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Il Foglietto "La Resurrezione" di domenica 20 ottobre






Una Comunità a tavola

Sabato, non avendo potuto causa il brutto tempo di andare in Alpago a Tambre  per due giorni, ci si è ugualmente riuniti a pranzare assieme e a stare in compagnia per alcune ore


è stato fatto dono di una borsa della Comunità Evangelica cinese con scritte in italiano su di una facciata (Dio ti ama) e sull'altra in cinese un versetto del libro di Giobbe "Riconciliati dunque con Dio; avrai la pace, ti sarà resa la prosperità"
All'interno anche un pacchetto di biscotti della "Brigata cucina", un progetto speciale della Comunità Nuova Cipressina di Anfass Mestre Onlus





Domenica XXIX PA - Mc 10,35-45

Gesù  per tre volte di seguito chiede che non ci sia nessuna imitazione del sistema del potere che vige nella società umana. La qualità della Comunità cristiana si valuta a partire dalla qualità delle relazioni interne e, su questo, c’è molto da riflettere....

 

Nel cammino verso Gerusalemme Gesù continua ad insistere: chi vuole essere il primo deve farsi il servo degli ultimi non per umiltà, ma perché è l’esigenza del Regno del Padre che siamo chiamati a realizzare già da ora con il nostro agire a favore di tutti. Lo ha detto a Pietro, lo ha detto ai discepoli, lo ha detto spiegando come devono essere i rapporti tra le persone, lo ha ribadito quando i discepoli discutevano chi tra di loro era il più “grande”. La scorsa settimana, poi, Gesù ha indicato l’esigenza di “fissare lo sguardo” su chi incontriamo per scoprire il suo bisogno nascosto che magari nemmeno lui conosce, quello che offre senso pieno alla sua vita ed aiutarlo a colmarlo. Questo significa amarlo.

 

In questo annuncio Marco inserisce come un ritornello i tre annunci della passione e il terzo, l’ultimo e il più crudo, precede la pericope evangelica di oggi nella quale gli intraprendenti e irrequieti “figli del tuono”, mentre tutti gli altri erano stupiti e pieni di timore (Mc 10,32a), irrompono con un tono imperativo: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo (…) sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

A loro della passione annunciata hanno trattenuto solo il finale che annunciava la risurrezione, cioè la sua vittoria sui nemici che lo avevano schernito, gli avevano sputato addosso, lo avevano flagellato, ed infine ucciso (Mc 10, 32b). Hanno compreso la promessa di Gesù sul fatto che chi ha “lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi” trascurando il finale “insieme a persecuzioni” cioè che la fatica del vivere non sarà risparmiata a nessuno.

Gesù chiede loro se sono disposti a bere il calice che lui sta per bene, nell’incomprensione di quello che significa con leggerezza rispondono di sì e la risposta del Signore è quella che certamente anche loro saranno “battezzati” (per tre volte compare questo termine in solo versetto) cioè immersi, quasi travolti, nella sua stessa vita, che è il destino di chi davvero si immerge seriamente e completamente nella sua sequela. È l’affermazione che alla lunga anche loro comprenderanno.

La nostra reazione è certamente simile a quella degli altri apostoli che si “sdegnarono con loro”; tutto però lascia pensare che non lo siano stati per il contenuto della domanda, ma perché tutti aspiravano a godere di quei posti trascurando gli aspetti problematici per poter raggiungere quell’obiettivo. In fin dei conti, se si è onesti, quello dei due figli di Zebedeo è un atteggiamento molto comune; a tutti piacerebbe raggiungere il successo tradotto in posti di rispetto nel lavoro, tra gli amici come nelle Comunità senza passare sotto le forche caudine della fatica, delle avversità, di tutto ciò che si percepisce come una concorrenza. In questo modo si rimane autocentrati su se stessi non chiedendoci “cosa io posso fare per la Comunità”, bensì “cosa la Comunità può fare per me”. È l’opposto dell’annuncio sul quale insiste con continuità Gesù.

