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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Andrea, 19enne affetto grave ischemia prenatale lancia il suo nuovo brano musicale “Il Tempo di un Secondo”

Una storia di coraggio e determinazione. È quella di Andrea Tomassini, 19 anni che nonostante una grave ischemia prenatale, ha sempre lottato e grazie alla sua tenacia e all'amore della sua famiglia è riuscito a raggiungere molti traguardi tra cui quello di comporre buona musica e brani dal significato intenso e profondo che raccontano il suo inno alla vita. Già con “Mai mollare”, quella che potremmo definire la “canzone-evento”, Andrea aveva voluto ripercorrere le tappe più significative della sua vita e ricordare, a tutti e a sé stesso, che la vita è un cammino, facile o difficile che sia, che vale la pena percorrere fino in fondo. Ed è sulla scia di questo grande successo che oggi Andrea lancia ora “Il Tempo di un Secondo”.

Una storia di coraggio e determinazione. È quella di Andrea Tomassini, 19 anni che nonostante una grave ischemia prenatale, ha sempre lottato e grazie alla sua tenacia e all’amore della sua famiglia è riuscito a raggiungere molti traguardi tra cui quello di comporre buona musica e brani dal significato intenso e profondo che raccontano il suo inno alla vita. Già con “Mai mollare”, quella che potremmo definire la “canzone-evento”, Andrea aveva voluto ripercorrere le tappe più significative della sua vita e ricordare, a tutti e a sé stesso, che la vita è un cammino, facile o difficile che sia, che vale la pena percorrere fino in fondo. Ed è sulla scia di questo grande successo che oggi Andrea lancia ora “Il Tempo di un Secondo”.
“Con queste canzoni – dice – desidero raccontare una parte di me e della mia vita. I testi infatti sono il frutto di una profonda riflessione interiore, maturata anche grazie a tutto quello che è nato dal successo di ‘Mai mollare’. Vivendo queste esperienze, ho acquisito maggiore consapevolezza dell’importanza di ciò che sono, di ciò ho fatto e di ciò che sto continuando a fare, e ‘Il Tempo di un Secondo’ ne è la prova.
A pensarci bene infatti, ‘Mai mollare’ era nata per puro gioco: la base che in origine io avevo composto aveva una melodia orecchiabile, tant’è che mi sono venute in mente le prime parole: ‘Eccomi qua, io sono Andrea e ho diciassette anni, oramai’; poi, sentendo che il tutto suonava bene, ho continuato finché non sono arrivato alla stesura del testo completo. Questo per dire che basta poco per realizzare piccole grandi cose, e non importa quanto si fa, ma come lo si fa: ‘E nel Tempo di un Secondo vivi la tua vita fino in fondo’, perché a volte è dalle cose più piccole che nascono le cose più belle: ‘la bellezza vive nella semplicità, un fiore colorato che grigio mai sarà’”.....



L'intero servizio del Sir a questo link:





Dopo la mascherina, nella fragilità è il tempo del sorriso

Siamo adeguati a vivere questa dimensione, dopo la mascherina e le armi, o prevarranno ancora ambiguità e superficialità, egoismo e narcisismo, cinismo e rancore? Sono il passato da dimenticare e superare. Siamo pronti a lasciarli alle spalle e, fiduciosi, ripartire con un nuovo sentire?

Dal primo maggio nuove misure per un ritorno alla normalità, in una linea di prudenza per una battaglia al virus non ancora finita. Green pass non più richiesto, se non per i viaggi all’estero e per accedere a ospedali e Rsa. Mascherina obbligatoria, fino al 15 giugno, solo in alcuni luoghi al chiuso. Dai trasporti a cinema e teatro, strutture sanitarie e scuola, locali di intrattenimento e competizioni sportive, mentre negli uffici e nelle situazioni a rischio di contagio è “fortemente raccomandata”.

Le città si rianimano e ritornano i turisti nel nostro Paese. Ma dilagano nuove incertezze sulle imprese e sulla quotidianità delle famiglie, con l’inflazione in aumento e gli effetti finanziari ed economici della vicina guerra russo-ucraina.

Paura e ansia del futuro e una socialità ancora ridotta al minimo affievoliscono desideri e sogni personali e ognuno racconta la propria stanchezza e i propri timori.

Tolta la maschera, una difficile prova è, dunque, quella di mostrare un bel sorriso e manifestare una felicità che, secondo le aspettative, potrebbe essere finalmente raggiunta. Pesano contraddizioni e limiti, tradimenti e inganni, aspettative e delusioni, rancori e arroganza, messi a fuoco negli anni sospesi. E ora, nella vicinanza fisica, in parte fiaccati nella mente e nel corpo, e con la rarefazione delle illusioni, quale miracoloso rimedio per un mondo che sembra non trovare neppure un comune linguaggio per ripartire?

Pandemia e guerra sono il crocevia obbligato di un’umanità smarrita....


L'intero articolo di Elvira Frojo a questo link:

https://formiche.net/2022/04/mascherine-covid-guerra/




Una verità semplice: guerra più guerra non fa pace.

Dicono che per far finire la guerra bisogna fare più guerra. E a noi che diciamo che non è vero, che guerra più guerra in Ucraina e ovunque significa solo un più grande massacro di vite umane e di verità, ribattono: e allora come lo fermate, voi, Putin? Lo fermate con le preghiere e le marce per la pace? 


Lo fermate Con le carovane di pacifisti, le missioni della Caritas che portano cibo e medicine in Ucraina e riportano in salvo i disabili e ancora altri profughi? Lo fermate con la diplomazia degli smidollati disposti a parlare con il «criminale del Cremlino»? Lo fermate con le buone intenzioni e con le buone azioni che le nonne, le madri e le maestre insegnano ai bambini: "Ricordati, quando due si picchiano, ha ragione solo il primo che smette"?

