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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

L’imam e il rabbino in dialogo: fermiamo l’educazione all’odio

La crisi in Medio Oriente per l’attacco di Hamas cui è seguita la dura reazione di Israele sollecita le religioni al servizio della convivenza. Il rabbino Arbib e l'imam Pallavicini a confronto


ll tragico incendiarsi della crisi mediorientale provocata dal feroce attacco terroristico del 7 ottobre di Hamas contro Israele e la durissima reazione dello Stato ebraico chiama in causa diversi fronti. Dalla politica internazionale ai rapporti di forza in ambito locale, fino alla drammatica questione umanitaria contrassegnata dalla vicenda degli ostaggi israeliani alla tristissima conta giornaliera dei morti a Gaza. In uno scenario tanto cupo le religioni possono avere un ruolo fondamentale, come evidenziano i ripetuti appelli alla pace lanciati in più occasioni da diversi leader a partire da papa Francesco e, triste contrappasso, l’ondata di antisemitismo che percorre il mondo con numerosi focolai particolarmente violenti in Europa oltreché nello stesso Medio Oriente. Di questi argomenti “Avvenire” ha parlato con rav Alfonso Arbib, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, e l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente Coreis (Comunità religiosa islamica italiana).

Il confronto a questo link:


Attenzione nel mondo accade anche altro: Sudan nel baratro a fari spenti

A sei mesi dall’inizio della dimenticata guerra in Sudan, in Darfur si compiono massacri e violenze etniche, nel silenzio generale.


Mentre Europa e Stati Uniti sono concentrati sull’Ucraina e il conflitto tra Israele e Hamas che si consuma sui civili di Gaza, in Sudan la guerra civile scoppiata ad aprile scorso ha assunto proporzioni drammatiche e non accenna a placarsi. A confrontarsi sono le forze armate sudanesi guidate dal presidente del Consiglio di transizione Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di sostegno Rapido (RSF) che rispondono all’ex vice di al-Burhan, il generale Mohamad Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Queste ultime, originarie del Darfur dove dall’inizio del mese hanno ripreso il controllo di quattro dei cinque stati della regione, sono accusate di atrocità e massacri ai danni delle popolazioni non arabe dei Masalit, che vivono nella zona. Finora, secondo le Nazioni Unite, il conflitto ha causato tra i 9 e il 10mila morti, oltre quattro milioni e mezzo di persone sono fuggite dalle proprie case, mentre 1,3 milioni hanno varcato la frontiera con i paesi vicini, dirigendosi soprattutto in Ciad, Egitto, Sud Sudan, Etiopia e Repubblica Centrafricana. ...

L'articolo dell'ISPI continua a questo link:










Lucio Caracciolo: “Hamas non è solo terrorismo e Israele ha sbagliato risposta”

Lucio Caracciolo ha appena mandato in edicola l’ultimo numero di Limes, “Grande guerra in Terrasanta”, e oggi inaugura il tradizionale Festival della rivista, a Genova, che si intitola “Il fattore italiano nel mondo in guerra”. Qui è intervistato da Stefano Cannavò

La cosa più importante su Hamas, che svisceriamo nel numero, è che non chiaro cosa ci sia dentro. Il grado di controllo della testa politica appare limitato (e Limes intervista il capo politico Haniyya). Inoltre, a bocce ferme, in campo palestinese si faranno i conti e qualcuno potrà chiedere a Hamas perché ha provocato Israele in una reazione abbastanza probabile. Va anche detto che l’operazione del 7 ottobre non è stata solo delle Brigate al-Qassam, oltre al Jihad islamico ci sono stati anche cani sciolti e probabilmente semplici criminali che hanno approfittato della situazione. L’operazione non è andata esattamente secondo i piani e se fossi un civile palestinese qualche domanda la porrei.

Cosa pensa dell’accusa a Hamas di essere un’organizzazione terrorista?

Il terrorismo è una modalità di guerra particolarmente vile, ma non è un soggetto politico. Tanto che il più noto terrorista palestinese ha avuto un Nobel per la Pace (Arafat). Non c’è una definizione incontrovertibile. Il 7 ottobre, Hamas ha certamente utilizzato un metodo terroristico, ma nel definirlo semplicemente terrorista, come al Qaeda, si perde di vista che è un movimento di massa, che ha vinto le elezioni, che è stato sostenuto prima da Rabin in funzione anti Arafat, e anche da Netanyahu che favoriva il trasferimento di soldi qatarini verso Hamas.

