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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

XXXII Domenica PA – Mc 12,38-44

Il nostro sguardo dove è concentrato? Sul nostro agire per voler emergere ed essere quei primi (che saranno gli ultimi)? Lo sguardo di Gesù, dove è concentrato? A Marco non interessa tanto a fare confronti, quanto a far nostro il suo sguardo e ad essere coerenti.


L’Evangelo di oggi, anche se può non apparirci evidente, nel disegno di Marco è collegato strettamente a quello della scorsa settimana perché ci presenta due possibilità: vivere secondo l’amore fino a donare la vita, oppure ostentare un atteggiamento in contraddizione a quello che si vuol far credere. 


Domenica scorsa l’Evangelo ci diceva che, se vogliamo che Dio sia il nostro tutto, dobbiamo fare degli uomini il nostro tutto, perché loro sono il tutto di Dio che li ama totalmente fino a dare la sua vita per loro. C’era anche l’invito a ridire, nella nostra vita con amore, la Parola che abbiamo ascoltato dal Signore, come ha fatto lo Scriba che gli ha riconsegnato il comandamento dell’amore esprimendolo con proprie espressioni. Questo è il nostro compito: ridire la Parola di Dio, traducendola come ne siamo capaci, per parlare agli uomini di oggi di quell’amore che pure loro conoscono e che può permettere anche a loro di incontrare il Signore nel quale anche noi crediamo.

 

Oggi ci vengono presentate due opposte possibilità che abbiamo di vivere in questa nostra storia. La prima Gesù la vede in un atteggiamento di alcuni scribi.

Domenica scorsa uno di loro si era confrontato con Gesù e aveva avuto il suo pieno apprezzamento, ma ce ne sono altri dai quali è necessario guardarsi e sono quelli che: “amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano allungo per farsi vedere”.  

Sono immagine di tutti coloro che, avendo occhi solo su sé stessi, vivono contraddittoriamente tra quello che vantano e quello che fanno. Ostentano una vita religiosa ma ne esprimono una atea, senza Dio, perché non amano quegli uomini che sono il tutto di Dio. Non si può pregare Dio e poi non amare in maniera totale e, in qualche modo esclusiva, le persone che quel Dio  ama.

Lo Scriba di domenica scorsa aveva detto: “amare Dio con tutto se stessi ed amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e di tuttii sacrifici”. È con questo criterio che Gesù misura e, con il quale, smaschera la contraddizione tra quello che alcuni scribi (non tutti) ostentano e quello che concretamente fanno.

A supporto di quanto sta dicendo, fa notare la presenza di una vedova che diventa un esempio di cosa possa essere donato all’uomo di vivere e che è lontano mille miglia dall’atteggiamento che ha appena criticato. Questa vedova impersona quella caratteristica di totalità di amore, che domenica scorsa c’era stata presentata. Gesù, dopo aver richiamato l’attenzione degli Apostoli, dice loro: “Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno accettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

Ritorna ripetutamente la parola tutto che nei testi, non solo nelle Vangelo ma anche delle altre letture a partire da quelle di domenica scorsa, è la parola più ricorrente. 

Gesù però non pone l’accento tanto sul contrasto tra la vedova che ha dato poco e i ricchi che hanno dato molto. Anche tradizioni parallele non cristiane conoscevano l’apprezzamento di chi dà con il cuore quel poco che ha e, in questo modo, offre molto di più di altri che offrono molto ma del loro superfluo e lo fanno senza "cuore". 

La sua sottolineatura sta invece nel fatto che il dono della vedova è una anticipazione di quello che lui farà e ha fatto: ha donato tutto sé stesso una volta per tutte.

Questa vedova è l’esempio concreto di quell’atteggiamento che lo Scriba di domenica scorsa aveva indicato: la capacità di offrire tutta la propria vita e la propria storia e, così com’è, anche se questo suo "tutto" può sembrare poca cosa.


Noi abbiamo la possibilità di essere scribi che ostentano pratiche religiose contraddicendole con la propria vita, ma abbiamo anche la possibilità di vivere come questa vedova offrendo noi stessi, perché questo vale più di tutti gli olocausti e di tutti i sacrifici.

Questa è la strada per avere la possibilità di riconoscere fin da ora quel Gesù che è venuto e continua ad essere presente tra di noi. Domenica prossima, ci saranno indicati i segni della sua seconda venuta. Potremo così non rimanere sorpresi.