Ma c’è un altro aspetto molto comune che facilmente viene trasmesso tradendo il vero senso della preghiera: chiedere a Dio che faccia ciò che noi vogliamo facendola diventare una imposizione umana a un dio (minuscolo perché agendo così lo si fa diventare un idolo) che non è più il Signore della vita, ma colui che deve soddisfare i nostri bisogni altrimenti ci si percepisce come traditi. Senza accorgersene, magari anche affiancandola alle nostre richieste, ci si dimentica che nel Padre Nostro la prima richiesta è quel “sia fatta la tua volontà” (Mt 6,10) accettando così di disporci a fare la sua volontà, non la nostra (Mc 14,36). Volontà che si trova nella Scrittura messa alla base della nostra vita nell’ascolto, nella frequentazione quotidiana.

Dietrich Bonhoeffer ha scritto: “Tutto ciò che dobbiamo chiedere a Dio e dobbiamo attendere da lui si trova in Gesù Cristo. Occorre cercare di introdurci nella vita, nelle parole, negli atti, nelle sofferenze, nella morte di Gesù, per riconoscere ciò che Dio ha promesso e realizza sempre per noi. Dio infatti non realizza tutti i nostri desideri, ma realizza le sue promesse”.

Gesù non li rimprovera ma li riunisce attorno a sé e con dolcezza continua senza stancarsi di ripetere quello che comporta l’essere alla sua sequela nel Regno del Padre e per tre volte di seguito chiede che non ci sia nessuna imitazione del sistema del potere che vige nella società umana. Ponendosi di esempio dice loro che lui “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” cioè per tutti. Da un Cristo servo nasce una Chiesa serva che è ben altro di persone che fanno dei servizi. La qualità della Comunità cristiana si valuta a partire dalla qualità delle relazioni interne e, su questo, c’è molto da riflettere. Su questa linea si muove papa Francesco con la richiesta di una Chiesa sinodale nonostante le mille difficoltà e resistenze clericali poste su questo cammino.

(BiGio)

Nel disastro libanese emerge la luce, Wady al-Zayne.

L’esempio che viene da Wadi al-Zayne è importante, perché se nella difficoltà, nelle ristrettezze, emerge molto spesso la chiusura, la prevenzione, quando la difficoltà supera i limiti emerge l’empatia, che può ricostruire le culture, nonostante le avversità. 


Gli arabi hanno trovato in questa devastazione la loro capitale, quella da cui ripartire? Forse è solo una suggestione, ma forse le cose stanno così. Si chiama Wadi al-Zayne, è una piccola cittadina poco a nord di Sidone, nel devastato Libano, sulle colline dello Shouf, famoso per i suoi uliveti, terra dei drusi. È un gruppo piccolo e chiuso quello dei drusi, ma sulla loro terra hanno trovato questo rifugio i profughi palestinesi quando l’esercito israeliano attaccò il loro campo di Nabatyeh nel 1974. Poi altri ne giunsero, dopo che l’esercito siriano attaccò nel 1976 un altro loro campo, Tal al Zataar. Oggi Wadi al Zayne, ritrovo di questo pugno di reduci di antichi dolori e dei loro figli, si è aperta ai profughi libanesi in fuga dal sud e a quelli siriani, che da anni hanno cercato riparo nel Libano. Il Libano non è mai stato molto aperto con i profughi, prima palestinesi e poi siriani, li ha accolti ma con resistenze e grandi timori, che molto spesso hanno fatto indignare. La scelta degli abitanti di Wadi al-Zayne dunque potrebbe sorprendere. Un residente ha detto: “Non abbiamo molto, ma non potevamo lasciarli lì fuori, senza un riparo”....

La riflessione di Riccardo Cristiano continua a questo link:

Comprendere il mondo con la storia al contrario

Insegnare la storia a partire dal presente, ricostruendo a ritroso gli eventi del passato, è un buon approccio per cogliere aspetti della contemporaneità altrimenti ignorati


Tra i docenti di storia nella scuola sono diffuse e radicate due certezze. La prima: conoscere la storia è indispensabile per comprendere il presente. La seconda: con il tempo che si ha a disposizione, non si riuscirà mai ad affrontare il segmento di storia più vicino alla contemporaneità. Quest’ultima circostanza, purtroppo, produce frustrazione rispetto alla prima, perché viene a mancare l’occasione più diretta per confrontarsi con i problemi dell’attualità e interpretarli alla luce della loro genesi storica. Se non si parla mai del presente, è impossibile fornirne una prospettiva storica.