L'intera intervista a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202311/231110caracciolocannav%F2.pdf



 

Il Foglietto @La Risurrezione” di Domenica 19 novembre



 

Nel mondo accade anche altro come la deportazione degli afgani dal Pakistan: centinaia di migliaia di persone rischiano nuove violenze

A sorpresa, all’inizio di ottobre il governo pakistano ha dichiarato che tutti i cittadini afgani senza documenti avrebbero dovuto lasciare il paese entro il 1° novembre per presunte minacce alla sicurezza nazionale. Secondo le autorità pakistane, alcuni di loro sarebbero stati coinvolti in attacchi di militanti islamici e in crimini che hanno minato la sicurezza del Pakistan negli ultimi anni.


l’ordine sta riguardando anche decine di migliaia di famiglie afghane che si erano stabilite in Pakistan nel giro di decenni, e rischia di ledere i diritti fondamentali di chi cerca asilo e protezione. Nel paese vivono infatti 3,7 milioni di afgani giunti a varie ondate dagli anni ‘70 in poi, prima per cercare migliori condizioni economiche, poi per sfuggire dall’occupazione dell’Unione Sovietica negli anni ‘80, dagli attacchi degli Stati Uniti dal 2001 in poi dopo l’attacco alle Torri Gemelle, dai Talebani negli anni ‘90 e dal 2021 in poi. In Pakistan queste persone sono cresciute, hanno messo su famiglia e avviato attività commerciali, pur senza ottenere o cercare una registrazione ufficiale presso le autorità. Molti nuovi arrivati non sono in stati in grado di ottenere documenti d'identità riconosciuti a causa dei notevoli ritardi nel processo di registrazione, sottolinea Amnesty International. ...

L'articolo di Valigia Blu continua a questo link:

https://www.valigiablu.it/pakistan-deportazione-afgani/

Domenica XXXIII PA abbiamo pregato così….


INTRODUZIONE

Il Vangelo di Matteo di questa penultima domenica dell’anno liturgico ci presenta la parabola del padrone che, dovendo partire per un viaggio, consegna dei talenti ai suoi servi, due dei quali durante la sua assenza li fanno fruttare e al suo ritorno glieli restituiscono con gli interessi. E per questo vengono lodati. Invece, chi aveva ricevuto un solo talento, per paura di rischiare e per mancanza di fiducia verso il padrone, va a sotterrarlo e al suo ritorno glielo restituisce tale e quale. Ed è questo atteggiamento che il Signore condanna, perché vuole che i doni, che con fiducia ci ha consegnato nelle nostre mani, noi li investiamo e li rischiamo con altrettanta fiducia nel Signore e nei fratelli e al Suo ritorno possiamo restituirli accresciuti.

Nella Prima Lettura, tratta dal Libro dei Proverbi, si mettono in luce i veri talenti della donna, che nella visione di parità tra uomo e donna, oggi, possiamo riferire anche all’uomo.

Nella Seconda Lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, San Paolo ci invita ad attendere il giorno del Signore vigili e sobri, e nella luce, perché siamo figli della luce.


INTENZIONI PENITENZIALI

1. Signore, ti chiediamo perdono, perché per pigrizia e per poca fiducia in Te e nei fratelli non sempre spendiamo i tuoi doni a favore degli altri - Kyrie eleison
2. Cristo perdonaci, quando nella notte dell’esistenza non sappiamo accogliere e testimoniare la luce di essere tutti figli di Dio - Christe eleison
3. Signore, ti chiediamo perdono, perché spesso viviamo come se Tu non esistessi e non sappiamo metterci in ascolto dello Spirito Santo, che il Padre continua a mandarci nel tuo nome, per ricordarci tutto ciò che ci hai detto - Kyrie eleiso

PREGHIERE DEI FEDELI

1. Per la Chiesa e per i suoi pastori, perché sappiano valorizzare i talenti laicali per il bene della comunità e delle singole persone, preghiamo …


2. Perché nel mondo cresca la solidarietà sociale e i beni della Terra siano utilizzati senza sfruttamento e con giustizia distributiva nell’interesse di tutti e soprattutto dei più poveri, preghiamo … 


3. Per le persone ammalate e anziane, perché nella solitudine possano sentire la vicinanza del Signore attraverso quella concreta della comunità, preghiamo …  


4. Per la nostra comunità, perché la partecipazione alla Messa domenicale sia sempre più il dono che il Signore ci fa della Sua vita, affinché anche noi diventiamo dono per gli altri, preghiamo …


  5. Signore, viviamo un momento storico che non favorisce l’attenzione verso i più poveri, anzi. Gli ultimi possono commuovere per qualche istante, ma quando si incontrano in carne e ossa per la strada allora subentrano il fastidio e l’emarginazione. Aiutaci a far posto ai poveri nella nostra vita e in quella delle nostre comunità. Per questo Ti preghiamo 