Già, la guerra è cosa da grandi, da uomini veri. (Pensateci: dove sono finite le foto delle bambine col fucile e dei ragazzini d’Ucraina con le molotov? Evaporate con i massicci rifornimenti di armi da adulti. Pensateci: dove sono finiti i ragazzi russi di neanche vent’anni, «partiti soldato e non ancora tornati», come canterebbe De Gregori, perché morti al fronte? Ragazzi dei quali le madri cercano invano qualche notizia mentre i loro corpi non vengono accettati indietro dai generali di Putin).

Già, la guerra è cosa da grandi. E la pace è roba da piccoli, da bambini. Per questo non ne facciamo più di bambini, noi come i russi. E facciamo le guerre, i russi come noi. Magari per procura. Le guerre attraverso gli altri. Costi quel che costi. Se necessario – constatazione dolente e amarissima di Jeffrey Sachs – «fino all’ultimo ucraino». Parole terribili, che potrebbero stare in bocca all’uomo del Cremlino e stanno in testa agli strateghi, d’occidente e d’oriente, della nuova guerra fredda.

Una volta si diceva "Dio lo vuole", oggi qualcuno si azzarda ancora a dirlo, ma ormai basta dire "il popolo lo vuole", anzi quel popolo lo vuole. Assolutamente lo vuole. E anche questo è populismo, e della peggior specie.

Guerra più guerra, allora, non per "resistere" non per "liberare", ma per "vincere", e a quel punto, solo a quel punto, far finire finalmente la nuova e atroce tappa dell’eterna guerra dei grandi che distrugge la vita e la pace dei piccoli.

No, mille volte no. Ma noi, che vogliamo pace e chiediamo tregua immediata, come lo fermiamo Putin? 


L'articolo di Marco Tarquino continua a questo link:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/marco-tarquinio-ucraina-guerra-piu-guerra-non-fa-pace?fbclid=IwAR3uivfE2r-qZkt81EsHAwoB3d_1lqdUpi-2zfWGnASnek58rWVP2FZrF9U




Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 8 maggio

 


IV Domenica di Pasqua – Gv 10,27-30

Ascoltare per essere coinvolti già oggi, in una comunione di vita talmente profonda che niente potrà più in eterno separarci da lui.

La "vita eterna" inizia già oggi, non in un futuro indeterminato e nulla andrà perduto.

Gli Evangeli del tempo pasquale di questo anno liturgico ci hanno indicato che, nella carta di identità del Risorto, che viene e rimane in mezzo ai suoi, non c’è l’immagine del suo volto, ma quelle delle sue mani e del suo costato feriti, immagini di una umanità ferita dalla malattia, dall’odio, dalla diversità che lui ha fatto propria fino in fondo, proponendoci di condividere il suo modo di vivere. Solo allora la “pesca” sarà abbondante. A Pietro poi ha affidato il compito (non il potere) di vigilare sulle sue pecore come fanno i pastori, chiedendogli di seguirlo, di imitarlo in tutto fino alla fine.

 

Sono solo tre i versetti dell’Evangelo di oggi e ci invitano a focalizzare lo sguardo sul rapporto tra il Signore ed i suoi attraverso l’immagine del pastore e sue pecore.

Nel primo versetto esplodono in sequenza tre verbi capaci di sintetizzare e caratterizzare questa relazione: ascoltano la mia voce – io le conosco – mi seguono

 

Ascoltano la mia voce. L’ascolto del Signore è quello che contraddistingue fin dall’inizio il rapporto tra lui e il suo popolo. Sul Sinài Israele non lo ha visto, ma ha sentito la sua voce; Dio parla e il suo popolo “ascolta”. È così forte questa esperienza da diventare l’incipit dell’identità credente, di ogni credente: “Ascolta Israele, ascolta il Signore tuo Dio” (Dt 6,4).

Ascoltare non significa semplicemente udire, ma dare la propria adesione alle parole che provengono da Signore, fidandosi di lui che vuole che la nostra vita sia in quella pienezza per la quale ci ha pensato. Lui parla, non impone ma propone. Siamo invitati ad ascoltare la sua voce e a mettere in pratica quanto ci dice non per ossequio, non per obbedienza, non per seduzione o paura, ma perché in quelle parole ci sta la vita, ma nostra vita: è l’umanità che gli sta a cuore e ce l’affida.

 

Io le conosco. Il verbo conoscere nel linguaggio biblico, narra e implica una relazione profonda come quella tra gli sposi. È dono reciproco di sé all’altro, è amore e scambio profondo, è scoperta continua e vicendevole. Gesù usa questo verbo per dire il rapporto che c’è tra lui e chi ha accolto la sua proposta: un rapporto profondo di comunione di vita con lui, di amore.

 

Mi seguono. Dove sta andando Gesù? Sta camminando con decisione verso il dono totale di sé, questa è la sua meta. Seguirlo significa andare insieme con lui, fare la scelta di non ripiegarsi mai su sé stessi, ma di pensare sempre al bisogno, al bene del fratello, chinandosi su di lui, affiancandosi alle sue fatiche fino a donare la vita per lui. 

 

Essere e lasciarsi coinvolgere in questa spirale d’amore, significa saper e poter accogliere già da ora il “dono della vita eterna” e viverlo in pienezza. Il verbo è al presente e non al futuro. Vivere come ha vissuto Gesù, significa già da ora essere come lui, parte della stessa vita del Padre, dell’Eterno. Davanti però ci sta il suo dono della vita per noi. Al centro del nostro rapporto con il Signore, non c’è quello che noi facciamo per lui, bensì quello che lui ha fatto per noi. Al cuore del nostro rapporto con Lui non c’è il nostro comportamento, ma la sua azione e non ci chiede nulla in cambio dei suoi doni. Sì, possiamo rifiutarli, ma allora verrà a cercarci e a cercarci instancabilmente ancora, come fa il pastore con la pecora smarrita.

