Vai agli "Appuntamenti", all'Home page e ad altre pagine interessanti
- Home page (vai o torna all'Home page)
- La Chiesa della Risurrezione: simbologia dell'architettura, dell'interno e opera artistiche
- "Sequela" di Francesco Sabbatucci. Alcuni dei 15 pannelli seguiti da note introduttive
- 1 - La Parrocchia
- 4 - Solidarietà
- 5 - Il cammino Sinodale della Comunità della SS. Risurrezione
- 6 - Presentazione video delle occasioni per partecipare o sostenere attività di servizio
- Comunità Energetica: cos'è e come partecipare
Post in evidenza
Notizie su questo Blog
Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
Domenica III PA - Mt 4, 12–23 – Domenica della Parola 2023
Senza conoscerlo né sapere bene che cosa possa significare ed essere quel suo annuncio, lasciano lavoro, famiglia, tutto e lo seguono. Perché? Inoltre non promette nulla ma affida un compito.
Gli Evangeli della nascita si chiudono con la festa dell’incontro di Gesù con il Battista che, dall’esserne il Precursore, ne diventa il Testimone e ci indica di seguirlo perché è lui che estirperà le radici del male dalla terra e, donandoci il suo Spirito, ci immergerà nella sua realtà (è il Battesimo nello Spirito Santo indicato da Giovanni), rendendoci così uomini “nuovi”.
La Liturgia ci ha così introdotto nel cammino di quest’anno durante il quale, guidati dall’Evangelo di Matteo, seguiremo Gesù scoprendo la vita che conduce, il messaggio che annuncia incarnandolo. Sarà un messaggio di amore, di dono di vita che è rappresentato dalla figura dell’agnello; sarà l’invito a imparare come si diventa agnelli, come si entra nel regno di Dio.
L’Evangelo di oggi ci informa che, quando Gesù seppe che il Battista era stato arrestato, non rimase nella Giudea dove aveva operato Giovanni, ma “si ritirò nella Galilea”. Però non si ferma a Nazareth, a casa sua, bensì prosegue oltre e va a Cafarnao, sulla sponda nord del lago di Galilea nel territorio di Zàbulon e Nèftali.
Scelta che può sembrare in contraddizione perché, lungo tutto l’Evangelo di Matteo, il suo costante invito ai suoi è quello di non rivolgersi ai pagani, ma alle pecore perdute di Israele (come in 10,5) mentre, con la scelta di Cafarnao, viene a trovarsi al centro della “Via del Mare” che univa l’Egitto alla Mesopotamia con le sue carovane e i suoi traffici commerciali gesti da uomini di ogni nazione (non per nulla era chiamata la “Galilea delle genti”). Però, con questa sua scelta iniziale, di fatto prepara progressivamente l’apertura finale dell’Evangelo (28,19) e l’invito: “Fate discepoli tutti i pagani”.
In passato quel territorio aveva vissuto un periodo di oppressione, quando era stato conquistato dagli Assiri nel 734 a.C. Non per nulla Isaia nella sua profezia citata da Matteo parla di un “popolo che viveva nelle tenebre” che “vide una grande luce”, quella della sua liberazione, che è come il sole che “sorge da un estremo del cielo e la sua orbita raggiunge l’altro estremo: nulla si sottrae al suo calore(Ps 19). Ma ora è la presenza di Gesù che porta luce e salvezza a tutti e a tutta la creazione: “I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto ne trasmette la notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio” (Ps 19).
Potremmo chiederci oggi quali siano le nostre tenebre, le nostre oppressioni e quale sia la luce, la speranza, la salvezza che il Signore ci porta e ci chiede di interpretare e porgere a tutti, cosa possa per noi oggi significare l’annuncio che Gesù fa iniziando la sua missione: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino”.
Matteo, nel dirci che si sta realizzando anche per noi oggi la profezia di Isaia che la luce vincerà sulle tenebre, desidera aprirci il cuore alla speranza fin dall’inizio della seconda parte del suo Evangelo (da 4,17 a 16,20) che dedica alle “opere del Messia” (v. 11,2); bisogna però convertirsi, cambiare mentalità, atteggiamento.
