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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

La difesa di Israele e la politica della memoria

L'identità israeliana si costruisce nell'identificazione con le vittime della Shoah fino al punto di iscriversi nel concetto di genocidio. E dunque che il genocidio sia perpetrato invece che subito, è inconcepibile. Ma questa è una memoria centripeta: dice «mai più questo deve accadere a noi». E non invece «a nessuno». Solo quest'ultima sarebbe una memoria «universale».


«Lo stato di Israele sa fin troppo bene perché la Convenzione sul genocidio, che è stata invocata in questo procedimento, fu adottata». Si apre così l’arringa di Tal Becker, il primo avvocato della squadra di difesa israeliana alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. La «memoria collettiva di Israele» è evocata immediatamente dopo, insieme con il richiamo a Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che coniò il termine.

Non gli bastava – aggiungiamo noi – il termine «sterminio» usato a Norimberga, e neppure «crimine contro l’umanità», coniato da Hersch Lauterpach, un altro giurista sopravvissuto alla Shoah. Uccidere persone perché appartenenti a un certo gruppo e con l’obiettivo di sradicarlo è peggio che ucciderle senza questa specifica intenzione. Che è poi la parte dell’accusa più difficile da provare, nonostante le oltre 60 citazioni e le 9 pagine di riferimenti ad alti funzionari israeliani, non sanzionati dal loro governo.

È di questo «elemento soggettivo» che vogliamo occuparci: delle sue implicazioni psicologiche e morali ma anche filosofiche, sia dal punto di vista degli accusatori che degli accusati. Sgombriamo anzitutto il terreno dagli equivoci....

La riflessione di Roberta De Mondicelli continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202401/240121demonticelli.pdf

Monumentalizzare la Shoah sfuggendo alla retorica

 Sono molti i lavori, opera di artisti e architetti, che ricordano la Shoah. Il memoriale di Peter Eisenman a Berlino lo fa attraverso l’astrazione e al di là di ogni forma  

La storia della Shoah è diventata in buona misura monumento. Nel rarefarsi del ricordo dei sopravvissuti, giunti – se ancora in vita – all’ultima stazione, concediamo alla reminiscenza il pezzo d’arte memoriale, che in sé contiene documento ed emozione. Berlino, come capitale tedesca, ma soprattutto come capitale del Terzo Reich nazista, è ormai disseminata nel suo tessuto di decine di monumenti in memoria delle vittime dei lager.

Così come i nazisti tenevano i loro prigionieri tra i recinti in balia di sé stessi, nella distinzione gerarchica ottenuta coi “triangoli colorati”, oggi quelle minoranze sono ricordate in ben precipui memoriali, ognuno dei quali ci racconta del destino di ciascun colore. Che esperienza ci restituiscono questi luoghi? Possono veramente aiutarci nella profonda comprensione dell’abissale sofferenza di quelle vittime? Quando la memoria passa attraverso il monumento, ci troviamo davanti a un postulato: ed è tutta una questione di metodo.

L'articolo di Salvatore Trapani continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/shoah-retorica?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+26+gennaio+%5B8949%5D

La Shoah pensata e spiegata nel linguaggio della fede

Accanto agli storici e ai sociologi, nei decenni è fiorito anche un ‘pensiero della Shoah’ che ha fatto ampio uso di immagini e metafore e simboli presi dal linguaggio religioso derivati dalla Bibbia e dal Talmud

Quando parliamo della Shoah siamo portati a pensarla e spiegarla come un insieme di eventi storici, ossia come gli atti politici deliberatamente finalizzati alla persecuzione e allo sterminio di milioni di ebrei in Europa, durante la seconda guerra mondiale, per mano dei nazisti e dei loro ‘volenterosi’ collaboratori (fascisti italiani inclusi). Nelle spiegazioni ‘storiche’ sono le azioni umane al centro della nostra attenzione, azioni mosse da catene di cause e concause remote e prossime in cui si intrecciano interessi economici, conflitti sociali, schemi ideologici e, non di rado, passioni e ossessioni personali dei leaders, all’epoca chiamati non autocrati come si usa oggi, ma più direttamente dittatori. Tra le motivazioni che hanno a che fare con l’ideologia, meglio con l’antisemitismo di stampo socio-biologista (pseudo-scientifico), qualcuno ricorda giustamente il retaggio dei lunghi secoli di antigiudaismo cristiano, che dalle invettive dei padri della chiesa nei primi secoli della nostra èra evolse in un’acuta avversione a ebrei e giudaismo via via visti come minaccia della cristianità e nemici d’Iddio, un’avversione di natura teologica che solo dopo la Shoah, appunto, le chiese cristiane hanno ripudiato come erronea, contraria sia alle Scritture sia allo spirito evangelico.

