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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

La Natività è comprensibile solo alla luce della Croce

Questo settembre, in Romania ho visitato una chiesetta di legno sulla sua facciata, sopra la porta di ingresso un affresco sbiadito dell’icona della Natività ma nella mangiatoia non c’era il Bambin Gesù, ma una croce. 


Questo ha sorpreso i miei amici ma non me. In fin dei conti, se si guarda bene quella l’icona e si conosce il linguaggio iconografico che è teologico e non narrativo, non si può non notare come dove è collocato Gesù non è una mangiatoia ma un sarcofago e la sua fasciatura è quella dei morti. Non per nulla la corretta traduzione della narrazione di Luca dice che è stato "deposto" e, questo termine è usato un'altra volta in riferimento a Gesù: dopo la crocifissione viene "deposto" in una tomba.  Nell'icona il Bambino è anche all’interno di una grotta buia al centro di una montagna: solo il bue e il mulo (non un asino: due animali considerati impuri perché non possono generare) sono con lui a dirci che fin dall'inizio il Signore è venuto per stare con gli esclusi. Solo un angelo guarda verso il Bambino offrendogli un drappo rosso, il colore dell’amore fino al versamento del suo sangue per tutta la creazione. Anche Maria guarda altrove, in direzione opposta a dove è deposto suo figlio meditando quanto è stato annunciato ai pastori. 

Tutti i personaggi sono fuori dalla grotta, sulle pendici di quel monte che richiama il Golgota: la croce sarà posta su quella sommità e, in quell'icona sotto lo strumento del supplizio, c'è una medesima grotta buia. È lo sheol sul quale Gesù, il Sabato Santo, scenderà per riscattare dalle tenebre della morte Adamo ed Eva e, con loro, l’umanità intera. Queste tre icone, Natività, Crocifissione, Discesa agli Inferi/Resurrezione, sono legate in un unico racconto da quella grotta buia che sarà illuminata dalla luce del Risorto.


Questo a dirci che il Natale è comprensibile e assume senso solo alla luce della croce e della risurrezione. In fin dei conti, il giorno dell’Epifania, il Diacono annuncerà tutte le feste liturgiche partendo dalla Pasqua di Risurrezione per giungere, alla fine come ultima, il Natale: tutto dipende dalla Pasqua, tutte le feste che scandiscono il nostro cammino nella storia di ogni anno e, tutte, vanno lette alla sua luce. Senza di questo perdono, smarriscono il loro vero significato, la loro essenza. 

 

Attenzione poi, che tutto questo non è poi così alieno o raro nemmeno nella nostra cultura occidentale. Per esempio c’è un quadro di Rembrandt molto significativo ed esemplificativo in merito (vedi il post immediatamente precedente a questo: https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2022/12/rembrandt-nella-nativita-la-croce-segno.html). È quello a cui abbiamo ridotto il Natale che ce lo fa dimenticare. Non per nulla anche la Notte come pure tutto il periodo natalizio, iniziamo le nostre liturgie e la nostra preghiera segandoci con la croce. Purtroppo non ci facciamo affatto caso.

Questo nulla toglie alla gioia di questo giorno nel quale riconosciamo che il Signore è venuto, viene e verrà. Saper accorgerci che lui è già presente nella nostra storia di tutti i giorni, in ogni momento della nostra vita è stato il messaggio dell’Avvento; scoprirlo non può che essere un’esplosione di gioia condivisa che, nella liturgia dura una settimana come, guarda caso, la festa della Pasqua di Risurrezione.

(BiGio)





Rembrandt: nella Natività la croce, segno di speranza

Rembrandt ci permette di entrare nella casa della famiglia di Nazaret ad un'ora serale, tutto è avvolto nella penombra: il piccolo Gesù dorme e Giuseppe si attarda a piallare un giogo. Tutta la luce della stanza è sulla Vergine che pare tesa fra due poli: la Parola che tiene fra le mani e suo Figlio. Quella che la Vergine ha appena letto è una parola amara in cui già s'adombra la sagoma della croce. C'è sempre la croce, nascosta qua e là nelle opere sul Natale.


A volte è fin troppo evidente, come nella natività del Lotto che appende un anacronistico crocifisso al muro della stalla. Talora è evidente anche a noi, come nella guerra in Ucraina e in tutte le altre parti sparse sulla terra, nei profughi che subiscono “the game” (i respingimenti), i morti in mare. Anche al san Giuseppe ritratto da Rembrandt tutto sembrava tranquillo ma nell'ideale centro del dipinto una coperta rossa presagisce il dramma. Sì, la carità di Dio riposa sulla terra dentro a un bambino da nulla, un bimbo vero, nato da donna. In lui una passione ha da compiersi presto e sua Madre ne soppesa la gravità. 


Gli elementi sparsi sul pavimento della casa tracciano l'identikit dell'uomo-Dio: Gesù è il vero roveto che arde senza bruciare; egli rivela all'uomo non solo il nome, ma anche il volto di Dio, un volto di grazia e di misericordia. Vicino al fuoco un orinatoio, segno della sua reale umanità. Tra le modeste pareti di questa casa irrompe il Cielo rivelando angeli danzanti che sembrano indicarci qualcosa. Il primo, già dentro la casa, apre le braccia a forma di croce. È lui a narrarci il prezzo della carità che Cristo è venuto a portare per sconfiggere il peccato. È lui a segnalare che dietro la poesia del Natale irrompe la tragedia. Fuori, infatti, il mondo consuma le sue sciagure, ieri come oggi, senza riconoscere che la speranza più vera è riposta in questo Figlio. Egli, che più di noi è nato per morire, dà senso ai nostri lutti, alle morti innocenti di ogni tempo. Accanto all'angelo con le braccia a forma di croce c'è un altro angelo che guarda il bambino, additando una meta più alta. Tiene in mano una ghirlanda di fiori, segno di vittoria, mentre un drappo bianco sembra scivolare dalla luce del Cielo alla luce di quel Bambino. Quest'angelo è metafora della risurrezione. Il Verbo di Dio, concepito di Spirito Santo e nato dalla Vergine che, crocifisso, morirà come ogni uomo è lo stesso Cristo, Figlio del Padre, che risorgerà il terzo giorno. Che cosa potremo raccontare, del resto, alle famiglie devastate da un lutto, alle madri straziate per lo scempio inferto ai loro figli da una cultura di morte, ai padri senza lavoro e senza dignità, ai figli senza padre e senza madre, ai poveri, scarti dell’umanità? Forse solo Lui. Un ultimo angelo sigilla l'intera scena. Ne scorgiamo la nuca. Questi è l'unico rivolto verso i Cieli dei Cieli, verso la casa del Padre. È lui che, guardando dentro l'origine di tutto, spinge anche noi a non fermarci alla croce ma ad andare al cuore del messaggio di Cristo: nulla di ciò che accade è fuori dallo sguardo del Padre. Ecco ciò che racconta il Cristo che nasce: lo sguardo del Padre è su di noi, sulle nostre croci, il suo braccio potente non si è accorciato, ma nella sua misericordia interverrà per vie che ora sfuggono alle nostre miopie.

