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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Chiesa casta meretrix

La prospettiva di Occam (cf. SettimanaNews, qui), che nega consistenza materiale alle sostanze seconde della tradizione aristotelico-tomista, ci permette di sognare la nostra fedeltà ecclesiale a Gesù di Nazareth in modo più semplice e spogliato delle secolari intrusioni filosofiche e delle deturpazioni che il pensiero parmenideo ha depositato nella nostra tradizione teologica.

Sono profondamente convinto che l’essenza della vita ecclesiale sia un rapporto personale con Gesù Messia, alimentato quotidianamente attraverso l’ascolto e l’introiezione della sua Parola. 

La riforma liturgica del Vaticano II, in un ciclo triennale e biennale, feriale e domenicale, ci offre nella celebrazione dell’Eucaristia la possibilità di ascoltare quasi tutte le Sacre Scritture: la lex orandi che è il fondamento della lex credendi; la santificazione del tempo anche, e soprattutto, attraverso la Parola, che illumina, guida e sostiene la fedeltà a Gesù, il quale, senza i Vangeli, rimarrebbe silenzioso e apparentemente assente. Solo la Parola ha il potere di accompagnare i fedeli nei complessi cammini della vita personale, familiare e comunitaria. E nei tragici eventi che segnano la storia di tutte le generazioni, con guerre, genocidi e distruzioni, generate dalle potenze di questo mondo, che Gesù ha affrontato con la sua pratica, la sua parola, la sua Pasqua....

La riflessione di Flavio Lazzarin continua a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/chiesa-casta-meretrix/?utm_source=newsletter-2024-07-30

L’asia sta già vivendo il futuro che ci aspetta?

Per immaginare il futuro, dovremmo provare a volgere il nostro sguardo a Oriente. 


Anzi, a immergerci dentro al continente asiatico, per osservare da vicino, prendere spunti (ma anche evitare errori) dalle tante realtà che vanno sempre più veloci rispetto al resto della Terra, dalla tecnologia alla cultura, dall’informazione ai conflitti, l’Intelligenza artificiale e i cambiamenti sociali. Parte da questo assunto 2100. Come sarà l’Asia, come saremo noi (Mondadori, pp. 185,
e 18,50), il saggio di Simone Pieranni (Genova, 1974), giornalista e divulgatore che in Cina ha vissuto per anni.

Pieranni porta i lettori in quel continente dove i ragazzi «sono molto più vicini ai giovani europei di quanto non lo fossero i loro genitori, perché vivono le stesse trasformazioni, le stesse ansie, i medesimi sogni». Si passa da Singapore, dove c’è un locale in cui nel Martini non troverete olive ma meduse; dove il caviale è di aglio e si mangiano locuste. È forse questo il cibo del futuro, oggi che il cambiamento climatico sta mutando le nostre certezze? 

O ci si ritrova nel quartiere di Gang-nam, a Seul, dove spuntano ovunque cliniche di chirurgia estetica: qui le cinesi vanno in massa a «correggere» i loro lineamenti nel Paese (la Corea del Sud) in cui alle donne è stato insegnato che la bellezza è la loro più grande risorsa. E dove ora è in atto una rivoluzione femminista, tra le più giovani, che rifiutano il parto, i matrimoni e i rapporti eterosessuali. E i tassi di natalità sono al minimo storico.

Jessica Chia 
(su "La Lettura")

 

È iniziato il nuovo anno: scuola cinquant'anni dopo i Decreti Delegati

Risultato di un percorso di modernizzazione, i Decreti delegati per certi versi incarnarono un passaggio a un'idea più democratica della scuola, per altri furono un appesantimento burocratico


Il 31 maggio 1974 furono approvati sei “Decreti delegati” in materia scolastica (che passarono alla storia e alla cronaca della scuola italiana con l’abbreviazione DD) numerati dal 416 al 420, in attuazione della legge delega 30 luglio 1973 n. 477, il cui iter legislativo era iniziato con il disegno di legge n. 2728 del 1970. Successivamente gran parte delle disposizioni dei DD furono raccolte e accorpate nel decreto legislativo 16/4/1994 n. 297. Si trattò della più organica e connotativa legiferazione sul sistema scolastico italiano dopo la riforma Gentile del 1923, peraltro già radicalmente modificata nello sviluppo ordinamentale dalla introduzione della scuola media unificata (legge 31/12/1962 n. 1859) e la conseguente abolizione della scuola di avviamento professionale e con l’istituzione della scuola materna statale (legge 18/3/1968 n. 444).

