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Assemblea sinodale. Castellucci: la Chiesa è vivace, non siamo in alto mare

Al briefing sui lavori, in corso Vaticano, della seconda assise delle Chiese in Italia, è emersa una spiccata dinamicità di confronto che si sta esprimendo anche attraverso alcune critiche alle cinquanta Proposizioni attorno alle quali fino a domani, 2 aprile, proseguirà il lavoro nei gruppi in vista della votazione di giovedì. Tra i temi al vaglio, l'integrazione delle persone che soffrono a causa delle proprie relazioni affettive e la corresponsabilità delle donne nelle diocesi


Un’assemblea vivace, segno che la Chiesa italiana è viva. È l'immagine restituita stamani, 1 aprile, nell'atrio dell'Aula Paolo VI in Vaticano, dai vertici del Comitato Nazionale del Cammino sinodale nel briefing con i giornalisti sulla Seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia (la seconda dopo quella di novembre scorso nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura). Monsignor Erio Castellucci e monsignor Valentino Bulgarelli - rispettivamente presidente e segretario del Comitato -, e don Gianluca Marchetti, sottosegretario della CEI, hanno illustrato il metodo di lavoro, il clima del confronto tra presuli, delegati diocesani e invitati, le prossime tappe. Su sollecitazione dei cronisti, anche qualche accenno ad alcune delle questioni che hanno ricevuto più critiche. 

L'articolo di Antonella Palermo è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2025-04/seconda-assemblea-sinodale-briefing-cei-vescovi.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Assemblea Sinodale: Proposizioni senza gioia

È in corso di svolgimento a Roma la II Assemblea sinodale delle Chiese in Italia che, questa mattina, ha avviato il confronto con le 50 Proposizioni raccolte sotto il titolo «Perché la gioia sia piena». I limiti evidenti di questo testo, per riferimento alla dimensione liturgica della vita della Chiesa, sono stati messi in evidenza ieri da un articolo di Andrea Grillo (cf. qui).


A quanto si apprende, anche in aula sinodale le Chiese reali italiane (vescovi compresi) si sono espresse criticamente rispetto alle Proposizioni: sia per ciò che concerne il loro contenuto, sia per quanto riguarda il metodo scelto per redarle (poco trasparente e, quindi, in contraddizione con quello stile sinodale che papa Francesco richiede da tempo alla nostra Chiesa locale).

L’impressione che si ha nel leggerle è che esse abbiano ben poco a che fare con qualsiasi forma di sinodalità – essendo decisamente distanti non solo dai testi delle Chiese continentali che hanno istruito la fase di inizio del Sinodo sulla sinodalità della Chiesa cattolica, ma anche dal lavoro conclusivo che ne è scaturito e che papa Francesco ha fatto suo così come era. Alla libertà evangelica del ministero petrino non sembra dunque corrisponderne altrettanta da parte degli uffici centrali della CEI – rispetto ai quali un gran numero di confratelli nell’episcopato sta facendo davvero fatica a riconoscersi.

La riflessione di Marcello Neri è a questo link:

https://www.settimananews.it/sinodo/cei-sinodo-proposizioni-senza-gioia/?fbclid=IwY2xjawJZviJleHRuA2FlbQIxMQABHTsOT-uV9lj611VfyhaJhAaOu1I4ZUjcB9x6sQyN9vP72EtjunBg2Bwp1g_aem_KnWOoUjzKHLXFAgAOYb7Ag

Sindrome di Down. Il videomusical di CoorDown per l’inclusione delle persone nei luoghi decisionali

“No decision without us” è il video musicale lanciato da CoorDown in occasione dell'odierna Giornata mondiale della sindrome di Down per rivendicare la presenza delle persone con disabilità nei luoghi in cui si prendono le decisioni. La presidente Martina Fuga: “No passi indietro in tema di inclusione e partecipazione"


Un trascinante videomusical per rivendicare la presenza delle persone con disabilità nei luoghi in cui si prendono le decisioni relative alle autonomie personali e ai diversi aspetti della vita sociale e civile. Si tratta di No decision without us, la campagna di sensibilizzazione internazionale lanciata da CoorDown in occasione del 21 marzo, Giornata mondiale della sindrome di Down. L’inclusione non sarà mai possibile se il mondo continuerà ad essere disegnato da “pochi” per “pochi”, sostiene il Coordinamento. Secondo l’Oms, almeno un miliardo di persone, il 15% della popolazione globale, vive una condizione di disabilità e di esclusione.