(Gloria Riva)

“Per questo io sono nato”. Natale, la “follia” di Dio e il senso profondo della venuta al mondo di Gesù

“Con Gesù non è più la Legge, fosse pure quella divina, a guidare i passi dell’uomo, ma è la risposta agli impulsi vitali dell’uomo a fargli da guida, portandolo a realizzare quel deside­rio di pienezza di vita che costituisce il suo essere e a renderlo, come Gesù, figlio di Dio”. 


Nel vangelo di Giovanni è Gesù stesso che parla della sua nascita, il cui significato è stato formulato teologicamente dall’evangelista con l’affermazione “La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17). Per questo Gesù è nato e venuto, per una nuova relazione tra gli uomini e Dio, non più basata sull’obbedienza alla Legge divina, ma sull’accoglienza e assomiglianza all’amore del Padre. Mentre l’alleanza di Mosè rendeva sudditi, quella di Gesù ne faceva dei figli; nella prima restava sempre una distanza tra il Dio che comandava e il suddito che ubbidiva, in quella di Gesù più l’uomo assomiglia al Padre e più Dio si fonde con lui, ne dilata la capacità d’amore e Dio e l’uomo diventano una sola cosa (Gv 17,11-2314,23). È questo il vero motivo della morte del Cristo: “Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18).

Di fatto, l’unica volta in cui Gesù si riferisce al perché della sua nascita, è paradossalmente in occasione della sua uscita da questo mondo, poco prima di essere condannato a morte, in un impossibile dialogo tra sordi con Pilato.

Gesù è stato condotto dai capi del popolo da Pilato con l’accusa di essere un malfattore (“Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato”, Gv 18,30). Per le autorità religiose l’attività di Gesù, di restituire dignità e libertà agli uomini, rendendoli capaci “di diventare figli di Dio” (Gv 1,12), è un crimine intollerabile, da punire con la morte. I capi sono coscienti che Gesù, chiamando Dio suo Padre, si proclama suo unico rappresentante, e che se con Gesù  l’amore di Dio giunge direttamente a ogni uomo, senza bisogno di mediatori, di strutture, di leggi, di culti, è la rovina del potere religioso. Pertanto il progetto di Dio sull’umanità, che ogni uomo diventi suo figlio (Gv 1,12), viene considerato dalle autorità religiose un crimine degno di morte, in quanto mina le basi stesse di un sistema che pretende di essere l’indispensabile mediatore tra Dio e gli uomini (“Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”, Gv 10,33).

Per tutto questo i capi non portano Gesù davanti a Pilato per fargli un processo, ma perché venga ammazzato, e lo accusano di essere un sobillatore politico, un agitatore che vuol porsi a capo di una ribellione contro l’Impero romano (Gv 11,48). Per la casta sacerdotale al potere, Gesù è un criminale talmente pericoloso che essi lo detestano più dei pur odiati dominatori, che vengono usati per farsi strumento della loro vendetta. In realtà i Romani, rappresentati da Pilato, non vedono alcun pericolo in Gesù, e il procuratore mostra tutto il suo stupore di fronte al “malfattore” e gli chiede con insistenza se sia o no il re dei Giudei, un pericoloso rivoluzionario.


L'intera riflessione di Alberto Maggi a questo link:

https://www.illibraio.it/news/storie/natale-biblista-alberto-maggi-937569/?fbclid=IwAR0iDwvZgkpp4u5quS9iqKiXxPtRh1AgHR11sxLG7DaZaZGKg4vLoeDdP6Y

"Farsi carne"

Il Natale ha lo stesso problema del cristianesimo: diventa una noia quando smette di dare vita. Cristianesimo è la parola che rinchiude Cristo in una dottrina, una filosofia, una morale, tanto che Agostino rispondeva a coloro che si vantavano di essere cristiani come si trattasse di un circolo o di una casta: «Non rallegratevi di essere cristiani, ma di essere Cristo». Lo stesso accade con il Natale: ridotto all’ideologia del «tutti più buoni» e alla morale di regali e brindisi, seppur accarezzati da una ventata di consumismo senza sensi di colpa, ne usciamo pesanti di cose e calorie ma poco pieni... di vita nuova.

Natale è la nascita di un tale di nome Gesù, nome che significa Dio salva, ma salva che cosa, a parte qualche giorno di vacanza? Proviamo a usare questo racconto, credenti o no, come risorsa esistenziale per scoprire se ha ancora qualche potere «salvifico», cioè può dare alla nostra vita un’energia più duratura di due regali e un menù. Dio, che tutti più o meno cercano da sempre, si fa carne, si in-carna: la cosa intrigante non è di che colore ha gli occhi o quanto è alto, ma che ha la mia stessa carne e che la mia carne può diventare la sua. Ma che cosa è mai questa carne?