 

Non andranno mai perdute. Il perdersi è la nostra paura come quello dell’aver sprecato la nostra vita, di non aver realizzato nulla, di non lasciare traccia, memoria della nostra vita biologica. No, ci assicura il Signore, non dobbiamo avere questa paura per la ragione che nessun nostro briciolo d’amore andrà mai perduto: è questo il dono della "vita eterna". Il motivo? Perché già da ora anche quello più piccolo da noi fatto, con noi che l'abbiamo compiuto, fa parte dell’eternità. Per questo non dobbiamo aver nessun timore e nessuno ci strapperà (rapirà) dalla sua mano. Il suo amore ci proteggerà sempre dai pericoli di questa nostra vita e, in ogni caso, noi siamo più grandi dei nostri errori. 

Noi siamo stati affidati a Gesù, ma siamo del Padre. Se ci ha assicurato che nessuno potrà strapparci dalle sue mani, tantomeno da quelle del Padre. Su questo Gesù insiste: nessuno può rapirvi dalle mani del Padre e, io e il Padre siamo uno (non “una cosa sola”), non è una fusione bensì una comunione.

Se ascoltiamo la sua voce, saremo coinvolti già oggi in una comunione di vita talmente profonda che niente potrà più in eterno separarci da lui, protetti da quattro mani; una doppia sicurezza per noi, una unica certezza: nessuno, nessuno (due volte viene detto) e niente potrà farlo.

 

Quella del Signore è una voce inconfondibile narrata nel Cantico dei Cantici: “Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline”, una voce desiderata che racconta una relazione, rivela una intimità, una gioia profonda e serena: “La tua voce fammi sentire”, mio Signore.

 

(BiGio)

Cose da fare e il perdere tempo che non è tale

Gesù le chiama «le mie pecore»; dice che «ascoltano la sua voce»; Lui «le conosce» ed esse «seguono Lui». C'è molta insistenza nella dimensione relazionale che lega il pastore con le pecore: solo dopo questa insistenza, si parla di ciò che il pastore compie a favore delle pecore e dei benefici che esse ne ricevono. Quindi non viene prima o prevalentemente la dimensione funzionale e organizzativa. Invece, nella nostra vita, le "cose da fare" sembrano prendere il sopravvento, a scapito della relazione gratuita e cordiale con gli altri. Gesù avrebbe potuto "fare" molto di più dei segni che ha fatto, avrebbe potuto dirci molto di più di Dio e del suo piano di salvezza, se non avesse "perso tempo" a fermarsi, ad ascoltare, a dialogare con le persone che incontrava o andava Lui ad incontrare. Ha perso in termini di efficacia "pastorale", ma ha fatto «ardere il cuore» a qualche persona, fra le più deluse (cfr. Lc 24,32).

«Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano»: Gesù garantisce, con queste parole, in tutti i modi, la sua custodia. Noi siamo preoccupati della guerra sempre più devastante e radicata che è scoppiata vicino a noi: l'eternità che Gesù garantisce non può essere qualcosa di totalmente estraneo al nostro presente, come se una cosa fosse la nostra storia e il nostro mondo, mentre il tempo e il luogo dell'opera di custodia del Signore fossero totalmente al di fuori della nostra realtà. Quell'eternità di vita e di garanzia dalla rovina e dalla perdizione deve per forza invadere, in qualche modo, anche il presente. La logica non può essere "dato che questo mondo va in rovina a causa di guerre e inquinamento, lo lasciamo distruggersi e ne facciamo uno nuovo". Dio non segue la logica economicistica attuale che vede più conveniente fare nuovo piuttosto che riparare ciò che è vecchio e rovinato.
Assistiamo attoniti a quegli uomini (i potenti) che si fanno prendere dalla spirale sempre più drammatica e distruggente dell’uso ancora maggiore delle armi, fino ad aprirsi addirittura all'irreparabile. Ma penso alla prova a cui Dio ha sottoposto Mosé: lascia che distrugga questo popolo (infedele e cattivo) e «di te farò una grande nazione» (Es 32,10), gli dice. Mosé si oppone, come Dio si aspettava da lui, perché Dio si è ormai legato indissolubilmente con Israele, e la sua distruzione sarebbe stata la rovina anche di Dio. Perciò Dio non lascerà questo mondo alla sua rovina per creare un altro paradiso, ma rimarrà fedele a questo uomo, pur con tutto il male che vi si compie. Dobbiamo allora invocare la fine delle sofferenze della guerra, invece di cercare un bunker della fede che ci rassicuri riguardo alla nostra salvezza finale. 

Sempre nel medesimo versetto, Gesù usa un'immagine altamente rassicurante: «Nessuno le strapperà dalla mia mano» Nel Vangelo di Giovanni, si legge precedentemente: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (3,35). Mentre, introducendo il gesto radicale di amore da parte di Gesù della lavanda dei piedi, lo stesso evangelista dice: «Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani» (13,3). La mano aperta del Padre per donare tutto al Figlio diventa la mano aperta del Figlio, che tutto riceve dal Padre e che il Figlio stesso mostra a Tommaso quando appare risorto, con i segni dei chiodi, ovvero del suo amore fino al dono totale della sua vita. Dunque, in Giovanni, la mano è simbolo di amore ricevuto e dato; e, nell'amore, la mano di Gesù viene a identificarsi con quella di Dio. Per questo Gesù è il vero pastore: perché, con questa sua mano, simbolo di amore, può davvero custodire le sue pecore nell'amore, nel dono e nella spendita di sé.