Evitare questo genere di frustrazione richiede una rimodulazione strutturale della programmazione di insegnamento della storia, come quella sperimentata nella scuola secondaria di I grado “don Milani” di Genova. Ciò è stato possibile perché la scuola è coinvolta in un progetto di sperimentazione per lo sviluppo di nuovi programmi di insegnamento per questo grado di istruzione: i docenti, organizzati in dipartimenti disciplinari, sono incoraggiati a selezionare autonomamente ...

La presentazione dell'esperienza a cura di Simone Bertone e Massimiliano Suberati continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/comprendere-il-mondo-con-la-storia-al-contrario?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+A+scuola+%5B9700%5D


Le minoranze etniche e culturali a scuola

Diffondere allarmi sulla perdita dell’identità culturale degli italiani è irresponsabile. Così come pensare all’integrazione come a qualcosa di immediato e banale


La discussione pubblica sull’integrazione delle crescenti minoranze etniche e culturali si sta facendo sempre più difficile, troppo polarizzata per essere utile. È un disastro, tra gli altri, che a venirne strumentalmente coinvolta sia la scuola, la prima frontiera di due processi correlati. Da un lato la formazione dei figli dell’immigrazione per la partecipazione a pieno titolo al futuro del Paese di accoglienza; dall’altro l’educazione alla convivenza delle nuove generazioni, italiani-doc e nuovi italiani. Mettere sotto attacco gli insegnanti che operano in quest’orizzonte, diffondere allarmi sul “cedimento continuo all’islamizzazione” che connoterebbe scuole come quella di Pioltello è irresponsabile, e potrebbe rivelarsi un boomerang in un’Italia dove ci sono 2,7 milioni di ...

L'articolo di Fiorella Farinelli continua a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/le-minoranze-etniche-e-culturali-a-scuola?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+A+scuola+%5B9700%5D

Il popolo è la Chiesa: la Comunità come soggetto pastorale

La nozione di “popolo di Dio” per esprimere la realtà ecclesiale si è imposta nella chiesa cattolica durante l’ultimo concilio ecumenico e papa Francesco la riafferma con insistenza, ma non ci sembra ancora sufficientemente approfondita a livello teologico, scarsamente assimilata a livello pastorale e sostanzialmente disconosciuta a livello giuridico.

“Padre, vorrei far celebrare una messa per il giorno tale, quanto le devo?” In questa semplice frase, apparentemente innocua e pronunciata con naturalezza, si cela il motivo dell’attuale declino della Chiesa cattolica e riemergono proprio le tre condizioni appena elencate, ma in forma negativa, cioè come ostacoli alla realizzazione di una pastorale del popolo di Dio.

Il primo si scorge già nel titolo con cui il (o la) fedele si rivolge al sacerdote: “padre”. Come può una visione di chiesa che non solo divide i padri dai figli, ma i padri tra loro (distinguendo tre gradi del sacerdozio: diaconato, presbiterato ed episcopato) e pure i figli tra loro (separando i “più consacrati”, cioè i religiosi, dai laici), corrispondere ancora pienamente all’enunciato di Gesù: «voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8)? Dalla fraternità evangelica si è passati alla strutturazione gerarchica attraverso un processo preciso che tenteremo di identificare e che impedisce di riconoscersi parte di uno stesso popolo....


L'intero intervento di Cesare Baldi è a questo link:

https://www.viandanti.org/website/il-popolo-e-la-chiesa-la-comunita-come-soggetto-pastorale/





Serena Noceti: "Una comunità tutta ministeriale: sogno, illusione o ascolto obbediente della Parola di Dio?"

La trascrizione (non rivista dall'autrice) di una interessante e densa relazione di Serena Noceti tenuta presso la Parrocchia di S. Maurizio a Vimercate da leggere con calma. In alternativa può essere anche ascoltata ai link in calce

