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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Dal Golfo al Magreb: tensioni elettorali all'ombra della guerra a Gaza

L’intera regione del Mediterraneo allargato continua a subire le ricadute della guerra a Gaza. In un contesto di perdurante instabilità, la vittoria alle presidenziali in Iran di Masoud Pezeshkian, il primo riformista in quasi vent’anni, potrebbe segnare l’inizio di un cambiamento tanto sul piano interno quanto a livello regionale. 

Dopo la Repubblica islamica, altri paesi dell’area – dalla Siria all’Iraq, dall’Algeria alla Tunisia – si preparano a importanti appuntamenti elettorali. La destabilizzazione regionale passa anche per l’Africa, e in particolare per il Sudan dove, dopo più di un anno dallo scoppio della guerra civile, la situazione umanitaria è più critica che mai. Esiste una prospettiva di cambiamento reale nelle dinamiche regionali all’indomani del cambio presidenziale a Teheran? Come si stanno preparando i paesi del Mediterraneo allargato agli appuntamenti elettorali e a quali cambiamenti aspirano in un contesto di stallo generale?


Tutto a questo link:

https://a7b4e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fjd=rytw_y.-ge=tyah0=utu_9a1.-=0-4&x=pv&8267:&x=pp&q18a5::64cb_90e=uvrqNCLM

Lo scandalo del Gesù carnale che turba il cattolico devoto

Gesù in cinque sensi è un libro originale e innovativo, che fa scoprire un modo sensuale di conoscere il Rabbi di Nazareth. Un Gesù corporeo, anzi carnale, che non mancherà di turbare i cattolici pii e devoti, addestrati a contemplare un Gesù celestiale, soprannaturale e ultraterreno.

I sensi sono vie di accesso alla realtà perché forme di comunicazione tra l’esterno e l’interno, sono come finestre aperte sul mondo, entro cui si manifesta la realtà attraverso la nostra percezione e interpretazione: le cose, infatti, non esistono in sé, ma sono sempre colte da una sensazione che le rende degne di essere percepite. Di fronte al mondo l’uomo non è mai soltanto un occhio, un orecchio, un naso, una bocca, una mano, ma è sempre sguardo, ascolto, olfatto, gusto, tatto, cioè un’attività dei sensi tutti, inseparabili l’uno dall’altro. Di più, le percezioni sensoriali si accompagnano alla parola, sono legate al linguaggio, senza però essere definitivamente subordinate ad esso, da esso dominabili.
Per ogni umano, venire al mondo significa acquisire un determinato stile di ascolto, di visione, di olfatto, di gusto, di tatto, uno stile proprio della comunità di appartenenza, ma uno stile personalizzato da ciascuno con la propria irripetibile unicità. ...


La recensione di Enzo Bianchi continua a questo link:

https://www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/234919/

XV Domenica PA: Mc 6,7-13

La missione non è frutto dell’iniziativa personale, non è espressione di protagonismo. La condizione dell’invio è quello del “rimanere” o meglio del “dimorare” in Gesù che, agli inviati,non dice che cosa “predicare” ma cosa “fare” e avere a cuore l’intera persona umana.

 


Si può dire che la Liturgia negli Evangeli di queste ultime settimane ci ha proposto un ritmo “alternato”: una domenica viene annunciato un tema, in quella seguente c’è una “sfida” per i discepoli e coloro che incontra nel suo itinerare. Infatti dopo aver illustrato come il Regno di Dio cresce simile ad un arbusto infestante indipendentemente dall’attività dell’uomo che è chiamato solo a seminarlo, c’è la sfida proposta ai discepoli misurarsi senza la sua presenza (la tempesta sul lago); dopo aver ridonato vita a due “figlie” (quella di Giairo e l’emorroissa), è incappato nell’incomprensione nel suo paese natio che gli impedisce di guarire come lui desidererebbe. Riprende allora a girare insegnando nei villaggi ma non più nelle Sinagoghe dove per tre volte è stato duramente contestato e incompreso con affermazioni categoriche che non lasciavano spazio all’azione dello Spirito.

 

Oggi inizia un’altra coppia di domeniche ma dalle caratteristiche diverse: fa sperimentare ai discepoli quello per il quale li ha chiamati a sé (la missione) e il loro ritorno. Gesù in Marco (3,13b-15) sale sul monte seguito dai discepoli e “chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni”. Oggi c’è un richiamo esplicito a questo versetto: “Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri” (Mc 6,7).

Due espressioni uguali: “chiamò a sé” per “mandarli” (è questo il significato greco del termine “apostolo”), con il “potere di scacciare i demoni” o gli “spiriti impuri” cioè quelle realtà che tentano di portare il disordine nell’ordine della creazione, guidando anche l’uomo ad allontanarsi dal mandato dato di portarla a compimento e non di stravolgerla, di conservarla e non di usarla a suo esclusivo beneficio, condividendola sapendo che dovrà riconsegnarla arricchita e non impoverita.