6. Per Giulia perché la luce del Signore possa avvolgerla e la Madonna della Salute possa confortarla ed abbracciarla, preghiamo perché Filippo possa abbandonare odio, rabbia, gelosia e violenza e desistere dai suoi intenti e propositi. Preghiamo per la veglia di preghiera contro la violenza sulle donne del 25 novembre perché l’amore che la Scrittura chiama eros possa essere sempre affiancato dall’agapào, l’amore gratuito e disinteressato, e sia trasformato da un amore da morire ad un amore da vivere.
Noi ti preghiamo: Signore ascoltaci


Come è possibile scoprire Gesù nei poveri? “Bisogna conoscerli e parlarci"

Papa Francesco nel messaggio ‘Non distogliere lo sguardo dai poveri’ in occasione della VII giornata mondiale dei poveri di domenica 19 novembre, sottolinea che lo sguardo di un povero cambia direzione alla vita di chi lo incrocia, ma bisogna avere il coraggio di restare su quegli occhi e poi agire aiutando, non secondo le nostre necessità o il nostro volerci liberare dal superfluo, ma in base a quello che serve all’altro.


“Soffermarci sul Libro di Tobia, un testo poco conosciuto dell’Antico Testamento, avvincente e ricco di sapienza, ci permetterà di entrare meglio nel contenuto che l’autore sacro desidera trasmettere. Davanti a noi si apre una scena di vita familiare: un padre, Tobi, saluta il figlio, Tobia, che sta per intraprendere un lungo viaggio. Il vecchio Tobi teme di non poter più rivedere il figlio e per questo gli lascia il suo ‘testamento spirituale’. Lui è stato un deportato a Ninive ed ora è cieco, dunque doppiamente povero, ma ha sempre avuto una certezza, espressa dal nome che porta: ‘il Signore è stato il mio bene’.Quest’uomo, che ha confidato sempre nel Signore, da buon padre desidera lasciare al figlio non tanto qualche bene materiale, ma la testimonianza del cammino da seguire nella vita”.

L'intera sintesi del messaggio a questo link:





Domenica XXXIII - Mt 25,14-30

Dopo molto tempo il padrone non “tornò” come scritto, ma “viene” (termine che richiama la seconda venuta del Signore alla fine del tempo), non per riavere il dono fatto (non sarebbe stato un dono), ma per conoscere cosa ne avevano fatto


È l’ultima Domenica di questo Anno Liturgico che si compirà la prossima con la Festa di Cristo Re. Oggi ci viene consegnata l’ultima raccomandazione di Gesù che è una “consegna” da accogliere e far fruttare. Dall’Amerai all’invito ad essere degli anawim, uomini che si pongono al servizio dell’altro secondo il cuore di Dio, rimanendo costanti all’ascolto della sua Parola che è luce ai nostri passi.

La parabola di oggi ci presenta tre servi, tre anawim ai quale il Signore consegna i suoi beni, i suoi talenti “secondo le capacità di ciascuno; poi partì”. Questo Signore conosce gli uomini, sa che non tutti hanno le medesime capacità e non chiede mai a nessuno qualcosa che non può compiere, ma solo quello che è alla sua portata, nulla di più. Per questo affida e distribuisce in maniera differenziata quello che ha. Non c’è discriminazione alcuna tra coloro che hanno detto sì alla sua chiamata lasciandosi coinvolgere nella costruzione del suo Regno fin dal presente. Siamo tutti “fratelli” con carismi diversi, ma tutti uguali e ce lo ha richiamato più volte. Ci ha coinvolto nella cura della sua vigna per produrre il vino, simbolo della festa che è al centro di ogni banchetto da lui preparato e al quale ci chiama a partecipare.

Siamo collaboratori, non mercenari o braccianti che alla fine hanno il loro salario e il loro guadagno. Siamo “servi” della sua volontà per scelta, non per imposizione. È titolo che la Scrittura riserva ai grandi personaggi della storia di Israele come Mosè, Davide, i Profeti che si sono giocati la vita per realizzare quanto il Signore ha chiesto loro nella più totale gratuità. Alla fine non si aspettavano nulla per quello che avevano fatto: non erano dei mercenari. Dovremmo anche noi essere così nonostante una religiosità, tarda nel morire, che continua a promettere il Paradiso se siamo buoni o l’Inferno se siamo cattivi. Non è certamente questa l’immagine corretta del Dio di Gesù Cristo, del Padre misericordioso che compare anche in questa parabola.