Vorrei partire prima di tutto riconoscendo la centralità e l'importanza del tema che
mi avete offerto. Lo faccio con le parole di Alphonse Borras, canonista, per più di vent'anni
vicario generale della diocesi di Liegi, che così scrive: «Malgrado le lentezze osservate sul
campo, le comunità ecclesiali molto spesso sono veri e propri laboratori per quanto
concerne la valorizzazione dei carismi dei battezzati, ma anche per quanto riguarda l'aiuto
offerto dai laici nell'esercizio della missione ecclesiale». Vorrei partire da queste parole
perché ci dicono con chiarezza che per questa nostra riflessione non partiamo dal nulla,
ma siamo già un laboratorio attivo in cui laici e ministri ordinati insieme assumono la
missione della Chiesa. D'altro lato, però, la sensibilità e la forza della riflessione che mi
avete prospettato si gioca sul riconoscere quanto sia fondamentale e centrale questo tema
per l'oggi e per il futuro della Chiesa, e come vi siano una serie di questioni aperte, di
domande coinvolgenti che ci provocano profondamente nella nostra prassi ecclesiale.

L'intera trascrizione è a questo link: 


Le due parti della registrazione audio sono a questi link:

Con Salvati lo "tzimtzum" si fa romanzo

Un’antica tradizione cabalistica ebraica interpreta la nascita dell’Universo non come un un atto di “potenza” di Dio, come irrompere dell’essere nel nulla del vuoto preesistente, ma, al contrario, come uno tzimtzum, una “ritirata del Signore”, un suo “arretramento”.


L’Altissimo prima era dovunque, e non esisteva nulla al di fuori di lui, lo spazio-tempo coincideva con la sua essenza infinita, senza inizio, senza fine, senza limiti. Ma, a un certo momento, il Signore – non più appagato dalla sua solitudine – si sarebbe “ritirato”, lasciando parte del suo infinito alla finitezza della materia, dello spazio e del tempo. L’uomo sarebbe così non tanto il frutto di una “creazione”, ma la conseguenza di un abbandono, di un’assenza, di una privazione della luce divina. Di qui un doloroso senso di incompletezza, un inappagabile desiderio di ricongiungimento con quel Signore che, creandolo, lo aveva in realtà abbandonato a una condizione di perenne privazione, plasmandolo, come recita il libro di Giobbe, come una creatura «nata per il dolore come l’uccello per il volo»...

La recensione di Francesco Lucrezi continua a questo link:

https://moked.it/blog/2024/10/09/scaffale-con-salvati-lo-tzimtzum-si-fa-romanzo/

In memoria di Paolo Ricca: dialogo infinito

In una conversazione radiofonica del 2016 (Uomini e Profeti, Radio3), Paolo Ricca, pastore e teologo della chiesa valdese, morto a Roma nella notte fra il 13 e il 14 agosto 2024, affrontava l’oscurità di ogni discorso sulla morte ricorrendo sì alle Scritture e alle acquisizioni della scienza contemporanea, ma assottigliando via via ogni certezza, riconoscendo che ogni cultura ha elaborato “visioni fantastiche” intorno alla morte, senza però accontentarsi di quello che diceva una nota scienziata, secondo la quale ciascuno di noi si ridurrà a una “molecola” vagante nell’universo. 


Certo, il corpo se ne va. Ma non credo, diceva, che la “persona” possa ridursi a una molecola. È vero che la morte cancella la vita, tuttavia non dissolve la “persona”. Qualcosa rimane. Non solo nella memoria dei vivi, ma in quella che lui chiamava la “memoria di Dio”, e che noi potremmo chiamare una grandezza che ci trascende, un “oltre” in cui non valgono più le categorie “terrene” di spazio e tempo, ma che pure esiste anche se per noi rimane invisibile e inconoscibile. 

Chissà. Forse è così che si riesce a sopportare la scomparsa dal nostro orizzonte delle persone che ci sono state care. E che si sono spese fino in fondo in ogni momento della loro vita per rispondere a chi chiedeva qualcosa, qualunque cosa. Tenendoli vicini nella memoria. Ma anche collocandoli in un luogo dell’assenza nel quale una qualche impalpabile forma di presenza è custodita.

Il ricordo di Gabriella Caramore continua a questo link:

https://www.doppiozero.com/paolo-ricca-in-dialogo-infinito?fbclid=IwY2xjawFNgpJleHRuA2FlbQIxMAABHY1EQ71kAwpSHlFRrzhNiEnc1SNxkfbxagamR6WRdQ7U8MEJOtSEFFORyg_aem_VJN0p6W47S2zA4zKsQOkow

Fioriscono i tulipani al parco Sigurtà: ma non c’è niente di cui essere felici

Il parco giardino Sigurtà ha annunciato in un post facebook di qualche giorno fa che i tulipani sono fioriti, parlano di magia, ma non è proprio una bella notizia una fioritura autunnale così insolita


Un’incredibile fioritura autunnale dei tulipani ha sorpreso tutti al Parco Giardino Sigurtà, un parco naturalistico di circa 60 ettari che si trova a Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona.

