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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Assunzione di Maria - Lc 1,39-56

Lo sguardo di Dio su di noi non è di giudizio ma di accoglienza per quello che siamo suscitando in noi fiducia. Ci è chiesto di farlo nostro.


Nelle diverse tradizioni la festa di oggi 15 agosto ha più denominazioni: l’Assunzione di Maria in cielo, la Dormizione di Maria, ma anche il Transito di Maria in una duplice accezione: quello da questo mondo al Padre ma anche delpassaggio di Dio nella sua esistenza e, attraverso di lei in tutta la storia, fino a noi. Non per nulla l’Evangelo di oggi,la visitazione di Maria ad Elisabetta, è l’esplosione del canto delle meraviglie fatte da Dio: il Magnificat.

Quest’anno questa festa si colloca all’interno della lettura che in queste Domeniche si sta facendo della “sezione dei pani” dell’Evangelo di Giovanni e in particolare tra due affermazioni di Gesù: “Io sono il pane della vita” (domenica scorsa) e “Questo è il pane disceso dal cielo” (la prossima domenica), arricchendone ulteriormente così il suo significato.

Gesù è il pane disceso dal cielo che Maria (che non ha ancora conosciuto uomo) portandolo in grembo va a fare visita a sua cugina Elisabetta chiamata la sterile ma che, da tre mesi, è incinta del “Precursore”. Il loro incontro porta il senso di ogni incontro tra cristiani che, nel riconoscersi tali, fanno reciprocamente emergere i doni ricevuti dei quali sono portatori e che esprimono la specifica vocazione e il senso della vita di ciascuno. È un accogliersi vicendevolmente senza gelosie e rivalità nello stupore di ciò che Dio ha operato nell’altro che diventa arricchimento della propria realtà.

Questo avviene se si ha la capacità di fare spazio in sé all’altro, se si è accoglienti di quanto il Signore sta operando nel e attraverso l’altro. 

È questo quanto è accaduto tra le due donne dell’Evangelo di oggi e, prima ancora, in ciascuna di loro nelle quali ha operato l’efficacia della Parola ascoltata, accolta, fatta diventare realtà viva grazie alla disponibilità all’apertura al cambiamento dell’inatteso di Dio.

La prima cosa che fa Elisabetta è quella di proclamare “beata” Maria in quanto donna di fede capace di credere contro ogni evidenza al compimento della Parola del Signore della vita e la chiama già “madre”. Chiunque porta in sé la Parola è tale perché quest’ultima non può che generare vita, diventando storia, concreta realtà nella capacità di “vedere”, o meglio “guardare” quanto accade con lo sguardo di Dio che ha “visto” la condizione di sterilità dell’una e la piccolezza dell’altra venendone incontro alla prima e valorizzando la seconda.

La risposta di Maria ad Elisabetta fa staccare lo sguardo da se stessa e lo fa volgere totalmente al Signore che diventa il soggetto di ogni vicenda sia personale, sia spirituale, sia sociale. Piani che normalmente fatichiamo a tenere insieme o ci è più comodo tenere separati.

Nella Scrittura lo “sguardo” di Dio sta all’inizio di ogni suo rapporto, di ogni sua chiamata che porta con sé un’attenzione di amore che propone una libera adesione al suo progetto; basta ricordare Gesù di fronte al giovane ricco: “lo guardò e lo amò” (Mc 10,21) o di Dio nell’Esodo che ha “visto” la sofferenza del suo popolo ed è sceso ad aiutarlo.

Con Maria ciascuno di noi di fronte allo sguardo del Signore non possiamo che cogliere la nostra piccolezza, le nostre povertà che siamo chiamati di accogliere non come ostacolo, ma come occasione per arricchirle di significato facendole diventare positività, ricchezza. Il non riconoscerle è impedire allo Spirito di agire in noi, è il ripiegare, il rinchiudersi su di noi stessi impoverendoci ancora di più.