La carne, basar nel lessico biblico, non è quella che si compra dal macellaio né la gabbia dell’anima come diceva Platone, ma è l’uomo vivo, nella sua interezza (anima e corpo), e in generale ogni essere vivente («ogni carne in cui è alito di vita» così la Bibbia indica tutti i viventi). C’è una parentela «carnale» tra tutte le cose che hanno vita «a tempo»: limitata. Questa comunione (co-munus: dono comune) non è un ragionamento o un impegno morale, ma un fatto: la carne è dono che ho in comune con una rosa, un dalmata e un passante. Ma nell’uomo c’è un di più, un respiro in più: la carne (non solo la ciccia) si può aumentare! Infatti dell’uomo e della donna uniti si dice addirittura che diventano «una sola carne» (è la mia carne che abbraccio se ti abbraccio; è la mia carne che ferisco se ti ferisco), un nuovo soggetto talmente vivo da poter creare nuova vita. La carne è quindi la relazione più o meno intima che posso intrattenere con tutto ciò che vive per creare altra vita. Disprezzare la carne (non parlo di diete) è disprezzare la vita come legame tra tutte le cose: le filosofie, le morali, le tecniche che dis-incarnano fanno sempre violenza alla vita. La tendenza odierna a sostituire la carne, perché ci inchioda al fatto che siamo «a tempo», con proiezioni o protesi che ci fanno credere di essere illimitati, è un modo di sottrarsi al benedetto peso (pienezza) della vita. C’è dis-incarnazione in una scuola che tiene gli adolescenti dietro un banco per ore come se non avessero corpo; in un social che porta a manipolare la propria immagine per esistere un po’ di più; in un algoritmo che ci stritola in dati; nell’uso mercificato del corpo... A fine giornata, bisognosi di una carezza, di un abbraccio, di un sorriso non siamo più in grado di chiederli o di darli, perché non abbiamo più una carne se non per vergognarci dei suoi limiti, quando sono proprio i limiti a salvarci, perché la carne costringe alla relazione (il limite non è un muro ma una soglia). E allora un Dio che si in-carna è una sorpresa a cui non mi abituerò mai: la carne che unisce tutti i viventi “a tempo” è anche la carne della Vita «senza tempo», tanto che Cristo arriva a dire non solo che chi fa qualcosa a un altro la fa a lui (è la stessa carne) ma anche che chi mangia la sua carne riceve la vita eterna, adesso non domani.


Ma allora che cosa è questa carne divina? Non è una bistecca di Dio ma la sua vita, che la carne (relazione con Lui e con tutto/i) può darmi. E che vita è quella di Cristo nella carne? Una vita limitata come la mia, ma non ego-centrata e quindi in affanno a procurarsi qualche giorno in più. Il limite per lui non è una condanna ma la possibilità di aprirsi all’infinito (sempre più e per sempre) in due direzioni: Dio e gli uomini, è un dono per il dono, il limite non fa paura ma fa vita, la povertà di Betlemme non è un inno alla miseria ma all’apertura, alla relazione, alla cura (Dio ha bisogno di tutto, anche del pannolino). Incarnarsi, farsi carne, significa allora in questo racconto diventare, come e dove siamo, un dono di qualcuno per qualcun altro (io sono un regalo per il mondo!), e poter vivere ogni cosa (lavoro, divertimento, fatica, tristezza, gioia...) per amore e per amare. Cristo per 30 di 33 anni ha fatto il falegname in un paesino: facendo tavoli ha salvato il mondo tanto quanto facendo miracoli, solo un undicesimo della sua vita è straordinario (a me accade lo stesso ogni 24 ore: dieci undicesimi, 22 ore, di faticosa ordinarietà e un undicesimo, 2 ore, di sorpresa). Insomma la carne di cui sono fatto può diventare amore e l’amore diventare la carne di cui sono fatto: una vita compiuta ma mai a spese altrui (carnefice è chi usa la carne altrui per riceverne l’energia che non trova in sé). A Natale festeggiamo la pretesa di Dio di farsi carne per darci carne: lo spirito si fa materia, l’eterno si fa tempo, l’immortale si fa mortale, l’infinito si fa finito, il compiuto si fa incompiuto, l’amore si fa desiderio, la pienezza si fa mancanza, il sacro si fa profano, la libertà si fa limite, l’assoluto si fa relativo, l’incondizionato si fa legame, il divino si fa umano... E quindi viceversa: nella carne c’è già Dio, nella materia lo spirito, nel tempo l’eterno, nel mortale l’immortale, nel finito l’infinto, nell’incompiuto il compiuto, nel desiderio l’amore, nella mancanza la pienezza, nel profano il sacro, nella condizione la libertà, nel relativo l’assoluto, nel legame l’incondizionato, nell’umano il divino... Se voglio mi è possibile vivere tutto per amore e per amare, trasformare la carne del mondo in amore ricevuto e dato. La «resurrezione della carne» non sarà quindi il ritorno a lucido dei miei atomi imputriditi, ma il modo in cui esseri limitati possono diventare vivi (creativi, originali, innamorati) ogni ora di più e sempre. Ma come? Se siamo tempo fatto carne, farsi carne significa allora ricevere e dare questa carne-tempo, come Cristo: amare è ricevere tempo da Dio e dare tempo agli uomini, anche se nel mondo dell’efficienza accelerata è diventato difficilissimo (come bisogna «fermarsi a pensare», oggi dovremmo «fermarci ad amare»: a questo servono le vacanze). E vorrei non comprare regali per lenire il senso di colpa della carne-tempo che non ho saputo ricevere e dare. Vorrei fare quanto dice il poeta Pedro Salinas all’amata: «Regalo, dono, offerta?/ Simbolo puro, segno/ che voglio darmi a te./ Come vorrei essere/ quello che io ti do/ e non chi te lo dà./ Ah!, se io fossi la rosa che ti do/ che non ha ora altro futuro/ che essere con la tua rosa,/ la mia rosa,/ vissuta in te, da te./ Fino a che tu la innalzi/ di là dal suo sfiorire/ sicura, inalterabile,/ tutta al riparo ormai/ da altro amore o altra vita/ che non siano i tuoi» (La voce a te dovuta). La rosa diventa carne co-mune e per amore non sfiorisce, perché, donata e ricevuta, è sottratta alla morte. Natale è farsi (ricevere e dare) carne... e non solo carte (di credito e da regalo). 