Gesù in questo territorio meno culturalmente “ingessato” e certamente più aperto all’incontro con le novità, sorprende per il suo dinamismo: “cammina”, “chiama”, “insegna”, “guarisce” ed “esorcizza”.
Mentre cammina incontra delle persone e le chiama, invita a seguirlo. Queste senza conoscerlo né sapere bene che cosa possa significare ed essere quel suo annuncio, lasciano lavoro, famiglia, tutto e lo seguono. Perché? È vero che anche oggi molti sono disposti a seguire chiunque proclami slogan facili da comprendere, che vanno incontro ad interessi personali, ma qui Matteo desidera richiamare alla nostra mente altre chiamate al discepolato come, per esempio, quella di Elia ad Eliseo che lascia immediatamente l’aratro e lo segue. Ancor di più quanto accadde al Sinài quando tutto il popolo, prima di ricevere la Torà, disse: “Faremo ed ascolteremo tutto quello che il Signore ha detto” (Es 24,7) premettendo il “fare” prima ancora di sapere il “cosa”. È una adesione sulla fiducia, sulla fede basata su di un appello etico alle radici dell’esistenza, di fronte al quale non ci sono scappatoie, vie di mezzo: o è un “sì” o è un “no”.
Camminando lungo la Via del Mare insegna prima nelle sinagoghe ma presto queste non basteranno più e dovrà farlo all’aperto, salendo anche su di un monte per poter parlare a tutti, pure ai non ebrei. Nel suo procedere incontra le realtà più diverse, guarisce ogni tipo di malattie a dirci che, con il suo annuncio, non chiede di aderire ad una nuova dottrina, ma tocca la dimensione esistenziale di ogni persona anche nelle sue fragilità fisiche, riportandole all’integrità della loro umanità. Più avanti scopriremo che non risana al modo dei maghi della sua epoca ma, nel farlo, prendeva su di sé le loro infermità, caricandosi delle loro malattie (Mt 8,17), come il Servo del Signore di Isaia (53,4).
A chi accoglie il suo invito non promette nulla ma affida un compito, meglio una missione: “vi farò pescatori di uomini”. Non chiede di cambiare lavoro, ma di capovolgere la scala di valori sulla quale si basa il modo di operare del mondo dove grande è colui che è ricco, potente e forte… nel regno di Dio, grande sarà colui che si colloca all’ultimo gradino, disposto ad accogliere non ad escludere, a servire non a servirsi degli altri.
(BiGio)
Il Logo della Domenica dalla Parola di Dio
Il Logo della Domenica dalla Parola di Dio si ispira al passo evangelico dei discepoli di Èmmaus (cfr. Lc 24, 13-33) e mette in evidenzia il tema del rapporto tra i viaggiatori, espresso in sguardi, gesti e parole. Gesù appare come colui che «si avvicina e cammina con» l’umanità (Lc 24, 15), «stando in mezzo» (Gv 1, 14).
Una luce è sorta
Si spegne con la violenza un testimone della luce, Giovanni Battista, alla fine di tutto l'Antico Testamento, e appare la luce di Gesù. Egli inizia la sua missione in Galilea, regione dove si incrociano merci e fedi religiose, si fondono popoli e culture: fenomeni guardati con sospetto dai guardiani dell'ortodossia di Gerusalemme, il centro del potere, che considerano la regione già come una terra pagana, "Galilea delle genti". Si stabilisce a Cafarnao, "sulla riva del mare": un orizzonte aperto verso altri paesi, verso l'esodo di un nuovo Mar Rosso. È l'antico territorio di Zabulon e Neftali, che era stato invaso e oppresso dagli eserciti assiri. Il profeta Isaia aveva promesso la liberazione: "Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta". In quella terra di frontiera Gesù è annunciato come la luce vera per tutti i popoli.
Le prime parole di Gesù sono un invito al cambiamento: "Convertitevi", cambiate il vostro modo di pensare e di vivere. Non è più sufficiente rispettare tutte le norme della Legge, e neppure c’è da cercare un Dio giudice che castiga, come sognava Giovanni Battista. Gesù propone un nuovo progetto di vita, il "Regno di Dio", o "Regno dei cieli", come dice il Vangelo di Matteo, un progetto che lui, "da allora", manifesterà con la sua vita e la sua predicazione, annunciando un Dio che è Padre, che ama con infinita tenerezza tutti i suoi figli e vuole per loro un mondo di giustizia, di pace e di felicità.