Si può affermare che la “scuola dei decreti delegati” fu il risultato di un lungo percorso di modernizzazione del sistema scolastico nazionale, iniziato già a partire dai Programmi ...

L'articolo di Francesco Provinciali continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/la-scuola-cinquant-anni-dopo-i-decreti-delegati?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+A+scuola+%5B9700%5D


Le quattro priorità di Francesco a Singapore, così vicina alla Cina

“Singapore è un mosaico di etnie, culture e religioni che convivono in armonia, e questa parola è molto importante: l’armonia”, ha detto papa Francesco durante la sua visita a Singapore. Ecco i 4 pilastri del discorso tenuto da Bergoglio. nella riflessione di Riccardo Cristiano

Papa Francesco arriva a Singapore e per prima cosa incontra le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Il suo discorso si concentra in particolare sullo Stato, l’equità, il multilateralismo e le nuove tecnologie al servizio della tutela dell’ambiente. Sullo sfondo sembra chiaro che da lì oltre che a Singapore parli alla Cina.

Francesco si sforza di non toccare i temi divisivi, come la pena di morte, sulla quale la sua fermezza è ben nota, anche alle autorità di Singapore che seguono un’idea opposta. Preferisce così cercare ciò che può consentire di avviare un cammino che avvicini. Cominciamo da quello sulla “laicità dello stato”, e che Francesco ha chiamato “imparzialità”.

È alla base del passaggio cruciale della prima parte del suo discorso: “Singapore è un mosaico...

L'analisi di Riccardo Cristiano continua a questo link:

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 15 settembre

 


XXIV Domenica PA - Mc 8,27-35

"Chi dite io sia per la gente e per voi". Sono domande che Gesù ci pone “per la strada” della nostra esistenza ed è con la nostra vita che possiamo testimoniare che lui è Cristo ed è una grazia se la nostra risposta rimane sempre aperta perché altrimenti si spegne il dialogo e si cade nel monologo autogratificante.

 


La Liturgia ci ha proposto nelle scorse settimane un clima molto teso tra Gesù, gli scribi, i farisei ma anche con i discepoli che non riuscivano a capire la differenza da lui proposta sul rapporto che c’è tra purità e impurità. Si è poi addentrato nella Decapoli in territorio pagano tra Tiro e Sidone dove gli è stato portato un sordo che anche balbettava: immagine di una comunità che non riusciva ad ascoltare e che quindi era incerta nel suo camminare sui sentieri proposti dalla Scrittura.

 

Oggi, riunitosi di nuovo con i discepoli, da Cafarnao inizialmente costeggia il Lago di Tiberiade giungendo a Betsaida e poi si dirige rapidamente verso l’estremo nord della terra d’Israele girando tra i villaggi attorno a Cesarea di Filippo. Era questa la capitale di quella parte di territorio avuta in eredità da Filippo alla morte di suo padre Erode il Grande ed è anche oggi una terra ricca d’acqua, alle pendici del monte Ermon che permette una vita agiata.

“Per la strada” Gesù pone due domande ai suoi discepoli. Fino a questo momento l’Evangelo ci ha accompagnato a porci delle domande su chi lui sia, ma ora le parti si invertono ed è il Signore che ci interroga per vedere cosa prima “la gente” e poi noi abbia percepito del tipo di uomo che incarna e che propone di realizzare a chi lo segue o lo incontra.

La risposta dei discepoli è in parte confortevole. “La gente” ne ha un’idea abbastanza precisa: non lo identifica con una persona agiata, né come un dignitario di corte e neppure come un dottore della Legge o un sacerdote. Gesù appare loro come uno che ha la schiena diritta che fa quello che dice così come faceva Giovanni Battista. È sempre ben presente e fedele in quello che crede; non lo contamina con altre tensioni religiose presenti nelle terre pagane percorse in lungo e largo; sa che può diventarne schiavo; non gli interessano i privilegi che potrebbe avere dai maggiorenti di quei villaggi. In questa rettitudine assomiglia ad Elia che sfidò e vinse contro i sacerdoti degli idoli pagani. In ogni caso assomiglia a uno dei profeti che hanno attraversato la vita di Israele. Non è sbagliato, ma non è quello che Gesù desiderava comprendessero dal suo modo di vivere e della sua proposta da condividere.

Allora pone la domanda diretta anche a noi: “Ma voi, chi dite io sia?” cioè: “Ma chi sono io per voi? Dopo avermi conosciuto, che tipo di uomini volete essere? Quanto siete convinti della mia proposta di un essere uomini secondo il cuore del Padre?”