 

Quali sono i “suoi beni” che Gesù ci ha affiidato? Non è tanto il suo insegnamento, è quello che alla fine ci consegnasulla croce chinando il capo: il suo Spirito. Si può dire che questo è il verbo principe dell’Evangelo, dell’azione del Padre e di Gesù stesso. In particolare nel racconto della Passione in Giovanni, Gesù non subisce nulla passivamente, ma è sempre lui il soggetto che agisce, che si consegna. Così anche in questa parabola il verbo greco usato è sempre lo stesso: il Signore consegna tutto ciò che ha ai tre servi, la sua stessa identità che ha un valore inestimabile come quello dei talenti. Lui ora agisce attraverso le loro capacità, le nostre capacità, per rinnovare la faccia della terra (Ps 104). Se si ha coscienza di questo dono immenso non si può attendere, non c’è spazio per ragionare ma “subito” si agisce, c’è una urgenza impellente nel portare frutto per quello che siamo capaci. Quale che è “il frutto (al singolare!) dello Spirito” ce lo dice S. Paolo nella sua lettera ai Galati (5,22) “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” cioè attraverso il controllo del proprio ego fiorisce l’attenzione all’altro.

La possibilità opposta è quella di non accogliere il dono della vita di Gesù e continuare a vivere secondo i nostri istinti, il nostro ego, cercando solo di soddisfare i nostri desideri, rimanendo al servizio di Mammona, del Divisore e dei dividendi economici.

 

Dopo molto tempo il padrone non “tornò” come scritto nella versione che sarà proclamata, ma “viene” (termine che richiama la seconda venuta del Signore alla fine del tempo), non per riavere il dono fatto (non sarebbe stato un dono), ma per conoscere cosa ne avevano fatto e loro ne rendono conto: “ne ho guadagnati altri cinque (…) ne ho guadagnati altri due”. Il commento del padrone è una strana lode: “Bene servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco (…) prendi parte alla gioia del tuo padrone”. L’accento è su quel “fedele”: mettendosi in gioco quei due servi hanno dimostrato di aver moltiplicato amando e servendo il loro prossimo, il dono ricevuto di poter partecipare alla vita divina del Padre seguendo il suo disegno ricco di misericordia. Questa è la “fedeltà” che ci viene chiesta; la fede non è un qualcosa di astratto ed è vuota se non si traduce in uno stile di vita nella sequela. L’averla realizzata porta il padrone a dirci che si è stati un “servo buono e fedele” buono come buono è il Padre: solo a lui spetta questo titolo (Mt 19,17)

La ricompensa? Il prendere parte alla gioia di Dio per sempre che è il tutto, molto di più dell’enorme dono ricevuto (un talento corrispondeva allo stipendio di 20 anni di lavoro). Il terzo servo invece lo mette da parte per conservarlo temendo un Dio giudice severo che reagisce, secondo l’immagine che il servo ha di lui, duramente perché, se almeno avesse messo in “banca” quanto ricevuto in dono, qualcosa avrebbe fruttificato ugualmente. Invece, rifiutando di partecipare alla vita di Dio, si è condannato ad una esistenza senza futuro. 


Gesù parla di una “banca” cioè la vita di ogni Comunità che, con i suoi tempi e le sue contraddizioni, fa comunque fruttare i doni ricevuti.

 

(BiGio)

Cosa sono i talenti secondo Alessandro D'Avenia

«Ho visto un video in cui parla del talento. Mi ha fatto riflettere, avevo un’altra idea del talento, pensavo fosse legato al successo e alla fama. La sua spiegazione mi ha dato serenità»


Il talento (antica unità di peso molto grande: 34 kg d’argento, cioè un’intera vita di lavoro di un operaio) è proverbiale grazie alla parabola del vangelo di Matteo (25), in cui Cristo descrive il regno dei cieli, cioè il mondo come Dio lo offre agli uomini. La storia narra di «un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì». Riceviamo la vita in dote e siamo realmente liberi perché a noi è lasciata l’iniziativa «creativa»: per cosa? Il testo dice che i talenti non sono «le capacità», ma ciò che viene dato a ciascuno «secondo la sua capacità». Se confondiamo i talenti con «le capacità», la vita diventa un’ingiusta e spossante competizione, tipica della nostra società della performance che infatti genera soggetti stanchi, se non re-/de-pressi. Nella parabola si narra ben altro: che cosa?

Per scoprirlo questo è il link:

https://www.profduepuntozero.it/2022/01/11/ultimo-banco-104-una-scuola-senza-talento/


Francesco e il solco tra “noi peccatori” e i superbi. La riflessione di Riccardo Cristiano sulle parole di Bergoglio

Le interviste di Francesco raramente sono banali e i fatti di questi giorni sono talmente importanti da rendere stupefacente la difficoltà a collegare affermazioni chiarissime seppur relative a temi apparentemente non connessi, come quelli sui quali in queste interviste si è espresso.