(Alessandro D'Avenia)

Terra Santa: preoccupati i vescovi cattolici per la situazione divisiva

I vescovi hanno manifestato grande preoccupazione per il futuro governo in Israele. Alcuni membri della coalizione governativa si sarebbero espressi «in modo molto divisivo nei confronti della comunità araba o di altra comunità non ebraica». In questo modo, si alimenta la sfiducia e si gettano le basi per ulteriori violenze. «La violenza verbale prima o poi si trasformerà inevitabilmente anche in violenza fisica», affermano i vescovi. Per questo hanno invitato i leader politici e religiosi di tutte le denominazioni a «promuovere il rispetto reciproco e non la divisione o sentimenti di odio».


È quanto ha comunicato il 13 dicembre scorso il Consiglio degli ordinari cattolici di Terra Santa («Assemblée des Ordinaires Catholiques de Terre Sainte»). Un filo di speranza, invece, è il ritorno dei pellegrini, che, oltre al benessere materiale, «favorisce anche una maggiore attenzione alla Terra Santa». Con la venuta dei pellegrini si creano posti di lavoro, viene promossa la prosperità e vi è la diffusa sensazione «che non siamo dimenticati».

Nell’attuale contesto – secondo i vescovi – è necessario fare degli investimenti nell’istruzione e nella formazione sia nell’ambiente ebraico sia in quello arabo. I recenti tagli ai finanziamenti governativi hanno invece messo a repentaglio il futuro di alcune istituzioni educative cristiane che svolgono un ruolo importante nella società.

Inoltre, i vescovi hanno espresso preoccupazione per la violenza, la criminalità e la mancanza di sicurezza all’interno della società araba in Israele. Il governo dovrebbe prestare maggiore attenzione alle comunità arabe e offrire maggiore sostegno alle città arabe.

I vescovi definiscono particolarmente drammatica la situazione nei territori palestinesi occupati. In questi territori sono stati incarcerati anche dei minori, mentre i coloni israeliani proseguono nell’espansione dei loro insediamenti, restringendo in tal modo lo spazio vitale dei palestinesi.

Nella dichiarazione si dice: «Quest’anno abbiamo assistito a un aumento della violenza, con il più alto numero di vittime palestinesi da oltre vent’anni». Da non sottovalutare, però, anche gli attacchi alla popolazione ebraica.

Segni di speranza sono – secondo i vescovi – le numerose persone, le associazioni e movimenti locali di diversa estrazione nazionale e religiosa che si sono impegnati per favorire l’amicizia e la solidarietà. Hanno agito come «anticorpi» contro le sempre maggiori tentazioni di isolamento e di rifiuto del dialogo e dell’incontro.

L'intero articolo di Antonio dall'Osto a questo link:


Valori e funzioni della casa post pandemia

Come è cambiata la percezione della casa da parte degli italiani dopo la pandemia e il valore delle abitazioni è rimasto identico oppure è aumentato? L’analisi di Riccardo Pedrizzi, tra valore economico e simbolico della casa

La casa con le sue mura, le sue pareti è diventata il nostro rifugio, il luogo che ha protetto noi e la nostra famiglia durante la pandemia. Nelle nostre abitazioni è rinato lo spirito familiare e comunitario, dentro quattro mura si lavora e si lavorerà sempre più; da quel luogo si diramano e si hanno rapporti con tutto il mondo. La casa è tornata ad essere la “domus” di memoria romana come centro di affetto, di lavoro, di affari e di relazioni politiche.

È cambiato cosi il rapporto emotivo e sentimentale con la “nostra” casa, che è tornata ad essere il centro della nostra vita. Come una volta. Come quando tutta la famiglia si riuniva intorno alla tavola per il pranzo e la cena. Come quando i nonni di fronte al camino o intorno al braciere (non esistevano ancora i termosifoni) ci raccontavano favole indimenticabili e, prima di mandarci a letto, a noi bambini facevano recitare le preghiere. Le quattro mura della nostra abitazione sono diventate la rocca del castello medioevale.

Altro che ponti, passerelle e scale mobili, si è tornati al castello fortificato, al territorio delimitato dall’aratro, ai confini per difendersi da malattie e dalle invasioni di tutti i generi.

E c’è chi ha la fortuna di stare bene nella propria casa e si sente a proprio agio ed è contento di passare tanto tempo nel calore familiare come me (e da buon napoletano faccio i proverbiali scongiuri) spera che tra le tante eredità negative, che ci ha lasciato la pandemia, ci sia stato per qualcuno la riscoperta della “casa, dolce casa”.


L'intera riflessione di Riccardo Pedrizzi a questo link:

https://formiche.net/2022/12/casa-funzione-valore/


 

“Lasciateli andare”. Il Natale e la morte

Com’è possibile festeggiare la vita quando il cuore è ancora ferito dalla morte? Gioia natalizia e lutto diventano incompatibili. Eppure i primi credenti chiamavano “dies natalis”, giorno della nascita, proprio quello della morte… Su ilLibraio.it la riflessione di Alberto Maggi, che domanda: “Veramente la morte è una perdita? Un’assenza? O va piuttosto intesa come un cambio di relazione?”. Per il biblista, con la morte non si “perde” la persona, ma cambia il modo di relazionarsi con questa, perché si sono modificate le modalità del suo esistere, in quanto l’individuo attraverso il morire è passato da un corpo fisico a un “corpo spirituale”

Non c’è nulla come l’approssimarsi del Natale, con il suo insistente bombardamento di immagini per lo più artificiali di calde atmosfere, di famiglie felici, gioiose e sorridenti, per riaprire ferite che mai si erano cicatrizzate.

Come non pensare in questo periodo a quelle persone che negli scorsi Natali erano ancora presenti e rendevano serene le feste? E così, per molti, quelli che dovrebbero essere giorni di gioia si trasformano in un tormento; si desidererebbe sorridere ma c’è solo un nodo alla gola che non viene sciolto per non sfociare in pianto; si vorrebbe partecipare a questa festa di luci, ma ci si sente inchiodati nell’oscurità e l’allegria altrui non solo non coinvolge, ma irrita e genera fastidio. Com’è possibile festeggiare la vita quando il cuore è ancora ferito dalla morte?Gioia natalizia e lutto diventano incompatibili.