I primi invitati a collaborare in questa avventura non sono i sacerdoti del tempio o gli scribi esperti della Legge, o i pii farisei. Sono due fratelli poveri, pescatori, Simone e Andrea, "che gettavano le reti in mare". Egli offre loro un altro lavoro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini": condurre gli uomini fuori dal pericolo e dalla morte, perché vivano in piena libertà. È quello che Gesù fa e chiede che facciano i discepoli.
La risposta dei due fratelli sarà per sempre un modello per tutti i discepoli di Gesù: "Subito lasciarono le reti e lo seguirono". Non sono trattenuti dagli interessi, dagli affetti, dall'insicurezza del futuro. L'adesione è immediata e totale.
Lo stesso vale per altri due fratelli, Giacomo e Giovanni, che forse avevano motivo di una maggiore resistenza all'invito di Gesù, perché avevano una impresa di famiglia, con il padre, la barca, le reti. Nessun ritardo nella risposta. Il padre, nella loro cultura trasmetteva l’identità, l’eredità, le tradizioni, tutto un mondo in cui i figli si dovevano inserire. Abbandonando il padre Zebedeo, i fratelli Giacomo e Giovanni abbandonano il mondo che egli rappresenta, per seguire Gesù e trovare Dio come padre.
Dalla periferia, dalla Galilea, Gesù va "annunciando il vangelo del Regno", con parole e fatti: "guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo". Una Buona Notizia per chi la accetta: che non ci sono altri dèi e signori che Dio, il quale in Gesù vuole guarire la nostra umanità malata e ferita.
(Benardino Zanella)
La consegna di sé secondo Caravaggio: 3) Il Martirio di S. Matteo
Termina con questo Post la presentazione delle tre tele del Caravaggio. Due giorni fa un Post descriveva la "La vocazione di Matteo", ieri un altro Post ha illustrato "S. Matteo l'Angelo".
L'introduzione a queste tre tele a questo link: https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2023/01/la-consegna-di-se-secondo-il-caravaggio.html
Il compimento della vocazione di Matteo lo troviamo nel quadro di destra della Cappella, dedicato al Martirio di San Matteo (15991600).
Anche se siamo di fronte all’ultima tappa del percorso luminoso di Matteo, si tratta della prima tela ad essere stata dipinta da Caravaggio. L’ambientazione è quella di uno spazio sacro durante la celebrazione della Messa e del Battesimo: si vedono un altare con una candela accesa e una vasca battesimale. Le fonti sono le Memorie apostoliche di Abdia, un testo apocrifo (databile intorno al VI secolo) e la Legenda Aurea (raccolta medievale di biografie agiografiche scritta da Jacopo da Varazze nella seconda parte del XIII secolo).
Nella tradizione Matteo è considerato l’evangelizzatore dell’Etiopia che riceve il martirio per mano di un sicario mandato dal re Irtaco, che aveva in odio l’apostolo per avergli impedito di sposare una giovane, Ifigenia, sua nipote, che aveva fatto voto di verginità.
Scrive la Legenda Aurea: «Quando la Messa era appena finita, arrivò il boia mandato dal re: mentre Matteo stava con le braccia tese verso il cielo, il boia gli conficcò la spada nella schiena e lo uccise, consacrandolo martire».
La scena è concitata e drammatica. Lo sguardo è catturato da una figura statuaria, il sicario, un giovane praticamente nudo che sta per infliggere il colpo mortale a Matteo, rappresentato come un anziano sacerdote rivestito dei paramenti sacri. Tutti i personaggi sono a grandezza naturale: insieme ai due protagonisti, in un movimento a spirale, ci sono altre figure di nudi a raffigurare i catecumeni, pronti per ricevere il battesimo; c’è un ragazzo, probabilmente un ministrante, che fugge inorridito; ci sono altri, tra i qua li il Caravaggio, a sinistra delle spalle del carnefice, che si auto ritrae con uno sguardo interrogante; c’è infine un angelo che al di sopra della nube sta porgendo Matteo la palma del martirio.
