e-mail della Parrocchia: ss.risurrezione@patriarcatovenezia.it - Telefono e Fax: 041-929216 - ........................................................................... e-mail del Blog: parrocchiarisurrezionemarghera@gmail.com

Post in evidenza

Notizie su questo Blog

Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

A cosa conduce l'apprendistato del discepolo alla sequela di Gesù: un riepilogo

Il tema di questo episodio, non è tanto la guarigione di una persona cieca, bensì ancora la sequela in una nuova sfaccettatura, quella definitiva.


L’Evangelo di Marco risponde a due domande principali: chi è Gesù (nella prima parte fino al capitolo 8) e chi è il discepolo (in tutta la seconda parte).

Rispetto alla seconda domanda, il capitolo 10, che abbiamo ascoltato nelle ultime domeniche, gioca un ruolo fondamentale per poter capire. Il discepolo, etimologicamente, è un apprendista. La vita cristiana, la vita di fede, mette tutti in questa condizione. Tutti siamo apprendisti dal Papa all’ultimo dei credenti, nessuno escluso. Gesù alle persone che incontra, alle persone che lo hanno raggiunto, chiede di apprendere, di imparare guardandoci a vicenda, da tutti abbiamo qualcosa da imparare, tutti abbiamo qualcosa da donare.

A chi gli vuole stare particolarmente vicino, Gesù chiede di capire che non è questione di potere, di gloria, di importanza o di successo, ma essere immersi nel suo amore, nella sua vita, nel suo modo di essere. L’Evangelo di oggi chiude il percorso proposto da Marco su chi sia e debba essere il discepolo. L’apprendistato è condensato nella figura di Bartimeo che, lasciato anche quel niente che aveva, si mette a seguirlo. Il verbo camminare ha definito i primi cristiani soprannominati per l’appunto “quelli della via”, quelli che percorrono la medesima strada percorsa dal loro Signore circondato di gente certamente fallibile, dal cuore indurito, arrivista, ma anche guarita ed entusiasta come Bartimeo...

Al giovane ricco Gesù fa vedere le difficoltà e gli ostacoli della sua situazione per poterlo seguire. Ai figli di Zebedeo fa comprendere che non sapevano fino in fondo quello che stavano chiedendo. A Pietro fa scoprire che, pur avendolo riconosciuto come il Cristo, di fatto vorrebbe seguire un altro percorso. A Giovanni che voleva escludere coloro che “non erano dei nostri” fa capire che l’amore di Dio, abbracciando tutti, opera indifferentemente attraverso tutti. Così anche a questo cieco viene data la possibilità di un cambiamento perché possa incontrarsi definitivamente con il Signore e seguirlo sulla strada del dono di sé a tutti gli uomini.

 

Due episodi di guarigione di due ciechi, fanno da cornice ai tre annunci della passione morte e risurrezione che Gesù fa e che cadenzano l’intero approfondimento sulle condizioni della sequela. È la strada dell’incarnazione grazie alla quale a tutti è data la possibilità di accorgersi in qualunque modo, in qualunque situazione ci si venga a trovare, che il Signore è presente oramai definitivamente tra di noi; possiamo allora chiamarlo per nome, riconoscerlo come il Signore della nostra vita, seguirlo lungo le pieghe, le fatiche di tutti i giorni, sapendo che lui è e rimarrà al nostro fianco sempre sostenendoci.

(BiGio)

 

Basta una voce carpita, un sentito dire, una chiacchera all'interno di storie differenti e di tante cecità diverse

Appare evidente che il testo evangelico di questa Domenica, più che un racconto di miracolo, presenta la strada di un cammino esemplare di fede.


Le narrazioni evangeliche presentano l’insorgere della fede in Gesù in persone che entrano in contatto con lui a partire da una voce carpita, da un sentito dire, da una chiacchiera. Vediamo esemplificato nella vicenda di Bartimeo ciò che i vangeli narrano di altre persone: una donna emorroissa tocca il lembo del mantello di Gesù “avendo udito parlare di lui” (Mc 5,27); una prostituta entra nella casa di Simone il fariseo e si avvicina a Gesù con gesti di affetto “avendo saputo che Gesù si trovava in casa di Simone” (Lc 7,37). E di entrambe Gesù sottolineerà la dimensione di fede (Mc 5,34; Lc 7,50). Sempre emerge la dimensione relazionale della fede che è anzitutto fiducia, l’umanissima fiducia nella persona di Gesù che conduce la persona a gesti e parole coraggiose di apertura e affidamento.

La fede in Gesù sorge in un contesto vitale differente per ciascuno a dire che, se la fede è “comune” (Tt 1,4), essa si personalizza in storie differenti e sempre nuove: la storia di una lunga malattia nel caso dell’emorroissa, la vergogna di una donna che si prostituisce nel testo lucano, la penosa condizione di un cieco costretto a mendicare nel caso di Bartimeo. È negli anfratti dell’esistenza quotidiana, solamente accennati nei testi evangelici, che si radica la storia della fede di ciascuno e la sua struttura narrativa. Senza quelle voci che, nella condizione di angoscia e bisogno di queste persone si trasformano in trasmissione di una notizia potenzialmente salvifica, l’accesso alla fede in Gesù non sarebbe stato possibile.