L'insuccesso nella sinagoga di Nazareth dove Gesù non è stato creduto e ha potuto compiere solo pochi gesti non solo non scoraggia Gesù, ma lo porta ad intensificare la sua attività mettendo alla prova dei fatti coloro che ha chiamato a sé. È importante notare che la condizione dell’invio è quello del “rimanere” o meglio del “dimorare” in Gesù (come ci è stato indicato nell’Evangelo della VI Domenica del Tempo Pasquale) anche quando si è in “missione”. Inoltre agli inviati Gesù non dice che cosa “predicare” ma cosa “fare” e il come essere portatori della buona notizia cioè che “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15) non a parole ma con la loro vita, il loro modo di essere e di agire.

La missione non è frutto dell’iniziativa personale, non è espressione del protagonismo del credente anche se spinto dalle migliori intenzioni di “salvare il mondo. Il missionario è un chiamato: quindi dev’essere anzitutto una persona obbediente alla Parola del Signore, disposto a rinnovare la propria chiamata giorno per giorno con l’ascolto quotidiano della Scrittura. Altrimenti sarà una mera manifestazione di protagonismo umano e non “sacramento” della presenza del Regno tra gli uomini. L’inviato non è poi un avventuriero isolato. Agisce in obbedienza a un mandato, ma svolge la sua missione insieme ad altri. Vengono infatti “mandati a due a due”, non solo perché in quel tempo una testimonianza perché fosse vera doveva essere fatta almeno da due persone, ma soprattutto perché la vita insieme, la qualità della loro relazione, sono già una testimonianza che rende presente Cristo a coloro che incontrano. È esperienza di tutti che, per quanto ci si conosca, viaggiare in due produce tensioni, mette a dura prova la propria capacità di sopportazione, di accoglienza, di ascolto, di rispetto. Per questo una relazione improntata a comunione e carità è la prima realtà che rende manifesto quel modo nuovo di essere che è la realtà del Regno, non altro.

Gesù poi situa la missione all’interno del radicalismo evangelico e proibisce non solo il superfluo ma anche il necessario, pure quello che potrebbe renderla più efficace. Il suo punto di vista non è quello dell’efficacia operativa, ma quello dell’essere segno del Dio che viene.

L’indicazione poi del bastone, della cintura ai fianchi, dei sandali e null’altro, inserisce la missione nella memoria dell’Esodo, di un cammino salvifico non “contro” qualcuno, ma a favore di tutti sapendo che si potrà essere anche rifiutati come è accaduto a Nazaret. Ma non ci si deve scoraggiare o pensare al fallimento, bensì sempre continuare e, come ha mostrato Gesù, subito riprendendo ad insegnare nei villaggi.

Infine gli inviati (anche noi tutti se desideriamo essere suoi discepoli) devono avere a cuore l’intera persona umana; per questo “ungevano con olio molti infermi e li guarivano”.

(BiGio)

 

 

 

 

Chiamati ad essere e rimanere leggeri e semplici

Un bagaglio leggero. Non è una questione di chissà che scelta di povertà. È un andare nella fiducia: fiducia radicale in Dio, che provvede alle loro necessità. È un andare nella fiducia anche verso chi li accoglie ed è destinatario della buona notizia.


Il versetto iniziale del brano odierno riassume l’essenziale della missione di Gesù. Gesù è infaticabile nel percorrere il paese per incontrare le persone, che accorrono a lui per ascoltare il suo insegnamento e essere liberati dai loro mali. L’autorità e l’efficacia della sua parola sono accompagnate da alcuni gesti e azioni che conferiscono perdono, purificazione, guarigione, liberazione. La predicazione di Gesù porta la salvezza. Anzi, la persona stessa di Gesù è insegnamento, è salvezza.

Poi, come i maestri (e Gesù ha imparato lui stesso da Giovanni Battista), ma anche in modo diverso, Gesù chiama a sé dei discepoli “per stare con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14). Gesù dona una particolare importanza al vivere insieme con loro in una condivisione radicale di vita. La comunità diventa così il luogo della trasmissione. Questo è un aspetto importante che nella chiesa dobbiamo ripensare oggi, mentre viviamo un importante momento di cambiamento storico, che sprona tutti al cambiamento. 

L’insegnamento di Gesù non è una dottrina, bensì una condivisione della sua vita, ovvero un dare la vita, un generare alla vita. A chi lo segue, Gesù fa dono di partecipare alla sua relazione con il Padre. Nella comunione con Gesù e dello Spirito i discepoli sono generati a figli del Padre. Questa è anche la nostra condizione di battezzati. Infatti, scrisse Paolo ai cristiani della Galazia: “Dio mandò il suo Figlio ... perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abba, Padre!” (Gal 4,4).

Se Gesù chiama a sé i Dodici per mandarli a due a due e dona loro potere sugli spiriti impuri, significa, che egli invia i suoi discepoli a condividere ciò che hanno ricevuto e sperimentato. La loro missione consiste nell’estendere verso tutti la condivisione e il movimento di comunione che vivono con Gesù. Non hanno ricevuto un progetto da difendere o una causa da seguire, ma una relazione, un’amicizia da condividere, che è fonte di vita eterna. Gesù è via, verità e vita, come dice il Quarto vangelo. La missione dei discepoli - e di tutti i battezzati - non è altro che il loro rendersi trasparenti all’esperienza che vivono con Gesù. 