Con tutto ciò, e nella consapevolezza che la Shoah non può essere capita senza una ricostruzione del passato in termini rigorosamente aderenti alla storia, la sua comprensione esistenziale è stata spesso demandata a un’elaborazione metastorica, di livello ulteriore, quasi che le cause materiali, i preconcetti ideologici e le personalità individuali fossero sufficienti, sì, a spiegare il ‘come’ essa sia accaduta, ma non il ‘perché’. Ecco la ragione per cui, accanto agli storici e ai sociologi, nei decenni è fiorito anche ...

L'analisi di Massimo Giuliani continua a questo link:




Vuoti di memoria

"A mio avviso al centro della celebrazione del 27 gennaio non devono esserci le vittime. Come sosteneva lo storico Raul Hilberg, l'attenzione deve piuttosto andare ai carnefici da una parte e dall'altra agli spettatori, alla «zona grigia»: al comportamento delle società europee durante lo sterminio"

Ha ancora un senso il Giorno della Memoria della Shoah, fissato al 27 gennaio per celebrare la liberazione del lager di Auschwitz? Lo storico David Bidussa ha avanzato seri dubbi, considerando anche che il Parlamento europeo, nel 2019, ha indicato un nuovo giorno celebrativo il 23 agosto, in ricordo del patto nazi-sovietico di spartizione della Polonia siglato nel 1939. Per approfondire il tema abbiamo invitato a discutere con Bidussa Gabriele Nissim, presidente di Gariwo - La Foresta dei Giusti, e Ugo Volli, autore del libro La Shoà e le sue radici

Il colloquio con Gabriele Nissim, David Bidussa e Ugo Volli a cura di Antonio Carioti è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202401/240124nissimbidussavollicarioti.pdf




La memoria nell’era della post-verità

Quest'anno la ricorrenza del Giorno della Memoria non potrà essere liquidata come l'ennesimo adempimento, in sé comunque già da tempo divenuto scettico e stanco, quindi inflazionato e usurato, di un obbligo istituzionale


Evitiamo le geremiadi, i capi cosparsi di cenere come anche le facili auto-assoluzioni. Ancora meno, a tale riguardo, le gratuite sovrapposizioni, l’uso disinvolto di parole e, soprattutto, di pensieri facilmente generalizzabili. Semmai muoviamoci nelle sabbie mobili del pensiero di senso comune, dotati tuttavia di una necessaria circospezione critica. Come tale, non sospettosa ma comunque analitica. No, quest’anno la ricorrenza del Giorno della Memoria non potrà essere liquidata come l’ennesimo adempimento, in sé comunque già da tempo divenuto scettico e stanco, quindi inflazionato e usurato, di un obbligo istituzionale. Poiché, già nel suo essere tale – ossia cristallizzato in un ritualismo che si esprime con la medesima enfasi posticcia di certe routine del tempo trascorso – invece svuota di concreti contenuti il passaggio storico che dice di volere altrimenti rammentare e, quindi, vivificare.

Se l'imperativo del «mai più!» ha raccolto inizialmente una qualche adesione, pare adesso essere invece smentito, di giorno in giorno, dal riscontro dei fatti, delle cronache, dello stesso smarrimento collettivo...

L'articolo di Claudio Vercelli continua a questo link:


Israele-Palestina: contro la disumanizzazione

"Pro Human", una coalizione guidata da Amnesty International Israele, ha pubblicato una lettera in cui dichiara il proprio impegno in qualcosa che dovrebbe essere ovvio: combattere la disumanizzazione degli abitanti di Gaza, dei palestinesi e dei musulmani, nonché degli israeliani e degli ebrei. 



Tra i firmatari ci sono, tra gli altri, il regista Nadav Lapid, il regista Ari Folman, l'attrice Shira Geffen, il coreografo Ohad Naharin, lo scrittore David Grossman, la cantante Noa. Qui il testo completo della lettera:

"La disumanizzazione di israeliani ed ebrei", si legge nella lettera, "così come di palestinesi e musulmani, è inaccettabile. Una persona non è semplicemente una rappresentazione di un'identità collettiva, della sua storia, dei suoi accadimenti o del suo orientamento politico. Un approccio umanistico coerente deve affrontare tutti questi sviluppi inaccettabili".
Gli esempi di disumanizzazione citati sono tanti.
A metà ottobre, un sondaggio condotto dal Centro di studi politici americani di Harvard e da "The Harris Poll" ha mostrato che quasi la metà dei giovani americani (di età compresa tra i 18 e i 34 anni) ritiene che l'attacco terroristico di Hamas contro i civili "possa essere giustificato dalle sofferenze dei palestinesi". In un sondaggio simile, condotto a dicembre, la percentuale dei giovani americani che giustifica l'attacco di Hamas sale al 60%.
Durante un'audizione del Congresso statunitense, i rettori di tre grandi università - Harvard, UPenn e MIT - non sono stati in grado di fornire una risposta chiara sul fatto che gli appelli al genocidio degli ebrei violino i codici di condotta delle università. In linea di massima sostengono che dipende dal contesto.
In Israele, prosegue la lettera, la percezione pubblica dominante vede tutti i gazawi come affiliati ad Hamas, giustificando così uccisioni di massa e indiscriminate.