Leggiamo in un post di facebook: "Incredibile fioritura autunnale dei tulipani! Non è un sogno, è pura magia, i tulipani stanno sbocciando fuori stagione, regalando uno spettacolo imperdibile nel cuore dell’autunno! Solo 14 giorni per ammirare questa meraviglia che sfida il tempo e la natura! Venite a scoprire questi fiori straordinari, simbolo della primavera, che continuano a fiorire e incantare tutti i visitatori in un periodo dell’anno del tutto inaspettato".

E ha sorpreso sicuramente anche noi, d’altronde se i limoni fioriscono in inverno e i tulipani in autunno che male c’è? Ma non è propriamente di magia che si tratta, le temperature che variano da un giorno all’altro e i cambiamenti climatici stanno mandando letteralmente in tilt tutto il sistema agricolo...

L'articolo di Marco Crisciotti continua a questo link:

https://www.greenme.it/ambiente/fioriscono-i-tulipani-al-parco-sigurta-ma-non-ce-niente-di-cui-essere-felici/


La speranza scomparsa

In questi dodici mesi sono stati conteggiati anche i silenzi. Chi si esprimeva e chi no, chi condannava e cosa, chi dava la propria solidarietà e in quali termini. Com’era forse prevedibile, la guerra scaturita dall’attacco del 7 ottobre 2023 ha polarizzato con una violenza senza precedenti l’opinione pubblica lontano dal Medio Oriente.

Nulla di paragonabile alle opinioni striscianti attorno all’invasione dell’Ucraina. Dal primo istante, fra Israele e Palestina non c’è stato alcuno spazio non dico di neutralità — la neutralità è un progetto depravato in alcune circostanze — ma di possibile trasformazione. Come in una centrifuga impazzita, chi ha tentato di costruire opinioni più sfumate o mutevoli nel tempo, chi ha deciso da un certo punto in poi di non esprimersi affatto constatando la propria insufficienza, è stato schiacciato arbitrariamente contro questa o quella parete ideologica. Setacciare le parole non bastava, andavano pesate anche le omissioni.

È successo anche a me di ritrovarmi appiattito su questa o quella linea, in pubblico e in privato, per il solo fatto di scegliere di parlare di una cosa e non di un’altra. E perché, via via che il 7 ottobre si allontanava e le rivendicazioni pubbliche diventavano sempre più massicce e rumorose, sempre più sommarie, mi sono ritratto...

L'intera riflessione di Paolo Giordano continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202410/241008giordano.pdf

Capire le fonti per prevenire i pregiudizi antiebraici

Tradotto il testo dei vescovi francesi su “Decostruire l’antigiudaismo cristiano”, ottima sintesi del profondo percorso compiuto dal magistero e dalla teologia per presentare il messaggio evangelico e l’insegnamento ecclesiale purificati da ogni malevolenza


I drammatici eventi di questi mesi, in Medio Oriente, non erano certo immaginabili da parte dei vescovi francesi quando nel 2023 hanno progettato e realizzato il loro documento dal titolo, così chiaro, Decostruire l’antigiudaismo cristiano. Proprio alla luce di tali eventi quel testo suona come un invito a discernere, a ponderare e a vagliare criticamente se stessi prima di giudicare altri. Si sa, il pregiudizio antiebraico è tra i più antichi in Occidente, dove fu elaborato teologicamente per secoli; solo dopo la Shoah e il Concilio Vaticano II esso è stato riconosciuto dalla maggior parte delle chiese cristiane come tale e pertanto rimosso. Tuttavia, essendo stato parte integrante dell’antica esegesi delle Scritture sacre e persino tassello di un’ecclesiologia oggi ritenuta obsoleta, quel pregiudizio torna qua e là in superficie e si mescola a giudizi politici, creando un coagulo concettuale che tende a ipersemplificare il mondo e che cerca nell’ebreo, e in Israele come realtà collettiva, il capro espiatorio dei problemi e dei mali che ci affiggono. Il documento dell’episcopato francese, da questo punto di vista, è un’ottima sintesi del profondo percorso compiuto dal ...