“Pietro gli rispose: Tu sei il Cristo”. La reazione di Gesù è del tipo “Vabbè, ho capito, devo ricominciare a spiegarvi tutto daccapo questa volta senza giri di parole”. Questo perché la risposta nascondeva il pericolo che, sotto sotto, continuassero ad attendere uno dei Messia regali che avrebbero restaurato il Regno di Israele, liberandoli dalla dominazione romana. Non per nulla Marco scrive che “cominciò a insegnare loro” … ma in quei quasi due anni passati assieme che cosa aveva fatto se non “insegnare loro”? e il termine con il quale inizia “il Figlio dell’uomo” in aramaico significa “il prototipo di uomo” che vi sto delineando non è quello di un Messia regale. Tutt’altro. Tanto è vero che Pietro lo “prese in disparte e prese a rimproverarlo” similmente a quello che aveva fatto Gesù con loro al ritorno della missione nella quale si erano presi delle licenze oltre al mandato ricevuto e avevano il bisogno di essere ricondotti con i piedi per terra. Quel “rimproverare” in greco è il verbo con il quale gli Evangelisti raccontano gli esorcismi di Gesù quando deve scacciare un demonio. Lo stesso verbo è infatti usato nei confronti di Pietro da parte di Gesù: “Vai dietro a me satan perché cerchi di dividermi dalla volontà d’amore del Padre” e “convocata la folla”, cioè noi, “disse: se qualcuno vuol venire dietro a me …” pone tre condizioni con tre imperativi.

1)    Rinuncia a fare tutto in vista di te stesso, al tuo bisogno; guarda invece a quello del fratello

2)    Fallo per amore e non per costrizione; questa ti farà solo soffrire. Sappi però che devi mettere in conto che non sarai osannato ma ostacolato

3)    “Seguimi” che non significa fare come i pappagalli ma fare le nostre scelte avendo come riferimento il suo insegnamento ascoltando la sua Parola nella preghiera.

La risurrezione che promette non riguarda il futuro, ma se uno vive queste tre condizioni vive già una vita riscattata dal peccato del mondo, è una vita degna di essere vissuta in eterno perché della stessa realtà di Dio.

 

Sono domande che Gesù ci pone “per la strada” della nostra esistenza ed è con la nostra vita che possiamo testimoniare che lui è Cristo ed è una grazia se la nostra risposta rimane sempre aperta perché altrimenti si spegne il dialogo e si cade nel monologo autogratificante.

(BiGio)

 

 

Alessandro D'Avenia: Il segreto

“La vita fuori fa schifo. Tutti di corsa, tutto di corsa, in una continua gara; un sacco pieno di domande e nessuna risposta, pretendono tanto da te ma tu non puoi pretendere niente da nessuno”


così mi scrive una studentessa universitaria con cui avevo scambiato qualche riga ai tempi del liceo, quando era scivolata nell’anoressia che ora torna a minacciarla: “Ho ricominciato a perdere il peso recuperato, mi sono isolata dagli amici, mi chiudo in casa a studiare e non voglio più vedere nessuno. Tutti i medici che mi seguono ritengono che la malattia si stia nuovamente facendo largo. Mi rifiuto di crederci. Che cosa sto facendo? Sto solo assecondando il mondo, che ti vuole perfetto, magro, taglia 32, laureato con 110 e lode, figo, con una lavoro stabile e a tempo indeterminato, una famiglia e dei figli, a loro volta perfetti. La vita fuori, il mondo fuori, fa davvero così schifo? Qual è il segreto per vivere?”.

La riflessione di Alessandro D'Avenia continua a questo link:

L’agonia della Cisgiordania

Dai campi profughi alla Jihad: l’infanzia dei miliziani scandita dai raid dell’Idf. Come Abu Shujaa, 26 anni, celebrato da eroe, che Israele ha eliminato. Ma tra loro c’è chi ha perso la speranza: «La lotta armata è destinata a fallire».


Lo scorso aprile un giovane dal viso scavato viene immortalato mentre cammina per le vie di Tulkarem. Imbraccia un fucile durante un corteo funebre. Niente di nuovo per una città abituata alle rituali processioni che seguono la morte dei combattenti dopo i raid israeliani. Però quello non era un ragazzo qualunque, era Abu Shujaa (“il padre del coraggio”), leader delle Brigate Tulkarem dal 2022, gruppo affiliato alle Brigate Al-Quds, l’ala militare del movimento palestinese della Jihad islamica.