Mi sembra importante partire non da quanto ha detto sul celibato dei preti, ma su cosa sono le crisi: “Sono come voci che ci indicano dove procedere. Mentre i problemi, sovente nascosti, sono come il pifferaio magico”. Giunto a questo punto Francesco afferma: “Ho molta paura dei pifferai perché sono affascinanti. Se fossero dei serpenti li lascerei, ma sono degli incantatori di persone… e finiscono per farle annegare. Persone che pensano di uscire dalla crisi ballando al suono del flauto, con redentori fatti in una notte”.

Mi sembra importarnte leggerlo Francesco, senza frammentarlo, evitando cioè di occuparsi di una frase, anche importante, in un contesto di informazione ecclesiale e di un’altra frase, anch’essa importante, in un altro contesto, magari di politica estera. Io dico che le sue affermazioni sono legate al di là delle domande alle quali risponde. E il bandolo delle sue affermazioni riprese in queste ore da diversi argentini con i quali ha parlato in questi giorni ci danno una bussola possibile, come quella di non seguire i pifferai magici. Ognuno di noi può domandarsi se ne segua qualcuno e quando, in quale contesto. Perché sempre c’è un contesto. E proprio questo mi sembra il bandolo delle sue affermazioni...

L'acuta riflessione continua a questo link:

Quasi 6 milioni di italiani nel mondo. In calo gli espatri (-2,1%), per la prima volta superati dalle nascite all’estero

Cresce l'Italia fuori dall'Italia. Al 1° gennaio 2023 i connazionali iscritti all’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) sono 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. I nati all’estero sono cresciuti, dal 2006, del +175%, le acquisizioni di cittadinanza del +144%, le partenze per espatrio del +44,9%, i trasferimenti da altra Aire del +70%. Ma se prima del Covid le iscrizioni all’Aire in un anno arrivavano anche a 260 mila e più del 50% erano per espatrio, gli espatri ora stanno diminuendo: dal 49,3% del 2021 su oltre 222 mila iscrizioni al 42,8% del 2022 su oltre 195 mila iscrizioni. Nel 2022 si sono iscritti all’Aire per “espatrio” solo 82.014 italiani. E' quanto emerge dal Rapporto Italiani nel mondo 2023, curato dalla Fondazione Migrantes

L’Italia all’estero è sempre più giovane. Al contrario di quanto avviene in Italia, la comunità all’estero è sempre più giovane. Crescono le classi di età di giovani, giovani adulti e adulti maturi: il 23,2% (oltre 1,3 milioni) ha tra i 35 e i 49 anni; il 21,7% (più di 1,2 milioni) ha tra i 18 e i 34 anni. La Sicilia è la principale regione d’origine (oltre 815 mila). Seguono la Lombardia (quasi 611 mila), la Campania (+548 mila), il Veneto (+526 mila) e il Lazio (quasi 502 mila). Il 48,2% dei 6 milioni di italiani all’estero è donna (oltre 2,8 milioni).

L’attuale presenza italiana all’estero è europea. L’Europa accoglie oltre 3,2 milioni di connazionali (il 54,7% del totale). Il continente americano segue con oltre 2,3 milioni (40,1%). Le comunità italiane più numerose sono in Argentina (oltre 921 mila iscritti, il 15,5% del totale), in Germania (oltre 822 mila, il 13,9%), in Svizzera (oltre 639 mila, il 10,8%). Seguono Brasile, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America.

Si emigra per desiderio di rivalsa e crescita. La mobilità oggi non è più sfuggire da situazioni di fragilità economica e occupazionale ma desiderio di rivalsa e crescita. Secondo lo State of the Global Workplace 2023 Report di Gallup, il 51% dei lavoratori nel mondo dichiara di avere intenzione di lasciare il lavoro vista la ripresa dell’occupaze dopo la pandemia. Gli italiani si sentono invece “inchiodati al loro destino professionale” (18%): sono i lavoratori meno coinvolti, i più stressati (49%) e i più tristi (27%). I lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro in meno della media dei colleghi europei. A soffrire di più sono i giovani: tra i 18 e i 34 anni quasi un ragazzo su due nel 2022 (4,8 milioni) ha almeno un segnale di deprivazione nell’istruzione e nel lavoro. Ben 1,7 milioni sono Neet (Not in Education, Employment or Training).

L'articolo di Patrizia riffa a questo link:

quasi-6-milioni-di-italiani-nel-mondo-in-calo-gli-espatri-21-per-la-prima-volta-superati-dalle-nascite-allestero

Pensare la fede: La formazione del laicato. Problemi e sfide

Ferma l'importanza del sapere "come" relazionarsi con gli altri, quando la Chiesa comincerà ad occuparsi seriamente del sapere "cosa" dire agli altri?