Il testo della lettera continua qui:

https://www.valigiablu.it/disumanizzazione-israeliani-palestinesi-amnesty/


Libertà religiosa, il rapporto Open Doors: 15 mila edifici cristiani chiusi o distrutti

Il World Watch List di Open Doors del 2023 conferma il trend che fa del cristianesimo la fede più perseguitata al mondo



Il dato più impressionante è forse quello delle 15 mila chiese Cristiane chiuse con la forza tra la fine del 2022 e il 2023, soprattutto in Cina e India, laddove si sentono gli effetti del controllo governativo sulle religione (in Cina) e delle leggi anti-conversione (in India). In generale, però, il World Watch List, il rapporto della Ong cristiana Open Doors, conferma i trend degli scorsi anni, con una recrudescenza di attacchi contro i cristiani in Corea del Nord, ma anche nel Sahel, e qualche segnale di speranza dal Medio Oriente con le politiche della tolleranza, attuate sia dagli Emirati Arabi Uniti scelti dal Papa per firmare la Dichiarazione della Fraternità Umana, ma anche dall’Iraq successivamente visitato dal Papa, e negli altri Paesi del Golfo.

Luci e ombre, con più ombre che luci, in un rapporto che non guarda solo al mondo cattolico, ma in generale a tutte le componenti cristiane, e che la Ong Open Doors compila ormai dal 1993. Abbastanza per capire come le religioni abbiano vissuto una vita sempre più difficile nel corso degli anni. Al momento, ci sono 365 milioni di cristiani perseguitati nel mondo. Un cristiano su sette è perseguitato a livello mondiale, 1 su cinque è perseguitato in Africa, 2 su 5 sono perseguitati in Asia.

L'articolo di Andrea Gagliarducci continua a questo link:


La risposta della Chiesa a una richiesta di sostegno

Leggendo il comunicato stampa del Dicastero per la dottrina della fede in ordine alla ricezione della Dichiarazione Fiducia supplicans, colpisce la quantità di volte in cui ricorre il termine “pastorale”. 


La sfida dell’evangelizzazione, oggi, non consiste nel riaffermare la dottrina tradizionale, peraltro nota e indiscussa; ma neppure nel modificarla, aggiornandola alle mode del tempo. La sfida “pastorale” chiede il coraggio di assumere le situazioni a volte confuse, intricate, incerte in cui si trovano tante persone, cercando di valorizzare il passo possibile, lo spiraglio di cielo che si può aprire nel desiderio implicito o nell’invocazione appena sussurrata di un gesto di sostegno e benevolenza.

L'intera riflessione di Alberto Cozzi è a questo link:





La perfezione dei giorni e la lode nel tempo: su “Perfect Days” di Wim Wenders

Guardare in alto, la mattina, uscendo di casa. Respirare a pieni polmoni all’inizio di una giornata di lavoro. Ammirare con letizia il giorno che comincia. Questo si ripete sempre. La ripetizione è il segreto di tutta la prima parte del film.


Hirayama, un 50enne giapponese, la mattina si sveglia al suono della scopa con cui l’anziana vicina spazza la strada. Ripiega minuzionamente materasso e coperte del suo letto, si lava i denti, spruzza con gioia acqua nebulizzata sulle sue piccole piante, che guarda compiaciuto, indossa la tuta da lavoro, recupera telefono, macchina fotografica, chiavi spiccioli e poi apre la porta. Uno sguardo al cielo, con occhio emozionato e pieno di stupore, poi da una macchinetta di fronte a casa compra una lattina di caffé freddo e dopo un breve controllo al furgone, accende il motore e si avvia verso il centro della città. Lo attendono decine di toilettes pubbliche, da pulire con una meticolosa cura e un’incredibile precisione.
Lo sguardo sereno di Hirayama si altera appena solo quando entra in campo l’amore. Prima l’amore di amicizia, poi l’amore di famiglia, poi l’amore di passione. 

Infine il gran finale, in cui Hirayama, sulle note di una canzone famosa, accompagnato dal ritmo incalzante dei tromboni, guarda la città, mentre è alla guida e lascia trasparire la gioia e il dolore, la memoria e la attesa dal suo volto quasi incantato, segna la possibilità di una trasfigurazione, di una gioia più profonda, custodita dalla vita più elementare, che non si scherma dall’amore, ma che lo accosta con pudore, con dolcezza e con speranza. 

L'intera recensione di Andrea Grillo di questo grande film assolutamente da non perdere è a questo link: 


Al bar con Freddie

Ma prima di parlare di omosessualità, perché non ci si fa una bella chiacchierata con qualche persona omosessuale?