L'articolo di Giovanna Pasqualin Traversa è a questo link:

https://www.agensir.it/mondo/2025/03/21/sindrome-di-down-il-videomusical-di-coordown-per-linclusione-delle-persone-nei-luoghi-decisionali/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2

Censis, quale ruolo per i cristiani nella società contemporanea

Con due interviste a Massimo Cacciari e Fabio Rosini la presentazione del rapporto presentato dall'istituto di ricerca socioeconomica nella Basilica di San Giovanni in Laterano. La necessità di un'alleanza tra i pensanti, prima ancora che tra credenti e non credenti, per contrastare il “paradigma tecnocratico".


Lo spirito di Teilhard de Chardin, il poliedrico gesuita di cui in questi giorni si celebrano i 70 anni dalla morte, ha aleggiato dall’inizio alla fine dell’incontro che si è svolto stamattina nella basilica di San Giovanni in Laterano. “La responsabilità della speranza e il lavoro dello spirito” era il tema dell’evento che, partendo da una recente ricerca del Censis, ha spinto al confronto diversi e prestigiosi relatori, da Giuseppe De Rita a Massimo Cacciari, da padre Antonio Spadaro a don Fabio Rosini a Andrea Riccardi. L’espressione “lavoro dello spirito” nasce da Max Weber, ha ricordato il filosofo Massimo Cacciari (che l’ha usata come titolo di un saggio pubblicato nel 2020 da Adelphi) che concorda con De Rita, e quindi con De Lubac citato spesso da Francesco, che lo spirito sia proprio il padre dell’unità, dell’armonia. La sua è una riflessione «da non credente» commenta parlando ai media vaticani, «e da persona consapevole che oggi ci ritroviamo di fronte a una sfida enorme: il dominio dell’uomo tecnico e dell’homo oeconomicus sull’homo politicus. Nel modello weberiano si presumeva che non solo vi fosse l’homo politicus, ma che vi fosse una élite politica in grado di interpretare le tendenze dell’epoca. Oggi questo non avviene più ...

L'articolo di Guglielmo Gallone è a questo link:

Adolescence, la youth revolution e il futuro sismico del pianeta

Disagi, angosce giovanili ed i rapporti fra figli e genitori che fanno da sfondo alla serie televisiva Adolescence prefigurano anche una sorta di nuova rivendicazione generazionale, tecnologicamente e culturalmente molto diversa dal mitico 1968.


Il nome, la sigla, gli slogans ancora non ci sono, ma il lievito é in fermento da mesi. Ed è il lievito esistenziale delle generazioni post 2000 che si stagliano sullo sfondo delle seguitissime puntate televisive di Adolescence. Lì muove la nebulosa delle speranze, dell’immaginazione, la rabbia per le delusioni e l’impulso di cambiare il mondo prima che il mondo cambi per sempre loro.

The youth revolution é in progress, pronta a scattare con un link, un post, un selfie oppure un Whatsapp sull’universo di siti di manosphere ed a strabiliare psicologi, sociologi, opinionisti e storici che constateranno quanto siano superate e obsolete le analogie col 1968, tirate fuori dai cassetti della memoria e della malinconica nostalgia per una pur entusiasmante stagione di profezie e sogni solo in piccola parte realizzatesi. No, la new youth revolution non é un nuovo ’68, ma una scossa politico culturale glocal, globale e locale, destinata a ...

L’analisi di Gianfranco D’Anna è a questo link:

https://formiche.net/2025/03/adolescence-la-youth-revolution-e-il-futuro-sismico-del-pianeta/#content

Ora c'è un motivo in più per il salario minimo

 Ora c’è un motivo in più per auspicare l’introduzione di un salario minimo legale. E viene da una sentenza della Corte di Cassazione


Ora c’è un motivo in più per auspicare l’introduzione di un salario minimo legale, ed è molto serio. La Corte di Cassazione ha sentenziato che anche la retribuzione minima stabilita dal contratto collettivo di categoria sottoscritto dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative è soggetta al sindacato giudiziale di rispetto dei criteri di sufficienza e proporzionalità di cui all’articolo 36 della Carta costituzionale e, ove non conforme, debba essere sostituita con la retribuzione stabilita dal contratto collettivo della categoria “più affine”. Questo implica che i giudici possono svolgere – e in alcuni casi hanno già svolto – una funzione di supplenza, fissando i minimi retributivi e orientando anche le aziende verso la scelta di un Ccnl piuttosto che un altro...

L'articolo di Marco Leonardi è a questo link:

10 anni di Koinokia. Una casa comune per i giovani

Koinoikia, esperienza di vita comunitaria per giovani a Roma, promuove autonomia e discernimento spirituale. Nata nel 2015, offre condivisione, preghiera e responsabilità, accompagnando i partecipanti nella crescita personale e nella transizione verso la vita adulta


A Roma da un po’ di tempo circola una parola strana, che risveglia ricordi nostalgici in chi da adolescente ha frequentato il liceo classico, e dunque ha serbato nella memoria una qualche infarinatura di greco…

“Come hai detto che si chiama l’esperienza? Koinonia?”
“No: Koinoikia!”
“Ah, ma è una parola nuova, no?”

Infinite volte ho avuto questo esatto scambio di battute: laddove l’altro, per i suoi retaggi classici, immaginava si trattasse della parola che in greco significa comunionecomunità (koinonia, appunto), qui sia il termine in questione che la realtà che esso designa sono nuovi, sebbene vicini a quanto inteso dall’altro. “Koiné” e “oikia”, per crasi “Koinoikia”, ovvero “Casa comune”, ma anche “Casa in comune” o, meglio, “Casa comune per la comunione”: la proposta di vita comunitaria rivolta ai giovani di Roma, che dall’1 marzo 2015 a oggi ha visto l’apertura di nove Case a Roma sud, tra il Torrino, Mostacciano, Tor Marancia e la Garbatella.

L'articolo di Alessandro Di Medio è a questo link:

https://www.agensir.it/chiesa/2025/03/13/una-casa-comune-per-i-giovani/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2

La morsa del debito. Un peso e due misure: il doppio fardello del Sud del mondo

Il debito estero grava sullo sviluppo dei Paesi poveri. Il Papa - ancora una volta in occasione del Giubileo - ha richiamato le Nazioni ricche a intervenire "cancellando o riducendo quanto più possibile" il fardello che genera a sua volta povertà e ingiustizia planetaria. Diversi organismi cattolici hanno lanciato la campagna "Cambiare la rotta" con una proposta chiara: non basta rinegoziare i pagamenti, bisogna ridurre in maniera significativa il peso del debito per permettere ai Paesi di investire nel proprio futuro


È un paradosso dei nostri tempi: le Nazioni meno responsabili delle emissioni di gas serra sono quelle che subiscono le conseguenze più devastanti del cambiamento climatico. Mentre il Nord globale continua a prosperare, il Sud globale è intrappolato in una morsa di debito e crisi ambientale. Secondo il Climate Vulnerable Forum, questi Paesi perdono annualmente il 20% del loro Pil a causa dei danni climatici, mentre il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale avvertono che oltre il 60% delle economie in via di sviluppo sono a rischio di crisi debitoria. Una situazione che non può essere più ignorata, soprattutto considerando che le risorse che dovrebbero essere impiegate per adattarsi alla crisi climatica vengono invece dirottate per ripagare prestiti contratti in condizioni spesso inique.
Per fare fronte a questa emergenza, nel 2020 il G20 ha introdotto il Common Framework for Debt Treatments, una misura che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto offrire ai Paesi più poveri un percorso per la ristrutturazione del loro debito. Tuttavia, la sua applicazione si è rivelata lenta e inefficace. Il problema principale è che ...

L'articolo di Giovanni Rocca è a questo link:

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Il Foglietto "La Resurrezione" di domenica 30 marzo

 



Domenica IV di Quaresima - Lc 15,1 3. 11- 32

Troppo facile identificarsi con il figlio minore perdonato per acquetare la coscienza. 

L'invito di questa parabola, è l'accorgersi che l’amore del Padre ci incalza a credere che la fraternità è condivisione nella festa e non nel rancore.



Credere significa porre la fiducia nella promessa di un Dio che, nella sua misericordia, offre sempre una seconda possibilità perché Lui è per la vita e non per la morte.

Questo è stato fino ad oggi il cammino in questa Quaresima ed ora ci è chiesto di fare un passo ulteriore che ci interpella personalmente chiedendoci di identificarci non in uno solo dei tre personaggi della parabola, ma alternativamente in tutti e tre senza alcuno sconto. Sono tre atteggiamenti che tutti ci troviamo prima o poi a vivere se non ci si nasconde dietro il consueto comodo, ma falso, dito.