La scorsa domenica, lo scriba ci aveva fatto una consegna: dire con la propria vita e con le proprie parole quello che abbiamo ascoltato da Dio e in cui crediamo. È quello che fanno i personaggi di oggi: gli scribi e la vedova. Come loro possiamo contraddirle “divorando” le persone che ci stanno attorno, oppure possiamo renderle vere anche senza parlare, come ha fatto la vedova. Ha vissuto sé stessa come l’unica offerta da fare a quel Dio che si è offerto tutto a noi, perché siamo diventati l’unica ragione della sua vita, fino alla sua morte e alla sua risurrezione. 

(BiGio)

 

Elogio dello Scriba

 Elogio dello scriba - Siracide 38,24 – 39,11


 

38.24La sapienza dello scriba sta nel piacere del tempo libero,
chi si dedica poco all'attività pratica diventerà saggio.
25Come potrà divenire saggio chi maneggia l'aratro
e si vanta di brandire un pungolo,
spinge innanzi i buoi e si occupa del loro lavoro
e parla solo di vitelli?
26Dedica il suo cuore a tracciare solchi
e non dorme per dare il foraggio alle giovenche.
27Così ogni artigiano e costruttore
che passa la notte come il giorno:
quelli che incidono immagini per sigilli
e con pazienza cercano di variare le figure,
dedicano il cuore a riprodurre bene il disegno
e stanno svegli per terminare il lavoro.
28Così il fabbro che siede vicino all'incudine
ed è intento al lavoro del ferro:
la vampa del fuoco gli strugge le carni,
e col calore della fornace deve lottare;
il rumore del martello gli assorda gli orecchi,
i suoi occhi sono fissi sul modello di un oggetto,
dedica il suo cuore a finire il lavoro
e sta sveglio per rifinirlo alla perfezione.
29Così il vasaio che è seduto al suo lavoro
e con i suoi piedi gira la ruota,
è sempre in ansia per il suo lavoro,
si affatica a produrre in gran quantità.
30Con il braccio imprime una forma all'argilla,
mentre con i piedi ne piega la resistenza;
dedica il suo cuore a una verniciatura perfetta
e sta sveglio per pulire la fornace.

31Tutti costoro confidano nelle proprie mani,
e ognuno è abile nel proprio mestiere.
32Senza di loro non si costruisce una città,
nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi.
Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo,
33nell'assemblea non hanno un posto speciale,
non siedono sul seggio del giudice
e non conoscono le disposizioni della legge.
Non fanno brillare né l'istruzione né il diritto,
non compaiono tra gli autori di proverbi,
34ma essi consolidano la costruzione del mondo,
e il mestiere che fanno è la loro preghiera.

Differente è il caso di chi si applica
a meditare la legge dell'Altissimo.

39.1 Egli ricerca la sapienza di tutti gli antichi
e si dedica allo studio delle profezie.
2Conserva i detti degli uomini famosi
e penetra le sottigliezze delle parabole,
3ricerca il senso recondito dei proverbi
e si occupa degli enigmi delle parabole.
4Svolge il suo compito fra i grandi,
lo si vede tra i capi,
viaggia in terre di popoli stranieri,
sperimentando il bene e il male in mezzo agli uomini.
5Gli sta a cuore alzarsi di buon mattino
per il Signore, che lo ha creato;
davanti all'Altissimo fa la sua supplica,
apre la sua bocca alla preghiera
e implora per i suoi peccati.
6Se il Signore, che è grande, vorrà,
egli sarà ricolmato di spirito d'intelligenza:
come pioggia effonderà le parole della sua sapienza
e nella preghiera renderà lode al Signore.
7Saprà orientare il suo consiglio e la sua scienza
e riflettere sui segreti di Dio.
8Manifesterà la dottrina del suo insegnamento,
si vanterà della legge dell'alleanza del Signore.
9Molti loderanno la sua intelligenza,
egli non sarà mai dimenticato;
non scomparirà il suo ricordo,
il suo nome vivrà di generazione in generazione.
10I popoli parleranno della sua sapienza,
l'assemblea proclamerà la sua lode.
11Se vivrà a lungo, lascerà un nome più famoso di mille altri
e quando morrà, avrà già fatto abbastanza per sé.

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 7 novembre

 



Un racconto: "La valigia vuota"

Un uomo morì. Appena varcata la soglia dell'aldilà vide Dio, con una valigia, che gli veniva incontro.....

E Dio disse:

- Figlio, è ora di andare.