Formazione. È questa una delle tante parole chiave che scandiranno il cammino sinodale della chiesa in Italia. Una parola che certo non giunge nuova alle orecchie di chi frequenta l’ambiente ecclesiale, tanto più se impegnato come educatore, catechista, animatore ecc.
L’impressione, infatti, è che da parte dello stesso laicato non ci sia “piena avvertenza” della necessità di una seria formazione teologica, e tanto meno un “deliberato consenso” verso le iniziative che pure vengono proposte per riuscire a rispondere per esempio a queste domande: cosa significa che Gesù faceva i miracoli? Che senso hanno le parabole? Cosa ci dicono i vangeli? Che cos’è la fede? A cosa servono i sacramenti? Cosa vuol dire che Gesù ci redime con la sua morte? Siamo sicuri di sapere davvero cosa vogliono dire queste domande e quali siano le risposte, oppure in realtà abbiamo solo una certa precomprensione, proveniente solitamente dalla catechesi che abbiamo vissuto, ma che in realtà non corrisponde più al modo con cui oggi si studia e si approfondisce la novità, la bellezza e il senso del messaggio cristiano?

L'articolo di Stefano Fernaroli è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/la-formazione-del-laicato-1-problemi-e-sfide/

L’atomica che abbiamo nel cuore

Il male assedia le nostre vite. Una guerra in seno all’Europa e una appena fuori. Studenti in crisi e genitori disarmati. Una lettrice mi confida di accarezzare il suicidio. Un amico con un tumore a uno stadio avanzato. Essendo impotente di fronte a tutto questo, potrei diventare cinico, e non fare ciò che il Nobel per la letteratura, il poeta russo Josif Brodskij, condannato ai lavori forzati negli anni ’60 e poi esiliato dal suo Paese, riteneva essere l’impegno politico di uno scrittore: “Scrivere cose belle”.


È inutile voler cambiare il mondo, serve invece cambiare dentro di sé ciò che si vuole vedere cambiare nel mondo: vuoi la pace? Falla dove sei, nella riunione di condominio. Fare la pace è fare qualcosa che rende integro un pezzetto di mondo, fare la guerra è disintegrarlo. Come mostra Cristopher Nolan nel suo recente film Oppenheimer la bomba atomica è prima nel cuore dei suoi creatori e solo dopo in quello di una testata sganciata sul Giappone. Così è e sarà sempre, da Caino in poi: la pace e la guerra che sono attorno a me escono da me. Basta risalire dal frutto di un’azione sino alla sua radice, il cuore, per scoprire dove ho messo la linea che separa vita e morte, quella vita e quella morte che, dopo, ho dato al mondo. Dall’avanzare di quella linea verso la vita, in ogni cuore, ogni giorno, dove e come posso, dipende la pace del mondo.

L'intera riflessione di Alessandro D'Avenia a questo link:


Israele e l’uso della forza, lezione ai pacifisti “a prescindere”

A un mese dalla drammatica giornata del 7 ottobre cosa si intravede per il futuro? Qualcosa si può dire, pur nella complessità spaventosa della situazione. Siccome però il ragionamento e le evidenze che saranno qui proposti saranno molto crudi, occorre quantomeno chiarire che comunque siamo dentro una tragedia e che i morti, tutti i morti, meritano rispetto.


Al tempo stesso però sarebbe ipocrita negare che la storia, sì proprio quella che si studia anche nei libri di scuola, è un viaggio nel tempo che racconta di fatti quasi sempre pieni zeppi di morti, tragedie e soprusi. Quindi a poco serve ragionare con retorica compassionevole: gli umani si massacrano tra loro da millenni e non sembrano aver deciso di smettere.

A un mese dal 7 ottobre dunque cosa possiamo dire, cercando di guardare al futuro?

Possiamo fare almeno due constatazioni, capaci poi di portarci ad una (minima) conclusione. La prima constatazione è che la strategia omicida di Hamas è tanto mostruosa quanto efficace. Uccide l’ebreo in quanto tale, interpretandolo come perfetto rappresentante di tutto ciò che è diverso da sé, alla ricerca di un dominio politico, economico e religioso che non ammette compromessi e che intende affermarsi con l’uso della violenza sempre e comunque, meglio se accoppiata ad una causa (come quella del popolo palestinese) per molti versi giusta.