C’è un padre e due figli che più diversi da così non si potrebbe, una situazione comune in molte famiglie. Due figli che non si riconoscono come fratelli e faticano a vivere serenamente la realtà famigliare. Ambedue hanno ansia di autonomia: uno la manifesta, l’altro la reprime; uno la protesta con coraggio, l’altro la argina per rimanere in un ambito di sicurezza. Il primo la protesta subito e desidera sperimentarla in pienezza, nel secondo esplode in un secondo tempo per reazione al comportamento del fratello e del padre protestando contro la sua stessa libera scelta. Il padre è in mezzo nella posizione più scomoda, ma appunto per questo ha molto da insegnare su come si deve vivere la realtà dei figli cosciente che, pur essendo come frecce nella sua faretra (Ps 127), non sono sua proprietà.

Il brano evangelico inizia ancora una volta con una folla che si avvicina a Gesù “per ascoltarlo”. Questa volta però non si tratta di persone comuni ma sono “tutti i pubblicani e i peccatori”, gli esclusi dalla società, gli emarginati. Averci a che fare con loro e ancor di più il mangiare con loro nel linguaggio semitico significa condividerne la vita, di conseguenza l’essere da loro contaminati, il diventare impuri come loro, pària come loro. Per questo Gesù non viene neppur chiamato per nome, come può una persona del genere portare un nome che significa “Il Signore salva”? Ecco allora la conosciutissima parabola che oggi la Liturgia ci propone e che non è indirizzata a coloro che gli si assiepavano attorno “per ascoltarlo” ma a coloro che si tenevano a distanza con la puzza sotto il naso, i benpensanti, i cristiani frequentanti: facilmente cioè a noi.

Il figlio minore chiede la sua parte di eredità, il padre divide il suo “patrimonio” tra i due figli, anche con quello che non ha richiesto nulla. Luca usa il termine greco bios che significa “vita”: il padre dà ai suoi figli la sua vita in parti uguali. Non dice nulla, lascia che la soggettività dei figli si manifesti liberamente anche se può provocare angoscia e dolore. Non protegge se stesso ma ha la capacità di lasciare spazio al figlio piccolo, alla sua ricerca che potrà, anzi certamente, comporterà anche degli errori gravi. Ha la forza di non imporre autoritariamente quello che lui pensa possa essere il bene, il futuro del figlio. Il suo silenzio non è segno di debolezza ma di forza nei confronti di se stesso riuscendo a non incatenare il figlio minore per non dover soffrire lui stesso, spera che la sua vita nel figlio possa riemergere mettendosi di fronte a quella scelta dal secondogenito. È quello che accade quando il giovane “rientra in se stesso”, ritrova la sua identità nella vita del padre dopo aver ridotto tutto ad oggetto, pensando di poter comperare tutto con il denaro che gli offriva potere (le tentazioni, le seduzioni della prima Domenica di Quaresima alle quali sempre siamo sottoposti lungo tutta la vita). Nel frattempo il padre non fa nulla: non va in cerca della pecora smarrita o della dracma persa (le parabole che precedono quella odierna). Ha obbedito al figlio rinunciando alla sua autorità e disobbedendo alla Scrittura che indicava di dividere l’eredità solo alla morte non prima (Sir 33,20-24), ma non lo abbandona e rimane in attesa dell’auspicato ritorno seppur avrebbe dovuto essere considerato come un bestemmiatore (Sir 3,16: “chi abbandona il padre è come un bestemmiatore”) e questi secondo il Levitico andavano lapidati (24,14).

Questo figlio non si pente ma ha solo fame e torna per cercare di colmarla. Il padre non parla ma agisce: “lo vide da lontano”, “si sentì sconvolgere nelle viscere”, “si mise a correre”, “gli si gettò al collo”, “non smetteva più di baciarlo”; non lo lascia parlare e lo reintegra come figlio.

Di fronte a questo atteggiamento sorge la domanda: perché sforzarsi di comportarsi bene se poi chi fa lo scapestrato viene accolto come se nulla fosse? Qui entra in scena l’altro figlio che ha preso la sua parte di eredità senza farne nulla in barba alla parabola dei talenti e ha continuato, certo “faticando” a vivere delle sostanze del genitore: non usa mai la parola “padre” mentre il minore lo fa cinque volte. Non ha coscienza di essere “figlio” ma un “servo” sotto un “padrone”. Può essere, forse inavvertitamente, la posizione di molti cristiani fedeli solo a norme che hanno perso ogni significato reale. Ci viene chiesto di identificarci più con questo primogenito che ha smarrito ogni identità e di rimanere capaci di accogliere la correzione del Padre “… questo tuo fratello …” perché a questo ci spinge questa parabola, ad accorgersi che l’amore del Padre ci incalza a credere che la fraternità è condivisione nella festa e non nel rancore.

(BiGio)

Genocidio, quel "crimine senza nome"

Dal Tribunale di Norimberga, dopo la Seconda guerra mondiale, all'adozione da parte dell'Onu della Dichiarazione sulla prevenzione e repressione del genocidio, il diritto internazionale ha rafforzato la tutela giuridica contro questo crimine. Nell’agire tra gli umani, tuttavia, l’analisi di una commissione d’inchiesta o la determinazione di un tribunale sono doverosamente precedute dal giudizio della coscienza e dall’obbligo della verità.


"Un crimine senza nome": così Winston Churchill reagì di fronte allo sterminio degli ebrei posto in atto dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Efferatezza, assurdità, male assoluto, violazione di ogni regola sono i termini allora e oggi utilizzati di fronte a quegli atti impensabili ma compiuti, posti con l’intenzione di una “soluzione finale”. La mancanza di una definizione rispondente alla gravità di quella condotta durò poco. Nello stesso periodo (eravamo nel 1944) fu il giurista polacco Raphaël Lemkin a identificare come genocidio la “distruzione” di nazioni, popoli, gruppi etnici. I contenuti del suo libro Axis Rule in Occupied Europe divennero riferimento per l’istituzione e il lavoro del Tribunale di Norimberga, per poi entrare in modo decisivo nel dibattito dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite concretizzatosi l’11 dicembre 1946 con la Dichiarazione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio, e appena due anni dopo con l’omonima Convenzione. Atto obbligante quest’ultimo, non a caso adottato il 9 dicembre 1948, un giorno prima che l’Onu emanasse la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo....

La riflessione di Vincenzo Buonomo è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-03/guerra-gaza-violenza-diritti-umani.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Perché le proteste di Gaza non possono cadere nel vuoto.

 Posto che sappiamo tutti perfettamente che la prima cosa da fare sarebbe quella di sgretolare Hamas dall’interno, aiutando l’emersione di una nuova classe dirigente palestinese quantomeno in grado di interloquire con il mondo civile e desiderosa di avviare una nuova stagione di rapporti con Israele, adesso il punto è uno solo: c’è modo di evitare che queste prime voci di protesta (che avranno senz’altro già i loro sostenitori, perché a Gaza nulla accade per caso) finiscano nel nulla cosmico?

Faremmo bene (qui in Europa) ad accorgerci con una certa prontezza delle novità che presenta il drammatico scenario mediorientale, anziché tendere a ragionare con schemi spesso superati dalla realtà.
Nel sostanziale disinteresse dei media europei, martedì è successo a Gaza qualcosa di straordinario, cioè una manifestazione di popolo contro Hamas e il suo controllo feroce e violento del territorio.
Tutto ciò ha preso la forma di un vero e proprio corteo, anche se, nella sua prima uscita, non certo di dimensioni oceaniche.
Il corteo principale si è radunato nel centro di Beit Lahia, tra le macerie dei prolungati bombardamenti israeliani. Centinaia di palestinesi hanno sfilato per le vie urlando slogan contro la guerra, dopo che nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha unilateralmente messo fine a due mesi di cessate il fuoco riprendendo la sua offensiva sulla Striscia di Gaza.
Altre proteste, meno partecipate, si sono tenute anche a Khan Yunis e Jabalia, mentre su Telegram sono circolati inviti a ...

La riflessione di Roberto Arditti è a questo link:

https://formiche.net/2025/03/gaza-cortei-contro-hamas-arditti/#content

La parità di genere non è a buon punto. Forse fra 300 anni ...

All’esito della 69esima sessione della “Commissione sullo status delle donne” (CSW69), tenutasi in questo mese presso la sede delle Nazioni Unite a New York, l’evento mondiale più importante dedicato ai diritti delle donne per verificare l’attuazione degli obiettivi della Conferenza di Pechino, le riflessioni sembrano davvero sconfortanti. Includere il mondo femminile nei processi di pace e promuovere eguali opportunità per uomini e donne insieme al diritto delle donne a vivere libere dalla violenza sono obiettivi ancora molto lontani


I progressi dei decenni scorsi sui diritti delle donne nel mondo “stanno svanendo sotto i nostri occhi”, secondo il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Come in Afghanistan, dove “donne e ragazze sono state cancellate dalla vita pubblica” e in molti altri Paesi. “Secoli di patriarcato, discriminazione e stereotipi dannosi hanno creato un enorme divario di genere nella scienza e nella tecnologia”, ha dichiarato il diplomatico, auspicando un’azione collettiva a livello mondiale da parte dei governi, della società civile e del settore privato, per migliorare la formazione delle competenze e colmare il divario digitale. “La parità di genere è sempre più lontana. Sulla base del percorso attuale, UN Women stima che mancano 300 anni”....

La riflessione di Elvira Frojo è a questo link:

In Nicaragua per celebrare Messa serve il permesso di Ortega

L'ultimo atto della repressione voluta dal regime prevede che i sacerdoti si rechino settimanalmente dalla polizia per ottenere il via libera. Processioni e manifestazioni pubbliche sono già vietate


In Nicaragua, la dittatura di Daniel Ortega e Rosario Murillo stringe sempre più la morsa. In primis contro la Chiesa cattolica, ultimo baluardo di libertà nel Paese, ora sottoposta a un attacco senza precedenti: i sacerdoti devono recarsi settimanalmente alla polizia per ottenere il permesso di celebrare Messa. L’ultima misura di una repressione che non si arresta, ma accelera la persecuzione. Le processioni e le manifestazioni pubbliche della Chiesa cattolica sono proibite, le attività all’interno dei luoghi di culto sono strettamente sorvegliate, e ogni parola dai pulpiti rischia di essere trasformata in un atto di accusa. 
Anche le comunità evangeliche non sfuggono alla persecuzione. Nel 2024 si sono registrate 222 violazioni della libertà religiosa, secondo Christian Solidarity Worldwide. Ma la repressione non risparmia nessuno. Giornalisti, attivisti, oppositori politici. Nei giorni scorsi, il governo ha bloccato i tre principali siti di informazione indipendente. E, intanto, il numero di prigionieri politici è aumentato da 47 a 52 tra gennaio e febbraio, con 13 scomparsi. Di questi, 35 sono stati condannati per «tradimento della patria» e 17 attendono il processo. 
L'organizzazione “Meccanismo per il riconoscimento delle persone prigioniere politiche” denuncia un’escalation repressiva iniziata con le proteste del 2018 contro la riforma delle pensioni, quando 325 manifestanti furono uccisi e centinaia arrestati. Da allora, il governo ha chiuso Ong, media indipendenti e associazioni civili. Oltre 800.000 nicaraguensi, l'11,9% della popolazione, hanno lasciato il Paese per sfuggire alla persecuzione. 
Nel frattempo, il regime ha creato un esercito parallelo di 76.800 “poliziotti volontari” incappucciati, più del doppio degli agenti regolari. Le organizzazioni internazionali denunciano il rischio che queste milizie, come quelle che operavano nel 2018, diventino strumenti di ulteriore repressione e violazioni dei diritti umani.

(Costanza Oliva)

Sudan: avanza l’esercito ma non c’è tregua alla sofferenza

I militari riconquistano posizioni a Khartoum, mentre l'Rsf attacca il Darfur. Il racconto di Adam Nor Mohammed, portavoce della comunità dei rifugiati sudanesi in Italia: «Mancano cibo, acqua e medicine» ma continuano ad arrivare armi «pagate con l'oro sudanese»


Una feroce e sanguinosa battaglia. Così viene descritto lo scontro delle ultime ore  a Khartoum tra esercito del Sudan e paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), nel quadro di una guerra che dal 15 aprile 2023 vede combattersi le truppe del generale Abdel Fattah al-Burhan e le milizie guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. L’esercito sudanese ha annunciato di aver riconquistato il palazzo presidenziale nella capitale, il cui possesso era nelle mani dei paramilitari da subito dopo lo scoppio del conflitto, e l’Rsf hanno dichiarato di aver lanciato un attacco che avrebbe causato la morte di dozzine di soldati. Nelle violenze sono stati uccisi tre giornalisti della tv di Stato sudanese. Annunciata inoltre la presa da parte dell’esercito di un altro edificio chiave, la sede della Banca centrale.
All’avanzamento dell’esercito a Khartoum si contrappone nel frattempo un consolidamento dei paramilitari nell’ovest, con le forze di al-Burhan che controllano maggiormente il nord e l’est e i paramilitari — che più volte hanno annunciato un ...

Il reportage di Giada Aquilino è a questo link:

Rivediamoci a Nicea

Il primo concilio ecumenico della storia ha 1700 anni, e li dimostra tutti… Il Credo che tuttora recitiamo a messa espone concetti che non «parlano» più ai contemporanei. Un libro affronta la questione


Il 20 maggio o – secondo altre fonti – il 19 giugno si festeggiano i 1700 anni del Concilio di Nicea (325). Festeggiano?!? Diciamo che di quelle prime assise ecumeniche – convocate dall’imperatore vicino a casa sua per controllarle meglio, avvenute con la partecipazione di appena sei vescovi occidentali e concluse con l’affermazione dogmatica dell’«homousios» (il Figlio «della stessa sostanza» del Padre) che provocherà in seguito diversi problemi – ci sarebbe poco da felicitarsi. Gli storici lo hanno ben evidenziato: Costantino aveva bisogno di riunificare l’impero anche attraverso lo strumento del cristianesimo, che grazie a lui stava diventando la religione vincente, e lo ha fatto imponendo una linea su tutte le altre.
Limitandoci qui alla sola questione del Credo che tuttora recitiamo a messa, la cui versione è stata poi completata nel concilio di Calcedonia (451), non sono pochi i problemi che Nicea ci ha tramandato e che oggi dovrebbero interrogarci ...

L'intero contributo di Roberto Beretta è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/rivediamoci-a-nicea/

Chi griderà contro la guerra?

Rumore sempre più intenso e diffuso, sempre più cupo e minaccioso, dello stoccaggio delle armi, da stipare fino a colmarne i magazzini e riempire di cifre iperboliche, nell’ufficio accanto, le fatture delle aziende che le producono e delle agenzie che organizzano il commercio delle armi.

Ci si riarma freneticamente dovunque, in tutte le nazioni, con la pretesa, come fa la Polonia, di avere a disposizione anche le bombe atomiche. Affrettatevi, investite il vostro denaro nelle azioni delle imprese che fabbricano e vendono le armi! Produrranno massacri in qualche parte della terra, ma in compenso il portafoglio degli investimenti vedrà crescere a vista d’occhio l’ammontare degli utili.
Mi viene da domandarmi anche quale trucco i ministri che firmano i decreti del riarmo e i parlamentari che votano le leggi relative, hanno già messo in atto perché, arrivato il momento, i loro figli non siano inviati al fronte.
A sentire i notiziari di questi giorni, sembra che il mondo stia impazzendo. Qualunque episodio di aggressione avvenga, a nessun altro possibile rimedio si pensa, che non sia quello di sparare, bombardare, distruggere e uccidere, come se l’intelligenza avesse chiuso a doppia mandata e reso inutilizzabili tutti gli altri spazi delle sue infinite potenzialità.

I “maschi”: tra esagerazione ed evaporazione

Rocco Gumina intervista Riccardo Mensuali su una questione maschile che sembra essersi arenata tra gli estremi della scomparsa e della riaffermazione


 Che il maschile sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Studiosi, analisti, opinionisti registrano ormai quotidianamente la rarefazione, l’evaporazione e la scomparsa identitaria del padre, del marito, del “maschio”. All’analisi però spesso non segue quel lavoro creativo e propositivo che dovrebbe condurre a ricercare e a indicare nuovi volti del maschile per la nostra epoca. Con il suo ultimo volume intitolato Pieno di Grazia. La sfida cristiana per il maschio del nostro tempo (San Paolo, 2025), Riccardo Mensuali – membro della Fraternità Sacerdotale Missionaria di Sant’Egidio – attraverso un sapiente richiamo al testo biblico, alla letteratura, alla saggistica di area psicologica avanza un profilo identitario di un maschio in grado di interpretare una sintesi originale tra virilità e cortesia. Lo abbiamo intervistato a partire dai contenuti del suo libro....

L'intervista è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/attualita/societa/i-maschi-tra-esagerazione-ed-evaporazione/

La legge sul femminicidio non farà morire una donna di meno

L’introduzione del reato di femminicidio è una legge per le morte, non per le vive. Punisce in maniera più grave il femminicidio, ma non fa nulla, niente, per contrastare o prevenire la cultura della violenza da cui scaturisce. È una legge che non solo non li ferma, ma tratta la donna morta come una funzione sottratta alla famiglia, che viene risarcita per la perdita, non come un essere umano che aveva diritto di continuare a vivere. 

Partiamo da un presupposto che è da tempo assodato: il governo Meloni disconosce l’esistenza del patriarcato e la matrice culturale delle violenze. Ogni femminicidio, nella visione conservatrice, fa storia a sé: ogni uomo ucciderebbe, quindi, per motivi diversi, senza che alla base di quell’atto di violenza ci sia una diffusa acquiescenza della società nei confronti della violenza maschile. Questo rende i femminicidi inevitabili: disconoscendone i tratti comuni (l’intolleranza per la libertà di una donna che si considera una proprietà privata, la rabbia per l’offesa arrecata alla propria maschilità da una rottura, la misoginia, ecc.), si disconosce anche la possibilità di agire sull’educazione delle persone, e in particolare dei maschi di ogni età, che rappresentano la stragrande maggioranza delle persone denunciate per reati violenti e che sono incoraggiati fino dalla più tenera età a mostrare aggressività in ogni lato dell’esistenza come prova della propria dignità di appartenenza al genere.

La prevenzione dei femminicidi è costosa, perché obbliga i governi e le amministrazioni locali ad agire su più fronti: quello educativo (con l’introduzione dell’educazione sessuale, affettiva e relazionale nelle scuole di ogni ordine e grado, ovviamente con un linguaggio e dei temi appropriati a ogni fascia d’età), quello della formazione delle forze dell’ordine, che troppo spesso sono impreparate o indisponibili a fornire assistenza a chi denuncia, e quello delle strutture e delle case-rifugio. I tribunali vedono addirittura tirare in ballo la fantomatica PAS, Parental Alienation Syndrome, come scusa per costringere una donna a continuare a vedere il proprio ex violento, che fa leva su una sindrome inesistente per mantenere il controllo su di lei e sui figli. Oltre a non riconoscere la matrice culturale degli abusi, il governo pensa di risparmiare lasciandoci morire: perché comunque ricordiamolo, la violenza è un mezzo di controllo sociale, e le donne che la temono sono più facili da tenere in riga.

La legge del 19 luglio 2019 introduce l’obbligo di formazione delle forze dell’ordine sul tema, ma non specifica nulla su come debba essere svolto e da chi, e rimanda ad altra sede la decisione. Alla luce dei fatti, possiamo dirlo: è rimasta lettera morta, più morta della donna che è stata rimandata a casa perché “Signora, noi non ci possiamo fare niente”. Se la Polizia e i Carabinieri avessero sentito l’esigenza di formarsi sul tema, avrebbero già trovato il modo di farlo: i femminicidi non sono esattamente un fenomeno recente. La differenza è che fino al 1981 se ammazzavi tua moglie perché ti tradiva, o pensavi ti tradisse, ti davano le attenuanti per onore.

(Giulia Blasi)

Verso il 1700esimo di Nicea, Bartolomeo: “Le divisioni dei cristiani non sono insormontabili”

Parlando con un gruppo dell’Associazione Tedesca della Terra Santa, il Patriarca Bartolomeo ritorna a parlare della divisione tra i cristiani e della speranza di unità


All’annuncio del Patriarca Bartolomeo che la commemorazione di Nicea, con la presenza del Papa, avrebbe avuto luogo il prossimo 26 maggio, la Sala Stampa della Santa Sede si è sentita in dovere che, da parte vaticana, non era mai stato ufficializzato un viaggio del Papa in Turchia. Vero. È vero anche che Papa Francesco ha più volte espresso il desiderio di essere a Nicea per il 1700esimo anniversario del primo Concilio Ecumenico, che addirittura si è cominciato a pensare al viaggio e che era stato persino concordato che il Papa non avrebbe fatto tappa ad Ankara, ma che il presidente Erdogan sarebbe invece stato a Nicea....

L'intero articolo di Andrea Gargliarducci è a questo link:

https://www.acistampa.com/story/28935/verso-il-1700esimo-di-nicea-bartolomeo-le-divisioni-dei-cristiani-non-sono-insormontabili?utm_campaign=ACI%20Stampa&utm_medium=email&_hsenc=p2ANqtz-8doFQlFhuiI3PM6Z3yLqPYUt-JebkwP7rASSyCTQ0gKYZBmem-9L43PITYcCSrRwbOVcShBHg730PNI6e4hfScOGHHsQ&_hsmi=352426116&utm_content=352426116&utm_source=hs_email