Lo sguardo di Dio su di noi non è di giudizio ma di accoglienza per quello che siamo suscitando in noi fiducia. Certo, ci chiede anche di renderci conto di quello che siamo, di ciò che dobbiamo cambiare, di ciò che possiamo migliorare, di ciò che dobbiamo lasciare. Ma è sempre uno sguardo incondizionato di amore posto su di noi. A volte questi sguardi passano attraverso degli incontri che fanno breccia nella nostra diffidenza, nella nostra difficoltà di pensarci come “amati” da qualcuno, di poter essere destinatari di gratuità, di accoglienza incondizionata nonostante le nostre paure.

Lo sguardo di Dio posato su di noi ci chiede di accettare, a differenza di Adamo che si coprì, la nostra piccolezza fatta di povertà, di fragilità che ci rendono “nudi” di fronte alle avversità. È uno sguardo che non ci abbandona, ma che si mette al nostro fianco guidandoci: è chiamata che chiede, lasciandoci tutta la nostra libertà, un “sì”. A volte possiamo percepirlo anche come rimprovero che suscita il nostro pentimento, ma che si fa sempre contemporaneamente incoraggiamento, promessa, apertura al futuro.

Nel Magnificat gioisce il cuore di Maria per aver saputo accogliere e credere a quello sguardo che Dio ha posto su di lei rendendola capace di generare vita, la Vita. Sguardo che è anche su ciascuno di noi e ci chiede di aprire i nostri occhi, per vedere le meraviglie di Dio nella nostra quotidianità con una attenzione: la luce di Dio risplende nella notte (Gv 1,5); è quindi un invito a saper vegliare.

(BiGio)

 

 

 

Afghanistan, per le ragazze mille giorni senza istruzione

Oltre tre miliardi di ore di lezione perse da quando il regime talebano ha operato una stretta sul diritto all’istruzione delle donne. Nel marzo 2023, addirittura, è stato proibito anche l’accesso alla scuola secondaria. I funzionari talebani che introdussero il divieto giustificarono la decisione parlando della "mancanza di un ambiente scolastico sicuro"


"Un milione e mezzo di ragazze in Afghanistan non hanno accesso alla scuola". È l’allarme lanciato da Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef. Proprio oggi, 14 giugno, infatti, ricorrono i mille giorni da quando alle donne afghane è stato imposto il divieto di accedere alla scuola. “Un vero e proprio apartheid di genere femminile”, lo definisce Simona Lanzoni, vice-presidente della Fondazione Pangea Onlus, che racconta a Radio Vaticana - Vatican News le principali implicazioni della mancanza d’istruzione, ponendo l’accento sulle gravi condizioni in cui sono costrette a vivere le ragazze afghane.

L'articolo di Lavinia Sdoga è a questo link:

Istituto Toniolo: i giovani restano interessati alla politica, nonostante tutto

Anche se alle ultime elezioni europee è aumentato il tasso di astensione elettorale, l’interesse dei giovani nei confronti della politica resta saldo.


A sostenerlo è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo su giovani, democrazia, partecipazione politica e visione dell’Europa. I numeri dello studio sono stati presentati martedì 18 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e hanno evidenziato come sia presente tra i ragazzi una maggiore domanda di partecipazione, di spazi e modalità di espressione...

L'articolo di Lorenzo Garbarino è a questo link:

Verso il Giubileo 2025: Il potere delle indulgenze: il loro scandalo, il loro prodigio.

In vista del Giubileo del 2025, la Penitenzieria apostolica ha pubblicato le iniziative per ottenere l' indulgenza : tra queste, la rinuncia «a futili distrazioni» non solo reali ma anche virtuali. Una novità che mette al centro il triplice rapporto fra il peccatore, Dio e la Chiesa. È l'esperienza del mondo che incontra il trascendente, che si manifesta anche negli edifici di culto di più recente progettazione

Sopravvissute agli anni Sessanta le indulgenze, con il loro potere, scandalo e prodigio: usandolesi può girare le chiavi nella serratura del cielo; si può mettere in comunicazione Dio e l’uomo, il vivente e il defunto, la terra e l’ultraterreno.