L'intera analisi (condivisibile a parte l'ultimo paragrafo, ndr)  di Roberto Arditti a questo link:



Il primario dei bimbi «Troppe aspettative Non si riflette più sul tema dei limiti»

Il caso di Indi Gregory solleva quesiti di etica scientifica che chiamano in causa la coscienza individuale e i processi decisionali in ambito medico. Alberto Giannini, direttore della S.C. Anestesia e Rianimazione Pediatrica Ospedale dei Bambini ASST Spedali Civili di Brescia e responsabile del Comitato Etico della SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) ha spiegato, in un’intervista al Corriere, che in questi casi occorre valutare la proporzionalità delle cure che si definisce attraverso il bilancio tra l’appropriatezza di un trattamento e la sua gravosità per il paziente e la sua famiglia.


Non sempre, in medicina,quello che è fattibile con la tecnica è anche eticamente accettabile «Quello su cui dovremmo ragionare, come medici e società civile, è il tema del limite, che in occidente spesso dimentichiamo. È un tema spinoso, di cui nessuno vuole parlare. Spesso esiliamo questa parola ed evitiamo di farci domande o parlare di “fine vita” o di “morte”, immaginando che la nostra sia una medicina onnipotente», spiega Giannini. Che osserva. «In realtà, viviamo un paradosso: mentre la medicina sembra offrire possibilità infinite, la realtà della pratica clinica è governata da limiti. Questa è una cosa che dobbiamo ricordarci, noi medici, e ricordare alla comunità». Il punto, secondo Giannini, è che spesso si hanno aspettative irragionevoli nei confronti di quello che la medicina può fare. Mentre ci sono molti limiti. «C’è un limite di ragionevolezza (non possiamo pensare di avere una risposta sempre a tutto), c’è un limite di efficacia clinica (anche se quotidianamente cerchiamo di alzare “l’asticella” con la ricerca) e c’è un limite di senso: dobbiamo scandagliare ogni azione nell’ambito della salute e della cura per valutarne il senso e l’accettabilità anche sul piano etico, dimensione fondamentale dell’agire umano». Non sempre, insomma, ciò che è tecnicamente possibile fare è anche eticamente accettabile. «Nella realtà — conclude —, invece, spesso non consideriamo questi tre aspetti che vanno a decodificare e a definire la dimensione del limite».
(Chiara Bidoli su Corsera)




Il caso di Indi Gregory: basta con gli sciacalli del dolore

Avremmo dovuto imparare con il caso di Alfie Evans, il bambino di 2 anni morto nel 2018. E, prima ancora, con i casi di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby, e di tanti altri. Avremmo dovuto imparare dalle decisioni sofferte e irreversibili che la salute dei propri cari talvolta impone.

Siccome questa lezione è tutto fuorché norma, e anzi, in Italia è persino eresia, occorre esplicitarla. Il rispetto, la dignità, sono prima di tutto delle soglie: si varcano solo dopo aver chiesto il permesso, e dopo averlo chiesto in modo chiaro, senza alcuna ambiguità. E anche allora, dopo averlo ottenuto, la soglia va varcata in punta di piedi, con una cura e uno spirito di servizio infiniti, consapevoli che si sarà sempre in difetto con il dolore e lo strazio altrui.
Invece niente. Ci troviamo di fronte a una politica che, per una bambina data per incurabile dai medici, invece di bussare e chiedere permesso, sfonda la porta, naturalmente dopo aver messo mano alla calcolatrice...

La riflessione di ValigiaBlu a questo link:

https://www.valigiablu.it/indi-gregory-cittadinanza-onoraria-italia/



Il vaccino della memoria

Irresponsabili dello scatenarsi di questa ennesima guerra nel Vicino Oriente hanno scommesso sullo scontro all’ultimo sangue, sulla morte dei “propri” e quella dei “loro”. Così facendo si vuole portare all’estremo la non accettazione dell’”altro”, che tante tragedie ha provocato nella storia. In un baratro di atrocità si nega ogni forma di riconoscimento a un popolo diverso dal proprio, respingendo così in radice la condizione della convivenza: impossibile vivere insieme, impraticabile che due Stati vivano l’uno accanto all’altro così vicini.


Il rifiuto della convivenza è drammatico in Terra Santa, tormentata dalla guerra in questi giorni, ma è diffuso un po’ ovunque nel mondo. E se in passato, particolarmente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, abbiamo sperimentato ondate di anti-arabismo e di islamofobia, oggi ci confrontiamo nuovamente con il risorgere dell’antisemitismo, un fuoco che purtroppo cova sempre sotto la cenere del pregiudizio. Diviene una delle conseguenze dirette della guerra di Gaza, ulteriore esempio di come la contrapposizione generi sempre contrapposizione e la violenza altra violenza. Un contagio antisemita che scatta con l’ingranaggio dell’attuale conflitto, ma in realtà assume tratti ben noti, si ripete e si diffonde da generazioni.