Parlare oggi di omosessualità – ormai dovremmo averlo capito – è tutt’altro che semplice. Questo vale, certamente, per la “gente della politica”, per cui il problema semplicemente non dovrebbe esistere e, anzi, meglio non nominarlo neppure (un po’ come Colui-che-non-deve-essere-nominato, no?), ma vale anche per la “gente di chiesa”, per cui la realtà esiste ma, in qualche caso, è semplicemente male, peccato, abominio contronatura (!), e in altri diventa subito un problema “canonistico”: come trattiamo queste coppie? Con un sacramento o una benedizione? Cosa “piacerà” di più a Dio? E avanti con Dichiarazioni, lettere, discussioni ecc.
Insomma, sembrerebbe auspicabile un testo breve, chiaro e capace di dire almeno l’essenziale di questa realtà, prima di ogni problema e (ovviamente) prima di ogni pregiudizio. Un testo tipo una canzone, magari… È così che ho immaginato di stare seduto al bar, a quattr’occhi, con un mio amico, Freddie, con l’unica preoccupazione (come avviene tra amici) di stare ad ascoltare quello che aveva da dirmi. E devo dire che ne è valsa davvero la pena. ...

L'articolo di Stefano Fenaroli continua a questo link:

https://www.vinonuovo.it/cultura/officina-del-pensiero/al-bar-con-freddie/



Importanti figure della società civile israeliana contro l’incitamento al genocidio dei palestinesi

C’è chi parla di radere al suolo la striscia di Gaza. Chi chiede di non avere nessuna pietà “per i crudeli”. Chi invoca l’uso della bomba nucleare. È l’escalation verbale che si sta verificando nel discorso pubblico in Israele, escalation che accompagna quella delle violenze e dei bombardamenti nella striscia di Gaza. Un gruppo di personaggi pubblici israeliani ha inviato una lettera per prendere posizione contro questo incitamento “esteso e palese” al genocidio e alla pulizia etnica e chiedere al procuratore generale e ai procuratori statali di intervenire per fermare la normalizzazione di un linguaggio che viola la legge israeliana e internazionale. 


Tra i firmatari ci sono scienziati, accademici, ex diplomatici, ex parlamentari, giornalisti e attivisti. 
“Per la prima volta da quando abbiamo memoria, gli appelli espliciti a commettere crimini atroci contro milioni di civili sono diventati una parte legittima e ordinaria del discorso israeliano”, scrivono. “Oggi, appelli di questo tipo sono quotidiani in Israele”.
La lettera, lunga undici pagine, contiene numerosi esempi del “discorso di annientamento, espulsione e vendetta”. L’elenco di israeliani che hanno incitato ai crimini di guerra include ministri del governo e membri del parlamento israeliano, ex alti ufficiali militari, accademici, personaggi famosi e influencer. Tra i commenti citati ...

L'articolo di Alice Facchini continua a questo link:


IA: Quattro urgenze, prima dell'apocalisse

Un certo disagio di fronte all'intelligenza artificiale è ragionevole: non tanto per il timore che simili tecnologie causino la fine della nostra specie, bensì per evitare di trattarla con eccessiva superficialità 


A fine maggio 2023, il Center for AI Safety ha reso pubblico un pronunciamento lapidario (single-sentence statement) sui rischi connessi alle tecnologie di intelligenza artificiale (IA), che tradotto letteralmente suona così: “Mitigare il rischio di un’estinzione causata dall’IA dovrebbe essere una priorità globale, al pari di altri rischi che coinvolgono l’intera società, quali pandemie e guerra nucleare”. In questo caso, definire l’affermazione apocalittica non è iperbole o eufemismo, giacché di questo si tratta: si paventa che simili tecnologie possano causare la fine della nostra specie, e si invitano tutti a correre ai ripari.

L’appello ha suscitato notevole eco mediatica, per tre ragioni principali. Innanzitutto, il tono catastrofista: se fonti ragionevolmente attendibili annunciano che la fine del mondo è prossima, la cosa desta interesse. In secondo luogo, il carattere perentorio del messaggio, che si compiaceva di essere lungo un’unica frase: pazienza se questo impediva di spiegare alcunché sul modo in cui l’IA dovrebbe o potrebbe causare l’estinzione del genere umano. Gli estensori dell’appello si sono giustificati in nome di una presunta efficacia comunicativa, volta a superare le differenze di opinioni sui rischi specifici dell’IA, onde produrre un comune grido di allarme che mettesse tutti d’accordo: per un motivo o per l’altro, l’IA è una minaccia, attenzione! Sarà. Eppure ...