L'uomo stupito domandò:

- Di già? Così presto? Avevo tanti progetti...

- Mi dispiace ma è giunta l'ora della tua partenza.

E si incamminarono. Curioso l'uomo chiese a Dio:

- Cosa porti nella valigia?

E Dio gli rispose:

- Ciò che ti appartiene.

- Quello che mi appartiene? Porti le mie cose, i miei vestiti, i miei soldi?

Dio rispose:

- Quelle cose non ti sono mai appartenute, erano del mondo.

- Porti i miei ricordi?

- Quelli non ti sono mai appartenuti, erano del tempo.

- Porti i miei talenti?

- Quelli non ti sono mai appartenuti, erano delle circostanze.

- Porti i miei amici, i miei familiari?

- Mi dispiace, loro mai ti sono appartenuti, erano compagni di viaggio.

- Porti mia moglie e i miei figli?

- Loro non ti sono mai appartenuti. Ti sono stati solo affidati.

- Porti il mio corpo?

- Non ti è mai appartenuto. Era della polvere.

- Allora porti la mia anima?

- No, l'anima è mia.

Allora l'uomo, di scatto, afferrò la valigia per guardarvi dentro e, con le lacrime agli occhi disse:

- Ma è vuota! Allora non ho mai avuto niente?

- Beh, le cose materiali, per cui hai tanto lottato, non puoi portarle con te. Il vero bene della vita è il tempo. Ecco perché non dovevi sprecarlo ma impegnarlo per prepararti alla vita eterna, accumulando l'unico tesoro che ha valore nel mio Regno: i tuoi gesti di amore. Il resto non conta nulla.

Questo è quanto ci raccomanda il Signore, con tutto il suo cuore:

“Non accumulare ma dona il tuo tempo, ogni attimo e lo riavrai un giorno moltiplicato da me che solo conosco il tuo vero valore.”.

Tutti siamo invitati !

          


Domenica mattina dopo Messa presentiamo la proposta post-capitolo elaborata da Laura, Gianni e Nandino. 
Non porterà via molto tempo, si tratta solo della presentazione.



Capo Rizzuto: mare forza 4


 Luigi Crupi, 42 anni, è ispettore di Polizia di Crotone.

Ma è, soprattutto, l’uomo che, la notte tra mercoledì e giovedì, si è gettato eroicamente in mare a Isola di Capo Rizzuto, insieme ai suoi colleghi e agli operatori della Croce rossa, sfidando il mare a forza 4, per salvare gli 84 migranti alla deriva, tra cui anche tante donne e bambini.
Le sue parole sono stupende:
“È stato davvero emozionante l’abbraccio dei bambini, il loro stringersi forte al nostro collo. Ci vedevano come l’unico mezzo per raggiungere la riva e un posto sicuro. Altrettanto bella è stata la fiducia riposta in noi dai genitori che ci hanno affidato i loro bambini stremati da una lunga traversata. Non dimenticherò mai come quella bambina si aggrappava a me. Io ne ho due della stessa età e sentivo lo stesso abbraccio, di una piccola che stretta al suo papà sente che non gli può accadere nulla di brutto. È stata una grandissima emozione portarla in salvo”.
Ecco, questo è un servitore dello Stato, nell’esercizio delle sue funzioni di essere umano.
Grazie.

Di fronte ... alla Parola - Tre interessanti appuntamenti on-line

Diamo notizia di alcuni interessanti incontri on-line, per partecipare è necessario richiedere le credenziali di accesso a Franca Landi (francalandi@alice.it) o a Roberta Mai (robertamai5@hotmail.com) nella settimana precedente l'incontro.



 

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (4 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità, o per situazioni importanti ma non molto presenti nei media. 


Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.




            In questa edizione:

 

·                           1 articolio di ambito ecclesiale

·                           1 articolo sulla riapertura del trattato nucleare con l’Iran

·                           1 articolo sui cambiamenti climatici in 10 semplici efficaci e sintetici punti

·                           1 articolo di carattere sociale (un bimbo timido e arruffato)

 

 

 

Chiesa e Stato. L'uso politico dell'eucarestia: la lezione di Francesco alla destra clericale 

di Fabrizio D'Esposito in il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2021

Che cos'è la laicità di uno Stato per un cattolico adulto? "Quando sei un personaggio pubblico devi prendere determinate decisioni, specialmente in una democrazia, per conto di qualcosa di più dei tuoi sentimenti personali".