Quanto accaduto in Daghestan, quanto accade in queste ore negli Stati Uniti, in Francia, a Parigi o a Roma come in altre città europee, sono altrettanti campanelli d’allarme da non sottovalutare.

L'articolo di Marco Impagliazzo continua a questo link:



Il Foglietto "La Risurrezione" di domenica 12 novembre

 



Nella Domenica XXII PA (Mt 25,1-13), abbiamo pregato così ...

INTRODUZIONE:

Oggi siamo invitati a tener viva la nostra attenzione, a vegliare: dapprima la sapienza che aiuterà benevola chi la cerca e poi con la speranza invocata da San Paolo che non ci renderà tristi aspettando la venuta del Signore. Infine poi con la parabola del Vangelo che ci insegna che vegliare non significa soltanto non dormire, ma essere preparati; infatti tutte le vergini dormono prima che arrivi lo sposo, ma al risveglio alcune sono pronte e altre no. Qui sta dunque il significato dell’essere saggi e prudenti: si tratta di non aspettare l’ultimo momento della nostra vita per collaborare con la grazia di Dio, ma di farlo già da adesso. Ogni tanto bisognerebbe chiedersi: se fosse oggi l’ultimo giorno, come mi sono preparato, preparata?

Vegliare, vigilare, è andare incontro al Signore con le lampade del desiderio accese; è essere saggi, cioè pronti a vivere il tempo lungo dell’attesa con l’aiuto dell’olio dell’intelligenza. Come fare fronte alla possibilità di addormentarci, ovvero di dimenticare, di rimuovere l’orizzonte della venuta del Signore? Lottando ogni giorno per non lasciare appesantire le nostre vite dalla ripetitività del quotidiano, che è pur sempre l’oggi di Dio, l‘unica porta d’accesso nel mondo alla venuta finale del Signore: “Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti!” (Lc 12,37).

 

INTENZIONI PENITENZIALI:

1.     Signore, per tutte quelle volte che non ti cerchiamo, addormentandoci nella routine della quotidianità - Kyrie eleison

2.     Cristo perdonaci se viviamo una vita senza l’olio della carità che dà luce alla nostra fede - Kriste eleison

3.     Signore, che ci inviti ad alimentare la nostra vita con la bellezza del tuo amore, ma non sempre riusciamo a coglierne i segnali - Kyrie eleison

 

PREGHIERE DEI FEDELI:

1.     Signore, a noi che amiamo misurarci il quoziente di intelligenza, dona il desiderio di incontrare la tua sapienza che illumina ogni nostro giorno e guida i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre scelte verso il bene comune, soprattutto verso gli ultimi della terra. Preghiamo. 

2.     Signore, dentro ognuno di noi abitano saggezza e stoltezza, aiutati affinché non cadiamo addormentati nelle braccia di questo mondo e fa che teniamo accesa la nostra lampada con l’olio della misericordia, dell’amore della Tua parola, per ogni essere umano e tutto il creato. Preghiamo.

3.     Per coloro che hanno potere politico ed economico, la sapienza divina illumini il loro cuore e la loro mente affinché progettino un’economia che promuove sostenibilità, giustizia, pace e riconosca la dignità a tutti gli esseri umani. Preghiamo.

4.     Per tutti i genitori che ogni giorno nel mondo rimangono orfani di figlie e figli a causa della povertà, della fame, delle malattie e delle guerre: Dio accolga il loro dolore e lo trasformi in pensieri e gesti di pace. Preghiamo.

5.     Per nostro fratello Mohammed, giovane marocchino investito e ucciso a Bolzano da un treno e per tutti i Mohammed che non trovano posto nella nostra ricca regione e che sono costretti a sopravvivere nelle boscaglie e a rendersi invisibili per non venire sgombrati e vedere distrutte le loro poche speranze per una vita migliore. Preghiamo.

6.     Signore, donaci cuore aperto e orecchi che sanno ascoltare e mani delicate che sanno accarezzare, donaci di sapere stare in silenzio accanto a chi soffre nel corpo e nello spirito. Preghiamo.

ANTIFONA DI COMUNIONE  
L’Antifona di Comunione che ora pregheremo assieme, sottolinea la continuità e l’unità della celebrazione. È un versetto del Vangelo proprio per dire che la Parola, Eucarestia e Comunione compongono un’unità inscindibile. 

Lo si è sottolineato anche accendendo le candele all'altare da quella dell'ambone e dal pane e il vino portati all’altare da chi ha proclamato la Parola. Preghiamo:

 

"Vegliate, perché non sapete né il giorno né l'ora in cui verrà il Signore.”