Abu Shujaa, che era stato dichiarato morto due giorni prima. L’esercito israeliano aveva annunciato la sua morte, al termine di un raid nel campo di Nur Sham: ucciso in una casa dove si era nascosto con i suoi uomini. Un’operazione, quella israeliana, che aveva coinvolto il servizio di sicurezza interna, Shabak, e la guardia di frontiera. Un raid durato giorni, che aveva provocato morte e distruzione nel campo di Nur Sham.

Ma Abu Shujaa non solo era sopravvissuto, si mostrava in strada, in mezzo alla gente, che già lo considerava un eroe, perché ...

L'articolo di Francesca Mannocchi continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202409/240908mannocchi.pdf

"Io, palestinese che chiede la pace dico che Hamas ci ha traditi"

 «D'ora in poi sei qualcun altro» è la poesia scritta da Mahmoud Darwish per metterci in guardia da Hamas dopo la vittoria di quest'ultimo nelle elezioni politiche del 2006. Il suo allarme sull'ascesa di Hamas, la sua comprensione del significato di tale ascesa, comporta conseguenze per tutte le nazioni che lottano con lo spettro della politica di estrema destra.

L'odio che sottende la visione del mondo di Hamas è in linea con l'odio delle forze di estrema destra di tutto il mondo: in Israele, Russia, Iran, Usa e diversi paesi europei. Darwish parla a nome dei progressisti di tutto il mondo. Con una limpida precisione, predice le calamità che derivano dai nostri fallimenti. I rapidi cambiamenti geopolitici in Medio Oriente e nel mondo hanno facilitato l'amnesia su ciò che è Hamas. Hamas non incarna i sogni e le aspirazioni del popolo palestinese. Gli amici e i sostenitori della causa palestinese, il movimento di solidarietà e tutte le parti interessate devono capirlo. Hamas non è dissimile dal governo Netanyahu, che non ha imparato dalla storia del popolo ebraico. Quel regime tradisce l'eredità del popolo ebraico proprio come Hamas tradisce il suo stesso elettorato. Fin dalla sua nascita, Hamas è stato visto con sospetto dai palestinesi a causa dell'apparentemente inspiegabile tolleranza di Israele nei confronti della fondazione del gruppo. Alla fine degli Anni '80, periodo in cui qualsiasi attività nazionale, come ricevere una borsa di studio dall'Olp o possedere una bandiera palestinese, veniva punita severamente dalle forze di occupazione israeliane, a Hamas era concesso di operare liberamente, terrorizzando i palestinesi che non condividevano le sue idee religiose o la sua posizione sul conflitto.

La riflessione di Hamze Awawde attivista palestinese per la pace ed esperto di risoluzione dei conflitti che ha vissuto e lavorato a Ramallah fino al 7 ottobre, continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202409/240907awawde.pdf

L'agenda del Sinodo sulla sinodalità si concentra su partecipazione e inclusione, non su questioni scottanti

La maggior parte delle questioni più scottanti che hanno dominato il sinodo di papa Francesco sul futuro della Chiesa cattolica lo scorso ottobre, come le donne diacono e l'accoglienza dei cattolici LGBTQ, non saranno più all'ordine del giorno quando i prelati e i delegati laici torneranno a Roma in ottobre per l'assemblea conclusiva dell'incontro che durerà un mese.


 Invece, secondo un documento a lungo atteso e pubblicato dal Vaticano il 9 luglio, ai partecipanti alla seconda sessione del Sinodo sulla sinodalità sarà chiesto di considerare come le strutture della Chiesa possano incoraggiare una maggiore partecipazione e dove ci sia spazio per la “legittima diversità” tra le Chiese locali su diverse questioni e pratiche.

Tra le aree individuate dal documento ci sono la necessità di coinvolgere maggiormente le donne nei “processi dell’elaborazione (decision-making) e della presa di decisione (decision-taling)” all'interno della Chiesa, la possibilità per i laici, donne e uomini, di predicare durante la Messa, l'esame di come costruire una cultura della trasparenza e della responsabilità nella Chiesa e la creazione di nuovi ministeri istituiti per l'ascolto e l'accompagnamento.

Ma chiarisce anche che alcune delle questioni più controverse, che sono emerse continuamente nel corso di un processo consultivo di tre anni e nella riunione vaticana dello scorso ottobre, saranno affrontate in realtà da gruppi di lavoro (composti da teologi e funzionari vaticani) istituiti dal Papa, e che la maggior parte delle questioni più delicate rientrano nelle competenze del ....