 «Io e il Padre siamo uno»: comunione perfetta di amore. Se Gesù custodisce e non perde nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato è grazie al fatto che Lui rimane nella relazione con il Padre, e in questa loro relazione d'amore entra e abita ogni credente e ogni uomo.

Tutto questo lo possiamo poi trasportare anche nelle nostre relazioni. Se noi rimaniamo nella relazione con il Signore - relazione di amore - non rischiamo di «perdere» l'altro, chiudendoci nell'egoismo. Questa sarebbe una chiusura che, alla fine, farebbe «perdere» anche noi stessi, perché perderemmo il senso della nostra stessa vita, che consiste proprio nel vivere la relazione con il Padre e con i fratelli.

(da Alberto Vianello)

12 maggio: Domenica a Tempo Pieno

 


Papa Francesco e la sua Chiesa globale, connessa con tutti i conflitti del mondo

Il papa nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera non sposa una parte, come fa Kirill che nega l’invasione, non fa sconti a nessuno, tranne che agli ucraini, per i quali dimostra la necessaria comprensione, mentre molti chiedono loro solo di arrendersi. Andare prima a Kiev vorrebbe dire acuire il solco, andare prima a Mosca vuol dire cercare una via d’uscita per gli ucraini innanzitutto, ma anche per i russi, per tutti i russi


L’intervista di Francesco ha messo in imbarazzo i siti russi. E non colgono, guarda caso, che balza agli occhi un fatto affermato da Francesco nell’intervista concessa al Corriere della Sera. Il famoso “fermatevi” di Francesco è nato parlando con l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, quando lo andò sorprendentemente a trovare nelle prime ore del conflitto. “Fermatevi” detto allora all’ambasciatore toglie ogni dietrologia da politichese al lessico papale. Mosca ha aggredito l’Ucraina, quindi lui dice “fermatevi” all’ambasciatore russo. Quando ovviamente la questione è dilagata, la sua indicazione non è stata ascoltata da Mosca e gli ucraini sostenuti da chi non può accettare l’aggressione a uno Stato sovrano si difendono, il papa non ha seguito una logica apparente dicendo “allora distruggeteli”, piuttosto ha ribadito a tutti la stessa parola: “Fermatevi”.

Il papa che ha negato che esista una guerra giusta oggi non si esprime sull’invio di armi a Kiev, non dice, come fecero in quelle ore tanti pacifisti senza un ruolo morale e spirituale come il suo, no alle armi. E cosa dice alla domanda se si dovesse (e si debba quindi) inviare armi? “Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini”. Questo ha rilievo, grande rilievo, come quel che afferma di lì a breve: “I russi adesso sanno che i carri armati servono a poco e stanno pensando ad altre cose. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo fatto”. ...


L'intera analisi dell'intervista del Papa al Cosera di Riccardo Cristiano a questo link:

https://formiche.net/2022/05/papa-francesco-intervista-chiesa/

 




I nostri sette peccati capitali

 “I nostri sette peccati capitali”. Titolo davvero particolare, nel quale la finezza viene da quell’iniziale “i nostri”. Il sottotitolo è più chiaro: La fraternità, sola politica possibile. Benoist de Sinety, in sette capitoli, affronta i mali contemporanei che ci dividono, dall’individualismo di base alle bugie del mondo politico e alle deviazioni della Chiesa in un ripiegamento identitario, passando dalle diversioni della laicità o dal cattivo uso della Creazione. Questi temi sono affrontati attraverso riferimenti e personaggi biblici (Giona, Caino, la Samaritana, e altri), e testimonianze di incontri fondamentali nella sua vita di cappellano studentesco o di prete in parrocchia.


Tra le sue constatazioni: non ci può essere vera società senza incontro fraterno, “è l’incontro che ci crea”, e non c’è fraternità possibile senza trascendenza; il dialogo, chiave di volta della evangelizzazione, fa sì che l’altro sia il fratello – papa Francesco parla della “buona battaglia dell’incontro” -; “è l’atonia spirituale che fa spazio alla paura del religioso e spinge alla violenza”. I poveri del nostro mondo sono i primi colpiti dagli abusi dell’Occidente predatore; dobbiamo prendere instancabilmente la difesa dei piccoli, e non comprometterci nelle ingiustizie che li colpiscono. Benoist de Sinety arriva a parlare della Chiesa di Francia, modello della borghesia e del conservatorismo sociale, che si ripiega su se stessa per paura dell’altro e nella nostalgia del passato per paura del cambiamento, perdendo per strada tutti coloro che in essa si sentono più spesso giudicati che accolti.

Ma l’autore proclama anche la vitalità della speranza – se accettiamo di non essere perfetti, e constatando che l’umanità ha già dato prova delle sue capacità di cambiare e di salvare la fraternità. Come dice il nostro amico Guy Aurenche: “Messi di fronte ai nostri peccati capitali grazie alla lettura di questo libro, siamo tutti promossi al ruolo di costruttori fiduciosi di un mondo fraterno”.

(finesettimanan.org)

India: la visita di Modi in Europa

“La mia visita in Europa arriva in un momento in cui la regione deve affrontare molte sfide e scelte”: le parole pronunciate prima della partenza fugano ogni dubbio. Il tour europeo del primo ministro indiano Narendra Modi non è una visita qualunque soprattutto perché non avviene in un momento qualunque.


All’indomani dell’invasione russa, l’India è diventata un perno cruciale dei nuovi equilibri mondiali. “La nostra relazione è più importante che mai” aveva detto Ursula von der Leyen incontrando Modi a New Delhi la scorsa settimana. Nel corso della visita l’Unione europea e il governo indiano hanno annunciato la nascita di un organismo di cooperazione bilaterale incentrato sul commercio e le tecnologie. Nel 2020, le due parti hanno registrato un interscambio di oltre 95 miliardi di euro in beni e servizi. L’Unione europea è attualmente il terzo partner commerciale dell’India, “ma possiamo fare molto di più”.