In questo cerchio di paura c’è un fuggifuggi generale: lo sgomento e il terrore spingono a un movimento che dal centro va verso l’esterno, a sottolineare il ritrarsi dalla scena degli astanti e il loro lasciare da solo Matteo, senza opporsi alla violenza omicida.
Anche in questo capolavoro abbondano i messaggi sulla visione della vita e della fede.
Siamo di fronte all’eterna lotta tra il bene e il male: il male, la violenza, la prepotenza e l’inganno sembrano vittoriosi e il bene sembra perdente, in una lotta impari. Il sicario è giovane, aitante, armato di spada; presenta un corpo perfetto e atletico. Sta in piedi, vittorioso e trionfante. Matteo, anziano, è per terra, inerme, disteso ai suoi piedi, già
sanguinante per il primo colpo inferto nel petto. Come è stato all’inizio nel primo delitto dell’umanità, il fratello che uccide il fratello, così si ripete nei secoli: l’umanità è ancora e sempre nell’abisso della violenza, della cattiveria, del sangue versato.
Ma l’angelo, che scende dal cielo su una nube porgendo a Matteo la palma del martirio − quasi fosse una fune che lo sta tirando verso il cielo −, dice il suo trionfo agli occhi di Dio, e ci in vita a non disperare, a confidare sempre nella vittoria finale del bene, dell’amore e del perdono.
Anche la vasca battesimale, pronta per accogliere i catecumeni e rigenerarli alla vita in Cristo, parla di morte e di nascita: Matteo sta morendo, ma sta nascendo alla vita. Il martirio è il suo “dies natalis”. Sempre il battistero, con l’altare dell’Eucarestia e con la testimonianza dell’apostolo fino al dono della vita, sono lì a richiamare la grazia e insieme le responsabilità della vita cristiana, iniziata col battesimo: quella candela accesa sull’altare, come anche il candore e la luminosità del camice di cui è rivestito Matteo, ricordano che il battezzato è chiamato ad essere luce, come affermato in Mt 5,1416: «Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli».
Ogni battezzato, sembra ricordarci il dipinto, è chiamato a manifestare la sua identità di figlio della luce, senza nasconderla, come invece sta accadendo nella scena dove tutti si ritraggono e fuggono, quasi soccombendo al male. A rinforzare questo messaggio, il giovane sicario, camuffato da catecumeno, è anche simbolo dell’inganno, del tradimento e del rinnegamento; tematiche probabilmente richiamate anche dal numero dei personaggi ritratti, in totale tredici, dodici più uno, come gli apostoli con Cristo. E viene alla memoria il suo preannuncio nell’ultima cena: «In verità vi dico: Uno di voi mi tradirà» (Mt 26,21).
Le braccia di Matteo formano come una croce: la sua mano sinistra tocca l’acqua battesimale e la mano destra è rivolta verso la croce dell’altare. La testimonianza fino alla fine accompagna i gesti sacramentali del Battesimo e dell’Eucarestia, viatico per la salvezza di ogni credente. Quella croce, richiamata nella prima tela di sinistra nella Cappella, è così il percorso del discepolo: è stata abbracciata fino in fondo in una sequela fedele, in una consegna totale, capace di introdurre e di generare altri all’incontro col Maestro per poter rispondere personalmente al suo invito.
(don Fulvio Rossi)
Il risveglio dei virus
L’innalzamento delle temperature e il conseguente scongelamento del permafrost comportano di fatto un nuovo rischio per la salute umana e degli altri animali
Tra queste, merita particolare attenzione il rischio biologico legato alla presenza di svariati virus “antichi”, sepolti (o meglio, “ibernati”) nel ghiaccio, dei quali sappiamo ancora poco e che solo di recente stiamo iniziando a conoscere.
La consegna di sé secondo Caravaggio: 2) S. Matteo e l'Angelo
Continua la presentazione delle tre tele del Caravaggio. Ieri un Post descriveva la "La vocazione di Matteo", domani un altro Post illustrerà "La passione di S. Matteo
L'introduzione a queste tre tele a questo link: https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2023/01/la-consegna-di-se-secondo-il-caravaggio.html
La tela che sovrasta l’altare viene richiesta al Caravaggio dopo che la statua prevista originariamente non era stata apprezzata né dallo scultore incaricato né dai committenti.
La scena è semplificata ed essenziale e presenta due soli personaggi, l’evangelista e l’angelo. In un momento puntuale fissato nel dipinto, come già visto nella Vocazione, ci sono innumerevoli richiami simbolici e profondità di significati.
Anzitutto vengono messe in luce l’umanità dell’evangelista e l’ispirazione divina. Il volto dell’apostolo è quello di un uomo vero, un anziano, coi piedi nudi e sporchi, uno sollevato sullo sgabello, che fa anche da inginocchiatoio, e l’altro piantato, diremmo quasi ancorato alla terra. È in posizione eretta, a comunicare forza e attività, e insieme si rivolge con una torsione del corpo verso l’angelo, come inquietato dalla sua presenza, ma a dire anche capacità di ascolto e docilità, che si traduce nel mettere per iscritto quanto suggerito, così che prenda forma nelle pagine del vangelo.
È ancora l’accoglienza della presenza di Dio con la sua luce e la sua grazia che guida la vita dell’apostolo. Tutto è espresso nella profondità degli sguardi dei due protagonisti della tela, coinvolti in un dialogo intenso e silenzioso.
L’angelo è rappresentato con il volto di un giovane, con le ali a richiamare la sua natura spirituale e la sua condizione di messaggero di Dio. È avvolto in un panneggio di vesti bianche roteanti, a significare il suo legame con il cielo, la sua purezza e insieme a richiamare lo Spirito Santo che volteggia su Matteo per ispirarlo con la sua luce. Con le dita sta contando e suggerisce l’inizio del vangelo, che si apre proprio con la genealogia di Gesù (Mt 1,117), in una sequenza di generazioni che partono da Abramo fino a Giuseppe.
Oltre a presentare il rapporto tra Dio e l’apostolo nell’origine delle pagine del suo vangelo, la tela presenta anche un forte messaggio sulla natura umana: lo sgabello su cui Matteo sta appoggiato è come in bilico tra il dentro e fuori della tela, qua si che stia cascando sull’altare sottostante, a suscitare ancora una volta il coinvolgimento di chi guarda, ma soprattutto a simboleggiare la precarietà della condizione umana. Quella panchetta traballante che fa da appoggio instabile per l’evangelista, sbilanciato e quasi cadente, ci ricorda la nostra fragile natura, impastata di carne e di spirito, sempre in bilico tra il bene e il male, segnata dalla mortalità e assetata di vita piena ed eterna.
Tutti gli elementi che nel di pinto della Vocazione raccontano il lavoro di Matteo al banco delle imposte vengono riproposti qui, praticamente identici, come contesto e strumenti della sua missione di evangelista: lo sgabello, il tavolo, il calamaio con l’inchiostro, il libro. Ora sono al servizio dell’annuncio della Parola di vita e di misericordia, che ha raggiunto prima di tutto Matteo e che viene trasmessa a chi legge il suo Vangelo.
È significativo che questo dipinto sia posto al centro della Cappella Contarelli, come grande pala d’altare. Siamo nell’epoca della Controriforma: se da un lato viene limitata la lettura individuale della Bibbia (che richiedeva comunque un’apposita licenza), al contempo questa tela afferma l’importanza della Sacra Scrittura. Questa − ci viene detto − insieme all’Eucaristia, celebrata sull’altare sottostante con lo sguardo rivolto alla scena della stesura del Vangelo, è il necessario nutrimento per la vita del popolo di Dio.
(don Fulvio Rossi)
Femminicidio: Terre des Hommes, on line un nuovo episodio di “Respiro”, podcast che racconta la storia e i drammi degli orfani
È on line su tutte le piattaforme il nuovo episodio di “Respiro”, podcast ideato da Terre des Hommes e scritto da Roberta Lippi, all’interno dell’omonimo progetto “Respiro” selezionato da “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.
“Quando si parla di femminicidio pensiamo sempre alla tragedia, inaccettabile, al fatto di cronaca di per sé. Ricordiamo quanti figli ha la vittima e di che età. Inorridiamo pensando all’accaduto, ma poi di quelle vite dimentichiamo tutto – sostiene Roberta Lippi -. Invece un femminicidio lascia dietro di sé un dolore atroce e una solitudine di cui la società deve farsi responsabile”.
In ogni puntata l’autrice ci conduce attraverso una diversa storia, perché insieme si possa non solo ridare il giusto peso alla loro tragica esperienza, ma comprendere l’importanza che ha prendersi cura, da subito, di chi resta.
In questo episodio è Vincenzo Chindamo a raccontare la storia della sorella Maria, fatta sparire dalla ‘ndrangheta dopo la separazione dal marito (suicida) e di cui non si è mai più ritrovato il corpo. Vincenzo da allora ha preso con sé i tre figli della donna di 20 anni, 15 anni e 10 anni, crescendoli senza aiuti dalla famiglia paterna, né dallo Stato.
“Un tribunale clandestino ha deciso che Maria non doveva scegliere liberamente chi essere, non doveva scegliere liberamente chi amare e non doveva scegliere che lavoro fare. Questo tribunale clandestino ha accusato Maria di libertà, l’ha condannata a morte e ha eseguito la pena”, racconta Vincenzo.
Ad accomunare le storie del podcast è il racconto dell’abbandono subìto dagli orfani di femminicidio. Il podcast “Respiro” è realizzato all’interno del progetto omonimo, avviato nel 2021 dalla Cooperativa Irene 95 con una rete di 13 partner attivi su tutto il territorio nazionale e in particolare in Campania, Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna.
Il progetto Respiro promuove un modello di intervento e di cura per garantire una risposta efficace per la protezione di bambini e bambine quando si verifica un femminicidio, affinché i più piccoli non siano più soli, ma vengano accompagnati in un percorso di sostegno. Anche attraverso questo podcast, l’intervento vuole inoltre favorire un cambiamento culturale.
Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes, spiega: “Per Terre des Hommes poter raccontare questo tipo di storie rappresenta un contributo essenziale alla conoscenza del dramma dei molti orfani speciali ai quali il nostro Paese deve dare una protezione e tutela che oggi ancora non hanno. La protezione dei diritti fondamentali di bambini, bambine e adolescenti è il cuore della mission della nostra Fondazione e in questo caso, purtroppo, ci confrontiamo con una delle peggiori violenze che un minore possa subire nella sua vita”.
L’Unità dei cristiani è possibile?
Ciò che si rompe nella chiesa non è la sua unità, che rimane intatta, ma gli uomini che si separano tra di loro. Quanto più gli uomini sono vicini a Dio, tanto più sono vicini gli uni agli altri, e quanto più sono lontani da Dio, tanto più sono lontani gli uni dagli altri.
L’intervento a questo link:
https://www.qiqajon.it/blog/70/lunita-dei-cristiani-e-possibile
La consegna di sé secondo Caravaggio: 1) La vocazione di Matteo
Sicuramente delle tre è la tela più famosa, tutta carica di mistero e di svariate possibilità di interpretazione, strade voluta mente lasciate aperte dal Caravaggio per interpellare diretta mente chi guarda il quadro fino quasi ad attrarlo all’interno della stessa scena rappresentata. Il dipinto è costruito su Mt 9,9: «Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Tutto è giocato sulla provocazione di questo invito e sulle reazioni che suscita in chi ascolta. Appaiono due gruppi di persone ben distinte: sulla destra, in piedi, Gesù e l’apostolo Pietro; sulla sinistra cinque persone attorno a un tavolo dove sono in evidenza delle monete, un sacchetto di soldi, un libro, un calamaio. Potremmo trovarci sia in un interno, in una bettola, oppure in un angolo di una via della Roma dei tempi del pittore. L’ambienta zione nella sua epoca, sottolineata pure dei vestiti del gruppo di sinistra, sta ad indicare la con temporaneità dell’evento: non solo Gesù ha chiamato Matteo, ma anche oggi e sempre egli entra nelle nostre case, nelle nostre vicende, passa per le nostrestra de e continua a rinnovare l’invito a seguirlo. La scena è scura e dall’alto, da destra, si proietta un fascio di luce. Il rapporto costante tra la luce e l’oscurità è una delle caratteristiche delle opere di Caravaggio, espressione di un tormento e di un cammino interiore, di un desiderio di luce e di grazia. Nell’abisso, nello spazio tenebroso dell’esistenza di Matteo, guardato e giudicato come un perduto, un rinnegato, un intoccabile dalla gente del suo tempo per il suo mestiere di pubblicano, comincia a risplendere la luce della grazia e della chiamata che lo tira fuori dalle tenebre e che lo fa rialzare, prospettando un cammino di rinnovamento.
Il dito di Gesù che chiama il futuro apostolo ed evangelista è infatti una citazione esplicita del Michelangelo della Cappella Sistina: quel dito di Dio creatore che, appena sfiorandolo, trasmette la vita ad Adamo. Quella di Matteo sarà come una nuova creazione, una vera e propria risurrezione. Da notare che la mano di Gesù è proprio in corrispondenza della Croce disegnata sulla finestra sovrastante: Gesù è morto, ha donato la sua vita per farci risorgere con lui. Entra nei nostri sepolcri (qualcuno sottolinea che l’ambientazione richiami simbolicamente una tomba) per portarci alla vita. La misericordia di Dio Padre, manifestata nel figlio Gesù, non è solo purificazione dal male e dal peccato, ma un grembo che trasforma e genera vita nuova.
Nella tela della Vocazione è rappresentata la vita fino a quel momento concentrata sul denaro, su quel lavoro sporco legato alla riscossione delle tasse, con la tentazione di esigere più del dovuto; e insieme si intravede la prospettiva promettente di un senso nuovo, di un respiro più ampio di bellezza e di libertà.
Da una parte abbiamo il fascino eterno degli idoli di sempre (i beni, il successo, il piacere, il potere) che appagano immediatamente, ma che sottraggono tempo ed energie ed affossano le esistenze.
L’imbruttimento di una vita attratta dall’idolo del denaro la si coglie nella figura del giovane concentrato con lo sguardo sul le monete e con la mano destra che sembra il piede di un maiale. È un chiudersi in sé stesso, nella solitudine, in una vita che non è vita. Il Caravaggio sembra interpellare anche noi su quegli attaccamenti che illudono di portare felicità e pienezza, e che distraggono da una sequela fresca e viva.
Dall’altra parte Gesù e la luce che lo accompagna chiamano ad uscire da qui, a lasciarsi sollevare da ogni forma di ripiegamento su di sé e sulle cose. È il Crocifisso risorto che ci prende insieme a lui nella risurrezione. Chiede a ciascuno, nella sua libertà, di rispondere al suo invito.
Ma nel dipinto chi è Matteo, chi è il destinatario di quell’invito: «Seguimi!»? La tradizione l’ha sempre individuato nel personaggio con la barba. Studi recenti invece identificano Matteo proprio nel giovane all’estremità sinistra del quadro, curvo a contare le monete e con ben stretto nella mano sinistra un sacchetto con altre monete. In questo caso l’uomo barbuto indicherebbe non sé stesso, ma appunto quel giovane totalmente preso come in una specie di possessione diabolica. Ancora più recente e suggestiva è l’interpretazione che vede nei personaggi attorno al tavolo il processo della decisione di Matteo davanti alla chiamata del Maestro: un percorso a tappe che passa dall’essere chiusi in se stessi, totalmente concentrati sui beni (il giovane di sinistra); alla fase del ripensamento, lasciando risuonare nel cuore l’invito di Gesù (l’uomo maturo con la barba); al momento del ritornare semplici, bambini (il ragazzo, che rimanda alle parole di Gesù: «Se non diventate come i bambini non entrerete nel Regno dei cieli», Mt 18,5); e finalmente la decisione di muoversi, di alzarsi e di tagliare col passato (il giovane di spalle con la spada). In somma, Matteo non sarebbe uno solo dei personaggi rappresenta ti nella scena, ma ognuno di essi lo rappresenterebbe in una fase del suo percorso di conversione.
E quell’anziano in piedi a sinistra che si sta mettendo a posto gli occhialini? Anche qui il ventaglio delle interpretazioni è vario: potrebbe essere lì a rappresentare con gli altri le diverse età della vita, perché in tutti i momenti dell’esistenza può apparire la luce della grazia; o ad dirittura sarebbe il nemico per eccellenza, l’Anticristo, quel lo che sa cosa conta nella vita, quello che spinge a concentrarsi su quelle monete sul tavolo, senza alzare la testa in segno di attenzione e di risposta.
Ancora di più intuiamo che il Caravaggio ha colto bene cosa si muove, direbbe il Manzoni, in «quel guazzabuglio del cuore umano», impastato di tenebra e di luce, di miseria e di possibilità di riscatto, di legami opprimenti e di desiderio di libertà.
E Pietro, che sappiamo essere stato aggiunto in un secondo momento rispetto al progetto originario, non solo sarebbe lì a dire la mediazione necessaria della Chiesa che rende presente Cristo nella storia, o a testimoniare la conversione di un peccatore diventato capo del la Chiesa, ma col suo dito rimprovererebbe l’uomo con la barba che quasi si scandalizza che Gesù stia chiamando proprio il peggiore tra quelli che sono attorno a quel tavolo.
Il Merisi ci ricorda che la misericordia di Dio, cuore della rive lazione di Gesù, suscita sempre obiezioni, malumore e scandalo. Vorremmo un Dio giudice, severo, incupito: e la misericordia di Gesù, la sua compassione con cui cerca, accoglie, perdona e guarisce il peccatore, sconvolge e scandalizza, perché contrasta con la nostra idea di giustizia.
Chissà quanto dell’esperienza e dei tormenti personali del Caravaggio è concentrato in questo dipinto! E che provocazione pensare alla missione della Chiesa, rappresentata qui come “Casa della misericordia”.
Le altre due opere della Cappella Contarelli illustrano l’esito della chiamata di Matteo che risponde positivamente all’invito consegnando sé stesso al Cristo: la trasformazione di questo peccatore nell’apostolo, nell’evangelista, nel martire. Il cammino del discepolato non è finito con la risposta alla prima chiamata; è un percorso di fedeltà, di grazia da accogliere, di testimonianza coerente.
(don Fulvio Rossi)
Continua domani con un altro Post: S. Matteo e l'Angelo
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 18-25 gennaio
“Il mondo di oggi ripropone, in molti modi, le sfide della divisione che Isaia fronteggiò nella sua predicazione. La giustizia, la rettitudine e l’unità hanno origine dal profondo amore di Dio per ognuno di noi e rispecchiano chi è Dio e come Dio si aspetta che ci comportiamo gli uni con gli altri”. Dio, anche quando le nostre strade di chiese si dividono, non manca mai di aprire nuove vie. Le sue vie sovrastano infatti le nostre (cfr Is 55,9). Le chiese cristiane stanno da tempo imparando, infatti, a rileggere in modo diverso quei passaggi in cui le rispettive strade si sono separate, per ricomprendere senso e prospettive dei fattori che vi hanno operato. Ripensare la memoria storica è soprattutto un’operazione di giustizia, che permette discoprire prospettive inedite per rinnovare insieme le forme dell’annuncio dell’evangelo. Una dinamica di mutuo apprendimento, di ascolto attento della reciproca testimonianza resa all’unico Signore soppianta così la contrapposizione polemica che ci consegna la storia.
Clicca qui per scaricare il Sussidio 2023
Presentazione | pag 3 |
Introduzione Teologico-Pastorale “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” | pag 6 |
Letture bibliche e commento per ogni giorno della settimana | pag 31 |
Puoi scaricare qui la locandina con il programma degli incontri
Martedì 17 gennaio: XXXIV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
La data scelta per celebrare tale giornata, il 17 gennaio, è il giorno prima dell’inizio della Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani, per esprimere che è necessario ritrovare le nostre comuni radici prima di cominciare a cercare l’unità.
Scopo della Giornata è quello di sensibilizzare i cristiani verso il rispetto, il dialogo e la conoscenza della tradizione ebraica.
Scarica qui la locandina e qui l'interessante e ricco Sussidio
Qui di seguito l'indice del Sussidio:
Presentazione | pag 3 |
Messaggio dei Vescovi | pag 5 |
Messaggio dei Rabbini d’Italia | pag 10 |
Spunti di riflessione | pag 16 |
Celebrazione della Parola – “Consolate, consolate il mio popolo” | pag 23 |
Intenzioni per le preghiere dei fedeli | pag 41 |
Testimoni del Dialogo: Agostino Bea ed Elio Toaf | pag 43 |
Per proseguire il dialogo: idee, proposte e strumenti | pag 52 |
%20rev01.jpg)
%20rev01a.jpg)
















