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Il messaggio del Papa in occasione della III Giornata Mondiale dei Nonni e degli anziani (23 luglio)

 «Di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,50)

Cari fratelli e sorelle!

«Di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,50): è questo il tema della III Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani. È un tema che ci riporta a un incontro benedetto: quello tra la giovane Maria e la sua anziana parente Elisabetta (cfr Lc1,39-56). Questa, ricolma di Spirito Santo, rivolge alla Madre di Dio delle parole che, a distanza di millenni, ritmano la nostra preghiera quotidiana: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (v. 42). E lo Spirito Santo, già disceso su Maria, le suggerisce di rispondere con il Magnificat, nel quale proclama che la misericordia del Signore si estende di generazione in generazione. Lo Spirito Santo benedice e accompagna ogni fecondo incontro tra generazioni diverse, tra nonni e nipoti, tra giovani e anziani. Dio, infatti, desidera che, come ha fatto Maria con Elisabetta, i giovani rallegrino i cuori degli anziani, e che attingano sapienza dai loro vissuti. Ma, anzitutto, il Signore desidera che non lasciamo soli gli anziani, che non li releghiamo ai margini della vita, come purtroppo oggi troppo spesso accade.

È bella, quest’anno, la vicinanza tra la celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani e quella della Gioventù; entrambe hanno come tema la “fretta” di Maria (cfr v. 39) nel visitare Elisabetta, e ci portano così a riflettere sul legame tra giovani e anziani. Il Signore spera che i giovani, incontrandoli, accolgano la chiamata a custodire la memoria e riconoscano, grazie a loro, il dono di appartenere a una storia più grande. L’amicizia di una persona anziana aiuta il giovane a non appiattire la vita sul presente e a ricordarsi che non tutto dipende dalle sue capacità. Per i più anziani, invece, la presenza di un giovane apre alla speranza che quanto hanno vissuto non vada perduto e che i loro sogni si realizzino. Insomma, la visita di Maria ad Elisabetta e la consapevolezza che ...

L'intero messaggio del Papa continua a questo link:

https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/nonni/documents/20230531-messaggio-nonni-anziani.html




Domenica XVI PA - Mt 13,24-43

Gesù ha avuto le sue tre tentazioni. Oggi avverte che ogni Comunità deve essere sempre attenta a non cadere in tre tentazioni che infestano come le zizzanie (al plurale!) la sua vita: la perfezione, la grandezza e sovrastimarsi.

 


La scorsa domenica abbiamo visto come Gesù, considerato che l’aver espresso il suo messaggio chiaramente supportandolo con segni, guarigioni e miracoli, non avesse portato ad essere compreso dalla numerosa folla che lo seguiva e veniva ad ascoltarlo, dopo un momento di scoramento cambia strategia ed inizia a proporlo attraverso delle parabole legate all’ambiente di vita quotidiana.

Lo ritroviamo seduto su di una barca vicino alla riva dove si trovano le persone accorse. La barca rappresenta la Chiesa pronta a salpare con coloro che accetteranno di salire a bordo per iniziare una traversata che li porterà a passare da una realtà verso la realizzazione del Regno dei Cieli e non nei Cieli così come facilmente è stato traslitterato. In questo modo se ne prospettava la realizzazione nel mondo a venire dopo la parusia e il giudizio, escludendone ogni possibilità nel presente e tendendo così ad acquietare ogni istanza di cambiamento nell’oggi.

 

Con la prima parabola raccontata e ascoltata domenica scorsa, Gesù ha posto l’attenzione sulla nostra realtà, sulle personali capacità di ogni discepolo (quindi anche sule nostre) di ascoltare, accogliere, far nostra e far germogliare la semente della Parola che il seminatore sparge a piene mani sul terreno delle nostre vite a volte distratte, altre infiammate da un entusiasmo che si placa dopo poche ore o, ancora, talmente piene di cosa da fare nelle quali non trova spazio per germogliare. Certo, assieme a tutti questi tre tipologie, contemporaneamente nella nostra vita c’è anche del “bel” terreno fertile ed è quello dissodato e preparato all’ascolto fecondo. Quindi l’invito è stato quello di riuscire ad esserne consapevoli, senza alcun rimprovero, ma anche senza porre scuse apriori.

 

Nel “discorso missionario” con il quale aveva cercato di preparare i discepoli, l’attenzione era stata posta sulle modalità e sulle difficoltà che si sarebbero incontrate. Oggi con le tre parabole proposte, Gesù pone l’attenzione sulle comunità che sarebbero sorte dall’annuncio e avvisa di stare bene attenti a tre pericoli, a tre tentazioni che si sarebbero manifestate ieri come oggi: il campo di grano e il pericolo di volere una comunità di eletti; la semente di senape ovvero la tentazione di pensarsi “in grande” come un cedro che svetta imponente su di una collina; la misura del lievito: piccola parte di una immensa pasta che non deve lasciare spazio a pensare sia impossibile e a scoraggiarsi.

La parabola del grano e delle zizzanie (al plurale!) cerca di far comprendere che nella nostra realtà il bene e il male coesistono, è inutile illudersi che possano esistere comunità di perfetti dove tutto funziona in un accordo senza limiti o cercare di operare perché ciò che ci appare come zizzanie e ci disturba venga strappato fin dall’inizio. In fin dei conti è nella natura stessa dell’uomo che coesistono aspetti positivi e negativi lungo tutta la sua vita; questo non può non manifestarsi negli ambiti che lui frequenta. Certo, siamo tutti zelanti e vorremmo sempre il meglio accantonando ciò che ci pare disturbi o possa portarci fuori strada, ma se i frutti saranno buoni si può vedere solo alla fine. All’inizio le zizzanie e il grano hanno spighe confondibili, solo quando sono mature le prime hanno un seme nerastro (ed è tossico perché un narcotico) e non biondo; quindi è facile individuarle, non prima. Bisogna avere pazienza, le fughe in avanti non servono anzi sono dannose.

Ma le zizzanie crescono all’interno di ogni uomo, sono una parte costitutiva delle nostre stesse persone e crescono a fianco del grano buono. Sono l’orgoglio, la volontà di prevalere sugli altri, le passioni sregolate e soprattutto l’attaccamento ai beni, al denaro che ci porta a ignorare il bisogno del povero o, peggio, sfruttarlo. Gesù desidera dirci che la parte delle zizzanie dentro ogni uomo, dentro ogni comunità è quella che va amata di più, va accompagnata nel suo percorso faticoso con la pazienza della misericordia del Padre; allora il momento della mietitura sarà un momento di gioia nel quale le zizzanie verranno bruciate e di ogni uomo, di ogni comunità rimarrà solo la parte buona che sarà radunata nel granaio.

La senape per lo più è un’erba infestante difficile da controllare per via dei suoi semi infinitesimali, quasi impalpabili, che può crescere fino a diventare un cespuglio o anche un albero sotto il quale trovare riparo. Gesù la propone come un’immagine del Regno di Dio perché nel libro del profeta Ezechiele (al cap.17), questo viene presentato come un cedro sulla sommità di una collina, pianta maestosa che attira l’attenzione di tutti. No, dice Gesù, la semente quasi invisibile del Regno che siete voi, che siamo noi, è tutt’altro; è così piccola che si diffonde senza la possibilità di controllarla e giunge a pervadere l’intera realtà dal di dentro. Nessuna grandezza, nessuna imponenza (pensiamo a certi pontificali o a certe strutture ecclesiali) ma molta semplicità a vivificare e modificare il modo di vivere trasformandolo nella realtà nel Regno di Dio piano piano. 

Gesù non si ferma qui e, rincarando la dose, ecco la terza parabola. Al centro una misura di lievito e tre di farina (circa quaranta chili): basterà a far lievitare tanta farina e farla diventare una pasta pronta per il forno? Difficile dirlo, ma non preoccupatevi, dice Gesù, la Parola come un piccolo seme, come un poco di lievito farà il suo lavoro al di là di ogni possibilità pensabile; si deve solo essere noi stessi e vivere alla luce della Parola senza sovrastimare le proprie possibilità, rimanendo coscienti della nostra realtà. Noi siamo il lievito, chi impasta è il Padre.

 

Da notare che la settimana scorsa, Gesù ha spiegato la parabola del seminatore e dei terreni di sua propria volontà. Oggi, invece imperativamente l’unica parabola che i discepoli chiedono di spiegare è quella delle zizzanie perché le loro attese messianiche sono e continuano ad essere altre rispetto alle Beatitudini: e le nostre?

 

In sintesi Gesù desidera dirci che non siamo una comunità di eletti, che anche nel suo massimo splendore la Chiesa non attirerà l’attenzione per la sua grandezza, ma come una pianta infestante arriverà ovunque. Infine c’è l’invito a non spaventarsi davanti al lavoro da fare, ma ci si deve mescolare nella realtà esistente per trasformarla e c’è un garante su tutto questo: Gesù, il Cristo.

 

(BiGio)

 

 

  

La parabola della zizzania è una lezione sul tema del male e della violenza

La parabola della zizzania è sconcertante. Ci aspetteremmo che in linea con altri contenuti Gesù ci raccomandasse di fare una lotta senza quartiere contro il male che ci abita. Invece no. Non si tratta di sdoganare la zizzania ma di non illudersi che la si possa eliminare, si possa guarirne. Fu l’errore dei Catari, i puri, molto attivi e diffusi nel medioevo, le cui idee in una certa misura furono riprese dal Calvinismo, caratterizzato da rigorismo morale.


La contraddizione ci abita, che bello: nessuno è più di un altro! La zizzania rappresenta la nostra condizione di esseri imperfetti che sentono il richiamo (l’ambizione?) alla perfezione. Ma che sarebbe se potessimo, alcuni più altri meno, raggiungere la perfezione? Non sarebbe sommamente ingiusto? O forse la perfezione sta piuttosto nell’amare la nostra imperfezione? Amare il terreno su cui cresce il grano e ‘per quanto non coltivata’ la zizzania? Amare la vittima, curarla e non odiare nessuno. Così più o meno.
 
“Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire” (Mc 14,38). È tutto quello che si può fare. Ma essere consapevoli che non si è liberi dalla contraddizione è salutare: chi può ritenersi più a posto di un altro? Il fariseo rispetto al peccatore in fondo al tempio? E chi può ritenere che la contraddizione sia solo negli altri? In quel frangente si sparano giudizi come proiettili.
“Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione” (Mt 5,25).
Quindi non si è discepoli perché santi, né santi perché cristiani. Farsi cristiano è un cammino non privo di contraddizioni, appunto, ma per superarle.
 
La parabola della zizzania è una lezione sul tema del male e della violenza fra le nazioni come fra singoli. Ad osservarle appare curioso che le ragioni dei contendenti siano le stesse e opposte, a specchio. Cioè tutti hanno ragione, il che vuol dire che non c’è una ragione che tenga.
Il gioco della zizzania è dilagare e riempire in nostro ego così che ‘siamo’ zizzania e può allora accusarci ed impiccarci ai nostri sensi di colpa: guarda di che sei capace, che prova dai di te, alla fine questo sei… Oppure accrescere il livore verso chi ti ha coinvolto. Ha buon gioco l’avversario, colui che dice di noi quel che non siamo, non sapevamo di essere, non vogliamo essere.
La zizzania non c’entra nulla col nostro desiderio. Ma, non invitata, arriva e consegna il suo dono avvelenato, come in certe fiabe. “Un nemico ha fatto questo”, ha seminato l’erba cattiva appena dopo la buona seminagione. L’ha fatto di notte ed è sparito nel nulla, facendo perdere le sue tracce. “Da dove viene questo seme?”. Non ci riconosciamo in esso, ci è estraneo, eppure…
 
Capita a tutti e tanto più ferisce quando più trova una casa ripulita e spazzata. Non ci si scandalizzi.
Non è così: viene la mietitura e il grano sarà liberato dal frutto della zizzania. Noi vediamo solo il presente come dato di realtà, ma la percezione è incompleta: la Scrittura si proietta nel domani, perché è ‘il dopo’ che fa vedere meglio ‘il prima’, è stando fuori che si vede meglio cosa c’è dentro e tanto vale anche nelle esperienze umane. Ecco “è stato precipitato l’accusatore, colui che accusava i nostri fratelli davanti al nostro Dio giorno e notte” (Ap 12, 10). È stato vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e il patrimonio di santità della Chiesa. Avremo sempre con noi la contraddizione, l’ombra che portiamo dentro e pure ci obbliga ad un lavoro di discernimento e di consapevolezza, e di tanto in tanto ci agita cercando di renderci infelici. Che fare? Accogliere la contraddizione e se essa al suo presentarsi è una persona, abbracciarla,oppure darle la pace e tirare diritto. Per il resto e sempre c’è la preghiera al Padre, “non abbandonarci alla tentazione”.
 
(Valerio Febei e Rita)

Chi ha orecchi, ascolti!

Gesù ci offre un modo diverso di vivere, non secondo i criteri comuni, ma secondo un progetto di umanizzazione, che egli manifesta con la sua vita e il suo insegnamento: un cammino di servizio e di solidarietà, fino a dare la vita. Quando parla del "regno di Dio", intende dire che se riusciamo ad aprire progressivamente i nostri cuori alla sua proposta e a realizzarla, Dio sarà il re della nostra vita e non avremo altri padroni o proprietari.

Gesù offre a tutti questa possibilità, che può essere accettata o respinta. Lo spiega con paragoni, con parabole, come leggiamo nel vangelo di Matteo 13, 24-43.



Nella prima parabola vediamo due seminatori: il Figlio dell'uomo, e il nemico, il Maligno; e due tipi di semi: buoni semi di grano ed erba cattiva, la zizzania. I due seminatori seminano i loro diversi semi nell'unico campo, che è il mondo. Dai loro semi crescono i buoni e i cattivi. Questa è la realtà in cui viviamo: un mondo complesso, dove alcuni vivono un messaggio d'amore, e altri sono mossi da altri interessi e istinti. La divisione tra buoni e cattivi non passa attraverso le istituzioni di appartenenza, ma attraverso il cuore di ciascuno. E nel cuore stesso di ciascuno possono crescere contemporaneamente grano buono e zizzania. All'interno della stessa comunità dei seguaci di Gesù c'è questa convivenza. Forse era questa la preoccupazione pastorale di Matteo, quando scriveva il suo vangelo: una chiesa allo stesso tempo santa e peccatrice.

Ci indigniamo perché vorremmo vedere una comunità cristiana più generosa e piena di entusiasmo, più umile e povera, e invece a volte ci muoviamo con la stessa logica del mondo, dominati dagli stessi istinti di potere, di accumulazione, di essere serviti, aggrappati ai nostri privilegi, per i quali lottiamo usando il nome di Dio invano. 

Ci addolora vedere questo groviglio di grano e zizzania nella stessa chiesa, con la zizzania che sfrutta il terreno destinato al buon grano, o più dolorosamente, con il grano considerato a volte zizzania. Il comando di Gesù è sorprendente: "Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme". Rispetto e tolleranza: fare tutto ciò che è in nostro potere per vivere bene, lottando per la giustizia e la pace, per seguire Gesù che "passò facendo il bene", senza imporre nulla a nessuno, nemmeno lo stesso bene. 

C'è un altro paragone, la parabola del granello di senape, con cui Gesù ci parla del dinamismo, della forza con cui cresce il regno di Dio. È una parabola illuminante di fronte allo scoraggiamento di alcuni che sono angosciati per il processo di secolarizzazione della società attuale, per la perdita di valori, per la diminuzione della pratica religiosa nelle nuove generazioni, per la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Stiamo vivendo un processo di transizione che deve essere assunto con grande pace e saggezza. Le grandi trasformazioni culturali e sociali in atto hanno bisogno di molto tempo perché prenda forma una nuova società, che forse sarà sempre in un rinnovamento permanente. Può anche significare una profonda crisi della chiesa, così come si è strutturata nel corso dei secoli, ma non sarà la fine del regno di Dio. 

Il regno di Dio è come un granello di senape, ci dice Gesù. È il più piccolo di tutti i semi, "ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero". Non un orgoglioso cedro del Libano che domina tutti gli alberi, ma una semplice pianta dell’orto, che spicca solo tra gli ortaggi, ma capace di offrire ospitalità agli uccelli del cielo. Nessun progetto di grandezza e dominio su tutti i popoli, come era il sogno del messianismo ebraico, ma umile casa che accoglie e protegge.

Una terza parabola o paragone ci parla del lievito. Senza dubbio Gesù ricorda un'esperienza familiare, in cui "una donna", sua madre, mescolava un po' di lievito, "in tre misure di farina", per fare il pane. Come il lievito, il regno di Dio è efficace e può trasformare l'umanità, senza apparenze trionfalistiche, ma scomparendo e agendo silenziosamente dall'interno della massa.

Gli insegnamenti di queste parabole possono liberarci dall'angoscia e dalla paura e darci una grande pace, che ci permetta di essere una presenza attiva e trasformatrice nel mondo di oggi, liberi dalla tentazione del potere e del prestigio, ispirati solo dalla Parola di Dio e fiduciosi nell'energia del suo Regno.

(Bernardino Zanella)

Ecco perché il nuovo Twitter di Elon Musk piace ai dittatori

Da quando l’imprenditore ha acquistato il social network, le modifiche del sistema hanno reso la piattaforma terreno fertile per la disinformazione e la propaganda totalitarista. L’analisi di Foreign Policy


Secondo il quotidiano  New York Times, tra le ragioni della caduta c’è il tentativo di diversificare i servizi e il peggioramento della qualità dei post sulla piattaforma. Sono diversi i rapporti che evidenziano l’impennata di posizione estremiste, propaganda a favore dei regimi totalitari e disinformazione da quando l’imprenditore ha acquistato la piattaforma. Il susseguirsi di interventi ha cambiato profondamente l’esperienza d’uso del social, e il crollo della fiducia e della sicurezza della piattaforma ha raffreddato l’entusiasmo di investitori e inserzionisti.

Di questo tratta l’analisi di Miah Hammond-Errey, direttrice dell’Emerging Technology Program dell’United States Studiek: Center dell’Università di Sydney, apparsa sull’autorevole rivista Foreign Policy. ...

L'intero articolo di Rossana  Miranda continua a questo link:

https://formiche.net/2023/07/twitter-musk-dittatori/



La liturgia è come un bacio

Baciare qualcuno, baciare un oggetto, abbracciarsi, scambiarsi un bacio, sono riti che accompagnano il nostro vivere quotidiano, ma anche il nostro celebrare cristiano. Proprio perché è un gesto di forte implicazione relazionale, nella liturgia viene riservato ad occasioni particolari: si bacia esclusivamente la presenza di Cristo nei suoi principali segni sacramentali: l’altare e l’evangeliario. Per questo, il bacio è associato sempre al gesto del venerare ed è accompagnato il più delle volte dal silenzio o da una preghiera sussurrata nel cuore. 

Solo in seconda istanza, questo gesto si estende alla presenza di Dio nei fratelli nel bacio di pace. Tutti gli atri baci di devozione, rivolti ad immagini e oggetti sacri (come la croce, la stola, le statue, le reliquie eccetera) ne sono, in un certo senso, un’estensione. Baciare infatti è un gesto di forte valenza simbolica e di intenso coinvolgimento interiore: una eccessiva moltiplicazione ne svilisce il valore.

È stata proprio la riforma liturgica del Concilio vaticano II a volerlo particolarmente prezioso, da riservare in modo esclusivo ai due momenti culminanti della celebrazione eucaristica: il bacio del vangelo, vertice della Liturgia della Parola, e il bacio dell’altare, centro e culmine di tutta la celebrazione eucaristica. Il rito, infatti, prevede il bacio dell’altare nella dinamica del saluto (riti di ingresso) e del congedo (riti di conclusione), quasi ad annodare insieme, in un'unica azione, il saluto a Cristo con il suo stesso corpo, la Chiesa. Il bacio, così profondamente legato alla bocca e alla simbolica del nutrimento, riveste nella liturgia un particolare significato iniziatico ed eucaristico. Esso, infatti, così come è preludio alla relazione sessuale, lo è ....

L'articolo di Morena Baldacci continua a questo link:



Cammino sinodale: “Aprire strade da percorrere perché tutti abbiano posto nella Chiesa”

Diffuse le Linee guida per la fase sapienziale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia. "Nuove ministerialità" per i laici e valorizzazione del ruolo delle donne. Tra le proposte, affidare ad un diacono l'amministrazione di parrocchie prive di parroco residente. Uno strumento per accompagnare e orientare il terzo anno del Cammino sinodale delle Chiese in Italia

“Proseguire nel percorso avviato, rafforzando l’esercizio del discernimento a partire dai temi e dalle domande proposte nelle Linee guida e indicando decisioni possibili, impegni, aspetti ancora da sviluppare”. E’ l’obiettivo delle Linee guida per la fase sapienziale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia , diffuse oggi. “Queste Linee guida, facendo tesoro del biennio narrativo – sottolinea il Consiglio episcopale permanente nell’introduzione al documento – gettano un ponte verso la fase profetica, incamminando le Chiese in Italia verso un discernimento operativo che prepari il terreno alle decisioni, necessariamente orientate a un rinnovamento ecclesiale e mai introverse; anche quando l’attenzione è puntata sulla vita interna delle nostre comunità, il pensiero è sempre quello estroverso della missione: rendere più agili alcune dinamiche ecclesiali (dottrinali, pastorali, giuridiche, amministrative) per rendere più efficace l’incontro tra il Vangelo, energia vivificante e perenne, e l’umanità di oggi”. Soprattutto in un tempo in cui “i lavori sinodali si intrecciano con i problemi e i drammi di ciascuno, che sono i problemi e i drammi del mondo: gli strascichi sanitari, economici e sociali della pandemia, il clima di guerra tragicamente ravvivatosi, le crisi ambientali, occupazionali, esistenziali. Un senso di precarietà e di smarrimento avvolge molte persone e famiglie nel nostro Paese”. Il testo – che si arricchisce di alcune infografiche – contiene infine il Cronoprogramma con l’agenda delle tappe e degli appuntamenti che condurranno all’apertura della fase profetica nel maggio 2024.

Continua la presentazione per punti sintetici a questo link:

A questo link invece il depliant con le intere linee guida
con sintetiche illustrazioni e il crino-programma:

Mons. Repole: “Ripensare il ministero dei preti”

 L’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa traccia al Sir un bilancio dell’incontro, offrendo prospettive con cui oggi affrontare nuove forme di presenza e di servizio ecclesiale in zone per molti versi disagiate: sono passaggi che comportano un nuovo modo di concepire la figura del presbitero, a partire dalla rivisitazione del suo servizio di presidenza. Si tratta di considerare il ministero ordinato come differenziato e articolato al suo interno; di valutarne le possibili analogie con il ministero episcopale; di immaginare nuove ministerialità laicali


Lunedì 10 e martedì 11 luglio una trentina di vescovi, provenienti dalle diverse regioni del Paese, hanno dato vita a Benevento alla terza tappa di un percorso volto a riflettere sulle cosiddette “aree interne”. La cornice di fondo è stata assicurata dalla riflessione teologico-pastorale di mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa. All’incontro hanno partecipato anche il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, e mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei. A conclusione dell’incontro, abbiamo raccolto la voce di mons. Roberto Repole.

L'intera intervista a cura di Gigliola Alfaro a questo link:



Nella Chiesa è il tempo delle donne

«Il Papa ha aperto la porta, ora bisogna lavorare sui ruoli e i ministeri», dice Maria Zervino, direttrice dell’Osservatorio mondiale delle donne.



Se c’era un battesimo urgente o un funerale, celebravano loro. Durante la liturgia della Parola con Eucaristia predicavano. A loro era affidata la preparazione al matrimonio, le conversazioni spirituali, la catechesi... Insomma, «un diaconato femminile, ma senza titolo». Maria Lia Zervino è una servidora, fa parte cioè di un’associazione di donne consacrate fondata nel 1952 da un sacerdote argentino, oggi servo di Dio, Luis María Etcheverry Boneo, in stretta collaborazione con la sua discepola Lila Blanca Archideo. Una piccola realtà, 60 donne, tra Argentina e Italia, a servizio delle Chiese locali, per mandato del vescovo e della loro comunità.


L'intervista di Vittoria Prisciandaro continua a questo link:




Alcolici e giovani. Cibin: “Organizzare servizi ad hoc e dare risposte unitarie”

È cambiato il modo di bere, passando da un consumo come accompagnamento al cibo ad una finalità “ricreativa”, caratterizzata dalla ricerca di “sballo”, euforizzazione, ubriacatura. “Come conseguenza, aumentano gli incidenti, i reati, le risse, le patologie, i problemi acuti”, spiega al Sir lo psichiatra, coordinatore scientifico del Centro Soranzo


Assistiamo ad un apparente paradosso: le statistiche ci dicono che negli ultimi 15 anni il consumo globale di alcol è diminuito, ma contemporaneamente anche che i modi di bere a rischio sono aumentati perché è un modo diverso di bere, che non comporta necessariamente una maggior quantità globale di consumo di alcolici, ma un modo di bere più pericoloso. E questo riguarda soprattutto i giovani.

L'intervista di Gigliola Alfaro continua a questo link:



Le parabole ebraiche di Gesù: peccati da perdonare o smarrimenti da riconciliare? (1/2)

Una lettura ebraica delle parabole di Gesù ne evidenzia ancora una volta la caretteristica di narrazioni che sfidano, provocano, condannano e divertono.

Uno dei libri più sorprendenti che mi sia mai capitato di leggere è senz’altro Le parabole di Gesù – I racconti enigmatici di un rabbi controverso (ed. Effatà). L’autrice si chiama Amy-Jill Levine, ebrea ortodossa, docente di Nuovo Testamento all’università di Vanderbilt (Tennessee, USA), membro del comitato di redazione di Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano, e visiting professor al Pontificio Istituto Biblico di Roma.
La domanda di partenza della sua ricerca, apparentemente innocua e quasi ovvia, è: come comprendevano le parabole di Gesù i suoi ascoltatori del I sec. d.C.? Avevano sicuramente un contesto culturale diverso dal nostro, il quale – per altro – è stato in parte formato proprio dalle categorie di pensiero introdotte dal messaggio di Cristo, così come è stato compreso e cristallizzato nei secoli. Chi ascoltava Gesù per la prima volta necessariamente possedeva un altro background e a partire da quello attribuiva significati alle “storie” raccontate da lui.
Fin qui tutto liscio, no? Bene, allora proviamo a seguire l’analisi che la Levine fa di queste storie, e vediamo cosa ne viene fuori. Cominciamo da una delle più famose, quella che per secoli è stata intitolata ...



Le parabole ebraiche di Gesù: un invito alla ricerca e al domandare inquieto (2/2)

"La parabola ci deve turbare. Se la ascoltiamo e non ci sentiamo turbati c’è qualcosa che non quadra nella nostra morale" (Amy-Jill Levine)

Coma abbiamo cominciato a vedere nel post precedente (qui), l’interpretazione delle parabole di Gesù da parte della studiosa Amy-Jill Levine produce un notevole effetto di straniamento che aumenta se volgiamo lo sguardo alla parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 9-14).
L’interpretazione corrente dipende direttamente da quella offerta dall’evangelista, secondo cui “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Luca dà il via alla tradizione secondo cui la parabola è da intendersi in termini di ipocrisia del fariseo e di santità del pubblicano. Ma perché il fariseo sarebbe ipocrita? Perché ringrazia in cuor suo il Signore per la sua condizione esistenziale? E il pubblicano, l’esattore delle tasse per conto dei Romani invasori e per il suo tornaconto personale, che confessa il suo peccato senza però proporsi di modificare la propria vita, perché dovrebbe essere considerato santo? Al massimo, potrebbero risultare l’uno antipatico e l’altro più simpatico… La Levine sottolinea che non c’è nulla di bigotto nella preghiera del fariseo, ma che c’è piuttosto la riconoscenza per la grazia che Dio offre a chi lo supplica, mentre chiedere perdono per i peccati senza proporsi di smettere di peccare appare come “una grazia a poco prezzo”.
Eppure,...


Questo secondo intervento di Maria Grazia Giordano continua a questo link:



L’Eritrea, un Paese da seguire con grande attenzione.

Lasciare oggi tutto nelle mani di Mosca e Pechino mi sembrerebbe un atto di miopia politica e umanitaria. Il commento di Marco Mayer

Sono passati più di sei mesi dalla visita del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in Eritrea in cui ha incontrato il presidente Isaias Afwerki. L’agenzia di stampa russa ha sottolineato che nei suoi incontri Lavrov ha espresso l’interesse di Mosca per il porto e l’aeroporto di Massaua nell’ambito della crescente attenzione politica, militare ed economica della Federazione Russa nei confronti dell’Africa, del Mar Rosso e dell’area del Golfo. Un paio di settimane prima della sua visita era già stato stato siglato uno specifico protocollo di intesa tra il porto di Massaua e quello di Sebastopoli, la grande base militare navale russa. Il 22 marzo scorso, il ministro degli Esteri eritreoOsman Saleh ha ricambiato la visita incontrando Lavrov a Sochi. L’intenso scambio diplomatico tra Eritrea e Federazione Russa è culminato il 31 maggio 2023 con il vertice Mosca tra il presidente Vladimir Putin e l’omologo Afwerki.

Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto premiare l’Eritrea – unico Paese africano che sin dall’inizio ha espresso il suo totale consenso all’invasione russa in Ucraina – ma il vertice al Cremlino ha anche sottolineato esplicitamente il valore strategico che l’Eritrea rappresenta per Mosca. Da qui l’intenzione di Mosca di potenziare la propria presenza militare ...

L'analisi continua a questo link:

https://formiche.net/2023/06/leritrea-un-paese-da-seguire-con-grande-attenzione-scrive-mayer/


Papa Francesco sana l’irregolarità cinese della nomina di Shanghai. Ma i problemi restano

Le autorità cinesi avevano trasferito il vescovo Shen Bin a Shanghai senza coinvolgere la Santa Sede. Solo il Papa può formalmente nominare i vescovi. Papa Francesco ha deciso di sanare l’irregolarità canonica


Papa Francesco decide, “per il maggior bene della diocesi”, di sanare l’irregolarità canonica che si era creata a Shanghai, quando lo scorso aprile le autorità cinesi avevano trasferito il vescovo Shen Bin da Haimen senza coinvolgere la Santa Sede, in quello che era il secondo “schiaffo” in poco tempo dato da Pechino alla Santa Sede. Ma la nomina viene accompagnata da una intervista a Vatican News del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che punta prima di tutto a notare che si tratta di una concessione, non certo della soluzione di un problema, e che anzi ci sono tre problemi che permangono nonostante l’accordo tra Cina e Santa Sede sulla nomina dei vescovi, e ribadisce l’intenzione di aprire un ufficio di collegamento in Cina per superare i problemi e entrare pienamente nello spirito dell’accordo.

L'intervista a cura di Andrea Gargliarducci continua a questo link:


Tunisia: Deportazioni e violenze. I Bambini costretti a bere acqua di mare

Ieri Meloni, Von der Leyen e Rutte sono tornati in Tunisia portando altri aiuti economici perché Saied cerchi di tamponare il flusso di partenze da quei porti senza far parola delle violenze sui migranti perpetrate su quella costa nei centri di raccolta, contrastano con le parole di don Tonino Bello:


“Ragazzi, io vi auguro che lo Spirito Santo vi metta un'inquietudine tale davanti alle cose che non sono buone, che non sono oneste, che non sono giuste, che non sono pulite, vi metta una inquietudine tale che voi abbiate a levare la voce ogni volta che il corpo del Signore non viene riconosciuto nel volto dei fratelli” 



Le parole di don Tonino Bello sempre accanto agli ultimi, indicato da Papa Francesco come “profeta”, risuonano con forza in questi giorni, in cui arrivano nuovamente immagini di violenza disumana perpetrata sui migranti in Libia e Tunisia, dove l’Italia e l’Europa cercano di far respingere le persone migranti.  Il 3 luglio la ricercatrice presso “Human Rights Watch” Lauren Seibert e Alarm Phone hanno denunciato che dopo una perquisizione in una casa a Sfax, in Tunisia, 48 persone migranti sono state arrestate e 20 tra loro, di cui 6 donne, due incinte e una di 16 anni, sono state deportate dai militari tunisini al confine con la Libia, senza denaro e cibo.           

Queste pratiche di deportazione e violenza perpetrate dalle autorità tunisine sulle comunità migranti sono tra l’altro documentate da tempo. Nella giornata del 4 luglio si sono verificate altre catture e deportazioni e al momento sono più di 400 le persone imprigionate in condizioni disumane nella zona militarizzata al confine tra Tunisia e Libia. Alcune di queste persone pare siano già rimaste uccise: tra queste, una delle due donne incinte deportate due giorni fa.          
Secondo una persona sul posto, la situazione sanitaria è catastrofica: “I bambini sono costretti a bere acqua di mare” dice.      
Nel mentre l’Italia e l’Europa cercano di irrobustire la strategia dei respingimenti appaltati alla Tunisia, che comportano il contenimento dei migranti in quelle condizioni disumane. Queste politiche producono solo un aumentare della violenza, come già è avvenuto in Libia, dove le mafie prosperano sui respingimenti dei migranti che l’Italia ha appaltato alla cosiddetta Guardia costiera libica. Siamo responsabili di quella disumanità, la nostra coscienza non può ritenersi pulita. 
Dovremmo invece ...


L'articolo di don Mattia Ferrari continua a questo link:


https://mediterranearescue.org/it/news/deportazioni-e-violenze-contro-i-profughi-bambini-costretti-a-bere-acqua-di-mare

 

Diplomazia, sicurezza e sviluppo in Africa: come si sta muovendo l'Italia?


L'Africa è uno dei principali teatri in cui si dispiega l'attuale politica estera italiana. Roma è presente nel continente agendo su vari dossier, che vanno dalla cooperazione in campo economico e securitario al settore degli investimenti.


Dopo un lungo periodo di relativo disimpegno, nello scorso decennio la politica estera italiana è stata segnata da un rinnovato interesse verso il continente africano. Pur registrando risultati e intensità altalenanti, questo approccio sembra acquisire negli ultimi mesi un nuovo impulso. Le conseguenze della guerra in Ucraina con le nuove priorità energetiche che ne sono conseguite; la perenne questione delle migrazioni; la ricerca di un salto di qualità nelle collaborazioni economiche e negli investimenti; l’impegno strategico e securitario; e il tentativo da parte di Roma di costruirsi un ruolo nell’approccio europeo all’interno della partnership con l’Africa. La congiuntura attuale impone dunque uno sforzo per inquadrare e comprendere meglio la politica estera italiana verso il continente africano degli ultimi decenni, e i percorsi futuri che si stanno delineando. Come si è caratterizzata l’azione di Roma nella regione nel passato recente? Quali priorità sono destinate a segnarne l’approccio per gli anni a venire? 

Una sintesi in otto punti a questo link:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/diplomazia-sicurezza-sviluppo-come-si-muove-litalia-in-africa-135220


Terza Domenica di luglio: a Venezia è la Festa del Redentore


In questa terza domenica di luglio a Venezia si festeggia il Redentore ma, per dare continuità al messaggio evangelico che la Liturgia ci propone durante l'anno liturgico, i due approfondimenti dell'Evangelo nei post seguenti, sono attorno alla proposta della XV Domenica del Tempo Ordinario.



La Liturgia della Parola in questa Festa propone delle letture proprie: 
Ez 34,11-14; Rm 5,1-11; Gv 3,13-17

Ai seguenti link tre brani di omelie di Marco Cè in occasione di questa Festa festa: 

https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2022/07/iii-domenica-di-luglio-festa-del.html

 

https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2021/07/iii-domenica-di-luglio-festa-del.html


Nel secondo link, in calce all'omelia, c'è una nota che presenta alcuni elementi di fede che, nella tradizione oltre al Pellegrinaggio alla Basilica attraversando il ponte di barche, caratterizzano lo svolgersi della festa popolare del Redentore normalmente oramai purtroppo del tutto dimenticati 


Lieta festa!


XV Domenica PA - Mt 13, 1-23

Non ci si deve abbattere, l'importante è non demordere e continuare nella coerenza ad annunciare sperando al di là di ogni umana speranza (Rm 4,18) senza preoccuparsi del raccolto.



Pur saltando un intero capitolo, l’Evangelo che la Liturgia ci propone oggi si pone in perfetta continuità con il messaggio della scorsa domenica nella quale abbiamo visto un Gesù inizialmente sconfortato perché il suo messaggio non era stato accolto come lui si aspettava. Eppure aveva parlato chiaramente e i segni compiuti avrebbero dovuto accreditarlo con maggiore forza. 

Però subito gli sovviene che sopra di tutto c’è il Padre, quindi lo loda ed invita nuovamente tutti, soprattutto gli sfiduciati e gli affaticati, ad andare ed affiancarsi a lui perché il suo “giogo è leggero” e si adatta alle forze che ciascuno ha nella certezza che il Padre non chiede mai cose superiori alle forze che uno ha. Inoltre invita ad imitarlo: lui non si arrende, non si rassegna ma va avanti nonostante tutto nel servizio agli altri; questo significa essere miti ed umili, non altro.


Oggi l’Evangelo ci mostra come tutto abbia portato Gesù cambiare passo, cioè a non proclamare più direttamente il suo messaggio, ma cercare di farlo passare attraverso degli esempi concreti, vicini all’esperienza delle persone del suo tempo: ecco allora le “parabole” come quella di oggi dove c’è un seminatore “disattento” in quanto, in un territorio dove ci sono più sassi che terra, non guarda dove sparge la semente che allora cade sullo sterrato della strada, piuttosto che tra i sassi, oppure tra i rovi e, in parte, anche in una terra fertile. 

In realtà il primo messaggio che Gesù vuole dare ai suoi è quello di non abbattersi per gli scarsi risultati che può dare il loro lavoro di missionari: è capitato a lui, lo hanno sperimentato assieme, capiterà ovviamente anche a loro quando lui non ci sarà più fisicamente ed anche a noi. La cosa importante è non demordere e continuare nella coerenza ad annunciare sperando al di là di ogni umana speranza (Rm 4,18) senza preoccuparsi del raccolto, sapendo che facilmente chi raccoglierà non sarà chi semina. 

Anche in questo nostro tempo, nel quale pare essere non più nel meriggio ma già nel pomeriggio inoltrato del cristianesimo (il tempo della maturità secondo la metafora di Halìc mutuata da quella sulla vita di Carl Gustav Jung), non si deve smettere di seminare; bisogna però fare i conti con una realtà rapidamente mutevole e incarnarsi in questa, cambiando le modalità di annuncio, di semina della Parola. Il risultato non dipende dalla qualità della semente (dalla Parola), né dal seminatore, piuttosto dal terreno nel quale cade. È necessario avere fiducia in quello che il Padre afferma attraverso Isaia (55,11) “così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata”. Realtà che anche in Genesi appare chiaramente quando il Signore dice una cosa e questa immediatamente prende forma: “Sia la luce e la luce fu”, perché la sua parola contiene in sé una energia creatrice che, quando incontra il terreno adatto, sviluppa tutte le sue potenzialità. Non sta però a noi decidere quale questo sia perché il Signore può far fiorire credenti anche dalle pietre (Mt 3,9; Is 51,1-2) e i tempi nei quali le sementi germogliano non sono da noi determinabili né conoscibili. Volentieri rimangono latenti per sbocciare quando meno ce se lo aspetta, quando si pensava fosse tutto andato perduto. Nel Vangelo di Marco (4,26) Gesù fa l’esempio del seminatore che “getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa”, ma cresce …

D’altra parte l’annuncio non ha nulla a che vedere con l’indottrinamento. Quest’ultimo è come un vestito preconfezionato calato dall’alto, può anche vestire bene ma non è stato scelto, si porta ma rimane estraneo e se si può si smette volentieri. L’annuncio propone, desidera far riflettere, far risuonare dentro l’interlocutore il suo messaggio, lasciando il tempo necessario perché possa far emergere l’incontro con il Signore. Il racconto, la parabola, invita a pensare; non si comprende immediatamente, a volte non lascia tranquilli; è un regalo ben incartato, legato, infiocchettato che, a volte, non si scarta nemmeno immediatamente …

***


Il racconto di Matteo oggi inizia dicendoci che attorno a Gesù era in riva al mare e si radunò molta folla tanto che dovette salire su di una barca e da lì racconta sette parabole a coloro che rimangono sulla battigia, la prima è quella del seminatore. È un linguaggio simbolico: il mare è da attraversare per andare altrove come dall’Egitto verso la terra promessa, mentre la barca è una delle rappresentazioni della comunità ecclesiale. Oggi su quella barca c’è solo Gesù che racconta le parabole (tutta la folla, noi tra questa, deve ancora scegliere se salirci o meno) … poi gli si avvicinano i discepoli per chiedergli la ragione del suo cambio di passo e lui dà una risposta a noi non immediatamente comprensibile: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma loro non è dato”.

Prima di tutto è necessario sottolineare come “i misteri del regno dei cieli” sono un dono e i discepoli lo hanno già accolto e fatto esperienza (“conoscere” nel linguaggio semitico significa proprio questo), altri no. C’è da meravigliarsi? No, sta nella logica delle cose e lo spiega con le parole di Isaia: “il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca”. Poi prosegue chiarendo a loro la parabola anche se loro non l’avevano chiesto. Qui bisogna fare attenzione a non immedesimarsi con un solo terreno: tutti noi lo siamo contemporaneamente tutti e quattro. La strada battuta è il modo rassicurante di ragionare della realtà sociale nella quale viviamo e che condividiamo. A volte possiamo anche infiammarci facendo delle esperienze emotive come raduni, manifestazioni o anche celebrazioni commoventi: ma è il terreno sassoso che non ha terra dove radicare l’eccitazione del momento. La nostra vita è poi generalmente frenetica, ricca di impegni, di cose da fare che spesso raccontiamo come delle spine che non ci lasciano in pace. Ma in ciascuno c’è anche della “bella” (e non buona come viene tradotto) terra nella quale prima o poi uno dei semi arriva e porta il frutto adeguato al campo nel modo nel quale lo abbiamo preparato nel silenzio della preghiera, del confronto con il Signore e la sua Parola.

(BiGio)