L'articolo di Fabio Paglieri continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/ia-quattro-urgenze-prima-dell-apocalisse?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+18+gennaio+%5B9425%5D



Mar Rosso, i costi della crisi: cinque grafici per capire


I titoli dei cinque grafici commentati dall'ISPI:

1 - L'effetto degli attacchi Houthi nel Mar Rosso

2 - Mar Rosso: crolla il traffico commerciale

3 - I primi singhiozzi anche in Italia

4 - Gas: il GNL dal Qatar è a rischio?

5 - Scenari: gli effetti sull'inflazione

a questo link:

https://a7b4e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fjd=rytw_y.-ge=tyah0=nzp_9a1.-=0-4&x=pv&8267:&x=pp&q18a5::64cb_90e=vvqNCLM

Il Vangelo letto dagli ebrei, un testo destinato a rimanere fondamentale per i cristiani

Arriva in Italia il monumentale commento al Nuovo Testamento di 80 studiosi ebrei: la sensibilità ebraica e le fonti del rabbinismo aiutano a chiare contesto della vita e della predicazione di Gesù. Uno strumento destinato a rimanere un punto di riferimento fondamentale.


Nel 2011 apparve negli Stati Uniti un monumentale commento ebraico a tutto il Nuovo Testamento, cui collaborarono circa ottanta ebrei, studiosi e studiose del giudaismo del secondo Tempio e delle origini del cristianesimo. Coordinarono l’impresa Marc Zvi Brettler e Amy-Jill Levine, di riconosciuta autorevezza accademica in tali campi di studio (dai quali il mondo ebraico si era sempre tenuto abbastanza lontano, salvo alcune grandi eccezioni che si erano focalizzate soprattutto su Gesù e Paolo di Tarso). In poco tempo quel commento ebraico fu così positivamente recepito in America e a livello internazionale che già nel 2016 Levine e Brettler predisposero una seconda edizione, riveduta e ampliata, arricchita di nuovi saggi e apparati didattici. Su quest’ultima versione la casa editrice Queriniana ha realizzato l’edizione italiana, che porta il titolo Il Nuovo Testamento letto dagli ebrei curata da Flavio Dalla Vecchia per la Queriniana e con i testi biblici della traduzione della Conferenza episcopale italiana (Cei) del 2008. Grande opera di consultazione e di studio, si tratta di uno strumento destinato a restare un punto di riferimento fondamentale sia per i neotestamentaristi di professione sia per quanti, ebrei o cristiani, frequentano e citano quelle fonti negli ambienti del dialogo interreligioso.

L'intera recensione di Massimo Giuliani a questo link:

https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-nuovo-testamento-letto-dagli-ebrei-commento?fbclid=IwAR2e1fKYhRYslsYeNrE8Uo2nKARx5leaCo6qCUft-VyRrhtxf3PYisYMwB8

Nella Domenica della Parola (III dopo Natale) abbiamo pregato così ...




Introduzione alla Celebrazione


Oggi, in questa Eucaristia saranno tre i punti focali:

·      La Domenica della Parola istituita 5 anni fa da papa Francesco che, quest’anno si colloca al centro della Il tema di quest’anno è “Rimanete nella mia Parola” (Gv 8,30)

·      Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che quest’anno ha come tema centrale “Ama il Signore Dio tuo e ama il prossimo come te stesso”

·      L’avvio di un cammino che ci porterà a costituire il Consiglio Pastorale Parrocchiale

 

Il Logo della Domenica della Parola di Dio si ispira al passo evangelico dei discepoli di Èmmaus (cfr. Lc 24, 13-33) e mette in evidenzia il tema del rapporto tra i viaggiatori, espresso in sguardi, gesti e parole. Gesù appare come colui che «si avvicina e cammina con» l’umanità (Lc 24, 15), «stando in mezzo» (Gv 1,14). La stella additata dal Risorto è l’evangelizzazione. Il rotolo in mano a Gesù è l’intera Scrittura ebraica e cristiana.

 

Anche oggi al centro dell’Evangelo c’è la chiamata dei discepoli che, nel linguaggio della Scrittura significa l’invito ad entrare al servizio del Signore ed è per questo che viene preceduta dalla sollecitazione a “credere nel Vangelo” (e non “al Vangelo”) coinvolgendoci, immergendoci completamente in quella lieta notizia che non è un libro ma una persona: Gesù Cristo che significa il fare nostro fino in fondo il suo modo di essere e di vivere.

 

Ecco perché oggi, in questa Domenica, mettiamo particolarmente al centro la Parola nelle sue tre dimensioni di Annuncio, Celebrazione, Vita vissuta ponendo in rilievo le “due mense” quella della Parola e quella dell’Eucaristia.

 

Dopo la processione iniziale il Diacono porrà il Lezionario sull’altare. Questo gli conferisce un onore molto particolare. Essendo l’altare Cristo stesso, soltanto l’Eucaristia e il Lezionario godono del privilegio di potervi stare sopra. Questa deposizione tecnicamente è una intronizzazione. Desidera esprimere che è la Parola di Dio che ci ha convocati qui e che ha preso il posto centrale nell’Assemblea lungo tutta la celebrazione e che il Pane della Parola diventerà il Pane Eucaristico.