L'intera presentazione dell'interessante e importante documento è a questo link:

Ripensare l'ora di religione a scuola

Vale la pena di prendere sul serio le riflessioni del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della CEI, riportate in un articolo che compare sul n. 7/8 di Rivista del Clero Italiano, storica testata di Vita e Pensiero. Il titolo è già un programma: Insegnamento, religioni, spazio laico. Verso un nuovo statuto dell’ora di religione nella scuola pubblica.

Tra i motivi che, a suo parere, spingono a pensare a un nuovo statuto dell’ora di religione c’è la consapevolezza di vivere un pluralismo religioso del tutto inedito, nel quadro di quello che papa Francesco insiste a definire un cambiamento d’epoca: «uno statuto che contribuisca alla creazione di una civitas ecumenica, capace di riconoscere e apprezzare le differenze. In questa luce la Chiesa cattolica potrà fare un passo indietro, rinunciando a uno spazio che le spetta di diritto in nome del Concordato, per aiutare la società a fare un passo avanti».

Oggi – sostiene il vescovo – è necessario un insegnamento che riconosca e includa le altre confessioni e religioni, senza trascurare quanti, in ricerca, non sono legati ad alcuna religione: «In questa prospettiva si può immaginare l’insegnamento della religione in chiave interreligiosa. Anzi, di più: se la cultura religiosa è chiamata a essere parte delle conoscenze e delle competenze dello studente in formazione, possiamo ipotizzare un insegnamento della religione per tutti, superando l’equivoco della facoltatività».

L'intero intervento di Brunetto Salvarani è a questo link:

https://www.settimananews.it/educazione-scuola/ripensare-ora-religione/

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 13 ottobre

 



Domenica XXVIII PA - Mc 10,17-30

Quel “tale” era andato da Gesù per avere qualcosa di più e viene invitato a dare di più perché si possiede davvero quello che si dà, quel che si trattiene non si possiede, si viene da questo posseduti.



Nel raccontarci il cammino verso Gerusalemme di Gesù, Marco progressivamente si sofferma su dei temi apparentemente slegati tra di loro ma che, invece, sono come i tasselli di un puzzle che, piano piano vanno al loro posto. Tutto inizia dalla domanda fatta ai discepoli: “Chi dice io sia la gente e voi?” per poi prestare attenzione al rapporto tra i discepoli (l’esigenza del servizio a tutti per essere i “primi”), poi a quello tra loro e chi “non è dei nostri” con l’esigenza di non essere pietra di inciampo per nessuno. Lo sguardo poi si è spostato su quale debba essere il rapporto tra le persone in generale e in particolare all’interno del matrimonio attraverso il tema del divorzio e l’esigenza di essere come i “piccoli” aperti all’accoglienza dell’altro senza volersene impossessare.

 

Oggi ci è chiesto di riflette sull’incontro che Gesù fa con un “tale” che letteralmente “corre” verso di lui e “gli si getta ai piedi”. Il primo verbo Marco lo ha usato solo nel caso dell’indemoniato (Mc 5,6) e il secondo anche nell’incontro con il lebbroso (Mc 1,40). Marco allora ci mette sull’avviso che questo “tale” è un “posseduto” ed un “impuro” realtà che lo escludono da Dio. In ogni caso questo “tale” nel suo correre esprime una sete di ricerca di identità e di senso della propria vita. Per questo “interroga” Gesù come “maestro”, cioè come uno che può indicare la via da percorrere. Gesù lo spiazza rifiutando l’attributo “buono” che va riservato solo a Dio (Ps 119,68) costringendolo ad interrogarsi per andare a fondo della sua ricerca, cercando le motivazioni che lo muovono. Come domenica scorsa aveva spostato l’attenzione dalla Legge al rapporto interpersonale e con Dio, anche oggi passa dal fare all’essere alla luce della Torà. Elenca però solo la seconda parte che riguarda i rapporti tra gli uomini: prima di tutto non uccidere, poi la gestione della sessualità; quindi il rapporto con le cose (non rubare), la necessità di essere sinceri e veritieri (non testimoniare il falso). Lo si è sicuramente notato, Gesù cita il Decalogo in un ordine diverso da Es 20 e ci infila un precetto “Non defrauderai” che continua così “il salariato povero e bisognoso e gli darai il suo salario il giorno stesso prima che tramonti il sole perché egli è povero e a quello aspira” (Dt 24,14). Infine, a fondamento di tutto pone il rapporto con i genitori cioè alla propria origine dove affondano le nostre origini, gli insegnamenti del vivere armonicamente. 