Gesù raccomanda agli inviati di partire con un bagaglio leggero. Non è una questione di chissà che scelta di povertà. È un andare nella fiducia: fiducia radicale in Dio, che provvede alle loro necessità. È un andare nella fiducia anche verso chi gli accoglie ed è destinatario della buona notizia. La fiducia è allora il supporto della trasmissione dell’evangelo. 

Succede che ci sono persone o luoghi, che non accolgono il missionario. Talvolta saranno calunniati, cacciati via o perseguitati. Anche in quei casi gli evangelizzatori sono chiamati a rimanere leggeri e semplici. Che significa di non perdere tempo e appesantire il cuore, ma andare oltre e andare avanti. “Scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro” (v. 12). Non è una maledizione, ma un gesto di libertà, che può parlare ancora a chi li rifiuta. In certi casi qualcuno riconosce che ha sprecato un'occasione buona.

(sr Alice di Bose)

Venezia dopo di loro

In neanche due mesi, Venezia ha dovuto salutare due suoi figli che per essa hanno lottato per anni, cercando sempre di far emergere il meglio della nostra città e avendo in mente una città che si basasse su solide fondamenta. Mentre salutiamo questi nostri concittadini, possiamo dire di aver seminato o di aver creato la situazione per un nuovo raccolto?

Ogni terra ha chi per lei lotta. In epoche diverse, in modi diversi.
C’è chi per la propria terra si immola, dando tutto quello che può, anche la vita, e chi con piccole battaglie quotidiane rende per anni la sua città un posto migliore.
In neanche due mesi, Venezia ha dovuto salutare due suoi figli che per essa hanno lottato per anni, cercando sempre di far emergere il meglio della nostra città e avendo in mente una città che si basasse su solide fondamenta.

Ovviamente mi riferisco a Giovanni Benzoni e Stefano Boato.

Benzoni e Boato erano due figure diverse, ma per molti versi simili: instancabili, preparati, appassionati.

Due figure che si sono impegnate in prima linea nell’amministrazione ma hanno anche saputo generosamente farsi da parte, senza però disimpegnarsi dal confronto pubblico e dall’attività politica nella nostra città.

Due personalità alle quali chiunque, anche in caso di disaccordo, anche dopo lunghi confronti, non poteva dubitare del loro amore e del loro impegno per Venezia.

In questi giorni tristi, non riesco a non pensare alla frase che disse Alcide Cervi al funerale postumo dei sette figli trucidati dal fuoco fascista: “Dopo un raccolto ne viene un altro”.

Mentre salutiamo questi nostri concittadini, possiamo dire di aver seminato o di aver creato la situazione per un nuovo raccolto?

Dopo di loro e di altri che così tanto hanno dato alla nostra città, avremo ancora qualcosa da raccogliere?

 

Su questo si è interrogata su www.ytali.com Sara Arco

Virginia e il professore

A volte, lanciare nel mare della "rete" una domanda, permette a chi vuole rispondere di farlo, pur se si risiede dall'altra parte del mare...


Caro Prof,
per quanto strano e assurdo mi sembri scriverle, sono contenta di poterlo fare.
Mi presento. Sono Virginia, ho 13 anni e abito a Chieri (in provincia di Torino). Sto per iniziare il primo anno di liceo classico e, con questo,  una “nuova vita”: avrò nuove materie da studiare, nuovi compagni e compagne, mi farò certamente altri amici, e ci saranno diversi argomenti da affrontare con loro. Non so bene cosa sento dentro per questo inizio. Sono certamente spaventata, ma la mia curiosità di intraprendere questa avventura elimina (o almeno attutisce) ogni timore....

Continua a questo link:

Autonomia differenziata o sovranità regionale?

Prosegue il dibattito sull'autonomia differenziata che, secondo alcuni, addirittura difenderebbe maggiormente i deboli e la giustizia sociale

L’autonomia differenziata è uno di quei temi che assumono una sorta di perenne attualità alla quale non corrisponde un’adeguata riflessione da parte dei cittadini spesso distanti, e finanche ignari, delle conseguenze della piena attuazione dello stesso. La questione connessa alla richiesta di maggiore autonomia da parte delle regioni apre ad una serie di tematiche connesse alla salvaguardia dell’interesse nazionale all’interno di un Paese già pesantemente differenziato nella capacità di produrre benessere e sviluppo per i cittadini. In questo scenario, oltre a criticare ogni iniziativa legislativa volta a istituzionalizzare i divari presenti nelle varie aree territoriali, occorre avanzare qualche idea a partire dalla sussidiarietà verticale e orizzontale che emerge fra i più importanti valori costituzionali. ...

L'articolata analisi di Rocco Gumina continua a questo link:

Al cuore della democrazia

 Si è chiusa la Cinquantesima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani svoltasi quest'anno a Trieste.