Le indulgenze funzionano così. C’è anzitutto il peccatore: la sua colpa può esser stata cancellata dal confessore, ma egli resta in debito per il male compiuto e perciò è gravato dalle pene che merita di scontare; c’è Dio, infinitamente misericordioso eppure vincolato alla libertà dell’uomo, anche quella di peccare e di incorrere nelle pene conseguenti al peccato; e c’è la Chiesa mediatrice che amministra.

Le nuove indulgenze del 2025 si sforzano di comunicare concetti tanto lontani dalla «mentalità contemporanea». Nella bolla di indizione del Giubileo del 2016, le «pene temporali» diventano «il peso del peccato», «la forza del peccato che ci condiziona», «l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri», il «residuo della conseguenza del peccato».

Per quanto notevole, lo sforzo è insufficiente per chi pretenda una comprensione moderna di che cosa sia questa ...

L'intero articolo si Sergio Ventura è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202407/240707ventura.pdf






 

Il neo-eletto Pezeshkian riuscirà a rinnovare l'Iran?

Abbiamo chiesto alla giornalista e scrittrice Farian Sabahi se la vittoria di un riformista alle presidenziali possa essere un segnale di speranza verso nuove riforme economiche e sociali nella Repubblica islamica dell'Iran


Sono passati pochi giorni dalla vittoria di Masoud Pezeshkian e in molti si chiedono se la sua figura politica di riformista moderato sia garanzia di un nuovo corso verso riforme economiche e sociali nella Repubblica islamica a guida sciita. Il Paese, nonostante le imponenti risorse, versa in una profonda crisi economica con un tasso di inflazione al 40% e una pesante disoccupazione: pesano le sanzioni internazionali e le proteste antigovernative recenti, in un paese in cui l'età media è sui 27 anni e rappresenta circa il 30% per cento della popolazione (86 milioni).

L'intervista di Antonella Alba è a questo link:

“Il Corano è dalla parte delle donne”

Una donna velata, anni fa, in un campo profughi al confine tra la Croazia e la Slovenia, mentre l’acqua scendeva a catinelle e lei si cambiava i vestiti fradici con quelli che le porgevo, mi guardò mi disse: «So che in nome della mia fede vengono commesse terribili violazioni dei diritti delle donne. Ma l’Islam appartiene anche a me». L’hijab, il velo indossato dalle donne musulmane come segno di modestia e devozione religiosa, ha scatenato nel dibattito occidentale degli ultimi due decenni una vera hit parade.


Mentre per alcuni è simbolo di espressione e identità culturale, altri sostengono sia una forma di oppressione patriarcale esercitata sulle donne. Alcune di loro lo portano, altre no. Alcune si definiscono musulmane femministe, altre solo musulmane e rivendicano un Islam che non discrimina le donne, ma che si presta alla politica per controllare la società. Tra queste ultime ci sono donne che hanno lasciato i propri paesi in cerca di libertà politiche loro negate, ma proprio in nome di quella libertà si ribellano al pregiudizio che trasforma temi sensibili in stereotipi con il rischio di trasformarli in una diversa forma di controllo e oppressione.

Ne abbiamo parlato con Asma Barlas, professoressa emerita e direttrice del Center for the Study of Culture, Race and Ethnicity presso l’Ithaca College di New York. Asma è una pensatrice pakistana che ha incentrato la sua ricerca su un’ermeneutica coranica volta a decostruire le letture tradizionali dei testi sacri dell’Islam attraverso lo strumento dell’analisi testuale.

L'intervista di Wildad Tamini è a questo link:

Ma il cristianesimo è anche una rivoluzione culturale

Prosegue il dibattito sul senso e sui modi della presenza dei cattolici in politica: un cedimento alla logica di questo mondo?


In una garbata e stimolante critica al mio articolo «I cattolici invisibili», l’amico Rocco Gumina mette in dubbio l’esistenza stessa del problema. La visibilità  e la rilevanza dei cattolici in politica non dovrebbe essere misurata – egli scrive – «secondo la logica di questo mondo»,  bensì «per dirla con lo scritto anonimo A Diogneto, dall’esito del loro tenore di vita che – se indirizzato alla carità – porterà frutti in abbondanza». Come è stato, ricorda l’autore, nella testimonianza dei «siciliani Piersanti Mattarella e Rosario Livatino che nell’esercizio delle loro responsabilità – politiche per uno e professionali per l’altro – hanno ricercato attraverso quei mezzi, e nel pieno rispetto degli stessi, la carità».
Insomma, secondo Gumina  «la cattolicità dell’azione che realizza il credente nella storia non s’identifica con lo stendardo destinato a certificare pubblicamente l’appartenenza a questo o a quell’altro gruppo organizzato di fedeli, bensì con ...

