espediente per coprirsi le spalle e tenersi aperta una via di scampo nel caso di fallimento dell’operazione. Inviare i discepoli (al di là della plausibilità storica di questa annotazione su cui discutono gli esegeti), significa servirsi di chi è in posizione di inferiorità per dare realizzazione al piano concepito dai mandanti, dalle “menti” che hanno escogitato il piano. Piano che è una vera e propria “trappola”, come appare dall’uso del raro verbo paghideúo (Mt 22,15: la Bibbia CEI traduce con “cogliere in fallo”) che in 1Sam 28,9 LXX indica un inganno che tende a far morire una persona. Il vocabolo paghís indica poi, nel NT, una rete, un laccio, un tranello (Lc 21,35; Rm 11,9; 1Tm 6,9) e si riferisce anche ai tranelli “del diavolo” (1Tm 3,7; 2Tm 2,26). Da strumento di caccia per catturare animali, il vocabolo arriva a designare le macchinazioni intrappolare un uomo. Il versetto iniziale della nostra pericope prepara dunque il contesto di abuso e menzogna con cui Gesù si troverà confrontato. Ed elemento costitutivo ma anche rivelativo della menzogna e della doppiezza dell’agire dei suoi avversari appaiono le parole dolci, elogiative e di stima con cui gli interlocutori si presentano a Gesù e che preparano il terreno per quello che essi intendono essere l’affondo che farà cadere Gesù. “Maestro, noi sappiamo … Dunque, di’ a noi il tuo parere” (cf. Mt 22,16-17).

Gesù reagisce denunciando immediatamente l’ipocrisia e la cattiveria dei suoi interlocutori, ma la risposta di Gesù arriva a suscitare stupore e meraviglia nei suoi avversari soprattutto nel momento in cui fa intervenire Dio in una discussione da cui era stato estromesso a tutto vantaggio di Cesare: “Rendete a Dio quello che è di Dio” (cf. Mt 22,21). Di fatto, Gesù sta smascherando l’ateismo dei suoi religiosi interlocutori. Essi dimenticano Dio pur avendolo sulla bocca e dicendo di onorarlo. Non era forse a farisei e scribi che Gesù aveva rivolto le dure parole del profeta Isaia: “Questo popolo, mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano esso mi rende culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mt 15,8-9)? La discussione sulla liceità o meno del pagamento del tributo a Cesare viene dunque superata da Gesù con l’affermazione che non può che zittire i farisei circa il riconoscere e dare a Dio quello che è di Dio.

La domanda che emerge da questa pagina è pertanto: A chi apparteniamo? Chi è il nostro signore? La parola di Gesù, più che regolare i rapporti tra stato e chiesa, va colta come spazio vuoto che i credenti nella storia dovranno riempire con intelligenza della rivelazione evangelica e con creatività.


(dal commento di Luciano Manicardi)

Imam Pallavicini (Coreis): “Non ci può essere un ‘giorno della rabbia’, siamo uomini di speranza non di tenebra”

Subito dopo il bombardamento dell’ospedale al Ahli a Gaza, Hezbollah ha indetto “un giorno di rabbia senza precedenti” e centinaia di manifestanti hanno risposto alla chiamata in Libano, Giordania, Tunisia, Cisgiordania e Iran manifestando per strada e mirando soprattutto alle ambasciate. Una reazione che ha coinciso in Europa con un picco di allerta che ha coinvolto aeroporti, musei e luoghi di culto, in primis le sinagoghe. L'imam Pallavicini (Coreis) spiega: "Un giorno della rabbia da un punto di vista di chi è veramente religioso e tra questi anche i musulmani, non ci può essere”


“Un giorno della rabbia da un punto di vista di chi è veramente religioso e tra questi anche i musulmani, non ci può essere. Noi dobbiamo essere uomini di fede, uomini di speranza, uomini che operano per salvaguardare una visione costruttiva di pace comune”. Va dritto al punto senza tergiversare l’Imam Yahya Pallavicini, vice presidente Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana). Subito dopo il bombardamento dell’ospedale al Ahli a Gaza, Hezbollah ha indetto “un giorno di rabbia senza precedenti” e centinaia di manifestanti hanno risposto alla chiamata in Libano, Giordania, Tunisia, Cisgiordania e Iran manifestando per strada e mirando soprattutto alle ambasciate. Una reazione che ha coinciso in Europa con un picco di allerta che ha coinvolto aeroporti, musei e luoghi di culto, in primis le sinagoghe. Il Sir ha contattato l’imam Pallavicini mentre si trovava a Siviglia per partecipare ad un incontro di imam e rabbini europei per confrontarsi con “i terribili eventi in Medio Oriente” e l’impatto che stanno avendo “in Europa, portando a sfiducia e pregiudizi che possono sfociare nella violenza”. “È tempo per noi di esserci l’uno per l’altro nei momenti difficili. Un attacco contro uno di noi è un attacco contro noi tutti”, si legge nel documento finale che è stato diffuso al termine dell’incontro.

L'intervista a cura di M. Chiara Biagioni a questo link:



La disumanizzazione del nemico

Mercoledì scorso, durante una conferenza stampa a Tel Aviv, il presidente israeliano Isaac Herzog, in risposta ai giornalisti che lo incalzavano sulla situazione umanitaria dei civili a Gaza, ha detto: «Non è vera la retorica secondo cui i civili non sono consapevoli e coinvolti. Avrebbero potuto ribellarsi, avrebbero potuto combattere contro quel regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza».

Come a dire che è saltata la distinzione tra popolazione civile e Hamas. Che si è compiuta ormai completamente la sovrapposizione tra i civili e i combattenti. Che le azioni efferate di Hamas, quindi, possono per questo consentire una punizione collettiva.

Nella sovrapposizione tra miliziani e abitanti di Gaza, i civili palestinesi non sono considerati vittime innocenti della guerra, ma rimangono in gran parte responsabili della propria morte e del proprio destino.

Sono le parole a modellare le relazioni tra le parti in conflitto, in guerra è antica la necessità di disumanizzare il nemico. Aiuta a combattere, ma anche a modificare la sensibilità e quindi le intenzioni della pubblica opinione. Aiuta a combattere ma è spesso preludio di orrore. La disumanizzazione dei palestinesi è da anni al centro della strategia di guerra di Israele ...


L'articolo di Francesca Mannocchi a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202310/231015mannocchi.pdf



Nell’ottica dei buoni contro i cattivi non si svolge alcun ruolo

Chi difende ama la patria, non odia l’altro. È qui a mio avviso un ruolo attivo della non violenza davanti all’esercizio del diritto all’autodifesa.

La visione a mio avviso davvero magisteriale di Francesco non pretende l’impossibile dalle vittime, ma  ci impedisce di dividere, piuttosto ci unisce. Tutti difendiamo noi stessi in un qualche momento, ma poi l’orgoglio, la rabbia, ci spiegano che anche offendendo si difende. Il magistero di Francesco no, e quindi non divide in buoni e cattivi, non cede a letture ormai superate, ideologiche e così non cade nell’errore di classificare popoli o religioni buone e popoli e religioni cattive.

Le religioni sono tutte parti del progetto pluralista di Dio. Ho difficoltà a non riconoscermi in quanto ha detto sul conflitto tra Israele e Hamas: “È diritto di chi è attaccato difendersi, ma sono molto preoccupato per l’assedio totale in cui vivono i palestinesi a Gaza, dove pure ci sono state molte vittime innocenti […] Il terrorismo e gli estremismi non aiutano a raggiungere una soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi ma alimentano l’odio, la violenza, la vendetta e fanno solo soffrire gli uni e gli altri”.  È uno dei pochi discorsi che mi è parso non rispondere a narrative inconciliabili.


L'interessante riflessione di Riccardo Cristiano è a questo link:




Cosa sta accadendo nel Sinodo 2023. Comincia il lavoro per il testo finale

Con la nomina della commissione per la redazione della sintesi finale, cominciano ufficialmente i lavori. I documenti distribuiti al Sinodo

La nomina dei membri della commissione per la sintesi finale di questa prima parte del Sinodo ha rappresentato una sorta di punto di svolta per l’intera assemblea. La prima settimana, tra circoli minori e congregazioni generali, è infatti andata avanti in maniera interlocutoria, cercando di comprendere e apprendere le nuove metodologie sinodali. Ora si sa chi lavorerà sulla relazione di sintesi, e quindi si possono comprendere anche le sensibilità particolari che potrebbero avere più enfasi nella stesura del documento che concluderà questa prima parte di assise.

Queste sensibilità si sono rispecchiate anche nei panel portati in Sala Stampa della Santa Sede per il briefing quotidiano durante i quali sono emersi ...

Il resoconto di questo periodo raccontato da Andrea Gagliarducci continua a questo link:

https://www.acistampa.com/story/sinodo-2023-il-punto-comincia-il-lavoro-per-il-testo-finale?utm_campaign=ACI%20Stampa&utm_medium=email&_hsmi=278224354&_hsenc=p2ANqtz-_t42SDgLnhAcy9ZTxrW8yGJSRPuVDi21xco4Ke-vYTJGDu_Bs-O_JxlxkUNqMAGJGKJJxm_Q1VdQ5pmZsH-Wqo4KXJQw&utm_content=278224354&utm_source=hs_email




Il Sinodo sulla Chiesa sinodale: le tre priorità e le “strane” inversioni

Nell'IL della sessione 2023 del Sinodo sulla sinodalità la 'partecipazione' è finita in coda alla 'comunione' e alla 'missione'...

È terminata la prima settimana del Sinodo in corso, dedicata al discernimento sulla sezione A dell’Instrumentum laboris (IL), peraltro già ben strutturata nei due macro-temi della conversazione spirituale e della chiesa sinodale – quindi chissà quanto effettivamente migliorabile o integrabile grazie alle sorprese dello Spirito. Con la seconda settimana, invece, i padri e le madri sinodali cominceranno ad operare il discernimento della sezione B dell’IL, relativa alle tre «sfide» identificate come prioritarie al termine della prima fase, e che dovranno essere “scandagliate” «a tutti i livelli» – da quello personale a quello diocesano – e «da una pluralità di prospettive» (§43: teologia, diritto canonico, pastorale, spiritualità, etc.).
La prima priorità è costituita, in generale, dal «farsi carico dell’incompiutezza nel riuscire a vivere l’unità nella diversità (cfr. 1Cor 12)» e, quindi, dal conseguente «avviare percorsi di riconciliazione» per le «ferite» causate dalle «divisioni» – ossia dal costruire «ripari e protezioni» invece di «trincee e steccati» ...

L'articolo di Sergio Ventura continua a questo link:


Il Comunicato di Neve Shalom/Wahat al-Salam: Lavorare per la pace in tempo di guerra

“La brutalità vissuta da tutti coloro che sono stati esposti all'attacco di Hamas, sia ebrei che arabi, è traumatica e la vendetta di Israele su Gaza è assolutamente devastante”.

A Wahat al-Salam - Neve Shalom continuiamo a incontrarci e a discutere della situazione. Per noi il dialogo e il confronto sono fondamentali. Mentre il mondo intorno a noi cambia, dobbiamo ritrovare la strada per tornare ai valori umani, al rispetto e all’apertura al dolore, alle paure e alle reazioni degli altri. Le discussioni sono iniziate con gruppi uninazionali e si ritiene che saranno necessari ulteriori incontri uninazionali prima che possano aver luogo discussioni bi-nazionali.

Neve Shalom Wahat al-Salam (NSWAS) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv Nevé Shalom Wahat al-Salam fu fondato nel 1972 su un terreno di 100 acri preso in affitto dal vicino monastero di Latrun. Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono un centinaio e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. I membri di Nevé Shalom/Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono senz'altro coesistere quando diano vita, assieme, a una comunità basata sull'accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico. Neve Shalom/Wahat al-Salam traduce in pratica i propri orientamenti ideali attraverso le realizzazioni dei vari settori in cui si articolano la sua struttura e le sue funzioni. 

Il Comunicato del 17 ottobre a questo link:

https://www.oasidipace.org/cms/181-elenco-news/620-aggiornamento-dal-villaggio-17-ottobre-2023

La mistica islamica insegna a quale risposta alla domanda "Chi sei?" la porta del Paradiso si apre

Un uomo bussò alla porta del paradiso. «Chi sei?», gli fu chiesto dall'interno. «Sono un ebreo», rispose. La porta rimase chiusa. Bussò ancora e disse: «Sono un cristiano». Ma la porta rimase ancora chiusa. L'uomo bussò per la terza volta e gli fu chiesto ancora: «Chi sei?». «Sono un musulmano». Ma la porta non si aprì. Bussò ancora. «Chi sei?», gli chiesero. «Sono un'anima pura», rispose. E la porta si spalancò.

Mistico e poeta musulmano, Mansur al-Hallaj (858-922) morì prima crocifisso e poi decapitato, lasciando dietro di sé una straordinaria testimonianza di fede e di amore. Dai suoi scritti abbiamo estratto questa parabola suggestiva. La vera appartenenza religiosa non si misura - come ribadivano i profeti biblici - sull'adesione esteriore, sugli atti di culto, sull'ostentazione, ma sull'intima fedeltà, sulla purezza d'animo, sull'amore operoso. È questa scelta di vita che spalanca le porte del regno dei cieli.
Ma vorremmo ora allegare un'altra testimonianza musulmana (anche per mostrare un volto diverso dell'islam rispetto a quello fondamentalista).
Il mistico Rumi (1207-1273), fondatore dei dervisci danzanti, diceva: «La verità era uno specchio che, cadendo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi riflessa la propria immagine, credette di possedere l'intera verità». 
Il mistero glorioso della verità ci precede: dobbiamo deporre ogni arroganza ideologica e spirituale e ascoltare anche l'altro col suo bagaglio di verità da lui scoperta. Certo, questo non significa che tutte le idee e le credenze siano automaticamente frammenti di verità, essendo possibili i miraggi, le illusioni, gli accecamenti. L'autenticità brillerà attraverso l'amore, la donazione a Dio e al fratello, la ricerca umile e appassionata.
(Gianfranco Ravasi)

Ebrei e arabi uniscono le forze per aiutare le vittime della guerra

Un articolo del Guardian racconta come dopo gli eventi del 7 ottobre migliaia di volontari arabi ed ebrei abbiano iniziato ad adoperarsi per aiutare le vittime delle violenze, per ripulire i rifugi antiatomici abbandonati e tentare di frenare l'acuirsi delle tensioni nel paese.


due link:


https://www.valigiablu.it/israele-palestina-giornata-memoria-condivisa-pace/

Riconoscere l’uomo anche nel nemico

Daniel Barenboim: Ne sono convinto: gli israeliani avranno sicurezza quando i palestinesi potranno provare speranza, cioè giustizia. Entrambe le parti devono riconoscere i loro nemici come esseri umani, e cercare di entrare in empatia con il loro punto di vista, il loro dolore e la loro sofferenza.


Gli eventi attuali in Israele e a Gaza hanno profondamente scioccato tutti noi. Non c’è giustificazione alcuna per i barbari atti terroristici di Hamas contro i civili, compresi i bambini e i neonati. Dobbiamo prenderne atto, riconoscerlo, e fermarci. Ma il passo successivo è ovviamente la domanda: e adesso?
Per ribadire con chiarezza: il conflitto israelo-palestinese non è un conflitto politico tra due Stati per i confini, l’acqua, il petrolio o per altre risorse. È un conflitto profondamente umano tra due popoli che hanno conosciuto la sofferenza e la persecuzione.
Ne sono convinto: gli israeliani avranno sicurezza quando i palestinesi potranno provare speranza, cioè giustizia. Entrambe le parti devono riconoscere i loro nemici come esseri umani, e cercare di entrare in empatia con il loro punto di vista, il loro dolore e la loro sofferenza.

L'intera riflessione di Daniel Barenboim a questo link:



Turchia, inaugurata la prima chiesa dai tempi di Ataturk

È una chiesa siro-ortodossa, ma alla cerimonia di apertura erano presenti anche il Cardinale Koch e il Patriarca Bartolomeo


C’era anche il Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, all’inaugurazione della chiesa siro-ortodossa di Sant’Efrem a Istanbul. L’evento non è di poco conto, perché si tratta della prima nuova chiesa cristiana stabilita in Turchia dalla fondazione della repubblica nel 1923.

Un momento a suo modo storico, che ha visto persino la partecipazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e rappresentanti di varie chiese cristiane. C’era il Patriarca ecumenico Bartolomeo, ad esempio, che ha poi avuto anche un incontro privato con il Cardinale Koch, e poi il patriarca armeno-ortodosso Masalyan di Costantinopoli. “Padrone di casa”, se così si può dire, era il patriarca siro-ortodosso di Istanbul Mor Filuksinos Yusuf Cetin.

La minoranza cristiana in Turchia ha potuto rinnovare le chiese, ma non c’era stato per decenni il permesso di costruire un nuovo edificio.

Il servizio di Andrea Gagliarducci continua a questo link:

https://www.acistampa.com/story/turchia-inaugurata-la-prima-chiesa-dai-tempi-di-ataturk?utm_campaign=ACI%20Stampa&utm_medium=email&_hsmi=278331504&_hsenc=p2ANqtz-9KC1PkjXilMrF_w8FJlzS6MH_p70PilMaUPxjy1GW-PNiXBWZFFetK5NqBdiAUhNtjjFxA4J8dHvjLA8CkUk7MfqD0RQ&utm_content=278331504&utm_source=hs_email




Piangere su Gerusalemme

La memoria storica di Israele sa bene che cosa vuol dire la strage di bambini, è il punto più alto della vendetta: è stata la sua invettiva contro Babilonia (“Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra”), il suo ricordo della distruzione di Ninive, “la città sanguinaria” (“Anche i suoi bambini furono sfracellati”), l’oracolo su Samaria (“Periranno di spada, saranno sfracellati i bambini”), ed è il miraggio di una vittoria che, attraverso i piccoli, si proietta sul futuro.

E questo è ora l’orrore che soffre Israele (e il mondo con esso) dopo il racconto dei militari israeliani su ciò che hanno trovato nel kibbutz di Kfar Aza devastato da Hamas. E la conclusione non può essere che una sola: mai più la vendetta, mai più la vittoria nella soppressione dell’altro. Facciamo allora come Gesù di Nazaret, dinanzi allo scempio che dilania la Palestina, diciamolo noi suoi discepoli, anche se non piace ai laici, ai non credenti e ai post-teisti che si nomini il figlio di Dio in un giudizio politico: ma se non ora, quando? Apriamo dunque il Vangelo e leggiamo che Gesù, ebreo di Galilea, salendo a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Gerusalemme, se tu avessi conosciuto ciò che giova alla tua pace!”. Così oggi, come allora Gerusalemme non ha capito dove fosse la sua pace, ha creduto che fosse nella vittoria, mentre la guerra ora caduta su di lei è proprio il salario della vittoria....

La riflessione di Raniero La Valle continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202310/231011lavalle2.pdf



Il Foglietto "La Risurrezione" di Domenica 15 ottobre

 



Domenica XXVIII PA - Mt 22,1-14

È necessario prenderne atto, se non si cambia si rimane posseduti dal mondo dove la vita può diventare un inferno disumano ricco di pianto e stridore di denti e alla fine una nuova provocazione: verificate la vostra vita per capire se siete realmente dentro o se avete ancora fuori un piede dalla sala del banchetto.

 


Il cammino che in quest’anno la Liturgia ci sta accompagnando a fare, ci ha guidato a comprendere chi sia Gesù, che non c’è differenza tra chi ci arriva prima e chi dopo nel mettersi alla sua sequela, che l’essere suoi discepoli ci riunisce in una comunità di uguali capaci di accogliere la misericordia del Padre. In queste ultime domeniche, con tre parabole al cui centro c’era una vigna Gesù ha iniziato a demolire una religione basata su regole mercantili dei “meriti” che è un preciso monito anche per noi oggi: non si può servire Dio e Mammona, Dio e la ricchezza, pensare solo al tornaconto personale perché non è questo lo “guardo” che Dio ci chiede di far nostro imparando da lui, seguendo il suo esempio.

 

Oggi, per dirci cosa sia quel Regno dei cieli che siamo chiamati a realizzare e a vivere già da ora, Gesù cambia immagine e ci dice che è un banchetto di nozze, una festa gioiosa dove regna la gratuità e tutti sono degli invitati, nessuno è un “padrone” anzi, al suo interno c’è solo con-vivialità, si vive a fianco dell’altro facendo attenzione alle sue esigenze dandovi risposta. È questa una immagine che fonda le sue radici lontano nella Scrittura e l’attraversa tutta fino all’Apocalisse.

Tutto è pronto ed ora ci invita anzi, ci invita due volte perché alla prima si è fatto orecchio di mercante. Allora precisa con dettagli cercando di riscuotere la nostra attenzione attraverso i profeti del nostro tempo: quanti ne ha avuto la mia generazione e quanti anche oggi ce ne sono che operano a volte in modo molto silenzioso ma efficace nel mostrare come sia possibile oggi vivere la festa delle nozze nel Regno dei cieli realmente presente se riusciamo a scorgerlo e a farvi spazio.

Ma è necessario saper ascoltare e cogliere l’invito da qualsiasi parte questo giunga e questo avviene solo se riusciamo a far cadere le barriere che ci costruiamo attorno e che sembrano darci sicurezza. Non solo le porte delle nostre case, il lavoro, il guadagno, gli “affari”, ma anche una religiosità fatta di osservanze ed un credere rigido inscalfibile. La nostra vita è al sicuro, abbiamo come saziare la nostra fame ed una riserva l’abbiamo sempre pronta per ogni evenienza. Ma sarà anche “gioioso”, oppure solo sazietà di beni?

Matteo, con un linguaggio simbolico che non è più il nostro, inserendo il versetto sulla distruzione delle città di coloro che avevano ignorato o rifiutato l’invito, ci avvisa che di una cosa possiamo essere certi: se si rifiutano i pressanti appelli del Signore alla con-vivialità, ci si rende responsabili di un mondo dove inevitabilmente saranno presenti soprusi, violenze, guerre, distruzioni. Quanto accade in questi giorni in quella terra ne è la testimonianza frutto dell’ingordigia di una economia senza limiti, che guarda solo ai propri interessi personali e locali; la volontà di essere padroni della vita degli altri, l’ideologia che ottenebra le menti e produce solo violenza che ne produce altra di segno contrapposto in una spirale abbruttente l’umanità.

Il banchetto di festa e gioia rimarrà vuoto di commensali? No, perché se il primo annuncio doveva essere fatto alle pecore smarrite di Israele in seguito Gesù, nell’incomprensione dei discepoli, lo allarga a tutti. L’invito allora viene fatto dove “convergono le vie”, nei luoghi dove si incontrano le persone o, allargando lo sguardo e seguendo più precisamente il termine greco, là dove terminano le strade urbane (il cardo e il decumano) e si dipanano tutti i sentieri per il mondo, fino alla sua fine. Ecco allora che “radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali” dando in questo modo corpo a quanto aveva detto Gesù a riguardo dell’amore del Padre: “sarete figli del Padre vostro che fa sorgere il suo solo sopra i malvagi e i buoni” (Mt 5,43). Non c’è preferenza per i buoni rispetto ai cattivi e ai malvagi: l’offerta d’amore di Dio è fatta per tutti, specialmente per quelli che ne hanno più bisogno “Va’ e mettiti sotto di lui, aiutalo ad uscire dalla sua miseria, a convertirsi” ci è stato indicato di fare poche Domeniche fa (la XXIII Mt 18,15-20). Nelle nostre Comunità ci saranno sempre delle persone un po’ cattive e un po’ buone perché, nel campo del Regno dei cieli assieme ci saranno sempre grano e zizzania.

 

L’aver detto sì all’invito ed essere entrati nella sala del banchetto non basta, è necessario anche aver cambiato “abito”, cioè se si entra solamente senza aver aderito alla proposta di un nuovo modo di vivere proposto dal Signore, di fatto si è identici a quelli che sono rimasti fuori ignorando i ripetuti appelli. L’invito è per tutti ma l’entrare significa aver fatto proprio un cambiamento di mentalità che si vede dalle opere, è quel “rivestirsi di Cristo” come S. Paolo lo definisce nelle sue lettere ai Romani e ai Colossesi, è quell’appello a convertirsi che fin dall’inizio risuona sulle labbra di Gesù, cioè al posto dell’accumulare ci sia la condivisione, il servire e non il potere. Se non avremo l’abito nuovo, saremo interpellati dal Re con quel “Amico” che nell’Evangelo di Matteo viene usato solo tre volte e sempre con un accento negativo: qui come all’operaio che si lagnava di aver avuto il medesimo salario di colui che era arrivato all’ultima ora e a Giuda quando sta consegnando Gesù alla morte.

 

È necessario prenderne atto, se non si cambia si rimane posseduti dal mondo dove la vita può diventare un inferno disumano ricco di pianto e stridore di denti. Se si sceglie la legge del mercato competitivo e non quella della gratuità, si può certamente riuscire vincitori, ma si può anche perdere e venire distrutti da una vita ripiegata su sé stessa, chiusa senza sbocchi.

Alla fine una nuova provocazione: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti” cioè verificate la vostra vita per capire se siete realmente dentro o se avete ancora fuori un piede dalla sala del banchetto.

 

(BiGio)