Troppo facile identificarsi con il figlio minore perdonato per acquetare la coscienza.
L'invito di questa parabola, è l'accorgersi che l’amore del Padre ci incalza a credere che la fraternità è condivisione nella festa e non nel rancore.
Credere significa porre la fiducia nella promessa di un Dio che, nella sua misericordia, offre sempre una seconda possibilità perché Lui è per la vita e non per la morte.
Questo è stato fino ad oggi il cammino in questa Quaresima ed ora ci è chiesto di fare un passo ulteriore che ci interpella personalmente chiedendoci di identificarci non in uno solo dei tre personaggi della parabola, ma alternativamente in tutti e tre senza alcuno sconto. Sono tre atteggiamenti che tutti ci troviamo prima o poi a vivere se non ci si nasconde dietro il consueto comodo, ma falso, dito.
C’è un padre e due figli che più diversi da così non si potrebbe, una situazione comune in molte famiglie. Due figli che non si riconoscono come fratelli e faticano a vivere serenamente la realtà famigliare. Ambedue hanno ansia di autonomia: uno la manifesta, l’altro la reprime; uno la protesta con coraggio, l’altro la argina per rimanere in un ambito di sicurezza. Il primo la protesta subito e desidera sperimentarla in pienezza, nel secondo esplode in un secondo tempo per reazione al comportamento del fratello e del padre protestando contro la sua stessa libera scelta. Il padre è in mezzo nella posizione più scomoda, ma appunto per questo ha molto da insegnare su come si deve vivere la realtà dei figli cosciente che, pur essendo come frecce nella sua faretra (Ps 127), non sono sua proprietà.
Il brano evangelico inizia ancora una volta con una folla che si avvicina a Gesù “per ascoltarlo”. Questa volta però non si tratta di persone comuni ma sono “tutti i pubblicani e i peccatori”, gli esclusi dalla società, gli emarginati. Averci a che fare con loro e ancor di più il mangiare con loro nel linguaggio semitico significa condividerne la vita, di conseguenza l’essere da loro contaminati, il diventare impuri come loro, pària come loro. Per questo Gesù non viene neppur chiamato per nome, come può una persona del genere portare un nome che significa “Il Signore salva”? Ecco allora la conosciutissima parabola che oggi la Liturgia ci propone e che non è indirizzata a coloro che gli si assiepavano attorno “per ascoltarlo” ma a coloro che si tenevano a distanza con la puzza sotto il naso, i benpensanti, i cristiani frequentanti: facilmente cioè a noi.
Il figlio minore chiede la sua parte di eredità, il padre divide il suo “patrimonio” tra i due figli, anche con quello che non ha richiesto nulla. Luca usa il termine greco bios che significa “vita”: il padre dà ai suoi figli la sua vita in parti uguali. Non dice nulla, lascia che la soggettività dei figli si manifesti liberamente anche se può provocare angoscia e dolore. Non protegge se stesso ma ha la capacità di lasciare spazio al figlio piccolo, alla sua ricerca che potrà, anzi certamente, comporterà anche degli errori gravi. Ha la forza di non imporre autoritariamente quello che lui pensa possa essere il bene, il futuro del figlio. Il suo silenzio non è segno di debolezza ma di forza nei confronti di se stesso riuscendo a non incatenare il figlio minore per non dover soffrire lui stesso, spera che la sua vita nel figlio possa riemergere mettendosi di fronte a quella scelta dal secondogenito. È quello che accade quando il giovane “rientra in se stesso”, ritrova la sua identità nella vita del padre dopo aver ridotto tutto ad oggetto, pensando di poter comperare tutto con il denaro che gli offriva potere (le tentazioni, le seduzioni della prima Domenica di Quaresima alle quali sempre siamo sottoposti lungo tutta la vita). Nel frattempo il padre non fa nulla: non va in cerca della pecora smarrita o della dracma persa (le parabole che precedono quella odierna). Ha obbedito al figlio rinunciando alla sua autorità e disobbedendo alla Scrittura che indicava di dividere l’eredità solo alla morte non prima (Sir 33,20-24), ma non lo abbandona e rimane in attesa dell’auspicato ritorno seppur avrebbe dovuto essere considerato come un bestemmiatore (Sir 3,16: “chi abbandona il padre è come un bestemmiatore”) e questi secondo il Levitico andavano lapidati (24,14).
Questo figlio non si pente ma ha solo fame e torna per cercare di colmarla. Il padre non parla ma agisce: “lo vide da lontano”, “si sentì sconvolgere nelle viscere”, “si mise a correre”, “gli si gettò al collo”, “non smetteva più di baciarlo”; non lo lascia parlare e lo reintegra come figlio.
Di fronte a questo atteggiamento sorge la domanda: perché sforzarsi di comportarsi bene se poi chi fa lo scapestrato viene accolto come se nulla fosse? Qui entra in scena l’altro figlio che ha preso la sua parte di eredità senza farne nulla in barba alla parabola dei talenti e ha continuato, certo “faticando” a vivere delle sostanze del genitore: non usa mai la parola “padre” mentre il minore lo fa cinque volte. Non ha coscienza di essere “figlio” ma un “servo” sotto un “padrone”. Può essere, forse inavvertitamente, la posizione di molti cristiani fedeli solo a norme che hanno perso ogni significato reale. Ci viene chiesto di identificarci più con questo primogenito che ha smarrito ogni identità e di rimanere capaci di accogliere la correzione del Padre “… questo tuo fratello …” perché a questo ci spinge questa parabola, ad accorgersi che l’amore del Padre ci incalza a credere che la fraternità è condivisione nella festa e non nel rancore.
(BiGio)