Questo modo di rispondere di Gesù a un credente è significativo: afferma che la salvezza si gioca nei rapporti con gli altri, con il prossimo. Non gli dice come vivere il rapporto con Dio, né cosa credere o sperare, perché, la salvezza, si decide sull’amore concreto vissuto qui e ora verso gli altri, verso i fratelli e le sorelle in umanità: “non fare torto a nessuno”, “amare il prossimo come se stesso” (cf. Mt 19,19; Lv 19,18).

Quel “tale” risponde che ha sempre fatto tutto questo ma lo dice riempiendosene la bocca (così dice il termine fonetico greco), Gesù non lo giudica e questo non è permesso nemmeno a noi, ma “fissò lo sguardo su di lui” entrando così nel suo intimo cercando di farlo passare dal campo dell’avere in cui è prigioniero a quello dell’essere e gli dice con dolcezza che gli manca “uno”, cioè tutto e pronuncia quattro imperativi: va – vendi – dai e poi seguimi. Quel “tale” era andato da Gesù per avere qualcosa di più e viene invitato a dare di più perché si possiede davvero quello che si dà, quel che si trattiene non si possiede, si viene da questo posseduti. Ecco perché Marco aveva presentato quel “tale” nel modo prima evidenziato.

Gesù con questo dice che c’è un ostacolo maggiore delle ricchezze alla salvezza che è un’impresa impossibile alle sole forze dell’uomo: ogni pretesa autosufficienza ostacola l’avvento del Regno di Dio. Gesù è riuscito a liberare l’indemoniato, è riuscito a purificare il lebbroso, ma nulla può con il ricco che non si apre ad accoglierlo come sanno invece fare i “piccoli” della scorsa settimana e se ne va. 

“Il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini” (Mc 10,27) afferma ora Gesù volgendo lo stesso sguardo agli occhi degli apostoli fissandoli intendendo infondere loro una fiducia che sfocia in una promessa che apre al futuro e offre speranza: “il centuplo quaggiù” di quello che hanno lasciato. Promessa della quale fanno parte anche contraddizioni, difficoltà e sofferenze ma appoggiate sulle spalle del Signore. L’importante è non trattenere per sé perché chi lo fa si esclude dalla pienezza della vita e non si parla solo di beni materiali, ma anche delle proprie capacità, dei doni, dei carismi che ci sono dati non ad esclusivo proprio uso e consumo, ma per il servizio a tutti. Ecco allora l’invito espresso due volte con il verbo “fissare lo sguardo”: guardare l’altro per scoprire il suo bisogno fondamentale ed aiutarlo a colmarlo; incontrare gli occhi dell’altro, chiunque sia, di qualsiasi nazionalità o fede con quelli del Signore perché lui è amato da Dio e, questo, ci unisce a lui.

 

(BiGio)

Mimì, Holly, l'Uomo Tigre: così manga e anime hanno riscattato il Giappone

Dal calcio alla pallavolo, dal basket al golf: dietro il successo dei cartoni animati nipponici lo spirito di rivalsa di un Paese uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale


Sono entrati nelle nostre case più di quarant’anni fa, e non sono più usciti. Personaggi nemmeno in carne e ossa, ma indelebili nella memoria, inseparabili dai ricordi d’infanzia così come un tempo ci tenevano incollati alla Tv. E quei nomi all’inizio così esotici sono diventati familiari: Holly, Mila, Benji, Shiro o Lotti hanno riempito i pomeriggi di generazioni di bambini. Una magia che si tramanda al punto che oggi non di rado i figli guardano gli stessi cartoni dei padri.

