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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Uomini che uccidono le donne

Perché ancora si raccontano i femminicidi normalizzando i gesti degli assassini? Perché l’idea che l’esistenza delle donne valga meno di quella dei maschi non è affatto tramontata, e si infila dappertutto. Allora ci sono dei passi seri da fare, ci sono delle responsabilità a cui nessuno può sottrarsi. Chiese e “uomini perbene” inclusi.


Una interessante, articolata e profonda riflessione del Consiglio di Presidenza del Coordinamento Teologhe Italiane sui femminicidio che continuano quasi uno al giorno. 

La parola “femminicidio” – diceva già anni fa Michela Murgia – non indica il sesso della morta; indica il motivo per cui è stata uccisa.

Siamo ancora qui – per fortuna insieme a tante altre – a denunciare il modo in cui questi crimini vengono raccontati sui mass media. I quali sì, lo vedono bene che si tratta di una faccenda tra uomini e donne; ma la normalizzano. Perché lei era “bella e impossibile” o aveva un top nero, lei voleva lasciarlo (poi magari in una riga in mezzo all’articolo si scopre che erano anni che lui la picchiava) e lui soffriva tantissimo, ed è un brav’uomo che salutava sempre (quindi lei l’ha sicuramente esasperato, altrimenti non sarebbe successo) e ha avuto un raptus, e lei non aveva cucinato e usciva troppo, e lui non sopportava che lei avesse un altro… Quindi, per forza che poi succede che la uccide, no? “Per forza” in che senso?

La riflessione prosegue articolandosi nei seguenti punti:

  • La violenza contro le donne riguarda le Chiese
  • Come e a cosa educhiamo?
  • La questione è maschile

Grazie a voi per questa vostra fraternità dei volti!


Perchè se noi come Comune di Firenze abbiamo tanto lottato per riuscire a veder rispettato il diritto alla libertà religiosa, è solo guardando alla vostra Fraternità vissuta che possiamo dirci soddisfatti!" Alessandro Martini, Assessore con delega al Dialogo interreligioso, mi confida commosso la sua gioia nel conoscere il nostro gruppo veneziano della Fraternità Islamico-Cristiana durante il nostro viaggio a Firenze. La trentina di donne e uomini, giovani e meno giovani, cristiani e musulmani, sono stati ospiti alla Casa per la pace di Pax Christi ed hanno incontrato testimoni che confermano la bellezza di questa esperienza interreligiosa.

Conoscenza reciproca e messa a fuoco dei profondi motivi che dovrebbero spingere tutti a sentirci davvero sorelle e fratelli prima e oltre le nostre identità, fedi e culture, sono cresciuti di giorno in giorno, lasciandosi portare "sulle ali della fraternità che ci fa sconfinare", come ha suggerito l'abate Bernardo Gianni a San Miniato, condividendo la festa dell'Eucarestia all'Isolotto con i nostri due imam special guests, o progettando percorsi di cittadinanza reale come abbiamo imparato da Izzedin Elzir, Imam di Firenze.
E se lui ci ha incoraggiato ricordando che "la fede in Dio è eterna mentre non lo sono le strutture e le istituzioni degi uomini", l'accoglienza fraterna alla Moschea di Colle Val D'Elsa, una delle cinque in Italia, ci sprona a non fermarci di fronte a tutte le difficoltà che nella nostra città da anni soffriamo perchè anche Venezia diventi realmente casa dei popoli e delle fedi.
(Nandino)




Un testimone del Vangelo per gli uomini di oggi

La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. Sono molti i fattori che hanno concorso (e concorrono) a provocare tale situazione. Quello principale è senz’altro costituito dall’avanzare del fenomeno della secolarizzazione (trasformatosi in molti casi in secolarismo) che rende evanescente ogni sentimento religioso.


di Giannino Piana

La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. Sono molti i fattori che hanno concorso (e concorrono) a provocare tale situazione. Quello principale è senz’altro costituito dall’avanzare del fenomeno della secolarizzazione (trasformatosi in molti casi in secolarismo) che rende evanescente ogni sentimento religioso.

Nel contesto di questa cultura il prete appare come il portatore di una visione arcaica dell’esistenza destituita di ogni credibilità. Le indagini sociologiche sulla “religiosità” degli italiani confermano la verità di questo assunto.

La domanda che allora affiora è: c’è ancora spazio per la missione del prete? E, se c’è, come è possibile ricrearlo? La risposta al primo interrogativo è, a mio avviso, positiva. 


Continua a questo link: 

https://www.viandanti.org/website/un-testimone-del-vangelo-per-gli-uomini-di-oggi/





Giannino Piana
Già docente di etica cristiana alla Libera Università di Urbino e di etica ed economia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Socio fondatore e membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti

Rifare i preti

Il link che segue porta al saggio introduttivo di Erio Castellucci al libro di Enrico Brancozzi Rifare i preti.Come ripensare i Seminari (EDB, Bologna 2021). L’autore del libro è rettore del Seminario di Fermo e insegna materie teologiche presso l’Istituto Teologico Marchigiano. Erio Castellucci è arcivescovo di Modena-Nonatola e vescovo di Carpi, e vice presidente della Conferenza episcopale italiana.


È una articolata riflessione sulla storia e l'attuale esigenza di riformulare radicalmente l'istituzione dei Seminari in rapporto alla realtà e alla cultura odierna, ad un ripensamento complessivo del ministero e della pastorale, alla scelta dei candidati.
La prefazione, che vale la pena di conoscere perché riguarda il futuro della Chiesa e delle Comunità, si articola nei seguenti punti:

- Ministero e normalità
- La crisi e il ministero
- La necessità di una formazione aderente alla realtà contemporanea
- Oggi si formano preti per una realtà che non c'è più
- L'illusione di una eccezione italiana
- Formazione ed esercizio del ministero
- Quali candidati al ministero
- Oltre il Seminario
- Nella Comunità
- Le ragioni per un cambiamento
- Ripensare la pastorale nel suo complesso

http://www.settimananews.it/ministeri-carismi/rifare-i-preti/


Gorizia, una donna avvocato è il nuovo cancelliere arcivescovile

A partire dal prossimo primo ottobre, la Curia di Gorizia avrà un nuovo cancelliere nella persona dell'avvocato Alessia Urdan. La nomina è stata annunciata dall'arcivescovo della diocesi isontina, monsignor Redaelli. Esperta in diritto canonico, Urdan è iscritta all'Albo degli Avvocati di Gorizia dal 2005 e ha conseguito il titolo di Avvocato Rotale nel 2007


A dare notizia della nomina è stato questa mattina l'arcivescovo di Gorizia, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, nel corso di un incontro con i vicari episcopali e i direttori degli uffici diocesani. L'incarico affidato all'avvocato Alessia Urdan, che ha decorrenza dal prossimo 1 ottobre, si inserisce nel percorso di attenzione e valorizzazione della presenza della donna nella Chiesa più volte richiamati e sollecitati anche da Papa Francesco.

Chi è il nuovo Cancelliere


Nata a Gorizia nel 1973, Alessia Urdan si è laureata in Giurisprudenza nel 2000, presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Terminati gli studi ha intrapreso un percorso formativo a doppio binario, svolgendo la pratica forense e insieme intraprendendo lo studio del diritto canonico presso l’Università Pontificia Lateranense a Roma, conseguendo la licenza in diritto canonico nel 2002 e la laurea nel 2006. Presso la Congregazione del culto e della disciplina dei Sacramenti, l'avvocato Urdan ha conseguito nel 2002 l’abilitazione a prestare assistenza nei procedimenti volti ad ottenere la dispensa per matrimonio rato e non consumato. E’ iscritta all’Albo degli Avvocati di Gorizia dal 2005. Al fine di completare il percorso formativo nell’ambito del diritto canonico ha frequentato lo studio rotale presso il Tribunale della Rota Romana conseguendo il titolo di Avvocato Rotale nel 2007. E’ sposata e ha una figlia.

Il lavoro in ambito canonico, una vocazione 


In un’intervista rilasciata al settimanale diocesano di Gorizia, "Voce Isontina", Alessia Urdan ha sottolineato che “assumere l’incarico di cancelliere è stato un ulteriore sì a quella che sono convinta sia la strada segnata dal Signore per me: ho sempre sentito infatti il mio lavoro in ambito canonico come una vocazione. Quando il vescovo mi ha chiesto la disponibilità a coprire questo nuovo incarico, dopo un primo momento di sorpresa e timore, ho deciso di rispondere ancora una volta con un si mettendomi a disposizione”.


(da Vaticannews.va)

Ritorna l'Hospitalito: Domenica 26 settembre ore 18.30

 ✏️l'avevi segnato il 26 settembre ore 18.30? 

Non so tu ma quanta nostalgia della nostra Eucarestia sul mondo dove ognuno prende la parola e la storia, le lotte, le ingiustizie, non restano fuori della chiesa...



Ecumenismo e dialogo: mettere in campo le nostre energie migliori per vincere le sfide di oggi

Mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, parla con estrema franchezza della sfida che più deve interpellare le Chiese cristiane e le fedi religiose, in Italia e in Europa: la sfida della “esculturazione”. La si può affrontare solo “insieme” e mettendo a disposizione le energie migliori. Si deve far vedere la vitalità del fattore religioso all’interno delle nostre società Altrimenti il mondo è destinato a diventare sempre più “la società delle tribù” dove “per nulla ci si urla contro” e "l’altro, il diverso, è visto come un nemico".



E’ un periodo estremamente difficile per il cristianesimo nell’Occidente. Siamo fuori dalla cultura. Non dalla cultura accademica ma dalla cultura intesa come modo di pensare. Siamo fuori dalle abitudini, dalle scelte, dal modo di stare al mondo dell’umanità. Ammetterlo è fare una constatazione dura”.

Come si affronta?

Come dice spesso il Papa, le nostre Chiese a volte peccano di auto-referenzialità e a volte forse anche noi, rischiamo di essere delle nicchie. Sicuramente la questione ecumenica e interreligiosa diventa essenziale. Perché siamo tutti chiamati ad affrontare questa sfida e affrontarla insieme, mettendo a disposizione le nostre energie migliori. 
Dobbiamo far vedere la vitalità del fattore religioso all’interno delle nostre società.

Come si coniuga questo impegno in un tempo di lotta alla pandemia e ripartenza come quello attuale? 

Il contributo delle Chiese e delle religioni nella società oggi è innanzitutto un contributo di comune solidarietà e germinazione di speranza e di fiducia. Uno dei mali della pandemia è stata la perdita di fiducia: perdita di fiducia reciproca, di fiducia nelle istituzioni, di fiducia nel futuro. 
Credo che sia specifico delle religioni, e del cristianesimo in particolare, attivare processi di solidarietà verso chi è stato più colpito dalla pandemia e immettere iniezioni di speranza e fiducia nella società.

Purtroppo, dalla pandemia, abbiamo ereditato anche nuovi terreni di scontro. Le diversità in questo tempo si stanno radicalizzando. Cosa hanno da dire le Chiese 

Siamo la civiltà delle tribù e lo stiamo diventando sempre di più. Una civiltà dove per nulla ci si urla contro. Credo che le religioni abbiano nel loro dna il rispetto dell’altro in nome del fatto, come scrive il papa nella Enciclica Fratelli tutti, che siamo tutti figli dello stesso Padre e fratelli e sorelle tra noi. Lo siamo. Ricordare sempre questa fratellanza umana che ci unisce, è il grande apporto che i cristiani e le religioni possono dare alle società. Se non lo facciamo, rischiamo di generare una generazione che vede l’altro, il diverso, come un nemico. Lo vediamo in questi giorni nel dibattito sulla vaccinazione con due schieramenti che si confrontano come nemici. Credo che siamo stimolati come cristiani a dire la verità del cristianesimo e la verità del cristiano non sta nei dettagli ma nel cuore stesso del Vangelo che è la fraternità.

Immagini dall'uscita a Firenze della Fraternità Cristiano-Islamica della Cita

 

Alle spalle la bellezza!

Un saluto e un ringraziamento per la bella esperienza 

Le ali dello sconfinare: 
una contemplazione profonda con l'abate Bernardo di San Miniato al Monte

Una calda accoglienza: 
e la nostra emozione nel ...sognare di poter un giorno vedere anche nella nostra città un luogo di fede così bello!

In visita alla nuova Moschea
 di Colle val d'Elsa insieme all'Imam di Firenze Izzedin Elzir

Davvero significativo l'incontro 
con i politici della città, sulla promozione dei diritti di tutti i credenti

Domenica XXV PA – Mc 9,30-37

Chiamati non a predicare l'accoglienza, ma ad essere accoglienti. Il servizio è la via per valorizzare le nostre capacità senza rassegnarci nelle e delle difficoltà (le nostre croci) ma assumendole per aprirle ad un futuro rinnovato


Seguendo l'Evangelo di Marco siamo arrivati a comprendere che i discepoli del Signore sono coloro che, di fronte a Gesù, si interrogano colpiti dall’autorevolezza delle sue parole e dei suoi gesti e possono decidere di continuare a seguirlo interrogandosi, oppure di chiudersi nell’incomprensione e nella durezza di cuore.


Domenica scorsa però abbiamo incontrato una novità: è Gesù che interroga loro ponendo la domanda fondamentale: “Chi dite che io sia”.

Di fronte a questo interrogativo c’è la possibilità anche di dare soltanto notizie di cronaca su Gesù se non si ha compreso la necessità della sua croce che sfocerà nell’inedito della sua risurrezione. Per questo lui impone piuttosto di tacere imparando andandogli dietro per non essere come Pietro: Satana, scandalo per lui, subendo la tentazione ultima che anche Gesù ha subito, quella di rinunciare di rimanere fedele al Padre fin sulla croce e nella risurrezione.

Gesù sta andando con decisione verso Gerusalemme attraversando la Galilea, ma non vuole essere trattenuto in questa regione; per questo che non vuole che nessuno lo sappia. Per strada però riprende il discorso con i discepoli sulla sua morte e la sua risurrezione.

Dobbiamo essere consapevoli che non si può incontrare Cristo senza la sua croce, altrimenti facciamo solo della pura cronaca che riguarda Gesù, senza incontrare il mistero di Dio che sta con noi fino a morire. 

Ma nemmeno si incontra mai la croce senza Cristo, altrimenti facciamo del dolorismo, saremmo invitati a non portare, bensì a sopportare con rassegnazione le croci. Gesù, invece, è venuto per dirci che in quelle croci ci è vicino, le condivide affinché tutte si aprino alla speranza e all’inedito della risurrezione. È per questo che Gesù, ci dice l’Evangelo di oggi, istruiva tutti i suoi discepoli che sono definiti dal lasciarsi da lui interrogare e condurre, senza distrazioni, portando ogni difficoltà, scegliendo di essere e rimanere fedeli al Padre fino alla fine. Questo non significa accettare passivamente le difficoltà, ma il farsi carico delle proprie e di quelli che incontriamo, per trasformarle e per cambiarle in occasioni di rinnovata vita.

Dio non vuole la sofferenza degli uomini, vuole la loro salvezza e la loro liberazione. Tanto è vero che Gesù dice “Sta per essere consegnato il figlio dell’uomo nelle mani degli uomini”, a dire che la croce è la conseguenza del fatto che Gesù si è consegnato a questo mondo, che oramai abita in mezzo a noi, come ciascuno di noi, talmente qualsiasi da essere non riconoscibile nella croce.

“Ma essi non comprendevano queste parole” ed è significativo che l’incomprensione del progetto di Dio porti i discepoli ad avere timore di chiedergli spiegazioni.

Chi rifiuta la logica dell’incarnazione, rifiuta la croce del Signore, ha paura di interrogarsi e di lasciarsi interrogare da lui e, anche se lo sta seguendo lungo la via, rischia di parlare d’altro.

Anche la comunità cristiana, noi, spesso rischiamo di essere lungo la strada, ma distratti da altre cose si parla d’altro e, quando Gesù ci chiede: “di che cosa stavate parlando”, tacciamo.

Non si ha il coraggio di confrontarsi con lui su quelli che pensiamo possano essere i nostri percorsi, anche quelli “pastorali” come loro che “lungo la via stavano discorrendo su chi fosse il più grande”. 

È facile cadere nel pericolo di giudicare quel loro discorrere come sbagliato, che non ci si deve chiedere chi sia il più grande mentre seguiamo Gesù e si finisce per fare un discorso sull’umiltà, quasi che Gesù chieda di rinunciare a valorizzare e a vivere la propria vita. Tutt’altro, lui anzi ci chiede di sviluppare al massimo i nostri talenti rimanendovi fedeli.

Infatti, ai discepoli non dice che non devono pensare di provare ad essere i più grandi. Gli indica però quale sia la strada per raggiungere questo obiettivo ed è quella che lui sta seguendo: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti ed il servo di tutti”. 

Questo è il senso profondo della croce di Gesù, non il dolore che gli ha portato la morte. È la fedeltà più estrema alla quale noi diamo il nome di incarnazione. San Paolo ci dice che: “Gesù pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma si spogliò fino alla croce e per questo Dio gli dà il nome più grande di ogni altro nome”. 

Gesù è diventato il primo perché, ha scelto di portare l’amore del Padre tra gli ultimi, anche dove era escluso con certezza potesse essere: nei crocefissi perché considerati maledetti da Dio stesso (Dt 21,23). S. Paolo lo scrive con chiarezza: “Cristo ci ha riscattati diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: maledetto chi è appesa al legno” (Gal 3,13). È questo che ce lo fa riconoscere come il Signore. 

Gesù mentre dice questo compie un gesto simbolico, prende un bambino lo mette al centro, lo abbraccia e dice che “chi accoglie uno dei bambini il mio nome accoglie me”, cioè chi accoglie uno che nella società non ha voce (e all’epoca nemmeno diritti), accoglie anche me e la mia buona notizia, l’Evangelo.

 

Noi, le nostre Comunità sono chiamate non a predicare l’accoglienza, ma ad essere accoglienti imparando dal Signore, continuando a domandargli e a lasciandosi interrogare da lui, senza paura di chiedere spiegazioni.

Altrimenti si fanno soltanto gesti di cui abbiamo perso il significato, si pronunciano parole vuote e si predica una croce senza Cristo o un Cristo senza la croce. Lo stiamo invece seguendo mentre si sta dirigendo verso Gerusalemme nell’ascolto e nella fedeltà al Padre che lo porterà sulla croce e quindi verso la risurrezione. 

Non siamo soltanto chiamati a rispondere alla domanda fondamentale che Gesù ci pone, ma anche ad essere disposti a seguirlo, imparando cosa significhi essere come il nostro Dio incarnati, fedeli ai cammini faticosi delle persone che incontriamo, credenti o meno. 

Disposti ad abbracciare la storia concreta di tutti i giorni, accogliendola come un bambino sapendo che, facendolo, accogliamo il nostro Dio fatto maledetto, non per benedire i maledetti ma per dare anche ai maledetti la possibilità di avere un Dio con loro.

(BiGio)

Al centro mettete sempre l'amore con lucidità, coraggio: da questo dipende la verità del vostro servizio


Le nostre fragilità, che sono le stesse di un bambino, sono abbracciate da Cristo. In quell’abbraccio non l’abbiamo più bisogno di fingere. Ecco perché siamo chiamati ad accogliere gli altri nella loro fragilità. È Gesù stesso che accogliamo in quel momento.

Gesù abbraccia il più piccolo perché nessuno sia perduto. Gesù parte dal più piccolo dei piccoli perché nessuno si sente escluso. Il mondo nuovo, nasce da un verbo ripetuto quattro volte: “chi accoglie uno solo di questi bambini, accoglie me; chi accoglie me non accoglie me ma colui che mi ha mandato”. Ecco perché la chiesa o è accogliente o non è.

Gesù sembra dire i suoi: “Al centro mettete sempre l’amore”. È questa l’unica ragione per scegliere l’ultimo posto con la certezza che sia il primo. L’amore è l’unico motivo logico per accettare un capovolgimento illogico.

 

Paolo De Martino

 



Possiamo anche supporre che Gesù ripeta “Il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nella mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà” per i suoi discepoli ma anche per sé. Soprattutto nel vangelo di Marco dove Gesù, per quanto sappia ciò a cui va incontro, resterà turbato, angosciato e spaventato dal suo cammino verso la croce. Gesù ripete ciò a cui deve acclimatarsi, ripete ciò che deve assumere, ripete gli eventi che lo riguarderanno e che non basta conoscere per saperli anche affrontare. E Gesù appare certo di quanto deve succedere. Se anche si tratta di eventi futuri, il verbo utilizzato per esprimerli è un presente (“viene consegnato” è la traduzione esatta di Mc 9,31), quasi a dire la certezza di questi eventi. 

Ma esprime queste cose che lo riguardano con lucidità, coraggio e dolcezza. Gesù sta qui insegnando ai suoi discepoli non solo la direzione del cammino, ma anche il come affrontarlo. E tre sono le indicazioni: lucidità, coraggio, dolcezza. Lucidità: niente illusioni, niente sogni, ma realismo. Coraggio: quello che traspare in Gesù, ma che è anche la risolutezza a cui è chiamato il discepolo, la forza che dovrà animarlo. E infine la dolcezza: nessuna amarezza da parte di Gesù; nessuna accusa, nessuna invettiva, nessuna recriminazione, nessuna minaccia o parola violenta verso quanti lo accuseranno. E forse non c’è testimonianza più convincente della sua buona coscienza e della sua giustizia che questa mitezza. Parole aspre e difficili per chi le pronuncia come queste che dice Gesù sono tanto più credibili perché espresse con dolcezza, pace e serenità, senza astio e risentimento. Gesù annuncia un’azione che subirà, anzi un’azione che ne comporta tante altre, sgradevoli, umilianti, dolorose, violente e ingiuste. Ma soprattutto Gesù intuisce che nel suo futuro c’è anche il non poter determinare e controllare gli eventi e l’accettazione di essere consegnato in balia degli uomini. 

Luciano Manicardi

 

 

 

Al termine di questo brano evangelico, soprattutto chi è pastore nella comunità si domandi se, tenendo il primo posto, essendo chi presiede, il più grande, sa anche tenere l’ultimo posto e sa essere servo dei fratelli e delle sorelle, senza sogni o tentativi di potere, senza ricerca di successo per sé, senza organizzare il consenso attorno a sé e senza essere prepotente con gli altri, magari sotto la forma della seduzione. Da questo dipende la verità del suo servizio, che potrà svolgere più o meno bene, ma senza desiderio di potere sugli altri o, peggio ancora, di strumentalizzarli.

Enzo Bianchi

Il foglietto "La Resurrezione" di Domenica 19 settembre 2021




 

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (11 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità. Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.

 



Questa edizione è divisa in blocchi ordinati:

 

·   4 notizie su Situazioni Internazionali 2 dei quali “foto-notizie” 

(malnutrizione; inondazioni in Sudan; Etiopia; rotta balcanica)

·   2 articoli sul Cammino Sinodale

(dell’arcivescovo di Bologna Zuppi e sulla tentazione di minimizzare il cammino sinodale)

·   2 articoli sul G20 delle Religioni 

(il messaggio di Papa Francesco e una sintesi del tema)

·   2 articoli sul Viaggio del Papa in Ungheria 

(i simboli del pane e della croce; necessità di unità per la testimonianza)

·   1 articolo di Spiritualità 

(li Spirito soffia dove vuole: i laici stanchi di essere emargianti)

 


                                    Situazioni Internazionali

 



 

 

 

 













Etiopia, altri 125 morti. Appello per la pace di papa Francesco 

di Fabrizio Floris in il manifesto del 12 settembre 2021

 

in Etiopia dove non si muore più come umani, ma come formiche. Decine, centinaia alla volta.

 

 

L'umanità interrotta sulla rotta balcanica 

di Serena Tarabini in il manifesto del 15 settembre 2021

 

A distanza di mesi dall'incendio del campo di Lipa, al confine tra Bosnia e Croazia poco o nulla è cambiato. Migliaia di migranti afgani e pakistani vivono in condizioni abominevoli

 

 

Cammino Sinodale

 

Zuppi: l'Anno di Nicodemo per passare dal buio alla luce 

di Chiara Unghuendoli in Avvenire del 12 settembre 2021

 

Cammino sinodale e missione verso gli adulti (evangelizzazione e ri-evangelizzazione) le due direttive per l'Anno pastorale. Nicodemo è l'«adulto vecchio» che però desidera rinascere. La pandemia è stata un'occasione favorevole, «siamo stati tutti costretti a seminare in maniera diversa da come eravamo abituati».

 

L'ultima tentazione 

di Pietro Pisarra in baptises.fr del 8 settembre 2021 (nostra traduzione)

 

L'ultima tentazione sarebbe minimizzare la portata del cammino sinodale, riducendolo ad una faccenda interna, di organizzazione. O a una campagna di marketing, per rilanciare un prodotto scaduto. E se il sinodo fosse l'ultima chance, il kairòs da cogliere? Aggrapparsi ad un modello moribondo o accettare di perdere tutto per trovare la vita?

 

 

G20 delle Religioni

 

La sfida del «G20 delle religioni» 

di Lucia Capuzzi in Avvenire del 12 settembre 2021

 

"Time to heal", tempo di guarigione. Di prendersi cura gli uni degli altri. «L'autentica risposta religiosa al fratricidio è la ricerca del fratello», ha scritto papa Francesco, nel messaggio inviato ai partecipanti. «La strada della pace non si trova nelle armi, ma nella giustizia. Tre impegni comuni: «noi non uccideremo», «noi ci salveremo», «noi ci perdoneremo».

 

Il G20 delle religioni 

di Alberto Melloni in la Repubblica del 11 settembre 2021

 

Agli studiosi tocca ricordare che quelle che entrano in dialogo non sono le "essenze" delle religioni, ma le culture che le veicolano. Questo scarto consente di sperare che i patrimoni di compassione che ciascuna tradizione porta con sé, possano prendere o riprendere vita anche dove hanno prevalso le ermeneutiche dell'odio, della discriminazione, della falsificazione religiosa.

 

 

Il viaggio del Papa

 

 

«Disonorato il nome di Dio», tuona il papa 

di Dorella Cianci in il manifesto del 15 settembre 2021

 

«Il viaggio di Francesco è denso di simboli, dal pane alla croce e questi son tutti simboli che non dividono, che non emarginano e non rappresentano strumento di pregiudizio. Ma chi non ha compreso, nel discorso alla nostra comunità ebraica, la condanna sia di Tiso sia dei sovranismi, nel dire che la croce non può essere un simbolo politico?

 

Il Papa da Budapest: la Croce? Allarga le sue braccia per tutti 

di Mimmo Muolo in Avvenire del 14 settembre 2021

 

«È difficile esigere un'Europa più fecondata dal Vangelo senza preoccuparsi del fatto che non siamo ancora pienamente uniti tra noi nel continente e senza avere cura gli uni degli altri». «Anche se non condividiamo la stessa mensa eucaristica, possiamo insieme ospitare Gesù servendolo nei poveri».

 

 

Spiritualità

 

Lo Spirito soffia dove vuole, non soltanto sul clero. Paule Zellitch 

di Federica Tourn in Jesus del settembre 2021

 

I laici, e le donne in prima fila, sono stanchi di essere emarginati, trattati come bambini incapaci di prendere una direzione, le loro competenze ignorate e i loro carismi sottovalutati. «Le gerarchie sembrano dimenticare che lo Spirito soffia dove vuole, non solo sul clero», aggiunge con un sor­riso. «Le gerarchie temono la libertà di pensiero dei laici: ma obbedienza non significa abdicare all'intelligenza e allo spirito critico, significa seguire Cristo».