Per chi desiderasse avere una sintesi dei diversi interventi e contributi li può trovare sul sito del SIR a questo link:

https://gestione-www.agensir.it/?mailpoet_router&endpoint=view_in_browser&action=view&data=WzUyNDYsIjUwMGMzZDQ3NGY4NCIsMTE2MjYsIjFqZ2o3ZGJlZ2dlODA4czBzd2N3ZzB3czhvZ3cwc3cwIiw1Mjc0LDBd

Il Decalogo che divide solo in apparenza

L’ateismo aggressivo e ideologico, che vorrebbe non la pluralità, bensì l’estinzione del fenomeno religioso, si deve arrendere al fatto che la religione per la gente conta.


La debolezza argomentativa dell’ateismo pratico odierno, che vorrebbe cancellare tutto con la scusante che nessuno resti offeso, risiede nel ritenere che quello che è irrilevante per una minoranza di bianchi benestanti, intellettualmente sofisticati e pieni di complessi lo sia anche per la stragrande maggioranza delle persone. Alla gente invece “la religione” interessa, ne parla, ne discute, a volte litiga a causa sua, ma sicuramente essa è un ingrediente presente nella vita di molti, dunque sarebbe strano che le istituzioni non se ne occupassero.

La riflessione di Alessandro Di Medio è a questo link:



Parole di Missione: Sinodalità

Il Sinodo è uno dei frutti più belli e importanti del Concilio Vaticano II. La sinodalità dovrebbe essere lo stile e il modo di vivere e di operare della Chiesa, esprimendo la sua natura di Popolo di Dio che cammina insieme e che, convocato dal Signore e guidato dallo Spirito, si riunisce in assemblea per discernere le modalità per annunciare il Vangelo all’uomo del suo tempo.


La sinodalità invita la Chiesa a pensarsi nel suo essere costitutivo e nel suo agire missionario. La parola Sinodo è un termine che indica la Chiesa: «Chiesa e Sinodo sono sinonimi, Chiesa è il nome che sta per Sinodo» (San Giovanni Crisostomo). Potremmo dire che «la Chiesa è Sinodo che vive e opera nella sinodalità». Scopo di un Sinodo, allora, è quello di discutere e capire insieme, come Popolo di Dio, le vie da intraprendere su ciò che riguarda la vita della Chiesa e la sua missione nel mondo. 

In questo articolo, Flavio Faccin omi rilegge questo tema attraverso alcune parole chiave:

Sinodo: i protagonisti
Sinodo è: comunione
Sinodo è: partecipazione
Sinodo è: missione

a questo link:


Camerun, 11 anni dopo Boko Haram. Fatna, Maimouna e Bossoni: tre donne, tre vittime

Sebbene non siano ancora state pubblicate cifre ufficiali sul numero esatto di vite perse nel Paese africano a partire dal 2013, le donne ancora pagano un prezzo pesante nella guerra contro il gruppo jihadista. Ma nonostante siano state colpite nella loro salute mentale, in quella fisica, sessuale e persino riproduttiva, rimangono in piedi con una capacità di resilienza quasi impareggiabile


In comune hanno il villaggio, Kolofata - nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria, luogo ripetutamente attaccato da Boko Haram - e le atrocità subite da parte dell’organizzazione terroristica. È così che le vite di tre donne, completamente diverse tra loro, prendono una piega tragicamente simile.

È il 2013, Fatna (nome di fantasia) viene svegliata nel cuore della notte dal figlio ventiduenne che l’avvisa che qualcuno bussa alla porta di casa. Lei e il marito si alzano, mentre in casa irrompono i terroristi, che prendono il figlio e lo sgozzano davanti agli occhi dei genitori che assistono impotenti. Il padre fugge via, lei, Fatna, resta ad affrontare da sola gli assassini. "Sono rimasta lì a guardare mio figlio che giaceva in una pozza di sangue – ricorda tremante, con gli occhi che ancora oggi si riempiono di lacrime – sono rimasta lì a guardare il suo cadavere, il suo corpo senza vita. Quel giorno è stato come se la terra mi fosse caduta sulla testa. Il mio mondo è crollato davanti ai miei occhi e ciò che fa più male è che non ho potuto fare nulla. Non potevo fare nulla. Mio figlio è morto proprio davanti a me... Non volevo più vivere... Volevo morire anch'io..."

Il reportage di Augustine Asta continua a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2024-06/camerun-boko-haram-donne-terrorismo-africa.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Bruni: «Le tre radici del disinteresse verso il cristianesimo»

Per una riflessione critica sul presente occorre riscoprire la comunità e trovare nuovi codici narrativi. E rileggere meccanismi e dinamiche del passato della Chiesa sconfessate dalla storia

Prosegue il dibattito su cattolicesimo e cultura, avviato da PierAngelo Sequeri e Roberto Righetto. Sono intervenuti nelle settimane scorse Gabriel, Forte, Petrosino, Ossola, Spadaro, Giaccardi, Lorizio, Massironi, Giovagnoli, Santerini, Cosentino, Zanchi, Possenti, Alici, Ornaghi, Rondoni, Esposito, Sabatini, Cacciari, Nembrini, Gabellini, Vigini, Timossi, Colombo, De Simone e Arnone.

Partiamo da un dato: i temi oggetto dei dibattiti dei teologi non sembrano essere quelli che appassionano la gente del nostro tempo ormai post-religioso. Risuonano oggi profetiche le domande radicali dell’ultimo Bonhoeffer: «Che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? Come parliamo di Dio senza religione? Come parliamo “mondanamente” di “Dio”? Ma che significa questo? Che significato hanno il culto e la preghiera nella non-religiosità?» (Resistenza e Resa). Il suo cristianesimo non-religioso non è ancora incominciato, e invece, forse, questa evoluzione sarebbe la sola cosa necessaria per riscattarlo dal regno della crescente irrilevanza ...


La riflessione di Luigino Bruni continua a questo link:

https://www.avvenire.it/agora/pagine/luigino-bruni-le-tre-radici-del-disinteresse-verso-il-cristianesimo?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR1wEn7s4yediWi-1B8dECE4fLvpxfZoLhwvXN1UsIfrGB1Z2xbsZ6mfF10_aem_TyxRcAaq4QzoAJ_erw0-pw

Finanza, l'Europa e la paura

La questione è semplice: se al centro dell’agenda politica torneranno serie strategie di investimento verso la transizione ecologica e digitale, andrà creato un solido e integrato mercato europeo dei capitali


Spesso la finanza è considerata materia riservata a esperti, tranne poi accorgersi – l’esempio classico è quello della grande crisi nel primo decennio di questo secolo – che le sue dinamiche possono in realtà incidere (anche con dolorose conseguenze) sulla vita di tutti i giorni, costringendoci comunque a farci i conti. È quello che dobbiamo fare adesso, guardando al futuro dopo le elezioni europee e al quadro politico che si è delineato, come ci indicano sia il rapporto Letta (le cui proposte si possono leggere anche nel volume, Molto più di un mercato, appena pubblicato dal Mulino) sia le linee generali preannunciate dal prossimo rapporto Draghi. La questione è semplice e banale: se ...

L'articolo di Francesco Vella continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/la-finanza-l-europa-e-la-paura?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+1%BA+luglio+%5B9659%5D


Inghilterra: le “Preghiere di amore e di fede” per coppie omosessuali dividono la Chiesa

Tornano all’ordine del giorno del Sinodo, l’organo che controlla la “Chiesa di Inghilterra” e che si riunirà a York dal 5 al 9 luglio, le cosiddette “Preghiere di amore e di fede”, cerimonie per celebrare coppie omosessuali stabili, unite civilmente dalla legge britannica.


Si tratta di un tema che divide profondamente la chiesa di stato inglese, come era emerso già durante il Sinodo del febbraio dello scorso anno, quando queste liturgie su base volontaria, che nessun pastore anglicano sarà obbligato a celebrare, avevano ricevuto un primo voto positivo. ...

La notizia a cura di Silvia Luzzetti continua a questo link:


Terra Santa, Commissione Giustizia e Pace: quella a Gaza non è una "Guerra Giusta"

L'allarme dei cristiani in un documento per contestare e contrastare l'uso improprio di una espressione usata nella dottrina cattolica: "Viene sempre più utilizzata come arma per giustificare la violenza in corso nella Striscia”


"Come cattolici di Terra Santa, che condividono la visione di Papa Francesco per un mondo pacifico, siamo indignati dal fatto che gli attori politici in Israele e all'estero stiano utilizzando la teoria della 'guerra giusta' per perpetuare e legittimare la guerra in corso a Gaza”. È l’allarme lanciato dalla Commissione Giustizia e Pace di Terra Santa, in un documento, rilanciato dall'Agenzia Fides, diffuso per contestare e contrastare l'uso improprio di una espressione - quella di “guerra giusta” – utilizzata nella dottrina cattolica, e che ora, “provocando allarme in noi cristiani, viene sempre più utilizzata come arma per giustificare la violenza in corso a Gaza”....

La dichiarazione continua a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2024-07/terra-santa-commissione-giustizia-e-pace-gaza-guerra-giusta.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

La “Guerra Fredda” si combatte in Africa

Alla luce degli avvenimenti degli ultimi anni, molti analisti geopolitici hanno evidenziato come la “Guerra Fredda” non sia mai realmente terminata, ma che abbia solo vissuto un periodo di apparente calma, tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Hanno, inoltre, evidenziato come l’ordine globale stabilito dagli Stati Uniti dopo la dissoluzione dell’URSS oggi non sia più accettato, in particolare dai Paesi non europei e questo è reso evidente dalla nascita dell’unione delle economie emergenti, BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e con l’aggiunta di Etiopia, Egitto, Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti), e dalla grande quantità di paesi che desiderano entrarvi. Lo scontro tra il “blocco occidentale”, rappresentato da Stati Uniti e Unione Europea, e il “blocco orientale”, oggi composto da Russia e Cina è, ora come un tempo, infuocato. Tali tensioni scaturiscono da diverse motivazioni, che affondano le proprie radici in temi politici, di sicurezza internazionale, religiosi, storici e valoriali. Ciò che oggi è cambiato, rispetto al secolo scorso, è che la posta in gioco non è più rappresentata dall’influenza esercitata sul continente europeo, quanto, invece, su quella esercitata sul continente africano. Infatti, ...

L'articolo di Elisa Ruaro continua a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/la-guerra-fredda-si-combatte-africa/?utm_source=newsletter-2024-07-02





Domenica XIV PA - Mc 6,1-6

Quale conoscenza abbiamo di Gesù o, meglio, che cosa significa il conoscerlo perché il pericolo è quello di imprigionarlo all’interno delle nostre immagini, nei nostri sogni, nelle nostre conoscenze, nei nostri criteri e modi di vivere facendolo diventare un idolo asservito a noi stessi



La Liturgia all’inizio di questo Tempo Ordinario ci ha portato quattro settimane fa in una casa nella quale c’era una folla attorno a Gesù mentre altri stavano fuori a criticarlo insinuando che i suoi poteri venissero da Beelzebù, il principe dei demoni. Il Signore ha avvisato che è importante lasciare sempre uno spazio all’azione dello Spirito; si possono avere dei dubbi ma non si devono emettere sentenze definitive commettendo l’unico peccato che non sarà perdonato quello contro lo Spirito.

Poi due parabole ci hanno detto a cosa assomigli il Regno del Padre: a un seminatore e al più piccolo dei semi che è di un arbusto infestante che si diffonde invitando ad avere la pazienza di attendere i tempi dell’uomo e dell’azione dello Spirito.

Dopo l’episodio della tempesta sedata con l’invito a non disperare mai perché lui è sempre con noi anche nelle difficoltà più dure, domenica scorsa la salvezza (non la guarigione) delle due “figlie” (quella di Giairo e quella dell’emorroissa) alle quali ha ridato vita ha sottolineato che nulla è impossibile a chi ha fede in lui e continua a “nutrirsi” della sua Parola.

C’è un ritmo nella proposta che la Liturgia ci propone nel seguire Gesù che non si è mai fermato un momento da quando ha lasciato la sua casa, c’è l’urgenza dell’annuncio della salvezza che lo spinge a passare da un paese all’altro, da una sponda del lago di Galilea all’altra ed è cadenzato da un avverbio di tempo: “e subito …”.

 

Oggi torna nella sua patria dalla quale s’erano mossi i suoi parenti per raggiungerlo e, rimanendo fuori della casa dove era, lo avevano fatto chiamare per cercare di riportarlo sulla “retta via” della tradizione, ma lui aveva detto che la sua famiglia sono coloro che fanno la volontà di Dio, non altro. Una casa della quale non si nomina il proprietario, una patria senza nome: Marco desidera avvisarci che quella casa è la “nostra” e quella patria è la “nostra” quindi siamo chiamati a misurarci con le reazioni descritte facendo attenzione a rimanere coerenti, disponibili a correggere il nostro atteggiamento per non escluderci dal Regno del Signore che si è fatto vicino a noi e disponibile ad accoglierci nel nostro oggi.

Nella sua “patria” non c’è alcun conflitto fintantoché, giunto il sabato, nella Sinagoga Gesù inizia ad insegnare ed è qui che, come al solito, nascono i problemi. Era già accaduto altre due volte ed il numero tre indica la totalità. Marco desidera così sottolineare che è nel confronto all’interno dell’istituzione che nascono i dissidi, che emergono le differenze. Infatti i presenti non rimangono indifferenti ma il loro stupore si traduce in una difesa ottusa e le domande che si pongono non sono di apertura ma di difesa del loro vissuto. Il verbo greco usato significa che sono rimasti colpiti nel senso di “feriti” da quello che lui diceva.

Riconoscono che c’è qualcosa di nuovo in quello che diceva ma si chiedono “da dove gli vengono queste cose” sottintendendo che non gli vengono da Dio e, quindi pregiudizialmente sono sospettosi della sua “sapienza”.

Qui c’è un’espressione carica di disprezzo: “non è costui questo il falegname, Il figlio di Maria?”. Non lo chiamano con il suo nome ma con un generico “costui”, inoltre con viene indicato con il patronimico come avveniva sempre, ma con il nome della madre. Questo significa o che non lo consideravano degno di portare il nome del padre o, peggio, che veniva considerato senza padre. Infine indicano il suo mestiere “il falegname” vale a dire uno che non ha un fazzoletto di terra da coltivare che era la “ricchezza” dell’epoca, quella che garantiva il sostentamento della famiglia. Quindi di fatto è un pezzente senza nome e senza padre che, difronte al bisogno dell’uomo, vìola il sabato, frequenta le case dei pubblicani, dei peccatori, accarezza i lebbrosi, si fa toccare da donne impure, prende per mano i morti. Non considerando nessuno immondo, non si rifiuta a nessuno, perdona i peccatori senza nemmeno chiedere prima se sono pentiti. È l’opposto del vivere secondo l’insegnamento dei padri e questo viene vissuto come insopportabile.

 

La domanda che tutto questo ci pone è quale conoscenza abbiamo di Gesù o, meglio, che cosa significa il conoscerlo perché il pericolo è quello di imprigionarlo all’interno delle nostre immagini, nei nostri sogni, nelle nostre conoscenze, nei nostri criteri e modi di vivere facendolo diventare un idolo asservito a noi stessi impedendogli di chiamarci a conversione incontrandolo e lasciando che sia lui a rivelarsi a noi. La conoscenza che abbiamo di lui può essere di ostacolo e non di aiuto alla fede e Gesù si meraviglia. 

(BiGio) 


 

Un amore in rotta di collisione con altri amori

I tre termini di distacco di Gesù (patria, parenti, casa) sono alla lettera gli stessi tre termini che comandano la prima vocazione profetica della storia, quella che ha dato inizio a tutte le altre: la vocazione di Abramo. “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre” (Gen 12,1). “Vattene”, lo sappiamo, esprime un comando con molta forza

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. “Disprezzato”, in greco è àtimos: poco stimato, sottovalutato. Vi è una sorta di pregiudizio negativo, per chi ha una vocazione profetica o religiosa, proprio da parte di coloro che gli sono umanamente più vicini, ossia da parte dei suoi stessi famigliari. Detto altrimenti: per avere una vocazione profetica, o perché questa sia autenticamente vissuta, è necessario un forte distacco familiare, se non proprio una rottura degli affetti.

I tre termini di questo distacco (patria, parenti, casa) sono infatti alla lettera gli stessi tre termini che comandano la prima vocazione profetica della storia, quella che ha dato inizio a tutte le altre: la vocazione di Abramo. “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre” (Gen 12,1). “Vattene”, lo sappiamo, esprime un comando con molta forza: Va via, esci fuori, rompi con la tua casa. Lekhlekhà, come si dice in ebraico, letteralmente si può anche intendere come “va per te”, come fosse un dativo di interesse o di vantaggio: è necessario per te, è dovuto dalla tua vocazione profetica, che tu te ne vada via dalla famiglia. 

Nel brano evangelico di oggi, Gesù fa ritorno proprio a casa sua, tra i suoi familiari di Nazareth. Questa sua visita, apparentemente inaspettata, suscita un grande stupore nei suoi concittadini. È come se non lo riconoscessero più, come se stentassero a riconoscerlo o non credessero ai propri occhi: “Non è costui il falegname (tékton, più genericamente un “artigiano”, e bisogna aggiungere che gli artigiani, nell’antichità, e specialmente in ambito ebraico, erano piuttosto stimati per il loro mestiere, erano considerati come persone particolarmente sapienti)?”. 

Questo può voler dire che forse per qualche tempo Gesù era stato un “artigiano” (Mc) o più probabilmente che era “il figlio di un artigiano” (Mt 13,55), ma che ora essi non lo riconoscono più come tale: è cambiato, non è più lo stesso, è un’altra persona. L’immagine di Gesù adulto che lavora nella bottega del falegname è fortemente contraddetta dalla meraviglia degli abitanti di Nazareth che si legge in questo vangelo. Certamente Gesù, che era ancora giovane, deve essere stato per molto tempo assente dalla città della sua infanzia, deve aver vissuto lungamente altrove.

Questa sua lunga assenza, probabilmente vissuta nel deserto, crea lo sconcerto, anzi un vero e proprio “scandalo”, un motivo di assoluta incredulità in coloro che lo sanno essere il “figlio di Maria” e conoscono i suoi fratelli e le sue sorelle: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”. Una incredulità così grande da meravigliare lo stesso Gesù e da impedirgli di operare altri miracoli, ma da ridurlo quasi all’impotenza: “Non poteva compiere nessun prodigio”, registra Marco non meno efficacemente di Matteo.

Perciò Gesù cita il proverbio del profeta disprezzato, quasi come se il disprezzo fosse una specie di necessità connaturale per chi vuole amare Dio, e questo amore lo pone in rotta di collisione con altri amori. 

Dice anche un anziano, in un apoftegma dei Padri del deserto: “Sappi che, se vuoi essere un amico di Dio, devi essere pronto, perché gli uomini insorgeranno contro di te e avranno poca stima del tuo cuore” (Geronticon Etiopico 479). 

(fr Alberto di Bose)

Chiesa: abusi e riparazione

Un convegno in Francia: come intervenire in maniera rispettosa ed efficace sulla vittima di abusi perché… non continui a esser vittima, a subire violenza distruttiva, un tempo fisica addirittura, ora d’altro genere, ma sempre destrutturante; e non unicamente da un aggressore preciso, ma anche da parte di altri, di chi oggi la dovrebbe aiutare a uscire dall’abisso in cui l’ha scaraventata quel gesto disgraziato; e non solo con azioni platealmente offensive nel passato, ma con omissione di gesti positivi e ricostruttivi nel presente.


Ovviamente, dietro a questo rilievo con le sue distinzioni c’è una certa idea, anche nell’immaginario collettivo ecclesiale, di chi è comunemente considerato “vittima”, oltre il piano della definizione giuridica.

È l’idea che la vittima sia solo o soprattutto persona vulnerabile e ferita cui prestare soccorso, “da riparare”, o da sopportare con compassione; o – all’opposto – da guardare con diffidenza e da cui difendersi. Non è ancora del tutto entrata nella nostra cultura la percezione della dignità della vittima legata proprio al suo dramma, che le riconosce una singolare cattedra o magistero, il “magistero delle vittime”. Tale espressione potrà sembrare eccessiva, in realtà non è nuova, dai tempi del famoso Simposio a Roma del febbraio 2019, fatta propria dai Sussidi del Servizio Nazionale Tutela Minori,[1] ma che non sembra ancora far parte di quell’immaginario collettivo di cui dicevamo, ove “magistero” è termine con altri referenti, più politically correct. Ma che – a sua volta – rimanda a una certa immagine, in particolare, della vulnerabilità umana, rischiando di non farcene cogliere il mistero.

L'articolo di Amedeo Cencini continua a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/chiesa-abusi-riparazione/?utm_source=newsletter-2024-07-02

La mala educazione dei maschi

È importante esaminare la matrice comune che collega l’ipermaschilità esibita dai militanti nelle associazioni di estrema destra e la decisione di Filippo Turetta di uccidere la sua ex, colpevole di aver voluto (secondo quanto riportato dal suo interrogatorio) una vita senza di lui.

  

Poster di Casapound su Filippo Turetta (Fonte: La Stampa)

C’è molto da dire sul genere di maschilità esibita dagli attivisti di CasaPound, appena una tacca al di sopra del grugnito, tutta bicipiti e cori razzisti urlati in modalità stadio. Quando cominciano a berciare “Siamo fascisti mica poveri coglioni”, il resto di noi gente normale pensa “Eh, guarda, non so”. 

Questi fascisti sono però all’incirca gli stessi che quando Filippo Turetta fu arrestato dissero che era colpa - indovinate? - della “rieducazione” operata da non si sa bene chi, forse il gender o forse le femministe o forse tutt’e due le cose, tanto è uguale. È talmente una sciocchezza che non vale la pena di perderci tempo, però è importante esaminare la matrice comune che collega l’ipermaschilità esibita dai militanti nelle associazioni di estrema destra e la decisione di Filippo Turetta di uccidere la sua ex, colpevole di aver voluto (secondo quanto riportato dal suo interrogatorio) una vita senza di lui.

In superficie, Turetta doveva sembrare gentile. Debole, inoffensivo. Appiccicoso come i bambini, e come i bambini incapace di elaborare il significato di un “no”. Dai verbali degli interrogatori emerge che a quell’ultimo incontro si era presentato con dei regalini, due peluche, un libro per bambini, doni da festa di compleanno delle elementari. Non è mai il caso di psicanalizzare la gente a distanza, ma la testa è andata subito al padre che diceva: la mamma non avrebbe dovuto stirargli la tuta? E la risposta adesso è: no. Forse no. Forse a oltre vent’anni la tuta se la poteva stirare da solo. Forse uno che porta dei peluche in dono all’ex fidanzata ha dei problemi gravi ed evidenti di arresto dello sviluppo emotivo, e qualcuno doveva accorgersene prima. Questo non lo rende infermo di mente: lo rende al limite un uomo non educato alla vita, incapace di avere relazioni adulte, perché tutto intorno a lui ha facilitato la sua permanenza in un’infanzia protratta. Giulia Cecchettin non ne voleva più sapere: lei adulta lo stava diventando, si stava laureando, aveva sogni e desideri che non potevano includere un uomo incapace di crescere, e al quale, tuttavia, stava ancora dando attenzione.

Ho detto “non educato”, e il punto è proprio questo: manca l’educazione alle relazioni, manca tutto, ma soprattutto manca il famoso intervento del gender o delle femministe che dovrebbe essere alla base della scelta della violenza, o forse solo della debolezza, che alla fine mi sembra essere l’unico vero problema dei fascisti. Filippo Turetta gli sembra un bersaglio facile proprio per quella faccia da bambacione inoffensivo. Non è della violenza che hanno paura, è di sembrare dei perdenti. 

Sembrano uomini completamente diversi, i fasci ingrugniti e Filippo Turetta, e invece sono due declinazioni diverse dello stesso genere di maschio e sono spinti dalla stessa necessità: quella di dominare qualcosa o qualcuno. Il fascismo è un’idea politica infantile, basata sulla prepotenza: dà struttura a un bisogno egoista da uomini immaturi, quello di affermare la propria superiorità per mezzo dell’oppressione, se non direttamente dello sterminio, delle soggettività inferiori. Non c’è fascismo al di fuori di questo, del controllo minuzioso della vita delle persone, del rifiuto di ogni dialettica politica e sociale, della cancellazione di ogni esistenza che non rientri nei canoni rigidissimi di un patriarcato soffocante. Fra il fascio tatuato e bellicoso e l’incel che frigna che le donne lo scartano anche se lui è tanto un bravo ragazzo esiste una linea di continuità evidente.

È la stessa fragilità, la stessa necessità di definirsi attraverso il dominio sugli altri, piuttosto che sulla conoscenza profonda di sé stessi. Fra la violenza del frignone e quella del ceffo urlante non c’è alcuna differenza, è sempre violenza, sempre un bisogno bambinesco di dire: questo è mio, qui comando io.

(Giulia Blasi)