Eppure i primi credenti chiamavano “dies natalis”, giorno della nascita, proprio quello della morte. Essi erano certi che non si moriva mai, ma si nasceva due volte e la seconda era per sempre. Sapevano che “la vita non è tolta, ma trasformata”, come recita il Prefazio della Liturgia dei defunti perché, come scrive Paolo, “veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria” (2 Cor 4,16). I primi cristiani non contrapponevano la vita alla morte, ma nascita e morte erano considerate come espressione della stessa dinamica esistenziale della vita, che chiamavano eterna non tanto per l’indefinita durata, ma per la sua qualità indistruttibile, capace di superare la morte.


L'intera riflessione di Alberto Maggi a questo link:


Settimana lavorativa corta: la sperimentazione conferma che lavorare meno aumenta benessere e produttività

Un gruppo di aziende che ha sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni ha di recente registrato un aumento delle entrate e un minor numero di assenze o dimissioni tra i dipendenti. Mentre è facile comprendere gli effetti di una settimana più corta sul benessere dei lavoratori, gli effetti positivi sui guadagni e sulla produttività delle aziende potrebbero essere una sorpresa, ma la ricerca lo conferma.

Queste aziende hanno partecipato a una sperimentazione organizzata dalla no profit 4 Day Week Global. La sperimentazione della settimana lavorativa di quattro giorni, che ha coinvolto 33 aziende e quasi 1000 dipendenti, non ha comportato alcuna perdita di retribuzione per questi ultimi - le aziende hanno pagato il 100% dello stipendio per l'80% del tempo. Ma i dipendenti si sono anche impegnati a fare il 100% del loro impegno abituale durante la settimana lavorativa più corta.
Questo tipo di strategia non funziona solo per chi lavora in ufficio dalle nove alle cinque. L'Islanda ha sperimentato la riduzione dell'orario di lavoro tra il 2015 e il 2019 in un programma che comprendeva ospedali, scuole e operatori dei servizi sociali. Il paese lo ha considerato un "successo travolgente" e l'orario ridotto - senza riduzione della retribuzione - è stato esteso all'86% della forza lavoro islandese.
Nel corso della storia, i nostri modelli di lavoro si sono adattati alle sfide del momento: che si tratti di più tempo a faticare al telaio industriale o di un agricoltore che sposta l'orario per ottenere la produttività durante le ore di luce del giorno. Ma ora, a quasi un secolo dall'introduzione del "weekend" di due giorni da parte di Henry Ford nelle sue fabbriche, molte nazioni sono ancora bloccate da una settimana di 40 ore suddivise in cinque giorni di lavoro, indipendentemente dal settore. Questo modo di lavorare è sempre più in contrasto con i nostri stili di vita del XXI secolo.
Gli ultimi risultati del progetto pilota globale della settimana di 4 giorni sono in linea con le ricerche in corso sui modelli di lavoro che dimostrano che la riduzione dell'orario di lavoro aumenta la salute mentale dei dipendenti e la loro produttività. Inoltre, comporta altri vantaggi ...


L'intero articolo di Jan-Emmanuel De Neve a questo link:



Don Antonio, il prete veneziano che ha fatto in Equador la rivoluzione (senza armi)

Un salesiano sulle Ande per portare speranza agli indio delle Ande: e lo sviluppo di Salinas pian piano è arrivato. Grazie alla cooperazione e alla solidarietà che è la ricchezza dei poveri nelle Ande

Negli anni Settanta, Antonio Polo credeva nella rivoluzione. Ma sì, quella del Che, del movimento studentesco e della teologia della liberazione. Figuratevi quanto la cosa piacesse ai suoi superiori salesiani. Perché don Antonio era un seminarista animato dal fervore di farsi missionario. «Per fede, come mi esortava mia madre, e per servire il popolo di Dio, come diceva mio padre, che era più pratico», ci racconta. A 83 anni suonati, una lunga barba bianca e un basco che si toglie solo per dir Messa, padre Antonio Polo continua a fare il parroco e a osservare, dalla scalinata della chiesa di Salinas, il suo villaggio diventare una città. «La rivoluzione non l’ho fatta, ma l’ho vissuta io», racconta con occhi mai invecchiati.

«Si possono vincere i padroni - spiega -, che oggi sono le multinazionali, insegnando a un popolo, e a se stessi, come si passa dall’io al noi». L’Università, il ’68, il viaggio in Sudamerica “consigliato” dai superiori («Doveva durare quattro mesi, è stata la mia vita») e la folgorazione: per fare la rivoluzione non serve il fucile, ma insegnare a una massa di indios, che fino a qualche decennio fa venivano venduti insieme al campo di mais, che la terra non è solo “madre”, un’entità sacra e sfregiata dai conquistatori, ma che la si può comprare «e che ci si può trasformare in produttori collettivi - spiega il salesiano -, cosa che abbiamo ottenuto facendo leva sulla propensione ancestrale del popolo andino a cercare il “noi”, a sentirsi popolo e comunità. Il rapporto ancestrale con la terra e la necessità di sottrarsi alla condizione di sfruttamento, opportunamente coltivati con la Parola di Dio, hanno permesso di inculcare negli indios e nei meticci il senso del risparmio, la dignità del lavoro, l’efficacia della cooperazione; concetti facili per noi europei, che questo percorso lo abbiamo compiuto secoli fa».

L'intero reportage di Paolo Viana continua a questo link:

https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/ecuador-il-prete-che-ha-fatto-la-rivoluzione

Conosco personalmente p. Antonio Polo conosciuto la prima volta direttamente a Salinas; in seguito quasi ad ogni suo ritorno a Venezia ci siamo incontrati. La sua è un'esperienza unica in una realtà a quasi 4.000 metri d'altezza dove la storia dice che, se sposti una virgola dell'organizzazione sociale, crolla tutto. Lì questo grazie alle sue intuizioni è avvenuto il contrario e dagli altopiani andini sono così tanti ad andare a prendere visione e a capire come fare, che hanno "dovuto" costruire una locanda dove ospitare questo ospiti ... Sulla sua realtà ha anche pubblicato un libro: "La porta aperta" dove narra la sua avventura. 

Oggi il progetto che ha avviato conta di 28 scuole, 14 case comunali, 7 comunità con acqua potabile, 150 km di strade aperte, 131 km di strade sterrate, 28 cooperative di risparmio e credito, 22 caseifici comunitari.
Si è aperta anche la prima fabbrica di zucchero in mano a campesinos in Ecuador, una fabbrica di mangimi, un allevamento di maiali, un agriturismo, fattorie e negozi comunitari, essiccatoi per funghi (quasi tutti quelli di Altroconsumo vengono da lì).
Nel settore della salute sono stati aperti 4 dispensari medici, 18 centri rurali di distribuzione delle medicine di uso comune con 32 ausiliari di infermeria abilitati e la lista potrebbe continuare…

Il segreto di tutto questo? L'aver costituito fin dall'inizio delle cooperative dove il lavoro viene pagato e il ricavo completamente reinvestito; la guida direttamente in mano ai locali con l'aiuto di volontari chiamati a dare la loro esperienza.

La realtà di Salinas di Quaranda la si trova a questo indirizzo internet: https://salinerito.com/ ma molti altri siti ne raccontano l'esperienza. Basta cercare su Google

(BiGio)



Parole di Missione: Vedere

Vedere è un verbo che ricorre molte volte nelle pagine della Scrittura: da quel «e Dio vide che era cosa buona» della creazione al «videro la tomba vuota» e «videro il Risorto» delle donne e dei discepoli il mattino di Pasqua. Nei nostri cammini di missione il nostro impegno è spesso questione di sguardi: sguardi rivolti verso di noi e sguardi che noi stessi posiamo sugli altri. Sentiamo l’importanza di essere visti dagli altri, perché così ci sentiamo considerati.

Questo vale anche per gli altri quando noi li guardiamo, perché in questo modo  si sentono apprezzati e stimati. Non è quello che guardiamo che conta, ma quello che riusciamo a vedere. Attraverso il nostro sguardo veniamo a conoscenza del mondo, dell’umanità, di cosa e di chi sta intorno a noi. Anche la storia di Dio con l’umanità è fatta di sguardi.

Viviamo tempi difficili, per questo abbiamo bisogno di sguardi nuovi, sinceri, inediti, che ci aiutino a leggere e a vivere il nostro tempo.

Nelle Scritture si racconta che Salomone, al momento della sua incoronazione a re d’Israele, abbia chiesto il dono della sapienza. La sapienza è la grazia di saper vedere la realtà nella quale viviamo con gli occhi di Dio. Questo ci aiuta a guardare il mondo con sguardi di attenzione e di affetto, ma dobbiamo ammettere che altre volte i nostri sono sguardi di indifferenza, se non di invidie, rancori, risentimenti. Se sappiamo vedere le cose e la gente con gli occhi di Dio, possiamo anche amare con il cuore di Dio.

Insieme all’ascolto, il vedere è un’altra dimensione importante della missionarietà. Non solo con l’ascolto, ma anche con lo sguardo noi entriamo in relazione con il mondo e con gli altri. Il vedere genera conoscenza delle cose, delle persone. Occorre «saper vedere» e «imparare a vedere» per entrare in relazione con gli altri. Possiamo avere sguardi che sono delle carezze o sguardi che feriscono, sguardi che infondono fiducia e sicurezza o sguardi che incutono timore e paura. Con lo sguardo possiamo esprimerci ancor prima delle parole.


L'articolo dell'amico missionario Flaviio Facchin continua a questo link:

https://www.procuramissioniomi.eu/parole-di-missione-vedere/


IV Domenica di Avvento: la nostra liturgia

Introduzione

 

Siamo arrivati alla quarta tappa del tempo di Avvento. In questo periodo il Signore viene a svelarci il suo disegno di salvezza che si realizza con l’incarnazione di Cristo, il figlio di Davide. In questa domenica la Parola a messo in luce il modo in cui Dio viene a visitarci: entra nella storia concreta degli uomini rivestendosi della carne dell’umanità condividendone le fragilità e le debolezze fin infondo.

Quello che sta per compiersi in Maria, ci è annunciato dal profeta Isaia nella prima lettura che parla di un segno di vita nuova, l’Emanuele, il Dio con noi.

Nel Vangelo, Matteo ci presenta Giuseppe, uomo giusto perché si fida di Dio; mentre sta meditando quanto gli sta accadendo, gli appare un angelo del Signore che gli annuncia che il bambino è generato in Maria viene dallo spirito Santo.

Giuseppe è scelto da Dio per un compito grande: lo stesso Giuseppe decide di ascoltare l’angelo di adeguarsi completamente al disegno di Dio.

 

 

Preghiere dell'Assemblea

 

Ancora un passo e arriviamo alla grotta di Betlemme. Maria con il suo abbandono fiducioso e oggi Giuseppe che sostenuto dalla grazia a preso la decisione di dire sì alla vita e di adeguarsi al progetto di Dio.

Perché la nostra Comunità, sull'esempio di questi testimoni, possa procedere verso la luce vera Gesù, il Figlio di Dio, che incarna l'amore la salvezza che il padre offre a ciascuna persona.

Preghiamo

 

Per la nostra Assemblea, la partecipazione all'Eucarestia che è il segno di "Dio con noi", ci disponga celebrare il mistero dell'Incarnazione con gioiosa gratitudine. 

Preghiamo

 

Nella seconda lettura "Paolo apostolo per chiamata (...) siete anche voi chiamati da Gesù. E siamo santi per chiamata". Per 3 volte Paolo ci ricorda che siamo dei "chiamati". È sempre Dio che opera, che chiama. È Emanuele! Anche il Vangelo ci ricorda che Giuseppe è chiamato a prendere Maria come sposa.

La vita è vocazione! Come comunità cristiana siamo chiamati ad annunciare il Vangelo, a servire il prossimo. Perché una comunità che non sa servire, non serve a nulla. 

Per riuscire ad esserlo ti preghiamo

 

Ti ringraziamo Signore per la compagnia di questa mattina, per i sorrisi e la gioia che si possono creare con semplici gesti: ti ringraziamo per i passi che hai messo sui nostri piedi e per la strada che ci hai fatto percorrere. Ti preghiamo affinché tu possa donare serenità a tutti coloro che sono in difficoltà e vogliono trovare una via d'uscita. Ti preghiamo affinché tutti nel mondo possono riconoscersi come fratelli.

 

Questa settimana a Bolzano un giovane egiziano è morto di freddo durante la notte perché non era riuscito a trovare un posto letto: i ricoveri erano tutti pieni. Questo a Bolzano definita dal Sole 24 Ore sempre questa settimana la terza città italiana per qualità della vita. 

Signore, ti preghiamo perchè non manchi mai la compassione capace di aiutare tutti.

 

 

Presentazione delle Offerte

 

Ora è il momento della processione offertoriale. Portano il pane il vino chi la proclamato le due letture a significare che la è la medesima Parola che diventerà, nel pane e nel vino, il Corpo e il Sangue di Cristo.  Portiamo anche le ceste per la raccolta delle offerte.

Nelle celebrazioni di questo tempo di Avvento abbiamo portato all’altare dei simboli: il falcetto, la lampada, i prodotti della terra (verdura e miele), gli scarponi, la rivista Scarp, l’immagine di Maria: faranno da contesto al Bambino Gesù che collocheremo ai piedi dell’altare la Notte di Natale. 

Anche oggi abbiamo portato due simboli: gli angeli e l’immagine di Giuseppe. Gli angeli che hanno annunziato a Maria la nascita del Salvatore, oggi rivolgono questo annuncio Giuseppe. Gli angeli si rivolgono anche a questa assemblea l’annuncio: “Il Signore è con noi e fa di noi la sua dimora”



Il Foglietto "La Resurrezione" della IV Domenica di Avvento e di Natale






IV Avvento – Mt 1,18-24

Il dilemma di Giuseppe: cosa fare per non far diventare Maria lo zimbello del paese e così rovinarle la vita? Era necessario trovare l'escamotage per aggirare la Legge con lo scopo di avere attenzione all'altro da sé. Evitando anche quelle fughe di notizie, così comuni in particolare ai nostri giorni, che condannano senza pietà spesso senza conoscere la realtà dei fatti.


Si sta per compiere l’attesa di questo Avvento. Abbiamo avuto una promessa e l’affermazione che si compirà certamente con l’esortazione a non lasciarsi andare, ma a rimanere sempre presenti a quanto accade con gli occhi bene aperti e vigilanti perché l’inedito di Dio può accadere ogni momento, è in ogni istante che viviamo se riusciamo a coglierlo. Per tutti c'è un Angelo che ce lo rivela, come è accaduto a Maria, che il Signore è con noi e ha fatto di noi la sua dimora. Ce lo sentiamo ripetere ad ogni Messa. Maria ha acconsentito, noi ...

Anche Giovanni il Battista ci ha gridato di stare attenti perché il Messia e il suo regno ci è vicino, a contatto di gomito e ci ha chiesto di interrogarci su cosa cerchiamo, su cosa attendiamo. Se ci aspettiamo che arrivi qualcuno a risolvere i nostri problemi rimarremmo delusi.

 

La liturgia dopo averci fatto riflettere su tutto questo e con Luca sull’annunciazione a Maria oggi, con Matteo, ci fa porre l’attenzione a quella avvenuta a Giuseppe per dirci chi sarà il figlio di Maria.

La scorsa domenica si sono delineate quali fossero le attese del popolo di Israele e i diversi profili del Messia che sostenevano le differenti loro speranze: un re con un regno universale, un grande sacerdote, un osservante della Legge, un guerriero, un giustiziere dei peccatori. Gesù non incarnerà nessuna di queste tipologie cogliendo tutti di sorpresa: rifiuterà la violenza, non coltiverà ambizioni politiche, non sarà un giustiziere e nemmeno un sacerdote del culto.

Dopo averci indicato la genealogia di Gesù, Matteo sinteticamente, quasi come il titolo di un tema che svolgerà nel seguito del suo Evangelo, ce lo dice attraverso quanto accade a Giuseppe, un uomo “giusto” davanti a Dio. Questo aggettivo non disegna generiche qualità umane come la bontà o l’onestà, ma in modo decisamente specifico il suo essere conforme alla Torah, cioè essere giusto davanti a Dio, ovvero capace di osservare in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore.

Per questo, quando “si trovò” (questo termine sottolinea lo “stupore”) Maria incinta va in crisi. Il fidanzamento nell’ebraismo è già vincolante nel verificare la capacità delle famiglie di tener fede agli impegni assunti, mentre dopo circa un anno avviene la “santificazione” del matrimonio. Il fidanzamento è talmente vincolante che, se l’uomo moriva durante questo periodo, la giovane diventava una vedova.

In coscienza, secondo la Legge, a questo punto Giuseppe non potrebbe prendere in sposa Maria, dovrebbe invece dichiarare che il figlio non è suo e divorziare. Ma le vuole bene, cioè vuole il suo bene e, per questo, non vorrebbe alcun clamore su di lei.

Ma come fare a “divorziare” di nascosto quando, per essere “legale”, comportava la redazione di un documento ufficiale? Difficile venirne a capo, trovare la soluzione. Giuseppe si trova così dibattuto, è in uno stato di ricerca per poter in ogni caso rimanere fedele alla Torah; è cioè in un atteggiamento di ascolto, alla ricerca di quale sia la volontà di Dio su di lui e su di loro; sta quindi in preghiera.

Qui Matteo inserisce due immagini bibliche: l’Angelo e il Sogno: sono forme letterarie per dirci che è intervenuto direttamente il Signore a manifestare la sua volontà. Questo significa che, a un certo punto, Giuseppe intuisce cosa il Signore voleva da lui: "non temere, supera la tua ansia, il tuo turbamento e prendi Maria come tua sposa".

Matteo e Luca insistono sull’intervento di Dio perché in ebraico non c’è il termine “genitori”: c’è solo il padre, la madre fa – per intenderci con una brutta espressione– solo da incubatrice. Quando poi si dice “figlio di” (cioè il patronimico come, per esempio Bartimeo che significa “Figlio di Timeo”), esprime la realtà della somiglianza al padre del quale si vede nel figlio riflesso il mondo valoriale. Ecco perché nella maternità di Maria viene sottolineata la forza generatrice di Dio.

Giuseppe avrebbe però dato il nome al bambino nato (era la prerogativa dei padri): Gesù, cioè “Dio Salva”, un nome molto comune all’epoca come anche oggi in diverse parti del mondo.

Ma qui c'è qualcosa di diverso: di che salvezza si parla? Per noi può essere ovvio: dai peccati, ma allora non era così scontato. Al più aspettavano la salvezza dai romani o la distruzione alla radice dei peccatori. Ma nella salvezza dai peccati di Gesù non c’è nulla di punitivo. Dio non ci dà ordini, propone, ci indica una strada; sbagliare strada significa non raggiungere l’obiettivo e l’obiettivo proposto all’uomo è quello di essere simile a Dio. È nell’Esodo, sul Sinài che il Signore ce lo propone: “Fate agli altri quello che io ho fatto a voi: ho ascoltato la vostra sofferenza, la vostra oppressione e vi ho dato gli strumenti per poterla superare e tornare ad essere pienamente liberi, umani”. Quando accumuliamo per noi stessi, quando ci abbandoniamo a dissolutezze, quando ci imponiamo agli altri fino alla violenza ed alla guerra, perdiamo la nostra umanità, diventiamo "disumani". Gesù è venuto ad aiutarci a correggere questi orientamenti sbagliati, ridandoci dignità e la possibilità di realizzare nella nostra vita, quella pienezza di vita alla quale ci chiama.

L’Angelo poi completa l’annunciazione citando una profezia e, con questa, completando il delinearsi a quale compito è chiamato quel bimbo che sta per nascere: sarà il “Dio che salva” per essere per sempre il “Dio con noi”, l’Emmanuele, fino alla fine dei tempi: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” saranno le parole di Gesù che chiuderanno l’Evangelo di Matteo.

L'invito di questo Evangelo allora è quello di rimanere attenti alla storia nella nostra vita di tutti i giorni, di saperla leggere alla luce della Scrittura piuttosto che da quello legale e, questo, avviene quando nella preghiera per  capire cosa dobbiamo fare, come dobbiamo agire, lasciamo spazio all'ascolto dell'Angelo. È però necessario che tutte le nostre tensioni si plachino e riposino nel Signore della nostra vita che è quel "custodire nel proprio cuore, meditandole" non quanto abbiamo sentito, ma quanto abbiamo ascoltato, come Luca ci racconta faceva Maria. Allora le due "Annunciazioni", quella a Maria e quella a Giuseppe, si compenetrano e completano vicendevolmente.

(BiGio)

 

 

 

  

Il Dio che viene è un Dio ferito. Commento della quarta orazione colletta d’Avvento

Infondi nel nostro spirito, ti preghiamo, Signore, la tua grazia, 
affinché noi che abbiamo conosciuto l’incarnazione di tuo Figlio all’annuncio dell’angelo,
attraverso la sua passione e croce 
siamo condotti alla gloria della resurrezione

Questo testo, nella sua cristallina bellezza, disturba. Che cosa c’entra una simile preghiera con la domenica che precede Natale? Proprio nello sconcerto che genera svolge il prezioso compito di allargare la prospettiva dell’attesa del Figlio di Dio che viene, raccogliendo in una visione unitaria il mistero della salvezza.

Corriamo incontro al Figlio Veniente con azioni di giustizia, discernendo come viverle qui e ora, e in una gioia feconda. Il Figlio non è un volto anonimo, una figura evanescente; è Gesù di Nazaret, il figlio di Giuseppe e di Maria, annunciato da un angelo, che ha percorso le vie di Galilea, Samaria e Giudea, facendo del bene e annunciando la venuta del regno di Dio, e che a Gerusalemme, abbandonato dai suoi e consegnato al potere religioso e politico, è stato torturato e ha subito infine una morte violenta e infamante. Il Messia che viene a noi per farci sedere alla sua destra al banchetto del Regno, secondo l’immagine potente di Giovanni (Gv 20,19-23) è il Crocifisso Risorto. Chi viene alla fine dei tempi porta nel corpo i segni della passione, la ferita nelle mani e lo squarcio nel fianco. È un corpo che ha perso integrità in eterno, ma ora esso è in Dio ed è Dio. La resurrezione non è un happy end, non è il ritorno alla quiete di prima dopo la tempesta. Il Dio che viene a noi è un Dio ferito per sempre! Queste ferite non parlano la lingua del risentimento e della vendetta, ma sono il segno del suo amore indefettibile per noi, un amore forgiato dalla prova della passione e della morte in croce. Le ferite sono uno spazio aperto per accoglierci: ciascuno e ciascuna di noi con le sue ferite lì trova un luogo per sé. In questo testo il mistero della salvezza condensato nella vita del Figlio si dà nella sua gratuità, espressione della cura commossa di Dio per noi.

La resurrezione così non rende vana la croce (1Cor 1,17): non si rimuove con leggerezza la sofferenza patita. Solo che Gesù ha saputo attraversarla non rispondendo al male con il male, rompendo il cerchio della violenza con il suo amare, con l’amare i nemici (Lc 23,34). Questo significa credere all’amore che Dio ha in noi (1Gv 4,16), anche se secondo i parametri di questo mondo esso è sconfitto. Attendere con fede la venuta del Messia è credere a questo amore.

Perciò domandiamo al Padre di infondere in noi la grazia. Le nostre forze non bastano. La nostra mente da sola non riesce a comprendere. Frutto del dono della grazia è custodire nella memoria la nascita del Figlio, nutrire la fiducia nell’amore e nel perdono sempre disponibili da parte del Padre e sperare l’insperabile, la nostra resurrezione. Siamo condotti alla resurrezione mediante la passione e morte di Cristo, che ci annuncia che nessuna esistenza andrà persa, che Dio cerca e ritrova le cose perdute.

(fr Davide di Bose)