 

Intenzioni penitenziali

Signore ti chiediamo perdono per tutte quelle volte che le nostre preoccupazioni, difficoltà e pigrizie hanno soffocato la Parola di Dio e non abbiamo ascoltato con generosità e coraggio

Kýrie eléison

Cristo ti chiediamo perdono per tutte quelle volte che non abbiamo avuto occhi per riconoscere il tuo volto nei fratelli e nelle sorelle che abbiamo incontrato e non abbiamo amato Te, attraverso di loro, secondo il tuo comandamento, scegliendo la via della divisione invece di quella della condivisone

Christe eléison

Signore ti chiediamo perdono per tutte quelle volte che abbiamo sprecato il nostro tempo non riconoscendo il regno di Dio vicino a noi e non abbiamo convertito il nostro cuore alla tua Parola

Kýrie eléison 

 

Introduzione alla Proclamazione della Parola

Proclamare la Parola assume il valore di un avvenimento salvifico, nel quale si attualizza la storia della salvezza, ricordiamo cosa disse Gesù dopo aver in Sinagoga letto il rotolo di Isaia: “Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato” e, questo, avviene ogni volta che la Parola viene proclamata ed ascoltata.

I lettori, dopo la benedizione, non leggono, ma pro-clamano la Parola cioè l’annunciano con forza solenne davanti all’Assemblea che è chiamata ad ascoltarla (non solo distrattamente sentirla) con attenzione. La proclamazione della Parola non è una lettura collettiva, quindi lasciamo giù i “foglietti” che potremo invece portare a casa per riprendere la Parola nella preghiera: pregare è prima di tutto “ascoltare” la Parola. Solo così diventa realmente l’epifania della bellezza della misericordia di Dio che diventa efficace in noi.

Dopo la Proclamazione dell’Evangelo, il Lezionario della Parola di Dio verrà solennemente portato e collocato sul seggio preparato davanti all’Altare.

 

Preghiere dei Fedeli

Signore, come gli abitanti di Ninive anche noi, spesso, viviamo lontani da te. Fa che ritroviamo il desiderio della tua Parola: che possiamo ascoltarla con orecchio attento per poter aprire la nostra mente, il nostro cuore, le nostre braccia e rendere mite il nostro linguaggio verso noi stessi e gli altri: preghiamo.

Preghiamo per la nostra comunità riprendendo le parole di Martin Luther King: “Dove lo troviamo, questo Dio? In una provetta di laboratorio? No. Dove mai, se non in Gesù Cristo, il Signore della nostra vita? Conoscendo lui, noi conosciamo Dio. Non solo Cristo è divino, ma Dio è simile a Cristo. Cristo è il Verbo fatto carne. Egli è il linguaggio dell’eternità tradotto nelle parole del tempo.” Affinché ogni domenica e ogni giorno la nostra comunità possa essere linguaggio di condivisione: preghiamo.

Signore siamo tutti chiamati a riconoscere che l'unità dei cristiani non sarà mai una sintesi o una riduzione al minimo denominatore comune, quanto il riconoscimento del contributo positivo delle diverse Chiese al cammino di tutte nel cercare sempre e solo te, la nostra salvezza: preghiamo

O Dio nostro Padre che hai voluto radunare i discepoli del tuo figlio attorno alla proclamazione del Vangelo, in questo tempo di preghiera per l'unità dei cristiani doma alle Chiese delle diverse tradizioni di trovare il proprio centro di unità nell'ascolto dell'unica tua parola: preghiamo

O Dio nostro Padre che nell'insegnamento di tuo Figlio Gesù ci hai fatto conoscere una parola nuova e liberante, donaci di saper dire a nostra volta parole di libertà: preghiamo

In questo tempo di preghiera per l'unità dei cristiani, insegnaci a riconoscere e rispettare la libertà di essere diversi nelle nostre tradizioni ed uniti nel cercare sempre e solo te, la nostra salvezza: preghiamo


Introduzione all’Antifona di Comunione

Il libro contenente la Parola di Dio è stato solennemente portato e collocato sul seggio davanti all’Altare. È stato un gesto simbolico con il quale abbiamo manifestato non solo la nostra volontà di metterla al primo posto della nostra vita ma anche che quella stessa Parola è ora diventata quell’unico pane che fra poco condivideremo e ci renderà un unico corpo, quello di Gesù, la Chiesa. 

È così che la Parola di Dio diventa il faro della nostra esistenza, illumina le nostre decisioni e ispira il nostro agire secondo la sua volontà da realizzare nel nostro quotidiano anche come Comunità.