L’obiettivo – affrontato anche durante il tour di Modi in Europa – è di rilanciare il negoziato per un accordo di libero scambio, bloccato dal 2013 per divergenze in vari settori tra cui riduzioni tariffarie, protezione brevettuale, sicurezza dei dati e diritto dei professionisti indiani di lavorare in Europa. Interessante notare come all'apertura verso New Delhi sia corrisposta una chiusura nei confronti di Pechino: domani, 4 maggio, sarà passato un anno da quando l'accordo globale di investimento tra la Cina e l’Unione Europea (CAI) è stato bloccato.


L'intero servizio dell'ISPI a questo link:




Guerre/Il lume della ragione che sia va spegnendo

Finalmente. Finalmente qualcuno lo dice, ed è una voce che più autorevole di così non si può. Lo ha detto Zoja Svetova, giornalista di Novaja Gazeta rimasta a Mosca, dopo l’autosospensione forzata da parte del giornale, e autrice – fra l’altro – di Gli innocenti saranno colpevoli – La giustizia ingiusta nella Russia di Putin, (in Italia edito da Castelvecchi a cura di Vittoria Massimiani). Dice che i sondaggi da cui risulterebbe un 80% dei consensi rispetto all’autocrate e al suo apparato sono totalmente inattendibili, e che è “una sciocchezza” crederci dopo che, a poco a poco, tutti i media indipendenti sono stati soppressi in Russia, e quando la gente rischia il carcere solo se pronuncia la parola “guerra” (per questo, pur dicendo cose che più chiare non si poteva, Zoja non l’ha pronunciata).


Ha fra l’altro sottolineato il numero enorme – se pensiamo al coraggio che ci vuole – delle persone che, da quando la guerra è cominciata, manifestano contro. Per non parlare dei manifesti degli accademici, degli scrittori, delle prese di posizione dei singoli artisti, dell’emigrazione. Questa riflessione ha due temi: la confusione fra Putin e “i russi”, e la domanda: che fine ha fatto in Europa l’Illuminismo, cioè “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”? (Kant).

La minorità che l’uomo deve imputare a se stesso è quella senza cui le autocrazie non restano in piedi. E imputarla a se stessi è crederci, che uscirne è in nostro potere. Questa però non è una convinzione teorica, è un impegno attivo o non è nulla. Ecco perché l’Illuminismo implica l’idealismo morale, ed ecco perché dedico questa riflessione a Zoja. Che nel sottotitolo del libro citato si definisce “un’idealista” – dove ovviamente questo termine va inteso in senso morale, e non in senso speculativo.

La domanda è: ma se siamo noi europei i primi a non credere nella ragione umana, preferendole i sondaggi: per quali ideali, con quali speranze potranno agire i dissidenti russi? Perché siamo noi che abbiamo perduto i lumi della ragione se ribadiamo questa confusione fra i russi e Putin, se continuiamo a escludere i russi da tutte le manifestazioni culturali. Ultimo il caso citato da Zoja dell’esclusione dei giornalisti russi dal Festival di Cannes.

Si è parlato su questo giornale (Domani, 6 aprile u.s.) dell’intervento del console ucraino a Napoli contro il gala al San Carlo di Napoli, dove Olga Smirnova, prima ballerina del Bolshoi, che alla sua carriera al Bolshoi ha rinunciato perché è contro la guerra, si è esibita con Anastasia Gurskaya, prima ballerina dell’Opera di Kiev. Francesco Merlo su Repubblica (15 aprile), a un lettore (Armando Bussi) che si dichiarava basito per la polemica contro la Via Crucis guidata insieme da una donna russa e da una ucraina, risponde senza complimenti che, anche al di là dei sentimenti di queste donne, “vittima e carnefice non portano la stessa croce, e uno solo dei due ha il diritto di chiedersi, per entrambi, ‘se questo è un uomo’”.

Un carnefice, solo per il fatto di essere russa? E non è, questo, spegnere ogni residuo lume di ragione?

(Roberta De Monticelli)

Cresce l'influenza militare ed economica di Mosca in Africa

Le ambizioni della Russia non si limitano solo all’Europa orientale, come dimostra in queste settimane l’aggressione militare all’Ucraina, né all’Asia centrale: negli ultimi anni la presenza militare ed economica di Mosca comincia a essere un elemento importante negli scenari politici interni di alcuni Paesi africani.


Il caso più eclatante negli ultimi mesi è rappresentato dal Mali, dove le forze francesi di stanza per le operazioni antiterrorismo hanno lasciato il Paese a causa della presenza di soldati russi. Parigi a più riprese, nei mesi di gennaio e febbraio, ha denunciato la crescente influenza militare di Mosca nella regione, descrivendo le truppe presenti come mercenari della nota compagnia di contractor Wagner, ritenuta legata all’oligarca EvgenyPrigozhin, noto per essere ispiratore della fabbrica dei troll di San Pietroburgo. Bamako, dal canto suo, ha dichiarato di aver chiesto l’invio di istruttori e consiglieri militari dalla Russia, nell’ambito dell’acquisto di quattro elicotteri Mi-171, avvenuto nello scorso autunno.

Il Cremlino non è presente solo in Mali, in Africa interessi russi vi sono fin dal 2010, dopo l’annessione della Crimea e l’intervento in Siria al fianco di Bashar al-Assad. Per la Russia la ricerca di nuovi alleati ha portato inevitabilmente a guardare a sud, e nel 2019 il summit Russia-Africa, svoltosi a Soci, ha visto la partecipazione di ben 54 delegazioni, di cui 43 guidate dai rispettivi capi di Stato.


Il servizio di Giovanni Savino e Maria Amoroso continua a questo link:

https://formiche.net/2022/04/nuovi-spazi-per-gruppo-wagner/




"Non si arriva alla pace con le armi le guerre portano soltanto distruzione"


Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, c'è chi dice che il Papa sia uno dei pochi leader, se non il solo, che cerca la pace vera, e non «camuffata» da tregua «inquinata» dal riarmo globale: si può arrivare alla pace attraverso le armi?

«Degli antichi romani si diceva: "Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant", prima fanno il deserto e poi lo chiamano pace! Le guerre ci dimostrano proprio questa triste verità: la "pace" a cui esse portano è quella del deserto, anzi, oserei dire, la pace del cimitero, perché costruita sopra le macerie di tante distruzioni, soprattutto di vite umane, che nella maggior parte sono quelle di bambini, di donne, di anziani e di tanti altri innocenti. Pertanto, non si può arrivare alla pace attraverso le armi, al contrario ci si può arrivare solo rinunciando alle armi. Purtroppo, la disponibilità alla risoluzione pacifica dei conflitti è spesso inversamente proporzionale alla forza militare di cui si dispone».

Si può giustificare una guerra con la Parola di Dio?

«Ogni guerra, in quanto atto di aggressione, è un'azione contro la vita umana e, pertanto è un'azione sacrilega. Di conseguenza, non si può trovare alcuna giustificazione nella Parola di Dio, che è sempre parola di vita, non di morte».

Qual è l'attività diplomatica della Santa Sede?

«Continua l'impegno per ristabilire la pace in Ucraina, a tutti i livelli. Rimane disponibile a facilitare qualsiasi negoziato tra le parti che possa mettere fine all'aggressione militare e proteggere la vita dei civili, che si trovano nelle zone di combattimento, anche attraverso corridoi umanitari. Le parole chiave per la Santa Sede sono: rispetto per la vita umana e disponibilità al negoziato».

Quali sensazioni ha provato vedendo le immagini della ragazza ucraina e dell'amica russa che portavano insieme la Croce?

«L'immagine delle due donne, Irina e Albina, ucraina e russa, che portano insieme la croce il Venerdì Santo al Colosseo, durante la Via Crucis presieduta dal Papa, l'ho percepita - mi si passi l'espressione - come qualcosa di "scandaloso", nel senso paolino del termine, cioè come qualcosa umanamente difficile da comprendere. È stato, nello stesso tempo, un segno di speranza. Nel mistero della croce troviamo la forza dell'amore e del perdono di fronte all'odio e alla morte. Questi sembrano prevalere, ma la vita e l'amore di Dio sono più forti. L'amicizia che esisteva prima della guerra e continua ad esistere anche ora tra quelle due donne, colleghe di lavoro, è più forte della divisione e dell'odio. La guerra pretende di dividere due popoli, che sotto la croce si riconoscono fratelli».

(da una intervista di Domenico Agasso)

La politica della guerra e quella della pace

Tonio Dell’Olio

La definizione di Von Clausewitz secondo cui "la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi", è talmente presente in tanti talk-show, dibattiti e discussioni da bar che finisce per persuaderci fino a legittimare la guerra e rendercela in qualche modo compatibile. Non è affatto così e dobbiamo urlarlo. La guerra certifica piuttosto il fallimento della politica e non la sua prosecuzione. Anche nel tempo della guerra la politica può tentare di riscattarsi con l'opera diplomatica e il dialogo. Cosa che riesce ben difficile se si pretende d'essere credibili alimentando contemporaneamente la guerra con l'invio delle armi. Se mandi le armi stai dichiarando di fronte al mondo intero che credi che la guerra possa essere la soluzione. Guerra e diplomazia, così come uso della forza e uso della parola di riconciliazione, sono antitetici e in contrapposizione. La storia, le vittime, la vita ci urlano di scegliere di stare dalla parte di chi vuole la pace. Papa Francesco non ha perso occasione di ripeterlo anche ieri: "Mi chiedo se si stia veramente ricercando la pace; se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale; se si stia facendo tutto il possibile perché le armi tacciano. Vi prego, non ci si arrenda alla logica della violenza, alla perversa spirale delle armi. Si imbocchi la via del dialogo e della pace!".

in “www.mosaicodipace.it” del 2 maggio 2022

I cattolici e la guerra, l’urgenza di un’agenda comune

Al cattolicesimo italiano occorre urgentemente una bussola, o un’agenda. La possiamo trovare, allora, in quanto hanno affermato due importanti religiosi, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, e un noto intellettuale cattolico, l’ex presidente della Consulta, Giovanni Maria Flick


Mondo cattolico italiano sotto stress per la guerra in Ucraina. È un fatto evidente, ma è anche un fatto grave, per le cause di questo stress. Tutto sommato i cattolici sanno bene che c’è un rischio, e questo rischio si chiama “visione manichea”. Applicata al loro mondo questa visione vuol dire o il prevalere dell’eresia “americanista”, quella che ha tentato di capovolgere con i teocon e in particolare Michael Novak la dottrina sociale della Chiesa, facendo diventare l’iperliberismo una naturale derivazione della concorrenza umana capace di produrre il bene con sgocciolamenti economici a favore dei poveri dall’arricchimento dei già ricchi, o il prevalere dell’eresia “terzomondista” che ha visto nella sua esperienza, soprattutto missionaria, gli Stati Uniti attraverso la lente, assai spesso non deformante, del Paese predatore. Mentre il primo cattolicesimo si è strutturato apertamente in sostegno all’ex presidente Trump e in avversione a Francesco, il cattolicesimo terzomondista si sente solidale con Francesco, ma essendo radicale tenta di trascinarlo in una corsa manichea dalla parte di un’avversione così pregiudiziale agli Stati Uniti da divenire filo-russa se non per scelta quanto meno per conseguenza. Ma questo campo, a differenza di Francesco, non ha molto a che fare con l’Ucraina, con gli ucraini. Ispirato dai valori di fondo dell’universalismo cattolico, ha maturato un risentimento che lo fa cadere, agli occhi di chi scrive, nella scorciatoia per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”.

In Ucraina, negli anni duri della pandemia, il sindacato dei minatori indipendenti ha chiesto di portare da 300 a 1000 dollari la paga minima, si è rimasti per 42 giorni sotto terra, ottenendo importanti riconoscimenti. Oggi quel sindacato, come altri, partecipa all’autodifesa di molte città, è inserito nella rete della distribuzione degli aiuti. Questo non dice nulla ai “terzomondisti”? Gli approcci ideologici non amano fare i conti con i fatti, ma con le idee. Ma l’idea decisiva nel conflitto ucraino è il filo che unisce l’imperialismo russo dei tempi zaristi con il primato del nazionalismo russo dei tempi di Stalin (vincitore sull’opposta tendenza di Lenin, definito infatti amico dell’Ucraina da Putin) e quello degli attuali tempi putiniani. Dall’altra parte c’è stata un’Europa disinteressata all’adesione di Kiev, preferibile come vicino povero, molto povero, e dunque produttore di manodopera appetibile e sottocosto. Non è sbandando verso un’avversione all’immodificabile imperialismo americano che si difendono le ragioni dei popoli, ma vedendoli. Questa scelta la si trova solo in Francesco, la cui posizione non è quella di un papa “equidistante”, ma che sa vedere le lotte dei popoli senza mai cedere ai nazionalismi. È per questo che Francesco non ha mai mollato la difesa del diritto internazionale: non perché non sappia che tutti sotto le coperte lo hanno scalciato, ma perché sa che fuori dal diritto internazionale prevalgono gli identitarsimi e quindi i nazionalismi estremi.

Ecco che al cattolicesimo italiano occorre urgentemente una bussola, o un’agenda. Questa la troviamo in quanto hanno affermato due importanti religiosi, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e il direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, e un noto intellettuale cattolico, l’ex presidente della Consulta, Giovanni Maria Flick.

Il cardinale Parolin ha messo in chiaro pochi giorni fa che limitarsi a inviare armi a chi ha patito un’aggressione, cioè agli ucraini, “è una risposta debole”. Dunque “una risposta forte è una risposta che intraprende, cercando di coinvolgere tutti, iniziative secondo lo schema di pace, cioè iniziative per fare cessare i combattimenti, per arrivare a una soluzione negoziata, per pensare a quale sarà il possibile futuro di convivenza nel nostro Vecchio Continente”. Qui il cardinal Parolin fa suo il cuore dell’intervento del presidente Sergio Mattarella al Consiglio Europeo. Questa agenda si sviluppa in una catena di punti, che padre Spadaro ha così riassunto: la Russia è l’aggressore, l’Ucraina è l’aggredito, difendersi è pienamente legittimo, ma occorre anche capire la cause, non per giustificare, ma per cominciare  a ragionare sul futuro. Si vuole la pace o la vittoria? Qui Spadaro ha fatto riferimento a un curioso titolo del Wall Street Journal, che prospetta  addirittura la “vittoria di una guerra nucleare”. Chi vuole la vittoria pensa che l’altro sia il demonio, “ovvio che col demonio non si tratta né si dialoga (come ad esempio pure fece la Nato dopo il massacro di Srebrenica o Trump con i talebani, che dunque non erano il demonio…)”. Qui interviene il professor Flick, che ricorda come l’aiuto all’aggredito sia un valore, un dato che sparisce nel no all’aiuto militare agli ucraini che dovrebbero invece arrendersi. Qui la sua posizione, da cattolico, è importantissima, e completa le riflessioni citate in precedenza: “Difendere l’aggredito è il modo più semplice per cercare di convincere l’aggressore a trattare anche lui”. Questo punto costituisce la vera bussola per l’oggi: la difesa guarda alla pace, direbbe padre Spadaro, non alla vittoria. Respinge dunque l’agenda bellicista, ma senza finire nel campo opposto, quello che porterebbe a costringere l’aggredito all’arrendevolezza.

Ecco allora l’agenda: se le rabbie, contro i comportamenti russi o americani, lasciano spazio all’orgoglio della propria rabbia si finisce magari inconsapevolmente nel manicheismo: se invece alla rabbia si fa seguire la luce, scegliendo l’empatia e la comprensione dei diversi volti del male, si riesce a contribuire alla pace. Far incontrare le voci più radicali di una sensibilità non serve, è  invece urgente un confronto ampio per capire un’agenda indispensabile.

(Riccardo Cristiano)




Sachs: «Il grande errore degli Stati Uniti è credere che la Nato sconfiggerà la Russia»

Jeffrey Sachs, direttore dello Earth Institute della Columbia University, nominato nel 2021 da papa Francesco all’Accademia Pontificia

Imporre sanzioni sempre più dure sulla Russia è la linea giusta? 
«Accanto alle sanzioni abbiamo bisogno di una via diplomatica. Negoziare la pace è possibile, sulla base dell’indipendenza dell’Ucraina e escludendo che aderisca alla Nato. Il grande errore degli americani è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi "sconfiggere la Russia", dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della "sconfitta" di Putin».

 

Ma Putin non vuole la pace. Ha dimostrato che non gli interessa negoziare e va avanti con una guerra totale all’Ucraina, senza distinguere fra militari e civili. Come crede che funzionino dei negoziati in una situazione del genere?   
«La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

 

Stati Uniti e Europa devono discutere con Putin per arrivare a una pace o dovrebbero aspettare la fine del suo regime, perché è un criminale di guerra?          
«Discutere, sicuramente. Se vogliono processare Putin per crimini di guerra, allora devono aggiungere alla lista degli imputati George W. Bush e Richard Cheney per l’Iraq, Barack Obama per la Siria e la Libia, Joe Biden per aver sequestrato le riserve in valuta estera di Kabul, alimentando così la fame in Afghanistan. E l’elenco non finisce qui. Non intendo scagionare Putin. Voglio sottolineare che bisogna fare la pace, ammettendo che siamo nel pieno di una guerra per procura tra due potenze espansioniste: la Russia e gli Stati Uniti. Non per nulla al di fuori degli Stati Uniti e dell’Europa, pochi Paesi sono schierati con l’Occidente su questo. Giusto gli alleati degli Stati Uniti come il Giappone e la Corea del Sud. Gli altri vedono all’opera la dinamica delle grandi potenze».

 

La Russia però qui l’aggressore, che neanche aveva subito provocazioni. Non trova?
«La Russia ha iniziato questa guerra, certo, ma in buona parte perché ha visto gli Stati Uniti entrare in modo irreversibile in Ucraina. Nel 2021, mentre Putin chiedeva agli Stati Uniti di negoziare l’allargamento della Nato all’Ucraina, Biden ha raddoppiato la scommessa diplomatica e militare. Non solo ha rifiutato di discutere con Mosca l’allargamento della Nato, ma ha fatto sì che l’impegno della Nato in questo senso fosse rinnovato al vertice del 2021, e poi ha firmato due accordi con l’Ucraina sul tema. Gli Stati Uniti hanno anche continuato le esercitazioni militari e le spedizioni di armi su larga scala. Tra l’altro è interessante vedere come gli Stati Uniti e l’Australia si stiano strappando i capelli per un patto di sicurezza tra la Cina e le piccole Isole Salomone, a 3.000 chilometri dall’Australia. Questo accordo viene visto come una terribile minaccia alla sicurezza dall’Occidente. Come si deve sentire allora la Russia riguardo all’allargamento della Nato all’Ucraina?».

 

Dunque lei cosa suggerisce?        
«Per salvare l’Ucraina dobbiamo porre fine alla guerra, e per porre fine alla guerra abbiamo bisogno di un compromesso in cui la Russia si ritira e la Nato non si allarga. Non è difficile, eppure gli Stati Uniti non accennano neanche all’idea, perché sono contrari. Gli Stati Uniti vogliono che l’Ucraina combatta per proteggere le prerogative della Nato. Già questo è un disastro ma, senza una soluzione ragionevole e razionale, ci aspettano rischi molto più grandi».

 

L’argomento dell’allargamento della Nato può non convincere, professore. Prima della guerra l’Ucraina non aveva nemmeno un Membership Action Plan (una «roadmap») per l’adesione. E il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha dichiarato al Cremlino, davanti a Putin, che l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato «finché noi due saremo in carica» (cioè almeno fino al 2036). Non sembra proprio una ragione sufficiente per invadere…
«Dire che l’Ucraina non entrerà sembra proprio un espediente americano. In realtà, gli Stati Uniti si stavano già impegnando molto per arrivare all’interoperabilità militare dell’Ucraina con la Nato, in modo che a un certo punto l’allargamento sarebbe diventato sostanzialmente un fatto compiuto. Come il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov stesso ha detto di recente, il ministero della Difesa dell’Ucraina brulicava già di consiglieri dell’Alleanza atlantica. L’idea che l’allargamento non avrebbe avuto luogo è in realtà più un’operazione di pubbliche relazioni che una verità. È la strada scelta dagli Stati Uniti, come mostra in ogni politica di oggi. Il punto fondamentale è che gli Stati Uniti si rifiutano di discutere la questione. Questo è già un indizio».

 

Ma quale vittoria sulle macerie del mondo?



Don Loris Capovilla me l’aveva donato come un cimelio e stamattina l’ho riaperto sull’altare della Cita trascinando nella mia commozione tutta l’assemblea. Dal Giornale dell’anima, diario del Patriarca Roncalli che pochi anni dopo sarebbe diventato Papa Giovanni XXIII: “Martedì 26 novembre 1940, il pianto delle nazioni arriva al mio orecchio da tutti i punti dell’Europa e del mondo. Imperversa la micidiale guerra e si pretende da qualcuno che Iddio debba preservare tale o tal altra nazione o dare ad essa la invulnerabilità e la vittoria. Ma quale vittoria sulle macerie del mondo?” è sembrato di risentire Biden nell’assicurare a Kiev: “La guerra possiamo vincerla!” insieme al coro dei governi che invece di unirsi al solitario Guterres, all’unisono ripetono: guerra guerra e ancora guerra, inneggiando al mito della "Vittoria alata" come premio della guerra.

Ma che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie!", aveva ricordato papa Francesco. È necessario rifiutare di dover tifare per l’uno contro l’altro, visto che qualsiasi “vittoria” sarà solo una sciagura, come la storia ha dimostrato: nessuna guerra è stata la migliore soluzione alla guerra.
Aboubakar e Gabriele hanno poi collegato pace e lavoro testimoniando che questo 1 Maggio dobbiamo impegnarci a denunciare il precariato e le morti senza responsabili, la schiavitù dei “lavoratori” alla Fincantieri e il mancato rispetto dei diritti di lavoratrici e lavoratori.
Come dobbiamo fare? Gli atti degli Apostoli ci hanno consegnato la risposta con la voce di Pietro “insieme agli apostoli: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!”
A chi pretende di trascinarci nel baratro della guerra nucleare o della schiavitù del lavoro, il cristiano risponde alzando il tono della voce e dell’impegno, senza paura della disobbedienza e dell’obiezione di coscienza!
(Nandino)

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 1 maggio