I discepoli e la folla che si situano tra Gesù e il cieco divengono simbolo della comunità cristiana che ha ricevuto dal Signore il mandato di farsi ministra della sua chiamata (Mc 10,49: “Chiamatelo!”), ma rappresentano anche la possibilità per la comunità cristiana di divenire ostacolo all’incontro degli uomini, in particolare dei più emarginati e demuniti, come Bartimeo. Molti infatti sgridavano il cieco per farlo tacere (Mc 10,48). E così rivelano di essere loro i ciechi: credono di vederci, di sapere chi è Gesù e come devono comportarsi coloro che lo seguono, credono di difendere Gesù zittendo il cieco che grida. Ma la sequela di Cristo e l’ascolto della parola del Signore sono autentici se non sono scissi dall’ascolto del grido di sofferenza dell’uomo. Così, il sofferente, e in questo caso, il cieco, diviene il maestro che può aprire gli occhi a coloro che credono di vederci. Molte sono le situazioni di cecità dei discepoli. Vi è la cecità per desiderio di primeggiare (cf. Mc 10,35-40): cecità che produce una chiusura nel proprio progetto che diviene la lente che inficia la visione di tutto il resto e porta a scoprirsi anche in modo ridicolo davanti al resto della comunità, come appare dai dieci discepoli che si sdegnarono di fronte alle pretese sfacciatamente avanzate da Giacomo e Giovanni verso Gesù. L’ambizione rende ciechi. Inoltre vi è la cecità per non-ascolto della Parola e incomprensione di Gesù, per chiusura nell’ostinatezza delle proprie convinzioni e durezza di cuore (cf. Mc 8,14-21, dove c’è la discussione dei discepoli sui pani a cui Gesù reagisce dicendo: “Avete occhi e non vedete? Non capite? Non comprendete? Non vi ricordate?” e quell’episodio è seguito dal racconto di guarigione di un cieco: Mc 8,22-26). È la cecità di chi non sa ascoltare, vedere e comprendere da ciò che vede e ascolta in Gesù. Vi è poi la cecità per troppo zelo: in Mc 9,38-40 lo zelo diviene intolleranza verso chi opera guarigioni pur non facendo parte del gruppo dei discepoli, mentre in Mc 10,13-16 la cecità si manifesta come intolleranza verso i bambini che si avvicinano a Gesù. Vi è la cecità per ristrettezza di orizzonti e meschinità di vedute così che si diviene scrupolosi osservanti dei dettagli della Legge dimenticando le cose davvero importanti e basilari (cf. Mt 23,23-24, dove scribi e farisei sono apostrofati come “guide cieche” che pagano la decima delle erbe più insignificanti acquistate al mercato e si dimenticano della realtà più gravi e importanti della legge come la misericordia e la giustizia). Vi è poi la cecità di chi non ama il fratello (cf. 1Gv 2,11). Per quanto metaforicamente intesa, la cecità produce effetti spesso disastrosi nella comunità cristiana. Essa è all’origine di molti mali comunitari, di tensioni, di conflitti, di giudizi reciproci. E quando non si vede più il proprio male, ma si proietta il male e la causa del male sempre e solo sugli altri, allora si esce dall’adesione alla realtà e dall’umiltà.

Insomma possiamo vedere sintetizzate nella cecità due atteggiamenti che oscillano tra la stupidità e l’acquiescenza inconsapevole. La stupidità è la fiducia irragionevole posta in se stessi: chi rimprovera il cieco perché taccia, chi rimprovera i bambini perché non disturbino il Maestro, chi critica la donna perché ha sprecato il prezioso olio di unzione, chi non sa discernere che le decime sono meno importanti della giustizia e della misericordia, è in situazione di stupidità. Che si manifesta come certezza indubitabile del proprio agire e parlare. Agire e parlare che è sempre contro un altro a nome di un terzo. Contro il cieco in nome di Gesù, contro i bambini in nome di Gesù, contro la donna di Betania in nome dei poveri. Dove la radice della cecità stupida è nell’estraniamento della persona da sé, nell’inconsistenza di chi riesce ad agire solo a nome di altri. Al tempo stesso colpisce che coloro che hanno speso energie e zelo nel rimproverare Bartimeo, obbediscano poi immediatamente e senza fiatare quando Gesù li smentisce apertamente dicendo loro: “Chiamatelo”. Ecco allora che gli zelanti che stavano rimproverando, diventano i docili esecutori dell’ordine, e dicono al cieco: “Coraggio! Alzati, ti chiama”. Con sconcertante cambiamento di tono e di attitudine essi, come se niente fosse, si adeguano a ciò che Gesù dice ma come se questo fosse solo un ordine da eseguire e non un’indicazione per scoprire il buio interiore che li abita e che impedisce loro di vedere.

(Luciano Manicardi)

Insieme per cambiare rotta: Domenica 7 novembre ore 17.00

 


Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (11 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità, o per situazioni importanti ma non molto presenti nei media. 


Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione. 




Questa edizione è divisa in blocchi ordinati:


* - l'omelia del Patriarca di Venezia all'apertura del Sinodo Diocesano

·   * - 1 articolo sull’importanza dell’ascoltare per la missionarietà

·   * - una notizia curiosa sul Papa

·   * - 8 articoli su Situazioni Internazionali e Sociali

(2 sulle migrazioni in atto – la Libia a 10 anni dalla morte di Gheddafi verso le elezioni – Una proposta “Finché morte non ci separi” – Instagram: pericoloso per gli adolescenti? – Storia, rischi e temi legati al lavoro a distanza – il razzismo nel calcio: la differenza sta nelle risposte)


L'omelia del Patriarca di Venezia all'apertura del sinodo diocesano

http://www.patriarcatovenezia.it/site/aperto-nella-diocesi-di-venezia-il-cammino-sinodale-lomelia-del-patriarca-impariamo-ad-ascoltarci-con-carita-e-verita-secondo-la-logica-di-dio/ 


«Ascoltare, prima di tutto: così portiamo la voce della Chiesa nel mondo» 

di Carlo Marroni in Il Sole 24 Ore del 17 ottobre 2021

Paolo Ruffini. Giornalista di lungo corso, nel 2018 riceve una chiamata da Papa Francesco Che lo nomina, unico laico nella storia del papato, ministro vaticano per la Comunicazione «L'idea è quella di una missionarietà non coloniale. E per questo l'ascolto deve venire prima di tutto. Ascolto e incontro con chi ti vuole sentire o ti legge: questo per me ha un valore fondante, non solo per noi del Vaticano, ma per tutto il mondo dell'informazione» 


Un tango per papa Francesco 

di Domenico Agasso in La Stampa del 22 ottobre 2021

«Uno, due, tre, quattro. Si sente bene o non si sente?». Inizia con la prova microfono di un rilassato e incuriosito papa Francesco Stories of a Generation, la nuova docu-serie Netflix in quattro episodi ispirata a 'Sharing the Wisdom of Time' (La Saggezza del tempo), il pluripremiato libro scritto dal Pontefice a cura di padre Antonio Spadaro.


