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L’arrivo dei talebani e la resa del villaggio: dal diario di Gholam Najafi

Gholam Najafi è nato il 27 agosto del 1990 a Ghazni, in Afghanistan. Dal 2006 risiede in Italia, a Murano, con la sua famiglia adottiva.

Domenica 12 settembre sarà alla Cita per una testimonianza durante l'Eucaristia delle ore 10.30


Suo padre, pastore, è stato ammazzato dalle milizie talebane perchè si rifiutava di unirsi a loro nel 2000. Aveva 10 anni, Gholam, quando con il fratello più piccolo di 2 anni è fuggito dal villaggio il 15 luglio del 2000. A giugno di quest’anno è tornato per cercare di recuperare documenti che provino la sua nazionalità afghana. Ha assistito all’avanzare dei talebani nelle città e all’arrivo nel suo villaggio Khoshal shirdagh già a giugno scorso. Le Edizioni La Meridiana, che hanno pubblicato la testimonianza che segue, gli hanno chiesto di scrivere quello che ha visto accadere. E già allora, a giugno, si poteva prevedere ciò che ora tutti stiamo vedendo e non ancora capendo.

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Mi siedo e guardo il cielo, le nuvole che, quando verrà la pioggia, porteranno via la polvere e le macchie del sangue versato sulla mia via.

Inizio a parlare con la mia penna, quella che mi ha insegnato l’arte e che l’arte mi ha insegnato a usare.

Le giovani donne, ragazze che fino a ieri l’altro percorrevano la mia stessa strada andando all’università di Herat o di Kabul o ancora in altre città amate da me, oggi, 27 luglio 2021, vedono le vie bloccate dal feroce nemico, le ragazze sono chiuse in case a guardare il cielo da dietro le finestre delle loro stanze, già allontanate da scuola. Da quelle case sentono l’arrivo del nemico, si tappano le orecchie e in silenzio scrivono il loro diario e sa il cielo se un giorno si potranno leggere queste loro righe vissute nelle ore più crude.

Il 22 giugno 2021 partivo da Herat. Partivo alle 15:00; a mezzanotte appena passata abbiamo sentito i primi spari intorno alla nostra auto, ci siamo fermati e abbiamo spento i fari della macchina quando sono arrivati altri spari. Non potevamo andare oltre a quell’ora, anzi siamo ritornati indietro, passando le ore notturne presso un comando dei talebani. Eravamo a Gereshk, combattevano facendo i turni fra loro. Ho chiesto a uno di loro perché combattevano di notte. “Perché è  fresco,” ha risposto. Mi ha spiegato che avevano poi delle tecnologie che funzionavano di notte, riducevano una intera città in piccolo schermo e così vedevano ogni movimento. “Combattevano,” ha aggiunto, “contro le forze dello stato centrale.”



 

La notte del 23 luglio, dopo 20 anni dalla mia fuga, imparavo qualcosa di nuovo

L’alba si è fatta vicina, i combattenti si sono fermati, si è aperta la strada e ci siamo avvicinati al grande fiume di Hilmand, ormai con poca acqua, con un ponte rovinato. Guardavo dal finestrino, sangue versato nella notte, carri armati a pezzi abbandonati sul nostro percorso, i negozi con le porte sfondate e i muri feriti dagli spari… Avanziamo ancora. Più avanti si godeva solamente il regno del silenzio dei commercianti e delle prime vittorie dei talebani che facevano sventolare la loro bandiera bianca.


Chilometri e chilometri di strade ferite.

Quel giorno passammo Kandahar e entrammo a Ghazni, la strada era controllata da tre poteri: dallo stato centrale, dai talebani a cui si aggiungeva una terza bandiera nera nera di Daesh.

Con me avevo un quaderno lasciato tutto in bianco, perché se scrivevo in persiano capivano il mio pensiero e se scrivevo in italiano dubitavano del mio lavoro letterario. E allora evitavo di scrivere ma riflettevo, minuto per minuto, fuori dai sentieri e dentro la macchina sulle angosce dei bambini e delle donne.

Di solito si impiegano 48 ore per andare da Eirath a Ghazni, adesso invece che le macchine vengono fermate di continuo a ogni posto di blocco e le strade sono rovinose, ci si mette molto di più.

La seconda notte dovevamo affrontare il grande deserto di Qarbagh ma il pericolo ci ha respinto indietro. La notte l’abbiamo passata a Ghazni e abbiamo affrontato il giorno dopo quel deserto circondato dalla catena non interrotta dei monti.

Non avevo sentito parlare chiaramente dell’arrivo imminente dei talebani fino a quando non sono arrivati nel mio villaggio natale, quel villaggio di cui ho parlato in ogni mio libro ma in modo sempre più sistematico ne Il mio Afghanistan (edizioni la meridiana, 2016). Allora ero un bambino. Un pastore. Non sapevo leggere e scrivere. Non capivo.


Ora assisto di nuovo al loro arrivo nelle città e nei villaggi, in questa estate del 2021. E capisco. E so scrivere quello che vedo.

Se la prima mattina ci siamo diretti da Gereshk verso Ghazni, la seconda mattina lasciavamo il centro di Ghazni dove il sole splendeva ancora sulla popolazione su cui però incombeva una minaccia.

Quella strada pericolosa che il giorno prima non avevamo preso, siamo stati costretti a prenderla la mattina successiva. Superata la collina di Lomo, il cuore mi diceva che sarei entrato presto nella terra in cui fu sepolto mio padre più di vent’anni fa.


Questa terra nuovamente mi accoglieva con le lacrime e non ero preparato a sopportare il suo dolore.

Arrivato alle tre del pomeriggio, sono andato subito dal sindaco del villaggio per chiedere un aggiornamento della situazione, e immediatamente mi ha mostrato la lettera appena ricevuta dai talebani: “Vi arrendete o combattete?”.



 

Combattere voleva dire dover armare la gente, ma bisognava averle, le armi

Dallo Stato centrale non arrivava praticamente nulla.


Arrendersi voleva dire lasciarli entrare dalla porta principale affinché potessero impossessarsi di tutti i beni del villaggio. Non sono bastati quattro giorni per organizzare una difesa, e alla fine inevitabilmente l’esito è stata la resa. Non una scelta facile sicuramente quella del Sindaco, fatta più che altro per evitare delle conseguenze ben peggiori all’indomani della sconfitta. Arrendersi per non costringere la popolazione ad abbandonare il villaggio verso mete incerte, evitare la distruzione di quelle case già fragili, non abbandonare i campi di grano ormai maturi.

Il 28 giugno alle cinque del pomeriggio i talebani sono entrati rapidamente con i loro carri armati, un’entrata resa più facile dalle larghe strade fatte costruire appositamente dai talebani venti anni prima, costringendo al lavoro la popolazione di quegli stessi villaggi. L’arrivo di tutti quei mezzi ha fatto temere il peggio al Sindaco, che ha subito deciso di far evacuare i suoi figli e i figli degli altri al riparo nelle grotte.


I talebani hanno costretto il Sindaco a presentarsi quello stesso giorno alle otto di sera con la scusa di dover riorganizzare il villaggio, incominciando dalle scuole dove bisognava separare i maschi dalle femmine. Il sindaco, nonostante avesse capito la farsa di quella richiesta, si è presentato lo stesso non avendo altra scelta. Dopo una lunga tortura, verso le ore dieci di quella stessa sera gli hanno sparato un colpo alla guancia destra e trenta sul cuore. Aveva solo 42 anni. Conoscitore dell’arte, aveva passato la sua vita a studiare e a migliorare la sua generazione e quella dei suoi figli. Era una minaccia per il nemico. Accanto a lui quella notte sono morte altre otto persone, e un ragazzo che per il rumore degli spari e delle bombe è morto di crepacuore.



Solamente dopo l’uccisione del Sindaco, il resto della popolazione ha abbandonato le loro case, avendo capito che il nemico non avrebbe mantenuto nessuna delle promesse. Le donne con i bambini nella loro culla hanno scelto di restare a casa, piangendo in silenzio e cercando di trovare la forza di superare quella notte. In quella sera dove il sole stava ancora per tramontare, il pastore abbandonava il villaggio e le sue pecore al loro destino. Ognuno quella sera andava dove voleva e fortunatamente gli animali selvatici, come il lupo e lo sciacallo, non potevano scendere giù dai monti, impauriti anch’essi dai bombardamenti.

La mattina dopo, il corpo del Sindaco giaceva a terra, abbandonato non solo dall’anima ma dalle altre persone che non potevano avvicinarsi. Dopo varie richieste e suppliche, i cari hanno ottenuto il permesso di seppellirlo, addolorati per la perdita così improvvisa.

Il giorno dopo ho lasciato il villaggio verso Herat considerata più sicura. Per me era più semplice andare via, mentre chi rimaneva rinchiuso in casa, stava persino attento, mentre si cucinava, a non far uscire il fumo del focolare al di fuori, per non dare troppo nell’occhio. Nella mia testa ripensavo ai primi versi di Se questo è un uomo di Primo Levi e mi sentivo traditore perché io stavo partendo e stavo lasciando loro, il mio popolo, nella violenza. Scrivevo il mio diario non nelle pagine ma nel cuore.



A che serve che io sia salvo quando centinaia di persone sono nella sofferenza? A cosa serve che io sia al riparo quando centinaia di persone non trovano un rifugio? Partivo, e dicevo al mio cuore: oh! Cari, presto sarete al sicuro, ritornerete a casa, e io certo ripenserò al vostro dolore. Mentre stavo partendo con il corpo stanchissimo, avevo le ossa, la pelle, un’anima che più o meno mi guidava, mi sentivo egoista perché si allontanavo mettendomi al riparo.


Il riparo del mio popolo era ed è il mio cuore. La mia penna. Resistete nel dolore perché il domani non sia peggiore.


Gholam Najafi, 17 agosto 2021


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Gholam Najafi è nato in Afghanistan. Ha trascorso l’infanzia lavorando come pastore e contadino. Dopo la morte del padre, all’età di dieci anni, è fuggito dal suo paese d’origine verso il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Grecia e infine l’Europa. Dal 2006 risiede in Italia, a Venezia, con la sua famiglia adottiva. Si è laureato in soli due anni in Lingua, cultura e società dell’Asia e dell’Africa mediterranea e si è specializzato in Lingua, economie e istituzioni dell’Asia e dell’Africa mediterranea all’Università Ca’ Foscari. 

Attualmente collabora con il progetto “HERA” nel contesto della migrazione, presso l’Università di Padova e si dedica a scrivere racconti e poesie sulla situazione afghana.

 Con el edizioni la meridiana ha pubblicato: Il mio Afghanistan  (2016), Il tappeto afghano ( 2019), Tra due famiglie (2021)

Eliminiamo l'Apostrofo

Non tutti sanno che Gino e Cecilia Strada hanno scritto, nel 2005, una favola che spiega, chiaramente, il significato dei termini cui Gino Strada era più legato: uguaglianza e diritto. 

È una favola contro la guerra, per tutti gli Uomini di buona volontà. 

La pubblichiamo oggi, il giorno dell'ultimo saluto a Gino Strada sperando che la "strada" da lui aperta diventi patrimonio di tutti.

C‘era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione.
Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano. E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare.
Quanta confusione! Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne potè più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti.
Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro. Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione. «Le parole sono importanti» amava dire «se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente».
Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente. A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati… alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada. Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate.
Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare. Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più.
Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo. «E va bene» – disse Linguaggio – «ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato». «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi. Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra…». «Per quanto riguarda la guerra» – lo interruppero gli uomini – «ci abbiamo pensato…tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno».
Gino e Cecilia Strada

XXI PA – Gv 6,60-69

Un discorso duro che chiede di ascoltare, vedere, conoscere, vivere, credere per poter passare da una fede intellettuale ad una relazione esistenziale come quella che unisce il buon pastore alle sue pecore.


 

Si conclude oggi la proclamazione del 6 capitolo dell’Evangelo di Giovanni che prende origine dalla benedizione e distribuzione (Giovanni non parla di “moltiplicazione”) dei pani e dei pesci da parte di Gesù e che ci ha accompagnato in queste domeniche, approfondendo il cammino che Marco ci stava proponendo sul volto che la comunità cristiana è chiamata ad assumere, perché possa essere quella Chiesa che il suo Signore la chiama da essere in questo mondo.


Giovanni non ci ha solo raccontato un miracolo, ma ci ha voluto narrare il modo che ha Dio di essere presente in mezzo a noi nella persona di Gesù, un Dio noto eppure sempre ulteriore, presente in mezzo a noi come pane, come nutrimento che viene da Dio.

Ci ha accompagnato a comprendere come la Chiesa sia chiamata ad essere la Comunità dei discepoli del Signore capace di “nutrirsi” e, quindi, di dimorare in lui, partecipando della sua vita e del suo agire per sempre fino alla fine, fino anche al dono della propria vita. 


Oggi i suoi discepoli, non più i giudei, reagiscono dicendo: “Questo discorso è duro, chi può (ascoltarlo) intenderlo?” nel senso di accettarlo, viverlo. Chi può ascoltare e mettere in pratica questo discorso così duro non solo perché difficile da capire, ma anche da accettare che ci parla non solo di Gesù Cristo ma anche di ciò che noi dobbiamo essere? Non c’è soltanto un contenuto da capire, ma c’è una realtà da vivere. Ci viene annunciata una sua presenza inedita, che ci invita ad essere capaci di morire nella maniera nella quale lui è morto per noi. Per questo i discepoli dicono che questo linguaggio è duro ed è difficile, non tanto da ascoltare da capire, ma soprattutto da vivere. Forse anche per noi.


Gesù comprende che forse anche noi, come loro, stiamo mormorando, come fecero i nostri padri nella fede nel deserto contro Mosè e contro Dio. Siamo scandalizzati, cioè stiamo inciampando, urtiamo contro una pietra d’inciampo.

“E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?” chiede Gesù provocando, per voi sarebbe peggio o capireste? Lui è la Parola/Pane di vita che il Padre ha donato facendolo discendere dal cielo e, quando la sua missione sarà completata, avverrà quanto ha annunciato attraverso Isaia: “La mia parola non ritorna a me senza aver eseguito ciò che desidero e fatto riuscire ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). Questo intende dire Gesù.


Ma il “vedere” presuppone un atto di fede, nel credere che Gesù è il Figlio del Padre. Chi non crede lo vedrà semplicemente scomparire rafforzando lo “scandalo” delle sue parole quando ha annunciato che con la sua morte vivificherà il mondo.


Gesù non attende risposta ma prosegue incalzando: “È lo Spirito che fa vivere, la carne non serve a nulla. Le parole che vi ho detto sono Spirito e vita”.

La nostra condizione umana (la carne) vale nulla, non aiuta a comprendere se non è guidata, vivificata, dallo Spirito di Dio; come pure le sue parole possono essere comprese solo se lette, comprese e vissute attraverso e con lo Spirito: solo così sono Spirito di Vita.

Gesù ci svela la sua realtà ma non la impone come una evidenza inevitabile; ce la propone invece alla nostra liberà e accetta la possibilità di un nostro rifiuto. Si fa da parte rispetto all’iniziativa del Padre e l’accoglie affermando che “Ci sono alcuni tra voi che non credono”.

 

Alla fine deve constatare di trovarsi di fronte all’abbandono di molti suoi discepoli che si tirano indietro di fronte alla proposta di un “discorso duro” che chiede di stare nella storia nel medesimo modo nel quale ci è stato lui, fino a donare la propria vita per amore e chiede attraverso ai Dodici anche a noi: “Volete andarvene anche voi?”. La risposta di Pietro è quella della Chiesa: “Signore da chi possiamo andare, tu solo hai queste parole che ci conducono alla vita eterna perché noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. 

Per la prima volta in questo capitolo Gesù riceve una risposta diretta “tu hai … tu sei…”. Ci viene così detto che cosa sia la vera fede: non una conoscenza astratta, teorica; ma una relazione esistenziale come quella che unisce il buon pastore alle sue pecore.

 

Siamo chiamati cioè a percorrere le strade degli uomini mostrando che è possibile anche oggi ascoltare, è possibile anche oggi capire, credere ma anche soprattutto vivere questo discorso duro perché gli uomini siano più umani e riescano ad aprirsi all’ascolto della buona notizia che queste domeniche ci hanno proposto. Saranno così capaci di cogliere e conoscere la presenza di un Dio in mezzo a loro, sapendo che la loro vita, se vissuta fino in fondo in fedeltà ai percorsi faticosi ma anche gioiosi della storia, è capace di renderlo più presente nella realtà che siamo chiamati a vivere, celebrando in questo modo, giorno per giorno, il mistero che Giovanni in queste domeniche ci ha annunciato.

(BiGio)

In sintesi: il "credere" precede il "conoscere"


 

«Questa parola è dura...»

Nessuno aveva mai parlato di Dio così: un Dio che non versa sangue, versa il suo sangue; un Dio che va a morire d’amore, che si fa piccolo come un pezzo di pane, si fa cibo per l’uomo.
Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, fino a diventare una cosa sola con lui.

«volete andarvene anche voi?»

C’è un velo di tristezza in Gesù, consapevole della crisi in atto. Ma c’è anche fierezza e sfida, e soprattutto un appello alla libertà di ciascuno: siete liberi, andate o restate, ma scegliete seguendo quello che sentite dentro! Sono chiamato anch’io a scegliere di nuovo, andare o restare.

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna...»

Ha intuito due cose il povero Pietro: di questo Gesù non si può proprio fare a meno. Vale la pena di continuare a seguirlo: nessuno, prima di lui, ci aveva aperto gli occhi su una “vita” così diversa da quella alla quale eravamo abituati; una vita che non finisce, la vita stessa di Dio.

«Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»

La successione dei verbi è tipica di Giovanni: il “credere” precede il “conoscere”; l’aver conosciuto il Signore non è sufficiente, se non si è disposti a credere in lui.

Il sacramento dell’amicizia

Separarsi dalle persone che amiamo è fisiologico: lo esige qualsiasi stato di vita. Non ci si può fondere con gli amici, non è possibile rimanere sempre insieme. Piuttosto accade ritmicamente di frequentarsi e di doversi separare, di dover rimanere mentre gli amici partono o di dover andare altrove rispetto ai luoghi in cui questi continuano a vivere. Queste separazioni, brevi o lunghe che siano, non mettono però fine al legame, che piuttosto – sempre che si tratti di solida amicizia – rimane in sottofondo come cosa sicura, accendendo e facendo ogni volta maturare il desiderio di rivedersi. Sono esemplari in questo senso le parole con cui Konradin von Hohenfels – il protagonista della trilogia de L’amico ritrovato – ricorda a Hans Schwarz i giorni del loro incontro.

Non vedevo l’ora che fosse mattino per andare a scuola e vederti. Dio, non ero più solo! Finalmente avevo un amico! Tu eri già là – forse nemmeno tu avevi dormito – e un’occhiata mi fece capire che anche tu eri felice. Da allora fummo come due fratelli. Tornammo a casa insieme ogni giorno e ogni mattina io t’aspettavo.

Con pochi tratti Fred Uhlman riesce a restituirci il movimento ritmico dell’amicizia: frequentazione, distacco e desiderio crescente di rivedersi; attesa vibrante e poi l’incontro, di nuovo insieme, in un crescendo per cui la volta successiva non è mai uguale alla prima per intensità. E l’attesa rimane viva anche quando accade qualcosa che rimane da decifrare, per cui occorre rivedersi e trovare parola:

Un giorno tu arrivasti a scuola, mi guardasti come se non mi avessi mai visto prima ed evitasti di parlare con me. Capii, naturalmente, che c’era qualcosa che non andava. Non ti avevo mai visto così infelice, ma capii che non dovevo parlarti finché tu non avessi parlato a me. Ti aspettai alla fine delle lezioni e tu mi raggiungesti come al solito. Rimanesti ancora muto ma io ero così preoccupato, temendo di avere detto qualcosa che avesse potuto offenderti, che decisi di rompere il silenzio.

Tutta l’ultima lettera di Konradin von Hohenfels da cui sono tratti questi passi è percorsa dall’attesa di poter rompere il silenzio e di offrire all’amico quei particolari dei vissuti che li hanno visti protagonisti, che potrebbero aiutare a rileggere, dentro la macro-storia tragica di un’epoca, l’infrangibilità del legame tra lui, giovanissimo ufficiale tedesco, in attesa dell’esecuzione per aver partecipato all’attentato a Adolf Hitler e l’amico ebreo, di cui ha perso le tracce.

La prosa di Uhlman su un punto non lascia dubbi: la lettera è scritta pensando l’amico vivente. Distante, sottratto alla vista, difficile da raggiungere – forse in America? – ma vivo. Altrimenti i toni sarebbero stati quelli di una memoria affidata a terzi, per attestare qualcosa dinanzi alla storia, per fissare a beneficio dei posteri l’insegnamento da poter trarre dalla tragedia.

Anche qui: nessuno di noi ha bisogno di particolari istruzioni per avvertire il nesso tra l’attesa di riprendere il contatto con gli amici e la presupposizione che siano in vita, per quanto sottratti alla nostra vista. A tutti accade di pensare ai propri amici anche nei momenti di separazione, ma il modo in cui li pensiamo è implicitamente avvolto di vita, proiettato sul futuro, su cose da fare insieme, su parole da scambiare, su progetti da condividere.

A rifletterci solo per qualche istante noteremo come sia diversa questa assenza/presenza in noi degli amici viventi rispetto alla assenza/presenza di persone che al contrario sappiamo non esserci più sulle strade di questo mondo. Solo l’eventuale speranza di ritrovarsi in un’altra vita può riavvicinare questi due modi di pensare l’altro, e lasciare che il ricordo di chi non c’è più vada al di là della commemorazione e si apra all’attesa di un nuovo incontro.

C’è poi da aggiungere che neppure ogni prospettiva di nuovo incontro con qualcuno è già “attesa” nel senso che le conferisce l’amicizia. Solo verso gli amici nutriamo attesa in senso proprio, cioè desiderio di affrettare il tempo, per essere ancora insieme: non è attesa di reincontrarsi la semplice ragionevole previsione di rivedere la tal persona nella tal occasione. Lo è ancor meno l’aspettativa di dover ricomparire al cospetto di chi ci assegnerà insindacabilmente nuovo lavoro, senza poterne discutere, o di presentarsi davanti a una commissione d’esame che con parametri ferrei giudicherà il nostro valore e la nostra sorte. Nulla di tutto questo è affine all’attesa di ricongiungersi agli amici, e lo possiamo riconoscere senza necessità di particolari conforti di natura filosofica, ma semplicemente consultando noi stessi e l’esperienza di amicizia che abbiamo.

Se concediamo – e non c’è motivo per non farlo – che questo senso comune su alcuni tratti tipici dell’amicizia, sul suo ritmo, sul gusto specifico dell’attesa, sul praesupponendum dell’essere in vita dell’altro, sia una sapienza antropologica universale, possiamo forse intendere meglio anche la funzione di quel passaggio del Vangelo di Giovanni in cui Gesù dichiara: “Vi ho chiamati amici”(Gv 15,15).

Dunque: amici, non servi, perché anche il servo attende ma non per questo spera il ritorno del padrone. Attende sì, ma appunto come chi aspetta nuovi ordini di servizio o di essere esaminato. Amici, reciprocamente disposti a mettersi interamente in gioco per il bene dell’altro. Ma soprattutto: amici, abitati dal pensiero dell’altro vivente anche nei tempi di distacco. Amici, animati dal desiderio che l’attesa si faccia breve e che si possa ritornare ad essere integralmente in presenza gli uni degli altri.

È possibile che, davanti alla prospettiva del distacco, Gesù abbia proposto ai suoi discepoli di pensarlo proprio secondo questi primi tratti, rinvenibili appunto nelle relazioni di amicizia che tutti – sia pure in misura diversa – sperimentiamo e riconosciamo?

Il nostro “sapere” riguardo l’amicizia è certamente molto esteso, ma concediamo che un aspetto notevole di questo tipo di relazione sia proprio il modo speciale in cui le persone che si vogliono bene rimangono presenti le une alle altre nel tempo della separazione fisica.

Perché questa chiave di lettura possa essere accolta nel caso di Gesù occorre quantomeno accertarsi di una cosa, e cioè che lui stesso abbia indicato la separazione a cui sarebbero andati incontro come temporanea e non definitiva. Quel modo di pensare agli amici che abbiamo ritrovato nelle parole di Konradin von Hohenfels, quel percepirli viventi, che li rende intimamente presenti – in qualche modo, che forse dovremo approfondire, ma certo diverso dal semplice ricordo –, è attivato dall’attesa di ritrovarsi, dall’attesa del ritorno di coloro a cui si vuol bene.

Alcuni testi che abbiamo a disposizione incoraggiano a proseguire in questa direzione. Nel suo discorso di commiato, subito dopo l’allontanamento di Giuda, Gesù introduce apertamente la prospettiva della separazione: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire” (Gv 13,33). Immediatamente però presenta la separazione come temporanea, come un tempo di attesa di un ritorno e di un ricongiungimento: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”, aggiunge Gesù dopo aver annunciato il tradimento di Pietro (Gv 14,2).

Il tema viene ripreso nuovamente, dopo la promessa del dono dello Spirito (“Avete udito che vi ho detto: ‘Vado e tornerò da voi’”: Gv 14,28), risuonando ancora con un ultimo passo un po’ criptico, che disorienterà i discepoli: “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Gesù invita inequivocabilmente i suoi discepoli ad assumere un atteggiamento di attesa del suo ritorno … E se l’amico tarda a ritornare?

G. Grandi, La parola amica. Sulle tracce della voce di Gesù, Edizioni Qiqajon, Magnano 2020

 

A tu per tu con Derio – Non è scontato credere!

Questa Domenica proponiamo un video-commento del Vescovo Derio ricco di spunti di riflessione sul tema “Non è scontato credere”. Oggi la riflessione prende le mosse dal celebre quadro La vocazione di Saulo del Caravaggio

Buon ascolto!


https://www.youtube.com/watch?v=MDzF-xqiwP4&list=PL4xLuH5ok8ayYeo6DC_PHQt7qXDe8rqSE&index=86

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (9 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità. Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.


 

Questa edizione è divisa in blocchi ordinati:

·     Tre articoli in ricordo di Gino Strada di Enrico Degglio, Alex Zanotelli e Moni Ovadia

·      Un articolo sul tema del Sinodo 

·      Tre nuovi interventi sul “Gregge Smarrito” 

·      Due di carattere sociale: sugli anziani e su donne che hanno cambiato il mondo

 

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Nella sinistra italiana nessuno ha mai capito Gino Strada

Una sera raccontò che l’ambasciata gli segnalò due (finti) giornalisti che poi uccisero il comandante Massoud. Se solo quella sera a Kabul avesse capito l’inganno di quei due falsi giornalisti forse la storia sarebbe stata diversa …

di Enrico Deaglio

https://www.channeldraw.org/2021/08/14/nella-sinistra-italiana-nessuno-ha-mai-capito-gino-strada/

 

 

Non era un pacifista ma un uomo contro le guerre 

di Alex Zanotelli in il manifesto del 15 agosto 2021

Guerra alle guerre, giustizia sociale e sanità pubblica per tutti è il lavoro comune che dobbiamo continuare. Un'eredità pesante che lascia a tutti noi.

 

 

Non so chi siano i 36 Giusti, ma so che lui è uno di loro 

di Moni Ovadia in il manifesto del 15 agosto 2021

Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine. L'altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato. Gino percepiva immediatamente la sofferenza e accorreva a costo di qualsiasi rischio per lenire il dolore, per curarlo. E c'era chi trovava il modo di calunniarlo.

 

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L' «infarto teologico» della sinodalità 

di Jesús Martinez Gordo in baptises.fr del 13 agosto 2021 (nostra traduzione)

Se il Sinodo sulla sinodalità che si aprirà prossimamente non terrà in considerazione la corresponsabilità di tutti i battezzati, rischia di generare una enorme frustrazione. Francesco è andato più avanti dei suoi predecessori, innanzitutto consultando il popolo di Dio prima di ogni Sinodo. Ma devono ancora essere affrontate questioni che mi sembrano cruciali: una teologica e dogmatica e una giuridico-organizzativa...

 

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De Rita: la Chiesa ha smarrito il gregge in questa pandemia 

intervista a Giuseppe De Rita a cura di Riccardo Maccioni in Avvenire del 14 agosto 2021

'Il gregge smarrito. Chiesa e società nell'anno della pandemia'. Una ricerca guidata da De Rita dell'associazione 'Essere qui', per rispondere al disagio di parte dei cattolici insoddisfatti dalla posizione assunta dalla Chiesa italiana nell'anno del Covid. La crisi legata al Covid ha fatto emergere criticità da tempo latenti nella Chiesa, come lo scollamento con la società reale o il distacco crescente tra evangelizzazione e promozione umana. (ndr. Ma perché trovare negativo che il Papa chieda di seguire le indicazioni delle autorità per evitare la diffusione del contagio, o ritenere che "i cattolici non possono rinunciare all'eucaristia" e rivendicare quindi privilegi rispetto alla condizione comune? Perché non ritenere provvidenziale la nascita di tante forme di chiesa domestica?).

 

 

Castellucci: prioritario non perdere il buono nato con l'emergenza 

intervista a Erio Castellucci a cura di Riccardo Maccioni in Avvenire del 14 agosto 2021

A proposito dei dati emersi dalla ricerca dell'associazione 'Essere qui'. «Conosco bene le critiche. Secondo me, più che una remissività della Chiesa italiana, si è svelata una divisione tra i cattolici, motivata più da appartenenze politiche differenti che da convinzioni di fede. Cercare la Chiesa fuori dalla Chiesa? Sì, entrando nelle case e ascoltando l'umano. Il 'sacerdozio battesimale' lo si può valorizzare meglio anche dentro la 'Chiesa domestica'.

 

 

Pagnoncelli: ora i credenti possono fare la differenza 

intervista a Nando Pagnoncelli a cura di Enrico Lenzi in Avvenire del 14 agosto 2021

Molti cattolici vivono una frammentazione identitaria, non avvertono che la fede debba essere in collegamento con la loro quotidianità. I credenti avrebbero davvero molto da dire, a iniziare dal concetto di Bene comune. Riscoprire la propria responsabilità rispetto alla vita della comunità, partendo dal senso di essere cristiani e dall'idea di futuro che si vuole proporre per il bene di tutti.

 

 

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Salviamo gli anziani dalle Rsa: cosa possiamo imparare da Macron 

di Mario Giro in Domani del 14 agosto 2021

L'idea è di permettere al più gran numero possibile di anziani di invecchiare a casa propria promuovendo i modi di vita collettivi alternativi alle Rsa: cohousing, habitat intergenerazionale, accoglienza nelle famiglie, case protette, residence ecc.

 

 

Storia di semplici visionarie che hanno cambiato il mondo

Mentre la storia scritta ha cercato di cancellare il contributo delle donne al progresso del pensiero, nella realtà ci sono state filosofe e pensatrici capaci di guidare l’evoluzione, anche nei momenti più difficili. Ecco perché riscoprire queste biografie, grazie agli strumenti che mette a disposizione la letteratura. 

di Wolfram Eilenberger

https://www.channeldraw.org/2021/07/19/storia-di-semplici-visionarie-che-hanno-cambiato-il-mondo/

 

 

 

Afghanistan e la droga. fiume di metamfetamina dell’Afghanistan sfocia anche in Italia

Un anonimo arbusto ha rivoluzionato il mercato della droga mediorientale (e non solo). L’Hindu Kush è la sorgente del corso di cristalli maledetti. Iran, Iraq e Siria ne formano l’alveo. Il nostro paese rischia di diventarne la foce.


L’efedra sinica è un arbusto tenace. Abbonda sulle colline aride dell’Afghanistan centrosettentrionale, dove è chiamata oman. I suoi ciuffi di lunghi steli non hanno valore ornamentale e i suoi pseudofrutti rossi non sono consumati come alimento. Eppure, pur di procurarsela molti contadini afghani sono disposti a inerpicarsi sui pendii rocciosi, armati di falcetto e coraggio.


I narcotrafficanti del paese asiatico hanno scoperto come estrarre il principio attivo contenuto nella pianta, l’efedrina, che utilizzano come precursore per produrre metamfetamina. I contadini guadagnano appena pochi centesimi di dollaro al chilo per questo raccolto. Ma l’attività è comunque redditizia perché l’oppio e la cannabis non crescono bene in quest’area e l’efedra non richiede nemmeno lo sforzo della coltivazione. La domanda è inoltre inesauribile: i mercanti che riforniscono i laboratori clandestini caricano tonnellate di arbusti alla volta sui propri camion.


Proprio l’abbondanza di efedra selvatica ha innescato la diversificazione del narcotraffico afghano, la transizione dal predominio dell’oppio a quello dei cristalli di metamfetamina, chiamati sheesha e resi noti al pubblico occidentale dalla serie tv Breaking Bad. Ricavare l’efedrina dalle piante è un’alternativa molto più economica per i criminali locali rispetto alla produzione o all’importazione della sostanza. La sintesi artificiale richiede infatti impianti industriali e la vendita del principio puro o dei farmaci che lo contengono, come preparazioni per curare la tosse e decongestionanti nasali, è regolata proprio per evitarne l’uso illecito.


A portare alla luce la produzione afghana di metamfetamina, fornendo dati preziosi, sono state alcune recenti ricerche della International Drug Policy Unit della London School of Economics, del progetto europeo Eu4Monitoring Drugs (Eu4md) e della Global Initiative Against Transnational Organized Crime. Da queste indagini è emerso che lo stupefacente prodotto in Afghanistan è destinato a soddisfare sia la crescente domanda interna sia il diffuso appetito per la sostanza in Medio Oriente. In primo luogo nel vicino Iran.

 

La febbre delle amfetamine in Medio Oriente deve preoccupare l’Italia. 

Seguendo le stesse rotte già battute dall’eroina, l’efedra contenuta negli steli afghani potrebbe arrivare presto nelle piazze di spaccio nostrane. Le mafie sono già attente e pronte a cogliere l’opportunità: gli investigatori sospettano che il colossale carico di pillole siriane fosse destinato a rifornire la camorra. I clan avrebbero così ovviato alle difficoltà di approvvigionamento dai canali europei tradizionali, messi alla prova dalle strette frontaliere legate all’epidemia.

Da Limes 19/08/2021

di Francesco Paolo La Bionda

Eutanasia, libero arbitrio contro le sofferenze insopportabili o «passo avanti verso l’omicidio legalizzato»?


di Alessandro Tronino - Rassegna Stampa del Corriere della Sera del 18 agosto 2021

La battaglia per l’eutanasia è cominciata 37 anni fa, con la proposta di legge depositata nel 1984 da Loris Fortuna, il socialista padre della legge sul divorzio, insieme ai radicali. Poi mille sentenze, mille tentativi, mille casi drammatici come quelli di Piergiorgio Welby, Eluana Englaro, Dj Fabo. Ma soltanto oggi si ha l’impressione che il tema – così drammatico, così eticamente controverso –stia entrando nella coscienza dei cittadini e sia diventato una questione vera, su cui dibattere e dividersi. 

Ancora una volta la spinta è arrivata dalla grande famiglia (litigiosissima e frammentatissima) dei radicali. A cominciare da Riccardo Magi (+Europa), che ha lottato e vinto la battaglia per ottenere la legalità delle firme digitali, da aggiungere al vecchio strumento dei banchetti. E soprattutto grazie a quel Marco Cappato che molti vedevano come l’erede naturale di Marco Pannella e che - da tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e legittimato da un impegno che lo ha coinvolto personalmente e giudiziariamente -, sta conducendo con forza la campagna radicale. 

Il referendum si propone di cancellare, quindi depenalizzare, la prima parte dell’articolo 579 del codice penale, che prevede fino a 15 anni di carcere per il reato di omicidio del consenziente. L’obiettivo del Codice Rocco (varato nel 1930, in pieno fascismo) era affermare la superiorità dello Stato e della nazione sulla libertà individuale. Ora Cappato vuole affermare il contrario, soprattutto per contrastare quella che alla trasmissione di Radio 3 Tutta la città ne parla, chiama l’eutanasia clandestina: «Oggi un migliaio di persone all’anno si suicidano nelle condizioni più terribili. Poi ci sono i viaggi in Svizzera, per chi se lo può permettere. E poi c’è l’eutanasia pietosa, di un medico compiacente, con tutti i rischi e le opacità connesse». Se passasse il referendum, resterebbe comunque vietata l’eutanasia per minori e per disabili psichici. Cappato ricorda come non ci sia stato «l’invito alla firma da parte di nessuno dei grandi capi dei grandi partiti». Ed è vero, perché il tema divide trasversalmente tutti i partiti, che preferiscono non occuparsene direttamente. Ed è uno dei motivi dell’inerzia del Parlamento. Ma è anche la forza di un movimento che, dice Cappato, ha trovato soprattutto l’entusiasmo dei giovani e che non ha bandiere. 

Non è un segreto che il principale avversario del referendum sia la Chiesa, come è stato per divorzio e aborto. Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha messo in guardia da «una concezione vitalistica della vita, una concezione giovanilistica e salutistica in base alla quale tutto ciò che non corrisponde ad un certo benessere e ad una certa concezione di salute viene espulso. C’è la tentazione di una nuova forma di eugenetica». Davvero si tratta di questo? L’eugenetica è una dottrina ottocentesca, poi ripresa dal nazismo, che si proponeva di «migliorare» la specie, attraverso il trattamento delle malattie e la selezione dei caratteri ereditari. Cosa ha a che fare con la possibilità per un malato terminale o in preda a sofferenze insopportabili di chiedere a un medico di morire? Cappato risponde così, a Concetto Vecchio, su Repubblica: «La Chiesa parla di “salutismo giovanile”, con riferimento alla mobilitazione dei ragazzi, come se fossero scelte superficiali. Parlare di eugenetica significa fare riferimento a fenomeni storici che non c’entrano nulla. L’eutanasia legale è fondata sulla volontà libera della persona». 

Ma anche quella, e forse soprattutto quella, è messa in discussione dalla Chiesa. Lo spiega bene un articolo sulla Stampa di Lucetta Scaraffia, storica e femminista, già vicepresidente di Scienza e Vita ed ex curatrice dell’inserto dell’Osservatore Romano «Donne Chiesa Mondo». Scrive Scaraffia: «Lasciare tutto alla scelta individuale del paziente è un modo per sfuggire alla responsabilità del medico e del giudice, per addossare tutto sulle spalle del malato. I legami di solidarietà continuano a degradarsi in nome dell’autonomia totale della persona. Insistere sull’assoluta libertà di scelta nel morire non fa che sottolineare la solitudine del morente che caratterizza la società contemporanea: nelle società democratiche il morente è la figura estrema dell’individuo, staccato da ogni affiliazione collettiva. Norbert Elias sostiene che questa desocializzazione della morte lascia l’agonizzante completamente da solo con la sua responsabilità, privo di conforto e di condivisione». Si potrebbe obiettare che prendere in considerazioni le volontà del malato terminale non significa lasciarlo solo nella scelta e che troppo spesso, proprio oggi, le persone sono lasciate sole a prendere decisioni tragiche. L’altro tema usato spesso contro l’eutanasia è che in fondo si tratta di una sorta di accelerazione della morte, che contrasta con il ciclo «naturale». Scaraffia cita Jean Leonetti, deputato socialista francese contrario all’eutanasia: «La morte è sempre una frattura dolorosa. I medici sanno anch’ essi che i fine vita senza sofferenza e senza sintomi sono rari malgrado tutte le possibilità mediche attuali. Questa ricerca della morte senza fastidi è una illusione e la medicina si trova una volta ancora impreparata davanti alla missione impossibile che gli è stata assegnata: sopprimere la tragicità della morte. Le richieste di suicidio assistito e di eutanasia nascono spesso in un contesto d’impazienza: se la malattia è mortale, se una persona è destinata a morire a breve, è meglio provvedere subito. Niente inquieta di più dell’attesa della morte, che mette a nudo la nostra ignoranza, la povertà della nostra secolarizzazione, la nostra paura davanti al mistero». 

Riflessioni filosofiche interessanti, che si possono non condividere ma che impegnano tutti a una risposta. Sicuramente più sfidanti, per un sostenitore del referendum, del tirare in ballo la teoria del «piano inclinato», che è uno degli argomenti tipici dei conservatori contro ogni forma di progresso: se rendi legale qualcosa, quello è il primo passo per farne un’altra. Se fumi una canna, direbbe Carlo Giovanardi, finirai inevitabilmente per scivolare nella droga, diventando eroinomane. Scaraffia giunge a una conclusione piuttosto sconcertante, quando scrive: «L’insistenza sulla libertà individuale nasconde una realtà inquietante: legalizzare l’eutanasia è un passo che una società compie verso la cancellazione del divieto di omicidio. La possibilità di ammettere l’eutanasia, scrive Leonetti, “farà cadere la proibizione più importante di una società democratica”». Non si capisce, in verità, cosa c’entri l’omicidio, se non attribuendo alla vita quel carattere sacro e intangibile a ogni costo, perché donata da Dio, che è il presupposto della fede cattolica. Nel nome dell’apologia della sofferenza («partorirai con dolore»), si legittima l’indisponibilità degli essere umani a sottrarsi a sofferenze atroci derivanti da malattie terminali, attribuendo la scelta sul loro destino a estranei, giudici o medici. O, peggio, relegandoli nella clandestinità. Tesi che neanche tutti i cattolici condividono fino in fondo. E allora meglio rifarsi a un’altra frase della Scaraffia, contraddetta dal suo finale: «In Italia il dibattito è fossilizzato in uno scontro tra credenti e non credenti» Vero, bisogna uscirne. Anche perché questa contrapposizione, come si è visto in altre occasioni, non è più così forte né decisiva.