Dietro un successo senza confini c’è il Paese del Sol Levante che voleva risollevarsi dopo la Seconda guerra mondiale: il Giappone, la sua storia e i suoi valori, si specchiano nei “manga”, i famigerati fumetti da cui le serie televisive “anime” hanno avuto origine. Tutte le storie più iconiche hanno un comune denominatore: lo sport come mezzo di riscatto e di affermazione dei canoni del bushido, il codice di condotta degli ...


L'articolo di Antonio Giuliano continua a questo link:

https://www.avvenire.it/agora/pagine/anime-e-sport?mnuid=522g32167g3ffd6cad0c9c5ff6fd3c264a93a2d951c66d50fd&mnref=s42f%2Co582c&utm_term=22572+-+https%3A//www.avvenire.it/agora/pagine/anime-e-sport&utm_campaign=L%27Avvenire+della+settimana&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=Il+meglio+della+settimana+-+21+settembre+%282024-09-21%29


Venezuela, anche bambini tra gli arrestati per le proteste post elettorali

Sarebbero 158 i minori detenuti a seguito delle manifestazioni seguite alle contestate presidenziali del 28 luglio scorso. La denuncia delle Nazioni Unite: alcune violazioni rappresentano crimini contro l’umanità


Ci sono anche 158 bambini tra le 2.200 persone arrestate in Venezuela durante le proteste seguite alle contestate presidenziali del 28 luglio scorso e ancora detenute. È uno dei dati che emerge dall’ultimo rapporto della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti nel Paese latinoamericano, incaricata dall’Onu. Il documento, presentato ufficialmente ieri al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e anticipato nei giorni scorsi, ha confermato la detenzione di 158 minori, alcuni dei quali accusati di reati gravi come terrorismo o incitamento all’odio. La presidente della Missione, Marta Valiñas, intervenuta presso l’organismo di Ginevra, ha specificato che «le violazioni documentate rappresentano solo un campione di un universo molto più ampio»...

La nota dell'Osservatore Romano continua a questo link:

“Indifesa 2024”, drammi e qualche luce per milioni di bambine e ragazze nel dossier annuale appena pubblicato

Nel documento elaborato da “Terre des Hommes” lo spaccato sulle condizioni di vita delle minori nei vari continenti, spesso segnato da sofferenze e abusi, tra matrimoni forzati e violenze di genere, e qualche segnale di miglioramento su istruzione e salute


L’Ong Terre des Hommes ha pubblicato oggi 8 ottobre “Indifesa 2024”, il dossier annuale che l’organizzazione diffonde da 12 anni. Precisamente da quando l’Onu ha proclamato l’11 ottobre 2012 prima “Giornata Mondiale delle Bambine” e questo ha il fine di informare e sensibilizzare su ciò che riguarda le minori in tutto il mondo. Una campagna per garantire alle bambine istruzione, salute e protezione da violenza, discriminazioni e abusi. Questo rapporto vuole documentare queste sofferenze in un contesto dove guerre, difficoltà ambientali e difficoltà economiche complicano il sistema sociale con minori che soffrono dinamiche ingiuste come le violenze sessuali e lo scambio del loro corpo come merce.

L'articolo di Matteo Frascadore è a questo link:



Somalia-Etiopia. Altri venti di guerra nell’IndoMed

Le tensioni tra Etiopia e Somalia crescono a livelli estremi. Il rischio di una guerra nel Corno d’Africa è tangibile, e questo creerebbe ulteriore destabilizzazione nell’Indo Mediterraneo. Riboua (Hudson) descrive la situazione, spiegando che gli attori anti-occidentali potrebbero approfittarne. Mentre la Turchia prova la complessa mediazione


La crisi tra Somalia ed Etiopia si inserisce in un contesto geopolitico più ampio, caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze per influenzare il Corno d’Africa, ossia della regione del chokepoint indo-mediterraneo di Bab el Mandeb, l’area dove si muovono le rotte geoeconomiche tra Europa e Asia, già destabilizzato dagli attacchi degli Houthi contro i navigli commerciali (connessi alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza, agli interessi del gruppo yemenita, all’opportunismo tattico dei dante causa che si sovrappone alle letture strategiche riguardo l’evoluzione della globalizzazione). 

Zineb Riboua, Program Manager del Center for Peace and Security in the Middle East dell’Hudson Institute, spiega a Formiche.net che...


L'articolo di Emanuele Rossi è a questo link: