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Oggi, 6 settembre inizia il cammino dell'Anno ebraico 5781

Il capodanno ebraico tra rinnovamento e indagine interiore. Un inizio con 10 giorni di intensa riflessione e penitenza verso un nuovo inizio rinnovati dal ritorno e dal perdono dei torti commessi verso i fratelli e verso il Signore

di Lia Tagliacozzo (in “il manifesto” del 3 settembre 2021)

Shanà, la parola ebraica che significa «anno», ha un senso paradossalmente duplice: la sua radice infatti fa riferimento tanto al concetto di «ripetere» quanto a quello di «cambiare». Un apparente controsenso che la tradizione ebraica si incarica di spiegare: se infatti da un lato la ritualità implica di per sé la ripetizione di parole e la reiterazione di gesti allo stesso tempo, per evitare che si trasformi in retorica vuota di senso, deve contenere in sé la capacità di innovare e di rinnovarsi.

ED È A PARTIRE da questa duplice direzione che si inaugura, la sera di lunedì 6 settembre, per la precisione il primo del mese di Tishrì, l’anno 5781 del calendario ebraico. Rosh ha Shanà (che tradotto significa letteralmente «capo d’anno») ha un ruolo centrale e inaugura un mese fondamentale ricco di celebrazioni e riflessioni. I calendari infatti sono diversi: alcuni dipendono dal sole, altri dalla luna, altri ancora – come quello ebraico – combinano il tempo dell’uno e quello dell’altra. Proprio per gli strani casi dei calendari, la sera di lunedì prossimo, in aggiunta alla specifica funzione in sinagoga, gli ebrei di tutto il mondo iniziano il nuovo anno mangiando cose buone e dolci in segno di buon augurio per il futuro eppure, a indicare la duplice direzione di senso, Rosh ha Shanà è anche il «giorno del giudizio» in cui Dio inizia a valutare il comportamento sia del singolo che dell’intera umanità. Resta quindi – anche in questo caso – una coesistenza tra elementi di permanenza e cambiamento.

Iniziano allora i dieci giorni penitenziali, giorni di riflessione e di introspezione che conducono a Yom Kippur, il giorno dell’espiazione (quest’anno dalla sera del 15 settembre al tramonto del 16). Dieci giorni in cui, a partire dal ricordo della creazione del mondo si ha una sorta di nuovo inizio di tutti gli inizi che implica un’opportunità di rinnovamento che muove dalla riflessione su di sé. Dieci giorni chiamati «Yamin noraim – i giorni terribili» tale è l’intensità dell’impegno che li caratterizza: un periodo però che non è destinato alla sola riflessione, conservando infatti il senso di duplicità iniziato a Rosh ha Shanà, i dieci giorni penitenziali implicano – e impongono – atti concreti e vincolanti: l’obbligo – ad esempio – di chiedere scusa per i torti inflitti. Ma non si tratta di pentimento come inteso nella cultura occidentale (e cristiana): uno dei grandi maestri della tradizione ebraica, Mosé Maimonide, esegeta e filosofo medioevale, dedica alla ricorrenza il testo Hilkhot ha-teshuvà, di cui una prima ipotesi di traduzione del titolo è «norme per il pentimento», ma il significato si presta ad essere indagato con maggior attenzione.

«TESHUVÀ» infatti indica piuttosto un ritorno che un pentimento e Hilkoth significa percorsi piuttosto che norme. In aggiunta è significativo rilevare che il titolo è declinato al plurale, «ritorni»: nella metafora rabbinica quindi la traduzione – e l’indicazione che se ne trae – è «percorsi di ritorno»: riconoscendo in questo plurale una molteplicità e varietà di possibilità quale che sia il punto di partenza individuale. «La Teshuvà – scrive il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni nella prefazione dell’opera (Giuntina 2015) – riguarda prima di tutto un moto dell’anima, una decisione radicale che determina tutte le future scelte, ma che pur sempre rimane inizialmente interna e non ancora visibile».

Un esito possibile che, ancora una volta, è duplice: da una parte infatti è riparatore dei torti commessi, dall’altra la Teshuvà contiene in sé la possibilità di essere creatrice. Secondo il Maharal di Praga – filosofo, talmudista e matematico del Cinquecento – infatti se una tende a riparare gli errore e le cose sbagliate, la seconda, volta e mossa dall’amor di Dio, crea una cosa nuova e giusta, l’una è quindi volta al passato, la seconda al futuro. Eppure né la Teshuvà – il ritorno – né il giorno di Kippur possono espiare se non le colpe commesse verso il Padre Eterno. Si definisce così anche in questo caso una duplice direzione: una verticale dedicata e implicante la relazione con Dio, l’altra, per così dire, orizzontale che riguarda la relazione con gli altri e la collettività nel suo insieme.

Per tutti questi motivi il giorno di Kippur, il giorno del giudizio finale, ci si astiene dal mangiare, dal bere e da altre forme di godimento: sembrerebbe quindi che il distacco dalla dimensione materiale consenta di tornare alla natura intima ed essenziale di ciascuno. Un contesto – che conserva ancora una duplicità di senso – in cui «la colpa» non è intrinsecamente negativa indicando piuttosto un percorso di consapevolezza di ciò che si è stati nel passato e avvia alla trasformazione e alla capacità di reinventarsi il futuro.

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Qui altre notizie su questa festa: https://ucei.it/festivita-ebraiche/rosh-ha-shanah/?fbclid=IwAR3C-LowJge0I31U-CurpAPY92yDSzomkmsHgJu2icERfDLWOdH6pUgM7QE

XXIII PA – Mc 7, 31-37

Un invito a rialzarsi, a "fare bene ogni cosa", a comprendere la creazione e la storia come lo spazio nel quale è sempre possibile incontrare il Signore: basta non fermarsi alle apparenze ed è necessario ascoltare prima di parlare ....


 

Domenica scorsa Gesù cogliendo l’occasione di una discussione con chi lo ascoltava, aveva posto al centro della nostra attenzione il cuore cioè lo spazio biblico nel quale ogni persona ripone le cose più importanti, verificandole di giorno in giorno con la storia che è chiamato a vivere, alla luce della Parola che il Signore pronuncia per lui.

Mentre Dio pone il suo cuore vicino agli uomini, in mezzo alla nostra storia, Gesù faceva notare come il popolo lo onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da lui e indicava la strada per arrivare a possedere un cuore nuovo e, quindi, essere uomini nuovi, che non temono ciò che può entrare nella vita di una persona, semmai ciò che può uscire dal suo cuore diventando concreta nella sua realtà quotidiana.

L’Evangelo di Marco di oggi ci presenta la guarigione di un sordomuto condotto a Gesù. Questa persona non ha un nome proprio perché ci rappresenta tutti. All’inizio c’è una precisazione geografica importante: Gesù, tornando dalla regione di Tiro, passa per Silone e si dirige verso il mare di Galilea; un percorso per nulla lineare.  Sta quindi girando in lungo e largo senza alcun problema il territorio pagano della Decapoli, in mezzo a un popolo non ebreo.

Questo significa che una persona dal cuore nuovo come Gesù, non ha spazi privilegiati nei quali parlare ed agire, ma persino in un territorio straniero, in mezzo a un popolo estraneo al suo si trova a suo agio, vi abita, percorre i villaggi e agisce.

Questo vale anche per ogni comunità cristiana che, chiamata a vivere il territorio nel quale Dio la posta, è chiamata a trovarsi a suo agio, perché è qui che è chiamata ad agire e ad amare gli uomini che il Signore ama.

Al sordomuto che gli viene portato, Gesù fa alcuni gesti che sono tipici dei taumaturgi di quell’epoca. Ma ecco un’altra precisazione molto significativa: Gesù prende in disparte quell’uomo che non può sentire né parlare. Lo fa perché quei gesti sono il modo che Gesù ha di dialogare con lui. Il Signore quando incontra una persona, non lo fa mai in maniera generica, facendo dei gesti comuni che vanno bene per tutti, ma incontra quella persona nella sua storia e nella sua situazione precisa ed unica. Mostra così la sua capacità di esprimere “umanamente” tutto il suo coinvolgimento e il suo interesse per quell’uomo preciso, non per uno qualunque.

Poi pronuncia una parola: effetà che Marco sente il bisogno di tradurre con apriti! Una parola rivolta non solo agli organi di quell’uomo, ma all’intera sua persona perché lui lo considera non solo nella sua infermità, ma nella sua totalità di persona e nella sua concreta situazione.

“Apriti” è un invito simile a quello che risuona più e più volte nella Scrittura: “Alzati!”, rimettiti in piedi, non rimanere ripiegato su te stesso, sul tuo dolore, sulle tue fatiche, guarda avanti inizia di nuovo a camminare. Fai tesoro dei tuoi errori: faranno per sempre parte di te, ma ti aiuteranno ad essere una persona vera. L’importante è continuare a misurarsi con la vita, le sue gioie e le sue fatiche, amandola fino in fondo attraverso le persone che continuerai ad incontrare per la tua strada.

Gesù invita a non dire nessuno della guarigione perché la nostra attenzione non si fermi al miracolo, non ci distacchi dalla buona notizia che è lui. Il fermarsi al miracolo significa non riuscire ad incontrarlo e imparare da lui che cosa significhi vivere conforme un progetto nuovo di vita.

“Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

Questa è una citazione di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima Lettura della liturgia di questa domenica. È la medesima citazione che Gesù offrirà come risposta ai mesi di Giovanni, quando saranno mandati a chiedergli se lui quello che deve venire o se devono attenderne un altro.

 

Da quanto narrato nell’Evangelo, si possono essere reazioni diverse: può condurre a un semplice stupore e non riuscire ad andare oltre, oppure può essere compreso come una ulteriore testimonianza di chi sia Gesù. 

Anche noi possiamo leggere la nostra storia alla luce della fede, oppure semplicemente per quello che accade. Possiamo semplicemente sorprenderci dall’inedito, oppure intravedere in questo la buona notizia della presenza di Dio in mezzo a noi.

 

Spesso a questo miracolo ci si ferma a dare interpretazioni simboliche: l’uomo sordomuto è l’uomo primo di privo di fede che, incontrandosi con il Signore, si apre alla possibilità di credere. Però forse è preferibile attenersi a un’indicazione concreta del testo, Gesù incrocia una persona malata e, aldilà del popolo a cui questa persona appartiene, si incontra con lei, la libera e gli dice di aprirsi. Aprirsi a che cosa? Ad una realtà rinnovata, riportata nell’ordine buono della Creazione operata di Dio. Ecco cosa desidera sottolineare Marco evidenziando il fatto che i presenti esclamano: “ha fatto bene ogni cosa”; richiamandoci alla mente quanto il Signore afferma alla fine di ogni giorno della Creazione. 

 

Siamo allora chiamati a comprendere la creazione e la storia come lo spazio in cui è possibile anche oggi incontrare la salvezza. La Comunità cristiana è chiamata ad incontrare concretamente le persone nelle loro necessità, conducendole a Gesù, cioè facendosi carico delle loro difficoltà: ascoltandole a tu per tu, parlando loro come abbiamo visto fare da Gesù, accompagnandole a trovare la via per superare le loro difficoltà, ad iniziare, a ricreare, a fare nuova la loro vita.

Se noi siamo capaci di questo, siamo delle persone dal cuore nuovo che hanno compreso che Dio abita in mezzo alla loro storia e, contemporaneamente, anche la loro storia abita definitivamente nel cuore di Dio, dentro la sua misericordia.

(BiGio)

Un sordomuto: se non si sa ascoltare, non si annuncia correttamente....

Un “sordomuto”, o meglio, un uomo “sordo” e “balbuziente”, “che parla con difficoltà”. Troviamo qui lo stesso verbo che nel greco dei Settanta (che traduce un termine ebraico che indica i muti) designa i balbuzienti in Is 35,6: “la lingua dei balbuzienti griderà di gioia”. In effetti, a guarigione avvenuta, si dirà di quest’uomo non tanto che aveva ritrovato la parola, ma che “parlava correttamente” (Mc 7,35). 


Incapace di ascoltare, egli non sa neppure esprimersi correttamente e perde la capacità comunicativa trovandosi in un isolamento doloroso.
È 
l’incapacità di comunicare che affligge quest’uomo privandolo della sua soggettività: egli è totalmente passivo. 

Condotto da altri a Gesù, è oggetto di gesti e parole da parte di Gesù finché viene liberato dai vincoli che lo imprigionavano impedendogli di comunicare. Ed è significativo che, per guarire dalla sua incapacità comunicativa e ritrovare la sua soggettività, egli debba essere separato dalla folla e portato in disparte: lì può essere restituito a se stesso e diventare soggetto della sua parola. Lì avviene l’incontro personale con Cristo. 

La narrazione di Marco costruisce un interessante parallelo tra la guarigione in terra pagana di quest’uomo sordo e quella successiva, che avviene in terra d’Israele, a Betsaida, di un uomo cieco (Mc 8,22-26). Connessa a quest’ultima guarigione, che presenta elementi letterari e tematici molto simili al testo che stiamo considerando, la nostra narrazione svela una dimensione simbolica. Le due pericopi inquadrano episodi in cui Gesù si confronta con l’incomprensione e con l’inintelligenza dei suoi discepoli (cf. Mc 8,4.14-21) che “hanno orecchi e non ascoltano, hanno occhi e non vedono” (cf. Mc 8,18), con l’ostilità dei farisei (cf. Mc 8,11-13), mentre moltiplica contatti salvifici con pagani (cf. Mc 8,1-9; anche il nostro episodio si svolge in terra pagana). 

Insomma, la sordità che impedisce di parlare correttamente riguarda i discepoli e significa un non-ascolto della Parola che conduce a non annunciarla correttamente o a non confessare adeguatamente la fede (come Pietro in Mc 8,27-33). Solo un ascolto della Parola assiduo e profondo genera un annuncio autentico e efficace. Possiamo riferire tutto questo alla vita della chiesa affermando che solo una ecclesia audiens può essere anche ecclesia docens. O, come scrisse il teologo Joseph Ratzinger commentando il proemio della Dei Verbum (“In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia”): “è come se l’intera vita della Chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere ogni suo atto di parola”. 

Fuori di questo ascolto, di questa apertura vivificante e sanante alla Parola, l’annuncio della chiesa si riduce a balbettio o addirittura a sproposito. In questo senso, il gesto terapeutico di Gesù di mettere le dita negli orecchi dell’uomo acquista una valenza spirituale nella linea delle espressioni bibliche che parlano di circoncidere gli orecchi (cf. Ger 6,10), forare gli orecchi (cf. Sal 40,7), ovvero aprire il canale attraverso cui la rivelazione raggiunge il cuore dell’uomo e gli consente di lodare Dio e di annunciare le sue azioni (cf. il rapporto tra “risveglio” degli orecchi e lingua ben istruita in Is 50,4).

(Luciano Manicardi)

Le notizie non bastano: è possibile fare qualcosa

Domenica 12 settembre dialogheremo con Gholam, pianteremo un ulivo per radicare quel no alla guerra che Gino Strada ha ripetuto fino alla morte. Raccoglieremo fondi per il progetto di Gholam per una scuola nel suo villaggio dove è nato: Ghazni, in Afghanistan


Gholam Najafi è nato in un piccolo villaggio nella regione di Ghazni, in Afghanistan. Ha trascorso l’infanzia lavorando come pastore e contadino e studiando solo durante i tre mesi invernali. Dopo la morte del padre, all’età di dieci anni, durante la guerra dei Talebani è fuggito verso il Pakistan e l’Iran. Si è stabilito a Teheran, dove ha lavorato come muratore per circa cinque anni, frequentando una scuola coranica per qaari qur’an, “recitatore del Corano”. Ben presto, però, ha capito che quello non era il paese dove avrebbe costruito il suo futuro e, non potendo rientrare in Afghanistan, ha deciso di continuare il suo viaggio verso l’Europa. 

Dal 2007 risiede in Italia, a Venezia. Ha conseguito il diploma di scuola media di centocinquanta ore, il diploma di scuola superiore e infine si è iscritto al corso di Lingua-letteratura persiano-araba, cultura, società dell’Asia e dell’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari, dove si è laureato in soli due anni con una tesi in Lingua, politica ed economia dei paesi arabi. 

Si dedica a scrivere articoli, racconti, interviste e poesie sulla situazione afghana. Ha pubblicato Il mio Afghanistan” (Meridiana 2016), da cui il regista Marco Agostinelli ha realizzato il film presentato nel 2017 al Festival del cinema di Venezia.  

Gholam sta partecipando con grande competenza e saggezza questo tragico momento del suo Paese e domenica 12 settembre nella comunità della Cita a Marghera (ore 10.30 Eucarestia per la pace e 11.15 nell'Orto di quartiere, testimonianza) racconterà i suoi progetti per rientrare appena sarà possibile in Afghanistan per riprendere il progetto di costruzione di una scuola nel suo villaggio.


Nel Post pubblicato il 23 agosto 2021 c'è una sua testimonianza sul suo Paese dove è stato nello scorso mese gi giugno: "L’arrivo dei talebani e la resa del villaggio".
Se non l'avete letto, ve lo consigliamo e lo trovate a questo link: https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2021/08/larrivo-dei-talebani-e-la-resa-del.html

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (9 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità. Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.


 

Questa edizione è divisa in blocchi ordinati:

·      3 articoli di Chiesa e Spiritualità

     (un altro intervento sulla catechesi di Papa Francesco - Evangelizzare e l’illusione di possedere - Segni di speranza che vanno custoditi)

4 articoli di carattere sociale 

(sui minori: abuso e sorveglianza on-line - Si può esportare la democrazia? - La rotta balcanica - Quel che resta della “Rivoluzione dei Gelsomini”)

·      2 articoli di riflessione sull’Afganistan

(Possibile sia finita così? - Quello che l’Occidente non ha mai compreso)

  

Chiesa e spiritualità

 

di Riccardo Di Segni in la Repubblica del 2 settembre 2021

Il confronto, severo, continua sulla catechesi di Papa Francesco della lettera ai Galati, che ha suscita la reazione del rabbinato di Israele. All'intervento dell'arcivescovo de La Plata apparso sull'Osservatore Romano il 30 agosto risponde il rabbino capo di Roma: "Sarebbe utile usare la lezione del Baal Shem Tov non per fargli dire cose che non ha mai sognato di dire, ma per insegnare il rispetto reciproco, che in questo caso non c'è stato."

 

 

di Fulvio Ferrario in Confronti del settembre 2021

Le Chiese hanno bisogno di evangelo, di parola di Dio. Anzitutto per sé stesse. L'ossessione immediatamente missionaria («come portare la buona notizia ai lontani di questo tempo?») tradisce l'illusione di possedere, o almeno conoscere, ciò che si vorrebbe annunciare. Non è così.

 

 

di Erio Castellucci in Avvenire del 2 settembre 2021

Prefazione al libro del domenicano francese Adrien Candiard: 'La speranza non è ottimismo. Note di fiducia per cristiani disorientati'. Secolarizzazione. Non è finito il cristianesimo; è finita la cristianità. L'annuncio della buona notizia. Don Milani e le due diverse preghiere: «Signore perdonali perché non sono qui con Te» e «Signore perdonaci perché non siamo là con loro».

Società

·       Apple, gli abusi sui minori e l’incubo della sorveglianza globale

Il 5 agosto Apple ha annunciato un cambiamento nelle sue politiche da attuare entro la fine dell’anno (inizialmente negli Usa per poi espandere anche ad altri paesi). L’idea è di combattere in maniera più efficace gli abusi sessuali sui minori, e intende farlo in tre modi: 1) sui sistemi operativi Apple la app di ricerca e Siri indirizzeranno le ricerche su argomenti relativi all’abuso sessuale su minori a risorse utili per segnalare eventuali abusi o ottenere aiuto; 2) alla app Messaggi verrà aggiunto un “controllo parentale”, che oscurerà le immagini sessualmente esplicite per i minori di 18 anni, e sarà inviato ai genitori un avviso se un minore di 12 anni visualizza o invia immagini di questo tipo; 3) le immagini caricate su iCloud Photos saranno scansionate per verificare la presenza di materiale pedopornografico il quale sarà segnalato ai moderatori Apple che potranno trasmetterlo al NCMEC (National Center for Missing and Exploited Children, organizzazione senza scopo di lucro che lavora a fianco delle forze dell'ordine, che usa il software Microsoft photoDNA). Le modifiche annunciate, secondo le comunicazioni di Apple, sono destinate a proteggere maggiormente i minori da abusi, violenze e sfruttamenti, e Apple sostiene di avere adeguatamente tenuto in considerazione le problematiche di privacy, ma molte voci critiche si sono sollevate contro tali cambiamenti. Al punto che Apple è dovuta tornare più volte a spiegare nei dettagli cosa realmente intende fare, pubblicando ulteriori documenti per fare chiarezza, senza però riuscire a placare del tutto le voci contrarie. Apple alla fine si è appellata alla fiducia dei suoi utenti, ma ci sono troppe problematiche e non possono essere risolte solo con la fiducia.

 

 

di Gaetano Azzariti in il manifesto del 2 settembre 2021

Il tragico epilogo dell'occupazione militare in Afghanistan dovrebbe aver almeno spazzato via il grande inganno: non esistono «guerre umanitarie». Al limite può essere invocato il diritto di resistenza contro il tiranno ovvero contro l'invasore, ma l'uso della forza comporta sempre azioni contro l'umanità. Non si tratta di essere pacifisti, ma solo di essere contrari alla guerra. Lo ha detto Gino Strada, lo ha stabilito la nostra costituzione.

 

·       Dai trafficanti di esseri umani all’impiego di tecnologie avanzate di controllo e sorveglianza: il business della rotta balcanica

Se fin dagli anni ‘70 con “rotta balcanica” si intendeva principalmente la rete di traffico di droga - soprattutto eroina - che si dirama per la penisola balcanica, nel 2015 l’espressione ha infatti assunto un significato inedito. Circa 1,5 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, perlopiù in fuga dalla guerra in Siria, si sono messi in marcia attraversando la Turchia, la Grecia e i Balcani occidentali con l’obiettivo di raggiungere l’Europa centro-occidentale. Nel marzo del 2016 la rotta balcanica è stata ufficialmente chiusa, tramite la costruzione di barriere lungo i confini, l’aumento dei controlli frontalieri, affidati sovente all’agenzia UE Frontex, e la velocizzazione dell’analisi delle richieste di asilo. L’erezione di muri nel 2016 ha ampliato il mercato dei trafficanti di esseri umani. All’aumento di insidie, difficoltà e pericoli nello spostarsi per ciascun paese della rotta e, soprattutto, nell’attraversare un confine, corrisponde una maggior disponibilità a pagare del migrante, soggetto vulnerabile con solitamente uno spettro molto limitato di opzioni tra cui scegliere. Dunque, più margine di guadagno per i trafficanti. Che hanno, inoltre, capitalizzato la pandemia da COVID-19. Complessivamente, il “business” della rotta balcanica frutta ai trafficanti tra i 35 e i 50 milioni di euro all’anno. Ma i contrabbandieri di uomini non sono gli unici soggetti che prosperano grazie alla politica di securitarizzazione delle migrazioni con cui gli Stati UE provano ad arroccarsi. Si sta formando un comparto tecnologico-industriale che deve il proprio sviluppo a questa politica.

 

 

·       Dalla rivoluzione dei gelsomini alla crisi costituzionale dopo le proteste del 25 luglio: il presidente Kais Saied decisore ultimo della democrazia tunisina


Il 25 luglio in Tunisia è la festa della Repubblica. In quella stessa giornata, al termine di una lunga giornata di manifestazioni in tutto il paese contro il governo del premier Hichem Mechichi e assalti alle sedi locali del partito di ispirazione islamica Ennahda, il presidente della Repubblica Kais Saied ha deciso di applicare l’articolo 80 della Costituzione determinando di fatto “uno stato di pericolo imminente”. Con questa decisione, Saied ha congelato le attività parlamentari per almeno 30 giorni; ha tolto l’immunità ai deputati e ha sciolto il governo. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, attraverso un comunicato su Facebook il presidente ha esteso i poteri straordinari “fino a nuovo avviso”. D’ora in avanti i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario riuniti nella stessa persona non hanno scadenza. Teoricamente privo di poteri reali, bilanciati dal ruolo del parlamento e del governo, con una dubbia lettura costituzionale e il sostegno di gran parte della popolazione, Saied si trova a essere il decisore ultimo della democrazia tunisina. Capire oggi le sue intenzioni è pressoché impossibile. In questo articolo Matteo Garavoglia ricostruisce come siamo arrivati alla situazione attuale.

 

 


Afganistan

 

·       Afghanistan, il buio oltre i riflettori

Possibile che sia finita così? Lo shock del collasso del governo afghano, della fuga del presidente Ashraf Ghani, dell’entrata trionfale dei Taleban nelle città è superato solo dall’inaudita constatazione che la guerra in Afghanistan è finita. Ma è davvero così, o il 15 agosto 2021 non segna piuttosto l’inizio di un nuovo capitolo nella serie di crisi politiche che tormentano il paese da oltre quattro decenni? Riguadagnati a un altissimo costo di vite umane i canonici cinque minuti di notorietà sul palcoscenico globale, l’Afghanistan si avvia di nuovo verso una crisi che rimarrà pietosamente ignota ai più. L’ossessiva attenzione mediatica per il dramma all’aeroporto di Kabul nasconde la cecità del nostro mondo riguardo a tutto quello che succede al di fuori del suo interesse immediato e contingente, dettato dalla presenza dei ‘nostri’ e opportunamente pilotato dalla narrazione americana, che si sforza di identificare nell’evacuazione una missione di ripiego in cui riportare un successo, se non altro emotivo, che ci sciolga da impegni futuri.

·   Afghan papers: per 18 anni l’opinione pubblica americana è stata ingannata da governo ed esercito sulla guerra in Afghanistan [articolo 2019]

 

 

·       Lezioni di Storia / L’Afghanistan che l’Occidente non ha mai compreso

Era il marzo del 2001. A New York le Twin Towers ancora svettavano nel bel mezzo della skyline di Manhattan, ignare che di lì a pochi mesi sarebbero state ridotte a un cumulo di macerie, e una notizia raggiungeva l’Occidente: a Bamiyan, valle a circa 250 km da Kabul, in Afghanistan, i Talebani, il gruppo di studenti coranici fondamentalisti che aveva preso nel 1996 il comando del paese, avevano distrutto due giganteschi Buddha scolpiti nella roccia della vallata, considerandoli pericolose espressioni di idolatria. Questo fatto, che all’epoca suscitò un’ampia eco internazionale, fu un tassello fondamentale per costruire sia in Oriente che in Occidente la “nuova immagine” dell’Afghanistan talebano. I Talebani lo usarono per accreditarsi come rappresentanti dell’Islam più fanatico e intransigente, scavalcando persino il vicino Iran sciita, di cui sono avversari perché sono musulmani sì, ma sunniti. In Occidente invece servì a proporre la narrazione di un Afghanistan primitivo, un paese arretrato, quasi un fossile vivente, che doveva essere aiutato in ogni modo, anche con un intervento militare, a trovare la strada per entrare nella modernità. A tutt’oggi questa è l’immagine che la maggioranza degli Occidentali ha introiettato di questo paese: un posto povero e desolato che sa produrre solo tagliagola fanatici o popolazioni inermi alla loro mercé. Ma l'Afghanistan è stata la vera terra di mezzo. Crocevia di culture, da millenni è al centro di scontri militari e politici ferocissimi in virtù della sua posizione geografica strategica, che lo rende la porta terrestre verso l’Oriente e l’India e viceversa. Non c’è stato un solo periodo nella storia umana in cui questo lembo di terra non sia stato conteso fra i più diversi imperi.

 

La preoccupazione ebraica dopo una catechesi del Papa, la risposta sull'Osservatore e una opinione


di Domenico Agasso in La Stampa del 26 agosto 2021

Nella catechesi di due settimane fa il Vescovo di Roma aveva evidenziato che «l'Apostolo spiega ai Galati che l'Alleanza con Dio e la Legge mosaica non sono legate in maniera indissolubile... La legge non è inclusa nella promessa fatta ad Abramo». Il rabbino Arousi ritiene che ciò sarebbe «parte integrante» di un «insegnamento sprezzante verso gli ebrei e verso l'ebraismo».

 


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La risposta del Vaticano al Rabbino Rasson Arousi: "Anche per gli ebrei la salvezza viene dal compiere la Legge ma con l’aiuto di Dio"

di Paolo Rodari in La Repubblica 30 agosto 2021

 

https://www.repubblica.it/cronaca/2021/08/30/news/la_risposta_del_vaticano_al_rabbino_rasson_arousi_anche_per_gli_ebrei_per_compiere_la_legge_occorre_un_cambiamento_dei_cuo-315900537/


 

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Il testo della catechesi di Papa Francesco di mercoledì 11 agosto 2021




https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2021/documents/papa-francesco_20210811_udienza-generale.html


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Federico Adinolfi
Nato a Monza nel 1980, dopo la laurea in filosofia, ha conseguito all’Università di Bologna il dottorato di ricerca in Studi Religiosi: Scienze sociali e studi storici delle religioni (2014). È docente di Storia delle religioni presso l’ISSR “San Francesco” di Mantova e tiene seminari sul Gesù storico allo Studio Teologico Interdiocesano di Reggio Emilia.


Non ho tempo per impelagarmi in beghe paoline, perché al momento sono assorbito da urgenti letture su Marco (per cui mi propongo di non partecipare ad un eventuale dibattito nei commenti)... ma non posso esimermi da una breve riflessione su questa notizia: https://www.lastampa.it/.../frasi-del-papa-sulla-torah-le...

In passato, qui su FB, ho bacchettato varie volte Papa Francesco per la sua propensione a far uso nelle sue catechesi della visione stereotipa negativa dei farisei veicolata dai vangeli, senza un minimo di contestualizzazione critica (poi non so se abbia continuato o si sia un po' ravveduto, magari grazie all'importante convegno di due anni fa al Biblico su Gesù e i farisei).

Stavolta è diverso. In questo intervento tenuto nella sua udienza generale dello scorso 11 agosto https://www.vatican.va/.../papa-francesco_20210811..., non ci vedo proprio nulla di censurabile; direi, anzi, che è la protesta del rabbino Rasson Arousi ad essere decisamente pretestuosa.

Il Papa sta semplicemente proponendo una lettura classica della Lettera ai Galati, per cui il rabbino dovrebbe casomai protestare contro Paolo (o meglio: contro l'interpretazione comunemente invalsa di Paolo).

Certo, il Papa avrebbe potuto esplicitare che il discorso di Paolo è calibrato sulla situazione specifica dei Galati a cui si rivolge, ossia una comunità di cristiani gentili, non ebrei. Questa precisazione avrebbe forse aiutato il rabbino a capire (anche se poteva benissimo arrivarci da solo) che il discorso paolino/papale non mette in questione la validità permanente della Legge per gli ebrei. 

Paolo sta cercando argomenti per convincere i "suoi" gentili che - diversamente da quanto andavano affermando alcuni missionari "disturbatori", forse legati alla comunità di Gerusalemme, che cercavano di sabotare la sua missione - essi sono giustificati in Cristo così come sono, senza cioè dover diventare prima ebrei e osservare la Torah nella sua integralità (ma anche per Paolo l'osservanza dei comandamenti - eccetto quelli legati all'essere ebrei: circoncisione, sabato, kasherut - è decisiva per la salvezza, poiché è secondo le opere che si verrà giudicati [cfr. Rm 2,6-11] e i cristiani gentili sono anch'essi chiamati ad adempiere la Legge, compendiata nel comando dell'amore [Gal 5,14], ma questo in forza dello Spirito a loro donato, senza dover diventare ebrei); mentre Francesco - come si evince chiaramente soprattutto dalla conclusione - fa un discorso orientato ai cristiani odierni, non agli ebrei.

Il Papa peraltro è stato bravo a precisare che "non si deve però pensare che san Paolo fosse contrario alla Legge mosaica. No, la osservava. Più volte, nelle sue Lettere, ne difende l’origine divina". Dire che Paolo osservava la Torah non è cosa di poco conto. Piuttosto, mi fa storcere un po' il naso quando alla fine qualifica come "fondamentalisti" gli avversari di Paolo che ritenevano che i gentili dovessero essere circoncisi e osservare la Legge: si trattava di una questione calda e controversa, che nemmeno l'accordo di Gerusalemme era riuscito a risolvere in modo soddisfacente.

A mio parere, la comunità di Matteo vedeva la questione precisamente nei termini degli avversari di Paolo (come sostengono molti tra i migliori esegeti matteani recenti): l'osservanza della Torah rimane del tutto vincolante, anche per i convertiti gentili, e chi insegna ad annullare anche il suo più piccolo comandamento, sarà considerato "minimo" nel regno dei cieli.

Per cui dare dei "fondamentalisti" agli avversari di Paolo significa estendere l'insulto al Vangelo di Matteo (o alla Lettera di Giacomo). 

Staremo a vedere come si svilupperà la querelle (ammesso che dal Vaticano replichino). Di certo su entrambi i fronti, sia ebraico che vaticano, credo che gioverebbe prendere maggiore confidenza con la "New Perspective on Paul" (E.P. Sanders, James Dunn, Terence Donaldson - al limite anche N.T. Wright) e, meglio ancora, con la "Radical New Perspective / Paul within Judaism" (Mark Nanos, Paula Fredriksen, Magnus Zetterholm e diversi altri).

Da questo punto di vista, cade a pennello la pubblicazione (credo ormai imminente) per Claudiana dell'attesissimo libro di Gabriele Boccaccini "Le tre vie di salvezza di Paolo l'ebreo".

Che significa "libertà"?

Le polemiche di questi giorni sul Green Pass rischiano di offrire un'immagine deformata del concetto di libertà, per il quale tanti lottano e si spendono. 

Io penso che libertà sia anche la possibilità di vivere per quanto possibile sicuri specie negli spazi condivisi. 

Per questo la vaccinazione non è un inchino al potere, nemmeno conformismo, ma semplicemente una buona pratica per il bene comune. 

Per questo deve essere obbligatoria per tutti coloro che hanno interazioni professionali con il pubblico: dai sanitari agli insegnanti, dal personale della scuola  agli operatori della ristorazione e tutti coloro che offrono servizi pubblici.

Per questo è giusto che essa venga richiesta a chi desidera dare e usufruire di tali servizi. 

La libertà è una possibilità di vita buona, da costruire assieme, non la mera possibilità di fare ciò che si desidera, mettendo a rischio altri.

Simone Morandini

(dalla sua pagina di FaceBook)