L'intervento di Christopher White continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202409/240906white.pdf

Papa Francesco: la liturgia, un corpo e una voce senza individualismi

In un messaggio per la 74.ma Settimana Liturgica Nazionale a firma del cardinale Parolin, il Papa mette in risalto gli aspetti della coralità, del canto sacro e del silenzio: favoriscono una preghiera profonda e intima, lontana da frenesia, rumori e chiacchiere


Una celebrazione in cui chi vi partecipa si senta parte di un corpo unito, di una preghiera che sale a Dio come un coro che accomuna le voci di tutti, necessita di una cura speciale. Di più, ha bisogno di un’“arte”. È su questo aspetto si concentra in Italia il tema guida della 74.ma Settimana Liturgica Nazionale.
In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa evidenzia subito la caratteristica principale della preghiera liturgica che, asserisce, “rifugge da ogni forma di individualismo e di divisione”.

L'articolo di presentazione del documento a cura di Alessandro De Carolis centinai a questo link:


I Poveri non si possono contare ma si possono abbracciare

«Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata» (Fratelli Tutti, 22). Nel mondo ci sono molte situazioni di povertà. In realtà, la povertà ha i volti di uomini e donne che vivono in varie forme di precarietà economica, sociale, sanitaria, culturale.


I testi biblici parlano spesso degli «anawim», cioè dei poveri di ogni tipo: affamati, assetati, orfani, stranieri, emarginati, soli, malati, persone oppresse sul piano sociale, economico, fisico e psicologico. Poveri che si affidano a Dio, unica àncora di speranza e di consolazione. Quali le cause di tante povertà? Molte; e soprattutto le numerose ingiustizie nel mondo e nelle nostre società, gli egoismi, le corse sfrenate al potere e al denaro anche a costo di calpestare i diritti di tante persone.

Talvolta mi si chiede con quanti poveri abbiamo a che fare o quanti sono coloro che riusciamo ad aiutare. Rispondo con le parole di don Primo Mazzolari: «Vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poveri, chi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore… Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano»(“Adesso”, n. 7, 15 aprile 1949). I poveri si abbracciano! I poveri sono accanto a noi e fra di noi e il nostro «essere missione» ci chiede di incontrarli là dove vivono per rendere operative la nostra solidarietà e la nostra condivisione. 

L'intera riflessione di Flavio Faccin è a questo link:

https://www.procuramissioniomi.eu/parole-di-missione-i-poveri/

Muore il compromesso, trionfa la guerra Il dottor Stranamore è ancora tra noi

Chiediamocelo dunque – poiché forse di fronte all'immagine della catastrofe potremmo cercare con più forza di evitarla: non è stato che un intervallo la non-guerra, o la guerra per interposta persona, tra i grandi spazi imperiali dopo la Seconda guerra mondiale? Nient'altro che una pausa per meglio prendere la rincorsa in vista della definitiva "sistemazione" del pianeta?

Perfino l'atomica, questa formidabile arma di equilibrio, sembra aver perduto il suo potere deterrente. Forse in qualche laboratorio del grande complesso militare-industriale si è scoperto il modo di usarla senza finire tutti sottoterra. Così come si inventano virus e poi vaccini, armi batteriologiche e poi antidoti. Soltanto la Tecnica, è noto, può, secondo la vox populi, risolvere i problemi che essa stessa genera. Se siamo certi di poter usare la Bomba senza che ci colpisca come un boomerang perché non usarla? Chi ha detto che è morto il dottor Stranamore? E chi dice che oggi finirebbe male? Lo puoi fare? – dice ancora la vox populi – E allora fallo.

La riflessione di Massimo Cacciari continua a questo link:


 

Questa edizione della Mostra del Cinema: uno sguardo oltre i premi.

Il cinema rappresenta la realtà del nostro oggi a volte raccontandola direttamente, a volte guardando al passato per parlare del presente, ma non sempre riesce ad interpretare e offrire chiavi di lettura adeguate.


È quanto è emerso in questa 81 edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica a mio avviso complessivamente deludente. Da una Mostra d’Arte Cinematografica ci si attende inoltre di venire stupiti almeno da tentativi di linguaggi nuovi in realtà apparso in parte solo nel georgiano “April” (Premio speciale della Giuria) della regista Dea Kulumbegashvili. Un film duro, dolente con al suo centro il tema dell’aborto clandestino, ma con splendide sequenze sulla capacità della natura di rinascere simboleggiata anche dall’apparizione dell’interprete in punti di svolta della narrazione avvolta in una specie di tessuto embrionale. 