A significare questo preghiamo ora assieme l’Antifona di Comunione: 

“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15)

 

 

 

Sabato 17 e domenica 18 febbraio l'elezione del Consiglio Pastorale Parrocchiale: i candidati

L'elezione del Consiglio Pastorale Parrocchiale sabato 17 e domenica 18 febbraio. 
I Candidati





A chi è venuta questa idea? Tra i primi obiettivi individuati a inizio ottobre nel “Capitolo di Comunità” c’era anche questo. Lo si è pensato non come un gruppo che produce delle scelte da calare alla base, come lo strumento utile alla nostra Comunità per cercare di passare dall’essere un arcipelago nel quale ogni isola fa da sé senza guardarsi attorno, ad essere una rete nella quale i diversi servizi diventano una ricchezza gli uni per gli altri.

Il costituirlo sarà un passaggio importante e chiederà a coloro che ne faranno parte di condividere e creare legami tra le diverse realtà, facendo diventare il CPP il punto sensibile di riferimento di ogni iniziativa, innanzitutto confermando e radicando quanto già esiste sollecitando nuove e reciproche attenzioni.

Nel “Capitolo di Comunità” abbiamo delineato e condiviso alcuni obiettivi che avevamo compreso come importanti e sui quali iniziare un cammino preciso 

Iniziando il suo cammino il CPP sarà chiamato innanzitutto a riprendere in mano e a rilanciare nelle forme e modalità che riterrà più opportune, quanto individuato nel discernimento sinodale del “Capitolo di Comunità” (qui il link rivederli: https://docs.google.com/document/d/19e9uzjV-9ncM_6LvXzkuI1TEPXLCXtRd/edit?usp=sharing&ouid=114460325361678368396&rtpof=true&sd=true).


La prima tra le "Pagine" del Blog è il link "Verso le Elezioni del Consiglio Pastorale Parrocchiale". Qui si trovano i testi completi delle Premesse teologico-pastorali, lo Statuto e il Regolamento Elettorale. A seguire ci sono anche tre più agevoli sintetiche schede che riassumono questi documenti per punti. 

Ci saranno dei candidati presentati dalle tre Diaconie (Annuncio - Liturgia - Fraternità) ma c'è anche la possibilità, per chi lo desiderasse, di auto candidarsi entro Domenica 4 febbraio. A questo scopo ci sono degli appositi fogli in fondo alla Chiesa dove inserire la propria candidatura.

A questo link si trovano i tre Documenti:



A questo link, invece, si trovano le tre sintetiche schede che riassumono i documenti:

Il Foglietto "La Resurrezione" di domenica 21 gennaio

 


Il Logo della Domenica della Parola di Dio: come consuetudine la III dopo Natale

 Il Logo della Domenica dalla Parola di Dio si ispira al passo evangelico dei discepoli di Èmmaus (Lc 24, 13-33) e mette in evidenzia il tema del rapporto tra i viaggiatori, espresso in sguardi, gesti e parole. Gesù appare come colui che «si avvicina e cammina con» l’umanità (Lc 24, 15), «stando in mezzo» (Gv 1, 14).



I discepoli: "Due di loro erano in cammino" (Luca 24,13). Nei due discepoli Luca accoglie il volto di tutti i credenti. L'attenzione alla reciprocità tra maschile femminile, che attraversa tutto il racconto lucano, ha spinto alcuni esegeti a vedervi una coppia, individuando nel discepolo anonimo la moglie di Cleopa.

La luce: mentre il sole volge al tramonto, un'altra luce scalda il cuore dei discepoli: la luce della Parola. Nel gesto eucaristico e se incontrerà la sua pienezza, rendendo piena la comunione con il maestro: "allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero" (Luca 24,29).

I piedi: il Risorto condivide i passi dell'uomo e la potenza della sua Parola sa orientarli nella giusta direzione perché "Lampada ai miei passi e la tua parola, luce sul mio cammino" (salmo 119,105). Per questo essi "Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme" (Luca 24,33).

Il Risorto: con discrezione, Gesù si pone sul nostro cammino, si "mette in mezzo", abitando la nostra storia, le nostre domande. Egli interpella ed ascolta sia chi esprime la propria delusione sia chi la costudisce nel silenzio del cuore: "Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro" (Luca 24,15).

La stella: additata da Risorto, è il segno dell'Evangelizzazione: "Essi narravano ciò che era accaduto e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane" (Luca 24,35).

Il rotolo in mano a Gesù: nel dialogo tra antico e nuovo testamento si svela il mistero della salvezza. "Cominciando da Mosè ed a tutti i profeti, spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui" (Luca 24,27).


III Domenica dopo Natale: Mc 1,14-20

Non c'è tempo da perdere, è urgente lasciare le reti che ci legano e tirar fuori dal mare della morte gli uomini



Il tempo di Giovanni il Precursore si è compiuto, ci ha accompagnato dall’Avvento ad oggi e lascia il passo a Gesù. Di fatto come in 1,1, Marco in questa pagina ci propone un nuovo “inizio”, quello di un cammino che ci condurrà alla scoperta di Gesù, in cosa consista la sua sequela e ci accompagni alla confessione di fede sotto la croce. Lo fa secondo il suo stile che cadenzerà l’intero suo Evangelo, presentandoci quasi per incuriosirci dello sviluppo che seguirà nella narrazione, un “sommario” diviso in due parti. 

 

La prima parte riguarda Gesù:

“Il tempo è compiuto” inteso come una serie di vasi; una volta che uno si riempie, si inizia a versare sul seguente fino al suo completamento e così via.

“Il regno di Dio si è avvicinato” non in maniera generica ma con modalità concretissime si è posto “gomito a gomito” con noi attraverso la venuta di Gesù.

“Convertitevi”, cambiate completamente direzione facendo una inversione di 180° nel modo di pensare e di riflettere.

“Credete nell’Evangelo” non con una fredda adesione intellettuale perché la gioiosa notizia è Gesù da accogliere nella nostra vita e seguire condividendo e aderendo al suo modo di essere ed agire in ogni istante. Per questo viene chiesto di “credere nel Vangelo” coinvolgendoci dentro completamente e non “al Vangelo” in modo generico e superficiale ...

 

La seconda parte riguarda noi, i suoi discepoli. Cosa significa essere alla sua sequela Marco ce lo fa comprendere fin da subito sottolineando che la chiamata avviene “lungo il mare” che, nel linguaggio biblico, simboleggia il male, la morte, le potenze infernali. L’invito è chiaro: per uscirne è necessario modificare capovolgendolo il nostro modo di vivere. L’iniziativa non parte dall’uomo, ma da Dio che ci invita a fare nostro il suo modo di essere, di agire e non semplicemente di ascoltare l’insegnamento di un maestro seppure assai prestigioso. Se guardiamo l’unica altra chiamata che troviamo nelle Scritture ebraiche, quella che ha fatto Elia ad Eliseo, per quest’ultimo il seguirlo ha significato un “entrare al servizio di …” (1Re 19,21) riempiendo l’intera sua esistenza. La sequela allora è un programma di vita che non lascia nemmeno uno scampolo di tempo vuoto per fare altre cose, è la donazione totale di se stessi ad un progetto proposto che, liberamente accolto, si persegue fino in fondo.

È evidente che a Marco non interessa la cronaca, bensì il sottolineare la forza con la quale la chiamata ci raggiunge lasciando quasi nullo lo spazio per poterla rifiutare. Non si tratta di una limitazione alla nostra libertà, ma la libera accettazione di un totale coinvolgimento nella storia della salvezza con le medesime modalità che possiamo riscontrare sono state vissute da Abramo come Paolo, passando per Isacco, Giuseppe, Mosè, Isaia, Geremia, Giona solo per citare alcuni nomi. 

All’inizio può apparire quasi come una violenza sottoforma di una promessa alla quale non si riesce a resistere; Geremia l’esprime chiaramente: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso (…) Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,7-9).

Però l’odierno “Vi farò diventare pescatori di uomini” a ben guardare non è una promessa, bensì l’affidamento di una missione da svolgere: tirare fuori gli uomini da una realtà nella quale possono solo morire: quell’acqua nella quale si può solo affogare: la logica del possesso, del trionfo dell’io, della mondanità, della forza prevaricatrice. Tirarli fuori da queste acque significa introdurli nel Regno di Dio, il lieto annuncio che si è fatto vicino: Gesù e, seguendolo, possano così essere realmente uomini secondo il progetto del Padre.

Non c’è tempo da perdere, chi ama il fratello deve tirarlo fuori da una realtà di morte e, per questo, viene sottolineato con forza come Simone ed Andrea “subito lasciarono le reti e lo seguirono” e poco dopo Gesù “vede” Giacomo e Giovanni e “subito li chiamò”.

Questo “vedere” è quel “fissare lo sguardo su …” incontrato nell’Evangelo di domenica scorsa (Gv 1,35-42) che Gesù oggi posa su quattro uomini, due dei quali portano un nome greco e gli altri due uno ebraico, a dire che la chiamata è per tutti, di qualsiasi origine siano.

Le reti da lasciare sono quei legacci che ci trattengono nel mondo vecchio e ci impediscono di andare lontano, di seguire fino in fondo Gesù: pigrizie, comodità, abitudini, tradizioni, invidie, attaccamento al denaro. Sono quelle realtà che rendono l’uomo “né freddo né fervente” e per questo “ti vomiterò dalla mia bocca” dice con durezza Cristo alla Chiesa di Laodicea (Ap 3,16-16). Ma al nostro fianco abbiamo il dono della sua forza che non ci abbandona mai e ci affianca nel riuscire ad affrancarci dalla rete. 

(BiGio)