 

 


Nucleare iraniano, si torna a negoziare

ISPI on-line

Quello che sta per aprirsi a Vienna sarà un processo lungo, ma voluto da tutte le parti in causa. Dall’Iran, che mira a sottrarsi alle pressioni economiche e a stabilizzare la presidenza Raisi; dalla Russia che punta ad allontanare Teheran dall’influenza cinese; dagli Stati Uniti, che segnano un altro “cambio di passo” rispetto all’era Trump e dall’Europa, che nel ruolo di mediatore vede crescere la propria levatura geopolitica.

Per una buona riuscita dell’iniziativa è però necessario che Washington e Bruxelles tornino a lavorare nella stessa direzione, anche in ottica di una competizione più ampia: quella con la Cina, anch’essa attenta a quanto accade intorno ai tavoli di Vienna, ma per cui Teheran è solo un attore regionale nella partita globale contro Washington

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nucleare-iraniano-si-torna-negoziare-32256

 

 


 

I cambiamenti climatici in 10 domande e 10 efficaci sintetiche risposte 

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccc32f9da&sd=166050ccc322142&n=11699e4c0d4dc5c&mrd=166050ccc32212a&m=1

 

 


Memoria a lampi. Quando il "professionista del bene" è solo un bimbo timido e arruffato 

di Nando Dalla Chiesa in il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2021

Mi colpisce l'idea che le vite, le storie italiane si formino e crescano sotto i nostri occhi senza che noi ce ne accorgiamo. E capisco tanto meglio quella frase di Saramago: il bene dura di meno solo perché per tanto tempo non lo vediamo. Quello di Filippo dura da 25 anni e io non ne sapevo niente.

"Fermatevi, fratelli e sorelle, fermatevi! Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!"

Le tombe dei soldati uccisi in guerra non incitano all’eroismo, ma gridano: «Fermatevi, fabbricanti di armi!». Per la giornata del 2 novembre, commemorazione dei defunti, papa Francesco ha scelto di celebrare la messa al cimitero militare francese di Roma, dove ha colto l’occasione per condannare ancora una volta la guerra e gli armamenti.


di Luca Kocci in il manifesto del 3 novembre 2021

Prima una breve camminata fra i vialetti del Cimitière Militaire Français, a Monte Mario, dove sono sepolti 1.888 soldati francesi morti in Italia fra il 1943 e il 1944 nei combattimenti contro nazisti e fascisti (la maggior parte non è di origine francese, ma goumiers, soldati di nazionalità marocchina accorpati all’esercito francese, protagonisti anche di violenze contro le donne, soprattutto nel basso Lazio). Quindi una breve sosta presso la tomba di un soldato senza nome (inconnu), proprio mentre in Italia è a pieno regime la macchina propagandistica per le celebrazioni del centenario del milite ignoto. Infine l’omelia, durante la messa celebrata nel cimitero.

«Questa gente è morta in guerra, è morta perché è stata chiamata a difendere la patria, a difendere valori, a difendere ideali e, tante altre volte, a difendere situazioni politiche tristi e lamentabili. Sono le vittime della guerra, che mangia i figli della patria», ha detto il pontefice, parlando a braccio. «Sono stati chiamati dalla patria per difenderla», ha proseguito Francesco, «ma noi lottiamo sufficientemente perché non ci siano le guerre? Perché non ci siano le economie dei Paesi, fortificate dall’industria delle armi? Oggi la predica dovrebbe essere guardare le tombe: “Morto per la Francia”; alcune hanno il nome, poche altre no. Ma queste tombe sono un messaggio di pace: “Fermatevi, fratelli e sorelle, fermatevi! Fermatevi, fabbricatori di armi, fermatevi!”. Queste tombe, che parlano, gridano: “Pace!”».

Parole molto simili Francesco le pronunciò il 13 settembre 2014 a Redipuglia (Go), il più grande sacrario militare italiano della prima guerra mondiale – 100mila soldati sepolti, di cui 60mila senza nome -, voluto da Mussolini e inaugurato il 18 settembre 1938, lo stesso giorno in cui a Trieste vennero proclamate dal duce le leggi razziali. «La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!», disse allora il papa. E «dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi».

Proprio ieri è arrivato a Roma il «treno della memoria», che ha replicato il viaggio che, nel novembre 1921, portò la salma del milite ignoto dalla cattedrale di Aquileia a Roma, per essere tumulato al Vittoriano. Dove domani si svolgerà la solenne celebrazione propagandistica del centenario, con lo slogan: «La grandezza non ha un tempo e non ha un nome».

Cop26: La parola chiave, nel messaggio del Papa è «Insieme» e un commento di Tonio Dall'Olio

La parola chiave è «insieme». Che vuol dire azioni «collegiali, solidali e lungimiranti». Ma pure farsi carico delle proprie responsabilità e pagare il debito ecologico contratto dalle potenze industriali del Nord del mondo negli ultimi due secoli e mezzo nei confronti dell'emisfero Sud.


Siamo lontani dal raggiungere gli obiettivi desiderati per contrastare il cambiamento climatico... Intensi impatti sulla vita quotidiana di numerose persone, soprattutto delle popolazioni più vulnerabili. È «necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere il debito [ecologico] limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi.

A questo link il testo del messaggio:

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Il Commento: 
Confini

in “www.mosaicodipace.it” del 3 novembre 2021

di Tonio Dell'Olio


Se i confini sono un'offesa alla libertà quando proteggono privilegi e discriminano, impediscono l'ingresso, gli abbracci e la crescita dei popoli, diventano una benedizione quando indicano un limite da non superare per il bene di tutti, una condizione essenziale, il peso non più sopportabile, un avviso per non precipitare nel baratro. Il senso del limite è una scialuppa di salvataggio inserita naturalmente nella nostra testa. Ignorarla è condannarsi all'autodistruzione personale e collettiva. Basterebbe questa considerazione antropologica, filosofica, sociologica, psicologica e politica per richiamare l'attenzione dei grandi della terra alle proprie responsabilità. Il pianeta ha superato il limite da tempo e non riesce più a sostenere il peso di uno sviluppo sfrenato che non rispetta la vita in tutte le sue forme. La scienza e la tecnologia non possono prevedere che una bottiglia da litro si riempia oltre la sua capienza, né che una bicicletta trasporti il peso di una tonnellata o che una persona resti in vita se le si impedisce di respirare per un quarto d'ora (ma anche per cinque minuti). È il senso del limite che ci mette in salvo. Non è così difficile da capire. Eppure a Glasgow fanno fatica a riconoscere che il senso del limite è diventato questione di sopravvivenza. Per ogni essere vivente. 

 


Corridoi umanitari Afghanistan, firmato un protocollo di intesa al Viminale

Aprire un canale di ingresso legale per cittadini afghani bisognosi di protezione internazionale provenienti da Pakistan e Iran, ed eventuali altri Paesi di primo asilo o Paesi di transito. E’ l’obiettivo del protocollo di intesa sottoscritto il 4 novembre al Viminale  alla presenza del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Il documento è la sintesi di un lavoro coordinato dal dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Viminale al quale hanno preso parte i rappresentanti del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci), della Conferenza episcopale italiana, della Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche, della Tavola Valdese, dell’Associazione ricreativa e culturale italiana (Arci), dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) e dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr).



Non ho mai amato il 2 novembre


Non ho mai amato il 2 novembre, il giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Non per qualche ragione di tristezza nel ricordare qualcuno che non è più tra di noi, genitori, parenti, amici ma perché non ho mai capito perché questo deve avvenire il 2 novembre. Perché molti si ricordano dei loro morti solo in questa data e per il resto dell’anno le tombe per lo più sono adorne di fiori appassiti o di plastica più o meno impolverati.


Per conto mio il giorno più bello e significativo per andare a trovare i propri cari in cimitero è il Sabato Santo e, quando ho potuto, l'ho fatto e lo farò. È il giorno del Grande Silenzio nel quale tutto tace, l’unico giorno dell’anno nel quale non c’è liturgia, non c’è alcuna benedizione. È il giorno del Grande Stupore perché l’autore della vita è incomprensibilmente morto. È il giorno della Grande Attesa, quell’attesa che tutti aspettiamo, loro e noi, l'inedito, l'indicibile della Risurrezione. È il giorno della più grande speranza se davvero crediamo nella fede pasquale del Risorto. È il giorno che più ci unisce, nella speranza, noi e loro. Una "speranza che non delude" scrive S. Paolo nel brano della seconda Lettura "perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori". Ci è lecito sperare perché sperimentiamo il Risorto; se non fosse così, scrive ancora S. Paolo, allora sarebbe tutto vano (1Cor 15,12).

La morte è l'unica cosa certa della vita e, Rumi, il poeta mistico musulmano del 1200, ha scritto che questa sono le nostre nozze con l'eternità e i nostri defunti ci tenderanno la mano nel giorno delle nostre nozze e sarà un nuovo incontro.

Ma in questo giorno noi, cristiani, siamo chiamati a riflettere sul senso della vita, non a celebrare la morte. A questo ci invita Paolo nella pagina della sua lettera ai Romani e ci chiede di contemplare la situazione nuova di libertà nella quale ci troviamo grazie alla morte e risurrezione di Gesù che ci meritato la riconciliazione. Libertà dal peccato e dalla morte che ci tenevano prigionieri e ci ha permesso di partecipare in pienezza alla vita del Signore senza alcun merito e qui mi viene spontanea una domanda: su cosa ripongo la mia speranza ...

Noi cristiani non possiamo venire a patti con la morte o subirla e basta. È una sfida, un confronto al quale non ci si può abbandonare ignorandolo ma solo viverlo nella speranza, in un atto pieno di fiducia. 

Carlo Maria Martini, prossimo alla morte, ha confidato in una intervista tutto il suo disagio: "Io ho spesso rimproverato il Signore. Gli dicevo: perché tu che sei morto hai lasciato a noi la stessa necessità di morire? Potevi morire tu e poi dire: basta d'ora in poi passino tutti direttamente su quel ponte d'oro verso…. 

Ma poi ho capito. Ho capito che se non fosse così non avrei mai l'occasione di fare un atto di completo abbandono a Dio. Perché in tutte le altre forme di fiducia c'è sempre un'uscita di sicurezza. Invece qui non c'è e si può solo abbandonarsi completamente al Padre, nelle Sue mani, e credere nella risurrezione di Gesù. La morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci totalmente nelle sue mani". E subito dopo il cardinale aggiunto: "quel ponte d'oro… Il difficile avviarsi ma poi, si va!".


Quando vado in cimitero, non spesso ma più volte in un anno, mi prendo del tempo per poter girare per i campi con calma e mi fermo a immaginare chi possa essere stato quella persona che ora attende nella speranza o meno, non importa. Mi fermo in particolare sulle tombe abbandonate come quella nella foto qua sotto. Probabilmente, a guardare i peluche oramai anneriti dal tempo, era un bambino, non c’è una croce e questo passi, oramai i più non sono credenti, ma neppure una targa e nemmeno un nome …


(BiGio)




Un sepolcro tra due cimiteri, quando l’Amore va oltre il confine…

L’originale tomba dei coniugi Friedenberg


Nel giorno di vigilia della Commemorazione dei defunti abbiamo pensato che la cosa più giusta da fare fosse parlare d’Amore!

Sì, del sentimento più bello che ci fa battere forte il cuore, sognare, dare il meglio di noi stessi ma che, in assoluto, ci chiede anche il prezzo emozionale più alto, ci fa piangere le lacrime più dolorose e ci getta nello sconforto più profondo. Infatti, il distacco da chi si ama, non può che essere un evento straziante.

Vogliamo parlare di Amore perché esso è la luce più intensa ed accogliente, è il ponte tramite il quale si creano legami indissolubili: lui continua ad esistere anche quando, alla fine del viaggio, i cuori cessano di pulsare e gli occhi si chiudono.

Ci sono storie sentimentali che durano pochissimo tempo, altre che, con l’andare degli anni, naufragano sugli scogli delle circostanze più svariate, ma ce ne sono alcune che durano fino all’inevitabile fine, altre ancora che, addirittura, sembrano continuare anche dopo.

L’arte funeraria è piena di opere che celebrano l’Amore oltre il confine dell’esistenza terrena. Nessuno ha la certezza del dopo, ma quello di lasciare un segno visibile di questo desiderio è un qualcosa che porta a riflettere e che, ne siamo convinti, dev’essere colto come un segnale di speranza, perché ogni manifestazione d’Amore porta del bene a chiunque, in qualsiasi modo, lo incontra.

In questo giorno particolare, teniamo a parlare di una tomba che si trova al Lido di Venezia, realizzata con marmi bianchi e rossi, imponente, elegante, dalle linee pulite e minimali ma, la sua caratteristica principale, è che appartiene a due cimiteri! Sì, avete letto bene: non si tratta di un refuso.

Al Lido, più precisamente a San Nicolò, si trovano un cimitero ebraico e uno cattolico.

Il primo ha una storia plurisecolare: gli ebrei veneziani trovano qui l’eterna dimora dalla fine del 1300. Il secondo, invece, è molto più recente, una pietra posta all’ingresso reca scritto: 1916.

Forse non tutti sanno che questi due cimiteri ospitano entrambi l’esatta metà di un’unica tomba, un sepolcro che ospita i resti di una coppia che ha desiderato rimanere vicina anche dopo la morte e che ha voluto superare il fatto di appartenere a due religioni diverse.

Si tratta della tomba di Mario Friedenberg (1899 - 1969), di religione ebraica, e della moglie, Egle Manara Friedenberg, (1903 - 1983), di religione cattolica.

Non vogliamo entrare nel merito di questa coppia, troviamo sia giusto non indagare nella loro vita ma di guardare con rispetto e tenerezza alla loro eterna dimora consci che, se l’hanno voluta così, molto probabilmente hanno desiderato lasciare un messaggio anche a chi, come noi, si sarebbe ritrovato a osservarla.

Che dire, a noi piace definirla la tomba più romantica di Venezia e della Laguna, un’opera d’arte che lancia un messaggio molto importante: l’Amore va oltre ogni muro, sa superare ogni ostacolo, arriva a sempre ad unire, sia in vita ma, probabilmente, anche oltre!

E allora, in questo giorno di memoria e di inevitabile malinconia, cerchiamo di celebrare l’Amore ricevuto, l’Amore vissuto, ma anche l’Amore che rimane e che nessuno, potrà mai portarci via.


Debora Gusson e Riccardo Roiter Rigoni

Fotografia di Riccardo Roiter Rigoni

 

"Città Fratelli Tutti" è nata a Como ma può essere estesa ovunque

Promuovere una comunità che non lasci indietro nessuno. Questa l’ispirazione che anima l’iniziativa “Como - Città Fratelli tutti”, un movimento civico che sta muovendo i suoi primissimi passi nel capoluogo lariano, pensato proprio affinché non ci siano più persone abbandonate alle loro fragilità


Como Città Fratelli Tutti è un progetto pilota, patrocinato dal Comune di Como, al quale hanno aderito oltre 60 realtà del territorio. L’obiettivo è quello di creare nuove sinergie per dare risposte concrete ai bisogni delle persone, con attenzione particolare a chi vive in condizioni di solitudine, povertà e marginalità, attraverso l’utilizzo della piattaforma digitale che consente di incrociare le disponibilità dei cittadini e delle realtà attive sul territorio con i bisogni specifici della comunità. È possibile per chi si trova in una situazione di bisogno richiedere azioni di prossimità per prime necessità, ospitalità, supporto alla famiglia, lavoro e sviluppo di competenze, attività ricreative, consulenza e servizi.

Iscrivendosi a una piattaforma digitale chiunque può mettere in circolo le proprie competenze o risorse e chiunque può chiedere di essere assistito nelle proprie fragilità. Un modello che può essere replicato ovunque. Per farlo basta contattare info@cittafratelli tutti.it

L’iniziativa di Como prende spunto dall’enciclica “Fratelli tutti”, la terza di papa Francesco scritta nel suo ottavo anno di pontificato e firmata il 3 ottobre 2020. Nel testo, fraternità e amicizia sociale sono le vie indicate dal Pontefice per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: popolo e istituzioni. È inoltre ribadito con forza il «no» alla guerra e alla globalizzazione dell’indifferenza.


Bello ed efficace il video di presentazione a questo link:

 

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Ogni beatitudine ha un suo "perché" non scontato

Festa di tutti i Santi. Ma se ogni volta che proclamiamo il “Gloria”, meditando sulla figura di Gesù, affermiamo solennemente che “Tu solo sei santo, tu solo il Signore, nella gloria di Dio Padre”, perché oggi ne festeggiamo “una moltitudine immensa”? Il Santo è uno solo o sono una moltitudine? È forse una contraddizione?


Certo, nella Scrittura uno solo è chiamato il Santo ed è Dio ma è anche vero che in Levitico 19,2 il Signore chiede a Mosè di parlare a tutta l’assemblea dei figli di Israele per chiedere loro: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”.

L’essere santi allora è una chiamata, è un invito rivolto a tutto il popolo dei credenti. Per questo S. Paolo, nelle sue lettere, si rivolge sempre “ai santi” delle diverse comunità alle quali scrive.

Il fatto è che il termine “santo” (Kadòsh in ebraico) ha due significati: messo da parte nel senso di “separato” da tutto e messo a parte di un segreto, di una realtà.  Il Signore è santo nel senso di separato, nettamente distinto dagli uomini e dal creato; i credenti sono invece messi a parte, sono stati resi edotti, è stata lo svelata (rivelata) una realtà alla quale partecipano. Questa è il cammino che gli Evangelisti, Marco lungo quest’anno liturgico che si sta concludendo, ci propongono per poter essere alla sequela di quel Dio che si è fatto uomo (portando la sua santità nell’umano) in Gesù di Nazaret che ci ha annunciato che il Regno di Dio è già qui e noi siamo chiamati a rendercene conto e a parteciparvi.

Il primo salmo inizia con un “beato l’uomo” e continua dicendo che lo è colui che trova nel Signore e nella sua legge la sua gioia, è come un albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo e le sue foglie non appassiscono. Per essere santi non serve allora essere persone “speciali”, ma ascoltare e seguire Gesù (in questo sta il nostro essere “felici” cioè “beati”) senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà che fanno parte della vita e che sono le nostre “croci”.

Nell’Apocalisse uno degli anziani si rivolge a Giovanni e gli chiede: “Questi che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono? (…) Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”. La grande tribolazione è la vita che stiamo vivendo e quel rendere candide le vesti lavandole nel sangue dell’Agnello significa l’inserirsi con coerenza e fedeltà nella sequela del Signore, condividendo il suo amore per gli uomini fino al dono della vita.

Il continuo e martellante ripetersi della parola “beati/felici” nell’Evangelo di Matteo di oggi, può generare anche fastidio, perché la realtà della vita facilmente è più fatica che esperienza di serenità.

Però L’Evangelo inizia dicendo che Gesù vede le folle, comprende il loro bisogno, quindi quello che dice è legato alla situazione reale delle persone. Tutte quelle persone sono ai suoi piedi, con le loro paure, le loro debolezze, incertezze, insicurezze, dubbi, errori. Le parole che pronuncia non sono rivolte solo a loro, ma perché questi le diffondano e arrivino a tutti, ovunque, fino anche a noi, fino alla fine dei giorni.

Ogni beatitudine che il Signore pronuncia ha un suo “perché” e, questa, si trova in quel suo sguardo che fiorisce nella sua azione di misericordia, che stende su tutta la storia, riscattando tutte le situazioni umane, anche quelle che ci possono apparire perdenti e impossibili.

Beati, afferma A. Chouraqui, è come se il Signore ci dicesse: voi poveri in piedi, in cammino, avanti, Dio cammina con voi; voi non violenti su, a schiena diritta, non arrendetevi, siete il futuro della terra; tu che piangi coraggio, alzati e getta via il mantello del lutto; tu che ami non essere sconfortato, non lasciarti cadere le braccia. La bella notizia è che regala gioia a chi produce amore, a chi si fa carico della felicità di qualcuno, a chi fa che ogni dolore diventi un trampolino di lancio verso una vita più piena.

(BiGio)

Il significato delle radici ebraiche delle parole "santità" e "santo"


La "santità" (Kedushshàh) è l'ideale ultimo e la meta di ogni essere umano che tende a conquistare quella perfezione morale che avvicina alla divinità. La sua gematria (la somma dei valori numerici delle lettere ebraiche che la compongono) è 415, la stessa di "grazie" (Todàh). Questo grande insegnamento ci permette di comprendere la forza trasformatrice della vera gratitudine come strumento essenziale di una crescita responsabile. La sua radice ha vari significati ed esprimono il tema del santificare, elevare, sposare, annunciare, distinguere, darsi a un fine sacro, purificare. È interessante evidenziare un'altra sua radice che viene dal suo anagramma che è in stretta relazione con i suoi significati sociali: vicinanza, essere in prima linea con solerzia, essere pronti ad intervenire.

"Santo" e "sacro" in ebraico si traducono con Kadòsh. Il suo primo significato esprime la purezza del Signore, simbolo della spiritualità più integra, immune da qualsiasi contaminazione della materia. Si avvicina molto a Chadàsh che significa "nuovo" nel senso di puro, punto, splendente. La sua radice si apre al tema del distinto, separato. Ognuno di noi conosce il lungo processo per uscire e poter fluire alla ricerca del nostro sé integro ed unificante.

L'origine di questo termine viene anche fatta derivare dall'espressione Yehòd èsh, "incendio di fuoco". Questo conduce al tema dei sacrifici , ma anche a tutto ciò che è consacrato al Signore e di cui non si può fare un uso profano.


(da "Crescere con le radici delle parole ebraiche" di Hora Aboav)