Non sorprende il Leone d’Oro ad Almodovar che pone all’attenzione il tema del fine vita anche se per l’ambientazione appare come possibilità di classi sociali molto abbienti mentre coinvolge tutti. Un film elegante ben costruito con due interpreti eccezionali e dialoghi intensi nella presentazione delle tesi sostenute. “La porta della stanza accanto” si è rilevato facile da premiare mancando un prodotto che emergesse e si distinguesse con chiarezza come, per esempio, accaduto l’anno scorso con “Povere creature”.

A mio avviso più un film da Mostra è stato “Ainda estoi aqui” del brasiliano Walter Salles che, non per nulla, ha ricevuto il Premio per la Migliore Sceneggiatura e la sua interprete Fernanda Torres avrebbe meritato la Coppa Volpi per la miglior interprete femminile al posto della Nicole Kidman in un film tra i più brutti e invedibili di questa edizione assieme a “Queer”. Probabilmente uno speciale manuale Cencelli ha chiesto diversamente alla Giuria come anche il Leone d’Argento al film italiano “Vermiglio” certamente il migliore dei cinque italiani non solo per una fotografia splendida ma dai ritmi che ricordano troppo Olmi e finisce per non affascinare.

In genere poi film troppo lunghi che a un certo punto si perdono come per esempio “The Brutalist” che ti inchioda l’attenzione per le prime tre ore ma alla fine si slabbra un po’. Un film fatto più per gli Oscar che per una rassegna come quella veneziana.

Prodotti poi che hanno la necessità alla fine di avere un “pippone” che lo spiega a mio avviso significa che lo stesso regista e scenografo hanno capito di aver fallito come “Iddu” sulla controluce della storia di Messina denaro e “The Quiet Son”. Quest’ultimo presenta l’interessante questione di strade diverse che possono prendere due fratelli ma manca di una decente attenzione sociologica e finisce per sfiorare il moralismo assieme all’alzata di mani del padre che non sa darsi ragione di quanto accaduto.

Molti film hanno avuto al centro il tema dell’amore e della sessualità. Quello che lo svolge meglio è il norvegese “Love” dai toni pacati che serenamente presenta ogni tipo di amore (etero e omosessuale) e le diverse difficoltà che ogni coppia deve affrontare, in particolare in una società che si pensa liberata su queste tematiche. Forse un po’ troppo parlato, ma affatto banale e che, in ogni caso fa sprofondare nel dimenticatoio “Babygirl” e “Queer” nel quale l’unico pregio affermato da una amica scenografa fiorentina che lavora negli Usa è l’apparizione di un bradipo al centro del film. “Joker: folie à deux”? L’unico pregio di questo film è che non ci sarà una terza ripresa perché Joker viene ucciso.

 

Da una Mostra d'arte ci si aspetterebbe di più di quanto visto quest'anno, forse bisognerebbe vere più coraggio e non puntare principalmente sull''eclatante delle produzioni statunitensi che attirano sì pubblico ma a scapito di altri aspetti, Perché poi presentare 5 film italiani quando non meriano?

Molto più interessante nella seconda parte della rassegna i film della sezione Orizzonti che. Oltre al film che ha vinto “The new year that never cam” (sulla fine di Ceausescu) qui sono elenco: “My everythings”, “Happy Holidays” (sulle diversità culturali tra due giovani: uno palestinese e l’altra ebrea), il tunisino “Aicha” (sul comando della politica sulla giustizia), “L’attachment” (su come elaborare il lutto della morte della moglie con due bambini) e “Familiar Touch” che giustamente ha fatto incetta di premi.

Una menzione speciale non si può non farla al film fuori concorso di Takeshi Kitano “Broken Rage” nel quale la mano del grande regista non si smentisce in invenzioni continue mostrando ambedue le sue mani: quella violenta e quella autoironica. Il divertimento è assicurato e si esce dalla sala rasserenati e gioiosi.


Un accenno va fatto anche sul deciso miglioramento della gestione delle sale meno ingessate in allotment rigidi che più di una volta lasciavano ampi spazi inutilizzati mentre la richiesta di accesso era abbondante.

(BiGio)

La Chiesa in dialogo al Lido tra cultura, arte e spiritualità.

Sono stati incontri ricchi di contenuto quelli visti alla 81ma Mostra del Cinema di Venezia con la partecipazione del cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione, e del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana



Promossi e organizzati dalla Fondazione Ente dello Spettacolo. Nella mattina del 5 settembre il cardinale Tolentino ha dialogato col presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco a partire dalla presenza della Santa Sede alla Biennale Arte con il padiglione dal titolo "Con i miei occhi" presso la Casa di Reclusione Femminile di Venezia - Giudecca. Legato al rapporto tra Chiesa e cinema, invece, il secondo evento all'Excelsior con l'intervento del cardinale Zuppi in dialogo con Cristina Battocletti, giornalista de Il Sole 24 Ore e monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo nella cornice del format
"Cinematografo Incontra": "C'è ancora posto per la cultura? - risponde il cardinale Zuppi sul ruolo della settima arte - La domanda è importante e qualche volta viene un po' paura perché la cultura richiede conoscenza, tempo e dialogo. Qualche dubbio che ci sia un apparire vuoto di contenuti c'è, un altro tipo di arte, che non comunica nulla tradendo l'arte stessa ...". Per questo Zuppi sottolinea l'importanza del contenuto: "Ci sono certe cose cattoliche che sono butte, come al contrario c'è tanto contenuto anche al di fuori che aiuta le visioni della Chiesa che è sempre sostanzialmente mettere al centro la persona. Questo è importantissimo, tanto più con una umanità così tanto inquieta, confusa, stordita"...

Francesco a Giacarta, una tappa decisiva nel cammino del dialogo

Ci sono dei valori condivisi nelle tradizioni religiose, questo ovviamente vale anche tra cristianesimo e islam, e il testo firmato in una dichiarazione congiunta con l’imam della moschea Istiqlal lo ribadisce. Questo documento contiene delle indicazioni di assoluto rilievo, unendo due cardini del suo pontificato: la necessità di una rinnovata consapevolezza delle fratellanza umana e la rilevanza della crisi ambientale. 


Il testo, che comincia con l’esortazione di “promuovere l’armonia religiosa per il bene dell’umanità, evidenzia subito proprio questa duplice emergenza. Ci sono dei valori condivisi nelle tradizioni religiose, questo ovviamente vale anche tra cristianesimo e islam e il testo lo ribadisce: “Dovrebbero essere promossi efficacemente per sconfiggere la cultura della violenza e dell’indifferenza che affligge il nostro mondo”. Per sconfiggere la disumanizzazione ci sono tre valori condivisi che vengono riassunti in poche parole: “rispetto, dignità, compassione, riconciliazione e solidarietà fraterna”: con questi valori si dovrebbe affrontare anche “la distruzione ambientale”....


La riflessione di Riccardo Cristiano sul documento sottoscritto in Indonesia continua a questo link:

https://formiche.net/2024/09/islam-francesco-indonesia-giacarta/#content

La Chiesa in Asia: Indonesia, un tunnel della fraternità tra la cattedrale e la Moschea

È il più grande Paese musulmano, e ha avuto anche i suoi estremismi. Ma l’Indonesia oggi si vuole presentare come una Paese del dialogo interreligioso. Come mostra un tunnel



Prima ancora dall’Abrahamic Center di Abu Dhabi, c’era già un quartiere dove si trovavano vicinissime una Moschea ed una cattedrale. Era a Jakarta, in Indonesia, nel Paese islamico più grande del mondo, dove lo moschea di Istiqlal, la cui costruzione è cominciata nel 1954, sorge in prossimità della cattedrale cattolica. Tanto che tra i due edifici c’è un tunnel, un collegamento diretto che passa sotto le strade che le separano, e che il presidente Joko Widodo ha chiamato “il tunnel della Fraternità”....

Il servizio di Andrea Gagliarducci continua a questo link:

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 8 settembre



 

Domenica XXIII PA - Mc 7,31-37

È quasi un corpo a corpo che narra Marco: dita conficcate negli orecchi, la saliva posta sulla lingua, il sussurro, quasi un gemito “effetà”, il soffio di un vento sottile. Nulla di magico ma un contatto e una intimità sconcertante che narra come sia fondamentale la capacità di apertura e affidamento a una esperienza di alterità sia da parte di chi ha bisogno di aiuto, sia di chi ha la possibilità di farlo. 


Riprendendo domenica scorsa a seguire l’Evangelo di Marco dopo l’interposizione della Sezione dei Pani di Giovanni con il duro confronto tra Gesù con gli inviati dal Tempio che ha portato all’abbandono di una parte dei suoi seguaci, ci siamo di nuovo trovati all’interno di una discussione non meno radicale su che cosa sia l’impurità e l’elenco finale di quali siano i dodici atteggiamenti dell’uomo che lo conducono ad essere “impuro” cioè a perdere la sua umanità e a trovarsi posseduto dagli spiriti impuri. Sulla scia delle denunce dei profeti ha anche tacciato i presenti di essere dei commedianti perché svolgono delle pratiche religiose delle quali hanno smarrito il senso e che, quindi, a Dio non interessano.