La risposta di Giuseppe Savagnone è a questo link:

Una interessante iniziativa francese: Celebrazioni ARPPE Accoglienza Incontro Condivisione Preghiera

La CCBF è una rete di persone e di associazioni che riunisce cristiani di mentalità aperta, felici di costruire la Chiesa di domani, lontana da posizioni identitarie e clericali, in dialogo con il mondo contemporaneo e con lo sguardo rivolto al futuro.

Al centro di questa rete c'è un'associazione (la Diaconie des baptisé.e.s) che gestisce servizi comuni e condivide esperienze. L'intera rete promuove l’espressione dell’opinione pubblica nella Chiesa e nella società, e contribuisce attraverso le sue posizioni e i suoi numerosi progetti - alimentati da celebrazioni, letture regolari dei Vangeli, corsi di formazione, conferenze, forum di discussione, ecc. - a camminare nella Chiesa secondo gli orientamenti proposti da papa Francesco.

La descrizione del progetto è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202407/240714ccbfcelebrazioniarppe.pdf

Domenica XIX PA - Gv 6,41-51

L’agire di Gesù è poi caratterizzato da due verbi discendere e dare che descrivono e qualificano l’intera sua esistenza, le sue modalità del vivere quotidiano: lo scendere verso i bisogni degli ultimi, abbassandosi su di loro, amandoli, spendendo la sua vita per loro, trovando in questo già da ora la “vita eterna” cioè l’essere in piena sintonia e comunione con Padre.


 

Questa è la terza domenica che la Liturgia ci propone un brano della sezione dei pani dell’Evangelo di S. Giovanni. Nella prima al centro c’è stata la condivisione dei pani e dei pesci. Quel fanciullo poteva tenerseli per sé e così saziare la sua fame, ma condividendo quel cibo che, in ogni caso è un dono di Dio, ha dato la possibilità di sfamare abbondantemente oltre ogni aspettativa una intera folla e ne sono avanzati dodici canestri. Anche questo, come molti altri aspetti, è un riferimento all’Esodo e, in questo caso specifico, alla celebrazione pasquale ebraica durante la quale, dopo il pasto rituale, da sotto la tovaglia viene tirata fuori la metà di un’azzima precedentemente nascosta e condivisa solo in quel momento nel quale tutti sono sazi a significare che il Signore dona oltre ogni nostra necessità.

La scorsa settimana Gesù aveva invitato imperativamente a “darsi da fare” per procurarsi “il cibo che rimane per la vita eterna” o, meglio, la vita con e nell’Eterno affermando “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”.

 

Oggi l’Evangelo riprende da qui con la reazione scandalizzata dei presenti che iniziano a mormorare contro di lui analogamente a quanto accadde nel deserto durante l’Esodo per la scarsità di cibo e la nostalgia del pane a sazietà che avevano in Egitto (Es 16,3). Le mormorazioni tra di loro contro Mosè in realtà andavano contro il Signore (Es 16,8). Questo modo di fare ha sempre due componenti: avviene “tra” ed è “contro qualcuno”, si situano all’opposto della “parresia”, cioè del parlare con franchezza e non dietro alle spalle; si nutrono di non chiarezza e corrono il pericolo di incrinare la solidità di una comunità. È un atteggiamento grave perché significa che non si sta pensando il nostro rapportarsi con gli altri davanti a Dio anzi, lo si sta escludendo.

Nell’Esodo Dio aveva risposto alle mormorazioni del popolo donando la manna, ugualmente Gesù risponde donando se stesso: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. Come Israele difronte alla manna si chiese cosa fosse (Es 16,5), così Gesù suscita domande sulla sua identità: “costui non è forse Gesù il figlio di Giuseppe?”. Come ogni dono gratuito sorprende e interroga aprendo alla novità, oppure facendo ripiegare su se stessi per conservare quello che si ha e si conosce, rifiutando il futuro perché fonte di possibile cambiamento.

L’agire di Gesù è poi caratterizzato da due verbi discendere e dare che descrivono e qualificano l’intera sua esistenza, le sue modalità del vivere quotidiano: lo scendere verso i bisogni degli ultimi, abbassandosi su di loro, amandoli, spendendo la sua vita per loro, trovando in questo già da ora la “vita eterna” cioè l’essere in piena sintonia e comunione con Padre. Non per nulla Gesù afferma che “chi crede ha (la) vita eterna” dove quel “credere” è da raccordare a quell’invito all’imperativo “datevi da fare” del versetto 27 commentato la scorsa settimana, che ci coinvolge pienamente. È poi da sottolineare come nel testo greco al versetto 47 non c’è l’articolo determinativo come nella nostra traduzione liturgica e va quindi letto “chi crede ha vita eterna” perché una vita vissuta a imitazione di quella di Gesù è già eterna, non è un qualcosa di aggiunto o che si aggiungerà un seguito, quindi non ha bisogno di articoli determinativi. 

Gesù continua ad affermare la sua condizione divina sostenendo come un ritornello “Io sono” che è l’inizio del nome del Padre nell’Esodo e insiste: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. L’evangelista adopera proprio il termine “carne” che indica l’uomo nella sua caducità a dirci che i doni di Dio passano attraverso le nostre fragilità. Più si diventa sensibili ai bisogni e alle sofferenze degli altri, più si permette il manifestarsi il divino nelle persone, più si diventa “umani” partecipi della vita di Dio. 

C’è anche spazio per una sottile nota polemica quando Gesù afferma che “I vostri padri hanno mangiato la mano del deserto e sono morti. Come ebreo avrebbe dovuto dire “i nostri padri” ma suo padre è altro dai “loro padri”, è colui che l’ha mandato e sta all’origine e al termine della sua missione come anche del nostro credere. Infatti “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre” (v. 44). Questa “attrazione” è frutto dell’ascolto e quindi dell’insegnamentoricevuto (cf. Gv 6,45) direttamente dal Padre che ci parla attraverso la Scrittura e fa così “sentire” la sua voce che invita tutti gli uomini (Gv 6,45; 12,32) a credere, cioè a vivere, come colui che egli ha mandato che è la sua Parola fatta carne. Non può che essere così perché da sempre la sua proposta è quella di fare del vivere un donare, lo spendere la vita per gli altri: è questo che vince la morte e consente di trovare la propria vita già ora nell’agire in comunione con Dio che è amore. 

(BiGio)

Il segreto del “Bouquet Effect”: energia green a portata di mano di tutti

Queste rivoluzionarie mini turbine eoliche a forma di tulipani producono energia e colorano la città grazie all'”effetto bouquet”


Immagina di avere elettricità gratuita tutto l’anno, senza dover dipendere dai pannelli solari. Una nuova invenzione potrebbe trasformare questa visione in realtà: i tulipani eolici. Queste turbine a forma di tulipano non solo generano energia in modo efficiente, ma sono anche un’aggiunta estetica al tuo giardino, funzionando sia di giorno che di notte, con qualsiasi condizione meteorologica.

Il servizio di presentazione a questo link:

L’Autonomia regionale oltre le semplificazioni.

La legge sull’autonomia regionale differenziata ha innescato un acceso dibattito e ha portato a una serie di semplificazioni che sarebbe stato necessario scongiurare. L’opinione di Stefano Monti


Il tema dell’autonomia differenziata è sicuramente al centro di una grande attenzione, sia politica, che mediatica. Molteplici sono le opinioni, a favore o a contrasto del testo di legge, così come molte sono le vicendevoli polemiche, ben rappresentate da interpreti autorevoli o da polemisti improvvisati. Anche per un tema così importante, tuttavia, il gioco delle parti che di frequente si reitera nel nostro dibattito pubblico (o sarebbe più opportuno chiamarlo battibecco?) ha portato a una serie di semplificazioni che sarebbe necessario scongiurare....

Continua a questo link:

Infanzia e adolescenza. Garlatti: “Ascoltiamo di più i ragazzi, non facciamo come se non ci fossero”

“Bisogna assumere una modalità di sostenibilità intergenerazionale, essere consapevoli che i destinatari diretti delle nostre decisioni sono i giovani e che le decisioni che prendiamo oggi non potranno in nessun modo né ledere né compromettere le decisioni che dovranno prendere i giovani nel futuro, i loro diritti nel futuro”, è l’appello lanciato dall’Autorità garante


L’Italia non è un Paese per bambini e adolescenti. È questa l’impressione che si ha leggendo la Relazione al Parlamento 2023 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza(Agia), presentata nel pomeriggio del 20 giugno a Roma, nella Sala della Regina a Montecitorio. È così? “Le rispondo con quello che hanno detto i ragazzi nella consultazione ‘Il futuro che vorrei’, dove quasi l’80% ritiene di non essere al centro delle scelte politiche del nostro Paese. I ragazzi non sono ancora sufficientemente ascoltati, non sono assolutamente coinvolti nei processi decisionali che li riguardano”, dice al Sir la garante, Carla Garlatti. “Qualche timido passo si sta facendo – ci spiega Garlatti – , ma bisogna farne molti di più, perché l’atteggiamento che si deve assumere deve essere un atteggiamento completamente diverso.

L'intervista a cura di Gigliola Alfaro continua a questo link:


La conversione del papato

Il “Documento di studio” intitolato Il Vescovo di Roma. Primato e sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint (qui) è stato pubblicato dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, senza pretesa – come informa nel prologo il card. Kurt Koch – di «esaurire l’argomento né di riassumere l’insegnamento cattolico in materia», ma con l’intento di stimolare una maggiore ricerca teologica e formulare suggerimenti pratici che permettano di camminare tutti insieme, grazie al ministero di unità del vescovo di Roma.


Com’è noto, papa Bergoglio scriveva nel suo “programma” di pontificato – l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013) – che, «siccome sono chiamato a vivere ciò che chiedo agli altri, devo pensare anche a una conversione del papato». «E mia responsabilità, come vescovo di Roma, è di rimanere aperto ai suggerimenti che sono orientati verso un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo ha voluto dargli e alle attuali esigenze dell’evangelizzazione». «Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare “una forma di esercizio del primato che, senza in alcun modo rinunciare all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova” (Ut unum sint, 95)»....

L'articolo di presentazione del Documento di  

Dalla rivoluzione alla preghiera, la parabola di Simone Weil

Simone Weil è una filosofa che ha tutto per sedurci. Morta a 34 anni nel 1943, ha aggirato gli scogli delle ideologie dominanti per approdare a una sintesi tra socialismo e pensiero libertario, impegno politico e afflato spirituale. Alla fine lo spirituale ha prevalso sul politico, ma nessuno può dire come sarebbe ancora evoluta se non fosse stata stroncata prematuramente dalla tubercolosi.

Non tutti sanno però che Weil fu in giovane età una fervente militante sindacalista rivoluzionaria, incuriosita dalle posizioni di Lev Trotsky – che conobbe e con cui litigò nel suo appartamento parigino – prima di coglierne l’opportunismo. Nel frammento autobiografico raccolto in Attenzione e preghiera, Weil racconta di come la carità cristiana – che per lei coincide con la giustizia – l’aveva condotta al lavoro in fabbrica e di come quell’esperienza l’aveva cambiata. «Là ho ricevuto, per sempre, il marchio della schiavitù, come il marchio che i Romani mettevano sulla fronte dei loro schiavi più disprezzati. Da allora mi sono sempre considerata una schiava». Gli schiavi, aveva capito presto la filosofa, c’erano anche in Unione Sovietica....

L'articolo di Raffaele Alberto Ventura è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202407/240718ventura.pdf

Medio Oriente, un secolo di rancori. Una sintesi chiara con uno sguardo globale

 La crisi tra Palestina e Israele, che si trascina ormai da più di un secolo, a parte forse la breve parentesi successiva alla stipula degli Accordi di Oslo, raccontata dalle sue origini fino ad oggi da Giuseppe Motta, professore associato in Storia delle relazioni internazionali alla Sapienza Università di Roma

Alcuni storici ed analisti come il britannico Niall Fergusonaffermano che siamo a pochi centimetri geopolitici da una terza guerra mondiale: un accumulo di conflitti in diverse nazioni che si sono verificati simultaneamente. Viviamo, secondo Ferguson, in un momento pre-bellico. Per altri, i conflitti attuali vanno separati ed è una casualità la loro coesistenza, pertanto i motivi per cui Israele e Hamas sono in guerra vanno distinti dai motivi legati alla rivendicazione di territori e sovranità della Russia sull’Ucraina, così come per Cina e Taiwan. Ad ogni modo è ormai chiaro come la situazione attuale rifletta un ritorno alle grandi potenze che competono per l’influenza sulla scena globale.

L'intervista a cura di Roberto Sciarrone è a questo link:







Un giovane su tre ha paura di fare figli. La ricerca di Magna Carta

Quasi un giovane su tre ha paura di mettere al mondo un figlio in mancanza di una rete di supporto pubblica o privata. Le preoccupazioni economiche rappresentano uno dei fattori più significativi per cui i giovani decidono di non fare figli. Lo stesso vale per le limitazioni legate alla carriera e al tempo personale. Non solo. Fra i ragazzi tra i 17 e i 28 anni (ma anche oltre) i figli non si fanno per “convincimenti personali”.


Sono questi alcuni dei dati più significativi emersi dallo studio “Per una primavera demografica” promosso dalla fondazione Magna Carta, presieduta da Gaetano Quagliariello. Alla ricerca ha partecipato un campione di 1.072 persone, suddiviso tra giovani (17-28 anni) e adulti over 29. A questi si aggiungono i rappresentanti di alcune categorie specifiche: 400 insegnanti, 60 operatori sanitari e 70 psicologi.

La ricerca, come ha spiegato nel corso della presentazione all’hotel Bernini l’esponente del comitato scientifico di Magna Carta, capo progetto della ricerca, Anna Maria Parente, si articola in due parti. La prima ha indagato le motivazioni per cui non si fanno più figli, mentre la seconda ha approfondito le buone pratiche di welfare aziendale che le imprese mettono in campo per favorire la maternità.

La presentazione della ricerca a cura di Federico Di Bisceglie continua a questo link:

https://formiche.net/2024/06/un-giovane-su-tre-ha-paura-di-fare-figli-la-ricerca-di-magna-carta-letta-da-roccella/#content

Hong Kong: il coraggio dei propri ideali

«Esistono valori più importanti della vita e azioni più ripugnanti della morte». Nella lotta per la democrazia a Hong Kong emergono i solidi principi di chi vuole una Cina migliore


Convinto che «una delle leggi immutabili della storia sostiene che non si può debellare un’idea imprigionando i suoi sostenitori», Lord Christopher Francis Pattern, ultimo governatore britannico di Hong Kong e attuale rettore dell’Università di Oxford, concludeva la prefazione al libro di Joshua Wong e Jason Y. Ng,  Noi siamo la rivoluzione. Perché la piazza può salvare la democrazia (trad. it. Feltrinelli, 2020) con un monito affatto banale, avendolo posto alla vigilia di eventi drammatici che avrebbero cambiato il futuro e i destini non solo di Hong Kong:

«Spero che nel frattempo il mondo resti attento per capire fino a che punto ci si possa fidare della Cina e delle sue promesse. Per quanto riguarda me e tanti altri, mi fido più di Joshua che dei burocrati comunisti di Pechino o di chi li appoggia fuori o dentro la città».

Joshua è Joshua Wong, il giovane leader politico co-fondatore di Demosistō, il partito di punta delle proteste pro-democrazia sciolto nel 2020 che si batteva contro l’ingerenza delle autorità di Pechino nell’autonomia di Hong Kong.

L'interessante analisi del sinologo veneziano Maurizio Scarpari continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/hong-kong-il-coraggio-dei-propri-ideali

Unhcr: guerre e crisi, in dieci anni raddoppiato il numero di persone in fuga

Ha raggiunto i 120 milioni a maggio 2024 il numero di coloro che nel mondo sono costretti a lasciare la propria terra. Il 75% è accolta in Paesi a basso e medio reddito. È quanto emerge dal nuovo Rapporto Global Trends dell’Agenzia Onu per i rifugiati: urgente una maggiore solidarietà globale e la condivisione di responsabilità per affrontare queste emergenze. Soluzioni sono possibili come dimostrano alcune buone pratiche nel mondo


Il numero di questi ultimi e degli sfollati ha toccato quota 120 milioni nel mese scorso, segnando un incremento significativo rispetto agli anni precedenti e confermando un trend in crescita da dodici anni. Nuovi conflitti e crisi irrisolte che continuano a costringere milioni di persone alla fuga alimentano questo fenomeno. Secondo il rapporto Global Trends la stragrande maggioranza dei rifugiati è ospitata in Paesi limitrofi a quelli della crisi, il 75% ha trovato accoglienza in Paesi a basso e medio reddito che insieme producono meno del 20% del reddito mondiale, mentre il 21% è riparato in Paesi meno sviluppati, già in difficoltà economiche.

Il report è a questo link:

Affido. "Un intervento prezioso quando permette di recuperare la fiducia nei legami”

“Consente di proteggere un diritto fondamentale della persona umana, l’essere figli, aventi cioè diritto al dono della vita e al dono della cura”, spiega al Sir la pro-rettrice dell’Università Cattolica, dove si è svolto nei giorni scorsi un convegno


“Rilanciare l’affido familiare: l’interesse del minore nei percorsi di accoglienza”: di questo si è parlato in un convegno che si è svolto, il 14 giugno, all’Università Cattolica di Milano, promosso dal Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Ateneo in collaborazione con il master “Affido e adozione e nuove sfide dell’accoglienza familiare: aspetti clinici, sociali e giuridici”, l’“Associazione Cometa” e “Famiglie per l’accoglienza”. Dopo il convegno abbiamo sentito Raffaella Iafrate, pro-rettrice dell’Università Cattolica e delegata del rettore per le pari opportunità dell’Ateneo.

L'intervista a cura di Gigliola Alfaro è a questo link:



Picchiare per educare? A margine di una sentenza di Torino

La questione è sempre la stessa. Affinché integrazione non significhi colonialismo culturale è necessaria un’interazione tra culture, tra mores diversi. Una lenta e sapiente contaminazione di costumi. L’umanità è sempre andata avanti così. Ma fino a che punto tutto ciò è possibile senza che l’accettazione di costumi diversi intacchi i principi costituzionali di dignità della persona, uguaglianza e libertà?

Una sentenza della Corte d’appello di Torino ha recentemente assolto i genitori Rom dal reato di maltrattamento delle figlie (percosse abituali ma anche percosse alla moglie in presenza delle minori – c. d. “violenza assistita”) in quanto gli imputati ritenevano che la violenza fosse “l’unico strumento disponibile per garantire ordine e disciplina in seno alla famiglia e nei rapporti tra le bambine” e in quanto il contesto (famiglia numerosa in un campo nomadi, «fisiologica esuberanza» delle bambine) fa sorgere dubbi sulla coscienza e volontà di sottoporre le figlie a qualsivoglia maltrattamento. Il substrato culturale avrebbe insomma indotto nei due genitori imputati una mancata consapevolezza della propria condotta oggettivamente violenta.

Non c’è nulla di totalmente nuovo. Se si vanno a rileggere le discussioni che negli anni ’60 accompagnavano l’applicazione delle norme (allora ancora in vigore!) del ratto a fine di matrimonio e del matrimonio riparatore - soprattutto quando questi fatti venivano commessi nelle città del nord da giovani immigrati dal meridione – si vedrà che gli argomenti usati pro o contro quegli articoli ritornano nelle nostre discussioni di oggi....

L'articolo di Paolo Borgna continua a questo link:

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