Le gabbie della nostra vergogna 

di Luigi Manconi in La Stampa del 21 ottobre 2021

I Cpr rappresentano la realizzazione di un incubo esistenziale e architettonico, che può definirsi attraverso la categoria di "gabbietà". Un vertiginoso labirinto, un ossessivo rincorrersi di sbarre e cemento, «una matrioska di disperazione». Si studino e si realizzino istituti più intelligenti e razionali. E si cancellino questi ferrivecchi tanto inutili quanto disumani.

 

Ue e Mediterraneo centrale: la migrazione invisibile?

Matteo Villa in ISPI 21 ottobre 2021

Oltre 30mila persone che da luglio hanno attraversato o tentato di attraversare i confini della Bielorussia per raggiungere Lituania, Lettonia o Polonia. Le migrazioni irregolari via mare verso l’Ue sono in netto aumento, dal minimo di 94mila l’anno toccato nel 2020 ai 121mila degli ultimi dodici mesi (+29%). In particolare, mentre sono ulteriormente crollati i flussi verso la Grecia, sono in netto aumento quelli verso l’Italia ma nessuna “invasione”. Sbarchi vicini alle 60mila unità l’anno sono circa il triplo rispetto a quanto sarebbe stato “normale” attendersi in Italia nel primo decennio di questo secolo. 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ue-e-mediterraneo-centrale-la-migrazione-invisibile-32041

 

 

La Libia a 10 anni dalla morte di Gheddafi

Federica Saini Fasanotti in Ispi 19 ottobre 2021

Il 20 ottobre 2011, esattamente dieci anni fa e dopo otto mesi di guerra civile, il leader della Libia Muammar Gheddafi veniva catturato nell’entroterra di Sirte, brutalmente torturato e poi ucciso.

Oggi la Libia È un paese stanco, sfinito dei continui scontri e con poco entusiasmo. Molti sono i dubbi sulle future elezioni, soprattutto perché non esiste un apparato statale di sicurezza che possa assicurare una morbida accettazione dei risultati elettorali. Sono in molti, infatti, a temere eccitazione alla chiusura di 16, qualora le lezioni si riescono a tenere. La Libia ha bisogno di tempo ma nelle Nazioni Unite nei leader occidentali sembrano averlo capito.

Il Parlamento ha varato una legge elettorale per le elezioni presidenziali previste il 24 dicembre prossimo a cui seguirà, 30 giorni dopo, l’elezione del nuovo Parlamento

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-libia-10-anni-dopo-la-fine-di-gheddafi-32057

 

 

“Finché violenza non ci separi”, la grottesca proposta della destra umbra per contrastare la violenza contro le donne

S’intitola “Finché violenza non ci separi”, la grottesca proposta per contrastare la violenza contro le donne presentata da due consiglieri comunali del centro-destra, il 5 ottobre scorso a Perugia. La loro idea è che sia necessario creare un percorso “all’interno del quale fornire utili indizi a entrambi i soggetti, dando conto di elementi e indicatori che caratterizzano i cosiddetti rapporti sbilanciati o malati”. Il testo propone corsi prematrimoniali e pre-convivenza per prevenire la violenza di genere, ma anche vacanze per le coppie in crisi, gadget, benefit. Si parla di lavorare sulla formazione imponendo “una seria riflessione sulla motivazione che inizialmente affascina anche alcune delle potenziali future vittime”, spostando ancora una volta l’attenzione sulle vittime, come se le donne scegliessero la violenza, e non la subissero. Inoltre, invece di prevedere un potenziamento dei centri anti-violenza (CAV), si insiste anche sulla possibilità di riservare degli alloggi a uno dei partner della coppia in crisi. ​​Maurita Lombardi, avvocata e legale dell’associazione Liberamente Donna afferma: «Questa proposta è culturalmente inaccettabile e dal punto di vista legislativo non sta in piedi». La proposta è stata contestata dall’opposizione e dalle associazioni femministe del territorio. L’11 ottobre il consigliere di maggioranza Massimo Pici, tra i promotori della proposta, ha chiesto di rimandare l’atto in commissione perché si è accorto che il testo discusso il 5 ottobre non era definitivo e necessitava di alcuni emendamenti.

 

 

Ma davvero Instagram è un pericolo per la salute mentale delle adolescenti?

Da metà settembre, a poche settimane dalla giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione sulla salute mentale celebrata il 10 ottobre, i media di tutto il mondo hanno pensato di occuparsene. Questa volta lo spunto è stato offerto da Facebook, attraverso un rapporto interno arrivato con un clamore ingiustificato sulle pagine del Wall Street Journal e la denuncia di una whistleblower – Frances Haugen – che hanno rivelato, in termini generali, il prevalere nell’azienda degli interessi privati al di sopra di quelli pubblici e i rischi per gli utenti. Il rapporto interno e la ex dipendente di Facebook Haugen hanno denunciato i rischi per la salute mentale a cui sono esposte prevalentemente le adolescenti su Instagram. Tuttavia la rivelazione del Wall Street Journal è problematica in sé, perché fa affidamento su una presentazione che estrapola dati di dubbia validità scientifica, dal momento che si basano su misure autoriferite del tempo trascorso online e del proprio stato psicologico. Allo stato attuale, dunque, non è affatto dimostrato l’impatto negativo dei social media sulla salute mentale. Non possiamo continuare a citare le nuove tecnologie come scatenanti i disturbi mentali a meno di non voler intenzionalmente perpetuare l’ignoranza della complessità dei fattori di rischio. Per alcuni è conveniente pensare che limitare o vietare la vita online serva a risolvere problemi che sono radicati nel tempo e richiedono cambiamenti strutturali anche offline.

 

.

 

Storia rischi e sfide della rivoluzione “smart working”

di Andrea Zitelli

Tra le conseguenze della pandemia di COVID-19 c’è quella di aver costretto all’improvviso milioni di persone in tutto il mondo a lavorare da casa.

Il lavoro da remoto è da tempo relegato ad analisi e discussioni settoriali che ne studiano i pro e i contro. Ad esempio, negli anni si è visto che tra i potenziali vantaggi ci sono maggiore autonomia e produttività del lavoratore, un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e benefici ambientali. Tra le criticità si osserva invece che una giornata lavorativa più lunga, con i lavoratori sempre potenzialmente "collegati" per rispondere a mail e messaggi, può causare anche una difficile conciliazione tra lavoro e famiglia. Inoltre, la mancata interazione sociale con altri colleghi può portare a rischi per la salute e il benessere del lavoratore, con conseguenti sensazioni di isolamento e depressione. 

Queste tematiche legate al lavoro a distanza sono entrate ora nelle agende di governi ed enti internazionali e di importanti aziende e società mondiali, perché con lo stravolgimento delle vite che la pandemia ha causato, c’è anche la richiesta di un cambio di paradigma nel modo di vivere il lavoro. Questo però comporta anche tutta una serie di nuove sfide – culturali, sociali, urbanistiche, ecc – che le società, se vogliono implementare massicciamente questa modalità di lavoro, dovranno affrontare.

 

Il razzismo nel calcio non riguarda solo l’Italia. La differenza però sta nella risposta

Bisogna sfatare un mito: il razzismo nel calcio (e al di fuori di esso) non riguarda solo l’Italia. Da qualche anno si verificano casi frequenti in Inghilterra e Scozia, e meno di frequente anche in Francia, Spagna e Germania. Ognuno di questi paesi ha visto emergere, nell’ultimo decennio, partiti e personaggi appartenenti alla galassia della destra xenofoba, proprio come avvenuto qui da noi con la Lega e Fratelli d’Italia. La differenza sta nella risposta. A fine 2019, la Lega Serie A ha lanciato un’ambiziosa campagna contro il razzismo, per cercare di migliorare la propria immagine anche a livello internazionale. Sicuramente ne avrete sentito parlare: le immagini della campagna utilizzavano delle scimmie dai tratti antropomorfi. In tutta Europa si è scritto della Serie A che combatte il razzismo equiparando i giocatori a delle scimmie; vari club hanno subito annunciato che non avrebbero aderito all’iniziativa. È un caso che evidenzia in maniera chiarissima che chi dirige il nostro calcio non ha la minima sensibilità sul tema del razzismo.

 

 

Vorrei morire come un cane

Le carezze a Petra e una richiesta di pietà anche per noi umani, che abbiamo diritto a una fine affettuosa, senza paura


di Ritanna Armeni (
su Il Foglio 21 ottobre)
Vorrei morire come un cane. E non è una battuta, che sarebbe, peraltro, di cattivo gusto. E’ quello che ho pensato quando Petra, dopo aver fatto parte per diciotto anni della nostra vita e della nostra famiglia, se n’è andata.
Vorrei morire come lei, vorrei che le persone che amo morissero come lei. Non in una stanza di ospedale, non col corpo deturpato dai medicinali e dalle flebo, non in asettica camera di rianimazione, non in una bara di vetro, non con la maschera dell’ossigeno, non in preda a dolori lancinanti, non nella solitudine e nella paura.
Vorrei morire come un cane.
Petra era vecchia, malferma, non ci vedeva più, non sentiva. Non riusciva neppure ad arrivare alla porta per salutarci al rientro. Dormiva molto. Camminava lentamente, inciampando. Però scodinzolava se le facevamo una carezza, con il muso si strofinava sulle ginocchia e all’ora di cena si avvicinava al tavolo con la speranza di un bocconcino.
Non voglio dare una versione idilliaca ed edulcorata della vecchiaia di un animale: cacca e pipì dappertutto, stracci, disinfettante, varechina passati continuamente sul pavimento. Dovevamo farlo. Se fosse stata un’anziana signora avrebbe avuto una badante. A lei dovevamo pensare noi.
Poi un giorno si è piegata sulle gambe e non è stata capace di rialzarsi. Non si è lamentata ma è rimasta ferma. Non ha voluto più mangiare né bere, ha rifiutato testardamente tutti gli antidolorifici.
Vorrei morire come un cane.
Se Petra fosse stata un essere umano avremmo chiamato il pronto soccorso, l’avrebbero portata in ospedale, in un ambiente estraneo, sarebbe rimasta sola, avrebbe avuto tanta paura. Le avrebbero torturato il corpo nel tentativo di prolungare la vita. E’ doveroso, dicono.
Invece è andata in un altro modo. Con un cane si può fare diversamente Se Petra non soffriva, se stava gradualmente passando dalla vita alla morte l’avremmo accompagnata. Due coperte nel mezzo del salotto, una bacinella con dell’acqua, tante carezze. Mia figlia ha dormito sul divano per starle vicino.
Tutti noi le stavamo vicini, lei non aveva neanche le forze di scodinzolare, ma sapevamo che era contenta. “Purché non soffra” continuavamo a ripeterci come un mantra, davanti i suoi occhi che si aprivano sempre più a fatica. Eravamo pronti ad aspettare.
Poi la telefonata di un veterinario amico. Petra stava soffrendo, anche morire di fame e di sete è doloroso, anche non capire che cosa ti sta succedendo è penoso in modo indicibile. Era arrivato il momento di un atto pietoso, ci ha detto. Così è stato.
Vorrei morire come un cane.
Petra ha avuto una sedazione. Abbiamo sentito il suo respiro farsi più profondo, il corpo ormai abbondonato sulle coperte, gli occhi che non tentavano più di aprirsi. Al momento della seconda iniezione, quella che ce l’avrebbe portata via, un bacio e le ultime carezze. Le lacrime, la tristezza quando il cuore ha cessato di battere.
Vorrei morite come un cane.
Gli esseri umani, tutti noi abbiamo diritto ad una fine affettuosa, intima, senza paura. “E’ morto circondato dall’affetto dei propri cari” si leggeva una volta sui necrologi. Ora non più o, almeno, molto raramente. Noi donne e uomini del ventunesimo secolo arriviamo all’appuntamento più importante soli, umiliati nel corpo e nell’anima. Circondati da macchine, senza una mano da stringere.
Questo non è un articolo a favore dell’eutanasia, non è, ovviamente, neanche contro di essa. E’ solo una richiesta di pietà anche per noi umani, un invito a riflettere sul fatto che oggi gli animali muoiono meglio di noi. Che nella nostra morte non c’è niente di caritatevole, di intimo, di degno. E che è davvero meglio una morte da cani."

Nigeria: una crisi devastante che causa nuove migrazioni ma se ne parla poco nulla

Dal 2019 si sono spostati circa 2 milioni di nigeriani. Si stima che entro il 2050 il cambiamento climatico costringerà 216 milioni di persone a migrare dal proprio Paese. Ma un primo assaggio di tutto questo dovrebbe essere già essere pronto entro il 2030. Non si può rimanessero solo a guardare o ne saremo travolti.

di:  

A Benin City si dice che se una bomba cadesse dal cielo non riuscirebbe ad arrivare a terra ma si fermerebbe qualche centimetro prima e poi si adagerebbe al suolo come una piuma senza fare alcun rumore. Ma forse una bomba avrebbe fatto meno disastri.

Oggi Benin City è una città con oltre 1,5 milione di abitanti inesorabilmente lacerata dalla pandemia, dal cambiamento climatico, dalla criminalità organizzata, dai ritualisti, dalla corruzione e non per ultimo dall’inflazione.

La pandemia ha stravolto completamente l’armonia del popolo nigeriano e ha fatto crescere la povertà e non solo. Se da un lato i più fortunati e accorti sono riusciti a percepire in anticipo la catastrofe e hanno abbandonato il lavoro, interrotto legami con il proprio territorio per espatriare in Italia, Francia, US, Canada e Italia, moltissimi invece sono rimasti in patria in attesa di partire attraverso nuovi canali migratori.

E la Task Force governativa di Benin City, quella contro il traffico di esseri umani dopo circa un anno dalla propria apparizione – avrebbe dovuto fermare la migrazione irregolare di massa verso l’Europa e il traffico di donne – è fallita grazie al direttivo compromesso in azioni ‘di traffico’. Purtroppo nella Task Force c’erano anche suore della Chiesa Cattolica.

Inflazione, criminalità, assalti nelle scuole, inondazioni sono all'ordine del giorno.

Dal 2019 si sono spostati circa 2 milioni di nigeriani mentre al nord la desertificazione continua senza sosta. Nella regione del Sahel, la grande fascia desertica sub-Sahariana che comprende anche il nord della Nigeria, si è avviata una sorta di “povertà cronica” per via delle condizioni climatiche rigide, delle epidemie ricorrenti insieme a infrastrutture carenti e accesso limitato ai servizi di base. Si stima che entro il 2050 il cambiamento climatico costringerà 216 milioni di persone a migrare dal proprio Paese. Ma un primo assaggio di tutto questo dovrebbe essere già essere pronto entro il 2030.

Prepariamoci a fare qualcosa di concreto con progetti da attuare in Africa e non solo in Italia o le conseguenze anche per noi saranno tragiche.


L'intero articolo a questo link: 

https://www.focusonafrica.info/nigeria-2021-cause-e-conseguenze-di-una-crisi-devastante-e-nuove-migrazioni-future/


Focus on Africa è la prima testata italiana di iniziativa editoriale pura dedicata al continente africano. 
Ideato e fondato da Antonella Napoli, edito da Chiara Cavallo, il magazine (online e cartaceo) offre una panoramica sull’Africa, anzi sulle Afriche, dalle sue problematiche alle prospettive di sviluppo, grazie a una fitta rete di corrispondenti e collaboratori e propone analisi e notizie di esperti e profondi conoscitori delle questioni africane, che operano in Italia, Europa e sul campo.

Un magazine aperto a collaborazioni, che riflette la passione e il profondo rispetto delle sue animatrici per il continente africano.

Il Papa al quarto incontro mondiale Movimenti Popolari: "Siete poeti sociali". Parole sfuggite ai più...

Tra gli idranti e i candelotti lacrimogeni contro i no-green pass a Trieste, la piazza San Giovanni piena con Landini e gli altri sindacati, e le brillanti vittorie dei candidati di centro sinistra a Roma e a Torino, sia pure con il vistoso calo dei votanti, non si sa bene che cosa pensare del momento che vive il paese. Però il Papa si è ricolto ai movimenti popolari con parole che mi hanno colpito.

Chi scrive è Alberto Leiss su Il Manifesto del 19 ottobre

Mi piacerebbe sapere, a questo proposito, che cosa pensano i cattolici Enrico Letta, vincitore della tornata elettorale, e Mario Draghi, immagino non dispiaciuto di questi risultati, del messaggio che il Papa ha inviato proprio sabato scorso al quarto incontro mondiale dei Movimenti popolari. Un discorso che la maggioranza dei media, presi dalle vicende da cui sono partito, ha ignorato. Ho visto la notizia sull’Ansa e sono andato a leggermi il testo integrale.

Parole che mi hanno colpito fin dall’inizio, con quel rivolgersi ai movimenti con l’appellativo di «poeti sociali». «Così mi piace chiamarvi – ha detto – perché voi siete poeti sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza». E di creatività e di speranza ha bisogno il mondo di cui parla Francesco: il mondo periferico, appunto, fatto di migranti, poveri, lavoratori precari, la cui condizione si è ulteriormente aggravata in due anni di pandemia. Un mondo sempre escluso da un approfondito discorso dei media. Per riscattare il quale il pontefice ha indirizzato a chi ha potere una serie di richieste stringenti, tutte invocate «in nome di Dio», con enfasi drammatica.

Le riassumo in breve: la liberalizzazione dei brevetti e la diffusione a tutto il mondo dei vaccini; la remissioni del debito ai paesi poveri; la fine della distruzione delle foreste e della diffusione dell’inquinamento; la fine della speculazione che alza il prezzo dei generi alimentari; la cessazione «totale» dell’attività dei trafficanti di armi; l’uso di internet per una reale diffusione della cultura; la ricerca della verità da parte dei media, inquinati da una «attrazione malata per lo scandalo e il torbido»; la fine delle aggressioni, dei blocchi e delle sanzioni unilaterali da parte dei «paesi potenti».

Una requisitoria contro un sistema che «con la sua logica implacabile del guadagno, sta sfuggendo a ogni controllo umano. È ora di frenare la locomotiva, una locomotiva fuori controllo che ci sta portando verso l’abisso. Siamo ancora in tempo».

Francesco rivendica infine la capacità di «sognare insieme» secondo i principi della dottrina sociale della Chiesa, e anche di «agire». E le prime azioni che propone sono «un reddito minino (l’Rmu) o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita». E la riduzione della giornata lavorativa: «Non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro».

Non sarebbe un buon programma?


A questo link il testo integrale del messaggio del Papa:

https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2021/documents/20211016-videomessaggio-movimentipopolari.html

 

Quando muore una casa editrice importante

  Lo scorso 11 ottobre, giorno dell’anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II , ha definitivamente chiuso la Casa Editrice Dehoniane (e con lei la storica Marietti fondata nel 1820) , che nacque proprio nel grembo di quella primavera della Chiesa che fu l’assise conciliare e che, da una intuizione dei Padri della Congregazione del Sacro Cuore, spiccò il volo, pubblicando in questi sessant’anni opere di approfondimento della fede e di teologia, nonché alcune delle riviste più significative del pensiero cattolico.



Non è solo sgomento e senso di amarezza quello che si prova nel constatare la fine di una delle più importanti case editrici cattoliche nella crisi dell’editoria, acuita dalla pandemia. C’è anche — e questo sentimento auspichiamo si faccia spazio in ogni settore della vita ecclesiale — una sfida sempre aperta che attende di essere colta. Con l’avvertenza di evitare — come Papa Francesco ci ricorda spesso — quei trucchi e quegli infingimenti clericali che, spesso, ci fanno restare immobili anche davanti ai problemi, inducendoci a procedere “tirando a campare” finché si può e finché dura. 

Ma oggi, una riflessione urge. La fede di certo non si impara sui libri né può essere generata dalla teologia. Ma non c’è fede cristiana che non abbia bisogno di crescere, di approfondirsi.

Quando la fede non è pensata, non coltiva il senso critico, non ha gli strumenti adeguati per accedere alla Parola di Dio, alla dottrina e alla liturgia, finisce per restare prigioniera o di uno sterile devozionismo fine a se stesso o, ancor peggio, della superstizione.

Le questioni implicate nel fallimento di una casa editrice sono così numerose e varie, che mi limiterò a segnalarle soltanto, come per lanciare una pietra nello stagno. La prima: la separazione tra fede e cultura, che il gesuita Michael Paul Gallagher definiva «un grande dramma di oggi».

Se siamo onesti, dovremmo fare un mea culpa: abbiamo insistito così tanto sul fatto che la cultura non è tutto, che la teologia è una cosa difficile che complica la vita, che alla fine ciò che conta è essere santi, che è successo il peggio: alimentiamo un cristianesimo infantile e superficiale, spesso superstizioso, e ci teniamo a distanza da tutto ciò che interpella la nostra intelligenza e il nostro spirito. 

E ci sono generazioni di preti che sono spesso cresciuti con questo assunto, talvolta ripetuto loro anche dai rispettivi vescovi: non si diventa preti per studiare, ciò che conta alla fine è l’attività pastorale. Peccato, però, che una pastorale che comprenda l’annuncio della fede e la guida spirituale delle persone....




L'intero interessante intervento di Paolo Cosentino sull'Osservatore del 16 ottobre a questo link:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-10/quo-236/quando-muore-un-libro.html

Il Foglietto "La Resurrezione" di domenica 17 ottobre

 



Una piccola storia


Ibrahim Kamissoko ha 27 anni, è originario del Mali, lavora al maglificio Ripa di Spino d’Adda.
Aveva appena finito di pagare le rate dell’auto che era riuscito faticosamente a comprare usata coi soldi messi da parte lavorando quando, domenica 3 ottobre, se l’è ritrovata distrutta nell’incendio provocato dallo schianto del Pilatus PC-12 precipitato a San Donato Milanese.
Quando Luca Bianco, il titolare del maglificio, lo ha visto in tv raccontare questa storia, non si è limitato a una telefonata. E, pochi giorni dopo, ha fatto trovare una macchina nuova a quel dipendente che tutti raccontano sempre sorridente e disponibile, mentre i colleghi gli hanno pagato bollo e assicurazione con una colletta.
Ibrahim, di fronte alla sorpresa, è scoppiato in lacrime per la commozione.
“Non ho fatto nulla di speciale” ha detto Bianco. “È tutto merito tuo, te la meriti proprio, ringrazia te stesso e vai avanti così".
E sarà anche una piccola storia, ma oggi più che mai abbiamo un bisogno fisico di storie così, di persone così, di gesti di questa generosità, ogni giorno.

L'anthropocene Campus Venice di Ca' Foscari alla Cita !

L'anthropocene Campus Venice, con i suoi quaranta esperti e ricercatori da tutto il mondo, ha trasferito ieri mattina una sua sessione di co-learning tra le gombine dell'Orto solidale e l'Apiario della comunità della Cita.


La scelta dell'Università Ca' Foscari ha onorato la piccola comunità cristiana della periferia e impegnato chi lavora con passione ai due concreti progetti Laudato Sì di ecologia integrale. Roberto ha illustrato guidato la visita nell'Orto Solidale che vorrebbe cominciare a "rispondere tanto al grido della terra quanto a quello dei poveri", che ha conquistato l'attenzione degli esperti di pratiche e politiche geoambientali in contesti differenti del pianeta.
Le connessioni sulla politica dell'acqua in Bangladesh e a Venezia hanno offerto un caso di studio paradigmatico per riflettere sulla coevoluzione dell'uomo e del suo ambiente.
Per questo sono intervenuti rappresentanti della comunità bengalese e in particolare è stato presentato un interessantissimo libro di Francesco Della Puppa, che porta in un fumetto la Venezia come città di immigrazione climatica e multiculturale.
La nostra Koli, donna della Cita da tempo impegnata nell'Orto di quartiere, ha portato i giovani ricercatori sotto le alte torri del quartiere facendo appuntate nelle loro Moleskine, in tutte le lingue del mondo, che non solo è possibile ma è prima di tutto bello riappropriarsi della città lavorando la terra per condividerne i frutti.



XXIX Domenica PA – Mc 10,35-45

Una domanda legittima: essere dove è il nostro Signore
Gesù ci fa prendere coscienza dell'ostacolo che questa può porre alla sua sequela
È l'invito a comprendere la differenza tra autoritarismo e autorevolezza

 

Tornare all’Evangelo di domenica scorsa è utile per capire meglio e non isolatamente quello di oggi. L’episodio del giovane ricco che, pur avendo fatto della Torah il senso della propria vita, c’era qualcosa nella sua vita che ostacolava la possibilità di mettersi alla sequela di Gesù. Il problema non era il possesso di ricchezze, ma che queste lo possedevano. Gesù gli chiede di superare questa difficoltà per avere poi centuplicato quello che lasciava. Il dialogo seguente tra Gesù e i discepoli faceva emergere che, questo, era un invito rivolto a tutti perché tutti abbiamo qualcosa da lasciare che ci impedisce di seguirlo. Capire cosa sia ed aiutare tutti quelli che la Chiesa incontra a comprenderlo è il cammino che le è chiesto di fare.

Subito dopo aver ascoltato il terzo annuncio della passione, Giovanni e Giacomo gli rivolgono la parola: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Nonostante sia all’opposto della linea della preghiera nella quale ha invitato a chiedere che il Padre faccia la sua volontà, Gesù li invita a proseguire: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

È importante, innanzitutto, non leggere in modo banale la loro domanda, come se fossero sordi del tutto agli insegnamenti del maestro. Hanno capito bene e la loro aspirazione è e deve essere quella di tutti i credenti: stare dove sta il nostro Signore. Hanno anche compreso bene che Gesù entrerà nella sua gloria attraverso la sua morte. Sanno pure che ciò deve avvenire a loro, e sono pronti “a bere il calice” di Gesù e “a ricevere il suo battesimo”. Gesù conferma che questo avverrà e, in fin dei conti, la loro domanda non fa altro che riprendere una sua promessa (Mt 19,28 e Lc 22.30). Quello che Giacomo e Giovanni chiedono e certo è una cosa buona, ma non stanno chiedendo di stare a canto a tutti gli uomini servendoli, di dare anche loro alla loro vita in riscatto per tutti. Gesù risponde che la rinuncia a sé stessi da loro accettata (magari in modo un po’ intellettuale, come mostrerà il racconto della passione), non consiste solo il farlo in questo mondo, ma implica pure il rifiuto di fare per l’aldilà progetti basati sulla rinuncia nell’oggi: la morte del mio io qui non significa che lo metta fra parentesi fino al giorno della risurrezione, in modo da poterlo recuperare con tutta la sua forza (e arroganza) nel Regno di Dio. No. Non si deve donare la vita per entrare in Paradiso come un prezzo da pagare, ma si può sperare che, donandosi (cioè facendo della propria vita quello che Gesù ha fatto della sua), si entri già in quella dimensione di amore fraterno che è un anticipo del Paradiso. 

“Non sapete quello che chiedete” rivela allora un ostacolo che Gesù svela come aveva fatto con il giovane ricco, ci invita a guardare ognuno dentro di noi, a scoprire cosa abita nel profondo del nostro cuore, ad accorgerci che siamo in qualche modo inconsapevoli di ciò che pur ci è possibile chiedere.  È come se Gesù dicesse: “voi non sapete quello che chiedete nonostante partecipiate della mia stessa vita, perché non capite che stare alla destra di Dio è per quelli per i quali è stato preparato”. Per conoscere chi sono costoro, è necessario rifarsi al capitolo 25 di Matteo, lì dove il Figlio dell’Uomo tornerà nella gloria e dirà quale sarà il criterio per stare o no alla destra del Padre: essere stati lì dove c’era bisogno di dare da mangiare a chi ha fame, e dare da bere a chi ha sete, di dar da vestire a chi era senza vestito … a tutti è data la possibilità di stare alla destra del Padre. 

 

Gli altri discepoli si indignano e Gesù taglia netto con una affermazione tranciante e decisa: “Tra voi non è così” non dando un programma (“non sarà così”), né una raccomandazione (“non sia così”), ma come un dato di fatto: “non è così”. Non è una questione di potere che porta a possedere, ad essere e sentirsi in concorrenza l’uno contro gli altri. È una questione di essere o non essere alla sua sequela che ha fuggito ogni potere. Quello che Giacomo e Giovanni chiedono e certo è una cosa buona, ma non stanno chiedendo di stare a canto a tutti gli uomini servendoli, fino a dare anche loro la vita.

 

Ognuno di noi potenzialmente ha dentro di sé un ostacolo a bere il calice fino in fondo immergendosi fino in fondo in questa storia, ma ha dentro di sé la possibilità di starci

Giovanni e Giacomo sono ritenuti le colonne della Chiesa. Quasi a dire che nel cuore della Chiesa sta la possibilità di essere una Comunità divina ma anche la tentazione ultima di vivere questa come un privilegio, come un potere, come un autoritarismo e non come un servizio con l’autorevolezza di coloro che chiedono di essere là dove sta il loro Signore, imparando a starci vivendo la storia concreta nella quali lui ormai abita, perché vi si è immerso, perché questo calice lo ha bevuto fino in fondo, fino alla morte. 

Noi stiamo continuando a seguire questo discorso che Marco in queste settimane ci va facendo. Anche noi stiamo imparando a riconoscere Dio, abbiamo ascoltato una parola per noi, stiamo conoscendo i nostri limiti, i nostri ostacoli e stiamo chiedendo di superarli per riavere queste cose come ricchezza e centuplicata già ora, sapendo che questa è l’unica strada per Regno dei Cieli.

(BiGio)

Due approfondimenti sulla Parola di oggi



Tra autorità e autorevolezza, una comunità di relazioni gratuite, cementate dal perdono reciproco

“Tra voi non è così”. Questa parola pone un criterio discriminante tra chiesa e non-chiesa. La qualità della vita di una comunità cristiana la si valuta a partire dalla qualità delle relazioni interne. Dunque, dalla qualità delle relazioni fraterne.

Ma qui si dice anche di più. La prima testimonianza politica della chiesa consiste nella sua strutturazione interna, nell’organizzazione delle sue strutture di autorità e nel modo di vivere l’autorità, che dev’essere conforme a quanto vissuto da Cristo e da lui richiesto ai discepoli. La parola di Gesù stigmatizza le logiche dei poteri mondani, ma soprattutto si rivolge alla chiesa: alla tentazione della mimesi dei meccanismi mondani, Gesù oppone la differenza cristiana fondata sul farsi servi gli uni degli altri. Se la chiesa è la testimone di Cristo Servo nella storia tra la croce e la parusia, allora la sua forma la mostra quale comunità non omologata, né asservita. Insomma, con una battuta, la chiesa non è uno Stato: “Tra voi, non è così”. Essa invece è, secondo le belle parole del card. Carlo Maria Martini, “comunità alternativa”: “La chiesa si sente spinta non solo a formare i suoi figli, ma a lasciarsi formare essa stessa vivendo al suo interno secondo modelli di relazioni fondate sul vangelo, secondo quelle modalità che sono capaci di esprimere una comunità alternativa. Cioè una comunità che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco”.

(Luciano Manicardi)


 

***********

 

Il senso di una sofferenza che apre ad un futuro diverso


Gesù ha voluto essere servo, cioè colui che dona gratuitamente e totalmente la propria vita per gli altri. Mentre, all'incontrario, i suoi discepoli pensano agli onori dei primi posti e della gloria. Significa che non hanno saputo cogliere la figura umana e generosa, disponibile e provocante del loro «Maestro».
La prima Lettura esprime il senso della sofferenza del Servo: «Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità». Si tratta di un inviato di Dio che non accusa né condanna gli uomini per le loro iniquità, ma piuttosto le assume su di sé, togliendole così ad essi. Solo Dio può essere capace di tanto, cifra del suo amore: non imputa all'uomo le sue colpe, ma ne porta Lui il peso delle sofferenze che esse provocano. Così Dio si ritrova pienamente nel suo inviato: «Al Signore egli è piaciuto quando era prostrato con dolori» (traduzione letterale che mostra come non sia Dio l'autore dei dolori del servo, come dice invece la nostra traduzione), proprio perché, in questo modo, toglie il male assumendolo. Attraverso l'offerta della sua vita - rispondendo al male con la pace, alle sofferenze inflitte con la cura positiva - aprirà un futuro diverso («Vedrà una discendenza») e realizzerà il piano divino di un'umanità non più omicida, ladra e ingiusta, ma aperta al bene («Si compirà per mezzo suo la volontà del Signore»). 
Per questo, Gesù presenta a Giacomo e Giovanni - che vogliono i posti d'onore «nella sua gloria» - la prospettiva che Lui stesso sta assumendo: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». È la prospettiva della sua passione.

(Alberto Vianello)