 

Gesù ha ripreso poi a girare in lungo e largo in terra pagana quasi senza meta, senza seguire un itinerario logico. Marco non ci dice se con lui ci siano gli Apostoli, di fatto questi non compaiono mai. C’è comunque sempre molta folla attorno a lui che, a un certo punto, gli conduce un uomo che, più che “sordomuto” è “sordo” e “balbuziente” così come i Settanta traducono in greco il termine greco prendendo come riferimento nella Scrittura il celebre passo di Isaia 35,6 che annuncia il cammino di ritorno degli esiliati verso Sion. Questo termine, balbuziente, ricorre solo in queste due occasioni nell’intera Bibbia.

Questo uomo che gli viene portato perché gli imponga la mano rappresenta un popolo che incapace di intendere la volontà di Dio ascoltando la sua Parola e, quindi, anche di “esprimersi” correttamente nella sua vita balbettando fino ad essere totalmente passivo. È questa una situazione simbolica con la quale siamo chiamati a confrontarci sia come singoli credenti sia come comunità ecclesiali: fuori di un costante ascolto della Parola il nostro vivere, attraverso il quale si dovrebbe manifestare l’avanzare del Regno, diventa un balbettamento che può essere anche contradditorio quindi incomprensibile se non controproducente e una contro testimonianza, cessando di essere “sale della terra, luce del mondo”.

Se non si ascolta facilmente si scade ad aderire alle regole di questo mondo, a quegli atteggiamenti indicati da Gesù la scorsa settimana che rendono “impuro” l’uomo per il suo modo di gestire i beni e per il suo rapportarsi con gli altri.

Come in diverse occasioni nel testo di Marco, anche il personaggio di oggi “viene portato” a Gesù per dirci che, quando si entra nel modo di pensare e vivere del mondo, si perde la capacità di autonomia, ci si adagia nel tran-tran quotidiano che rende incapaci di riscatto autonomo. C’è bisogno di qualcuno che ci “porti”, ci si affianchi, ci si faccia compagno di strada e con pazienza, rispetto dei nostri tempi ci porti o riporti verso l’adesione al Regno che viene. Anche qui c’è una ripresa dell’Evangelo della scorsa settimana: chi abbandona Gesù non sono delle persone “cattive” da lasciar perdere, non viene chiesto di allontanarci da loro, ma di continuare un cammino assieme rispettoso delle loro scelte in attesa del momento opportuno, quello nel quale lo Spirito riesca ad agire se non gli si sono sbarrate tutte le porte (il famoso e imperdonabile peccato contro lo Spirito).

L’Evangelo di oggi è chiaro e netto: questo avviene non per vie eteree, bensì attraverso l’incontro a tu per tu, uomo con uomo, umanità con umanità. Se la perdita di umanità, l’incapacità di ascolto e di vita coerente avviene nell’adeguarsi adagiandosi alla realtà del mondo, l’incontro capace di riscatto non può avvenire in questo contesto, in mezzo alla folla: è necessario un momento appartato nel quale l’uomo possa ritrovare se stesso, la sua soggettività attraverso l’incontro con l’altro. 

È quasi un corpo a corpo che narra Marco: dita conficcate negli orecchi, la saliva posta sulla lingua, il sussurro, quasi un gemito “effetà”, il soffio di un vento sottile. Nulla di magico ma un contatto e una intimità sconcertante che narra come sia fondamentale la capacità di apertura e affidamento a una esperienza di alterità sia da parte di chi ha bisogno di aiuto, sia di chi ha la possibilità di farlo. È un risveglio alla vita quello che avviene e può passare solo attraverso un corpo che esprime una umanità piena. Nel nostro brano è l’incontro con il Cristo, nel nostro oggi con noi discepoli che siamo nella partecipazione al Pane Unico il suo Corpo. Vale a dire: oggi spetta a noi ridare umanità piena a chi ne ha perso le tracce attraverso un contatto che ci mette in gioco fino in fondo, fino al dono della vita.

La guarigione avviene in un logo appartato senza testimoni, ma è la folla che proclama “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!” facendo riecheggiare Genesi 1,31. Si è una nuova creazione, è a questo che siamo chiamati.

(BiGio)

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Il reportage di Emilio Sortino continua a questo link: