A due mesi dall'inizio del conflitto la situazione è disastrosa: 2,2 milioni di persone sono state costrette a fuggire, si contano almeno 1.800 morti. I combattimenti iniziati a Khartoum si sono estesi anche nel Darfur occidentale e nel Nord Kordofan, in alcuni casi anche con connotazioni di pulizia etnica. 19 milioni di persone sono in situazione di insicurezza alimentare, una cifra record ma gli aiuti umanitari arrivano con difficoltà. I sudanesi si organizzano come possono ma mancano cibo, farmaci, acqua potabile, elettricità, comunicazioni. Alcune testimonianze da un incontro all'agenzia Dire.
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- "Sequela" di Francesco Sabbatucci. Alcuni dei 15 pannelli seguiti da note introduttive
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Notizie su questo Blog
Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
Sudan, due mesi di conflitto. A Khartoum i volontari distribuiscono aiuti, a El Geneina manca tutto e la gente muore
La guerra in Sudan ed i demoni del Darfur
Lo scontro di potere divampato a Khartoum rischia di infiammare in Darfur e far collassare l’intero Sudan. Con conseguenze devastanti anche per l’Europa che però, sul conflitto, resta inerte.
Francesco e al Tayyeb parlano al Consiglio di sicurezza: un evento che non ha precedenti
L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, ha letto il discorso di Francesco davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, presieduto dagli Emirati Arabi Uniti che hanno invitato a un evento che non ha precedenti sia il papa sia l’imam dell’università islamica di al-Azhar, lo sceicco al Tayyeb, firmatari nel 2019 del Documento sulla Fratellanza umana
Il papa ha parlato di una nuova gravissima carestia, quella di fraternità. “Emerge da tante situazioni di ingiustizia, povertà e sperequazione, dalla mancanza di una cultura della solidarietà”. Bergoglio quindi ha citato quanto disse nel 2014: “Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello ‘scarto’, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati ‘inutili’. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista”.
Questa carestia di fraternità porta ai conflitti, nonostante che ...
L'intero articolo di Riccardo Cristiano a questo link:
https://formiche.net/2023/06/papa-francesco-onu-al-tayyeb-sicurezza/
Occhio al 5G cinese. Cos’ha detto l’amb. americano Fick a Formiche
Si stanno “accumulando prove” che ci suggeriscono di essere “molto cauti”, ha spiegato Nathaniel Fick rispondendo a una domanda di Formiche.net. “Assisteremo a una crescente adozione di politiche da parte dei governi in Europa, negli Stati Uniti e in altri partner like-minded in tutto il mondo che riconosceranno questo aspetto”
La scorsa settimana il Financial Times ha rivelato che la Commissione europea starebbe valutando l’introduzione di un divieto obbligatorio per i Paesi membri di utilizzare le tecnologie offerte da Huawei per lo sviluppo e il lancio delle proprie reti 5G. Le raccomandazioni formulate da Bruxelles nel 2020 per tutelare le infrastrutture critiche dai fornitori considerati “ad alto rischio” come il colosso cinese sono state recepite solo da un terzo dei ventisette Stati membri. Ciò ha spinto Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno e i servizi, a ricordare ai governi “l’urgenza di agire per non creare gravi vulnerabilità” alla “sicurezza collettiva”.
“Da funzionario governativo in una società democratica, tratto le parole ‘divieto obbligatorio’ con grande serietà, come credo farebbe chiunque si trovi in una posizione simile”, ha premesso Fick. “Nel caso di Huawei e della Repubblica popolare cinese, tuttavia, ritengo che in tutto il mondo abbiamo avuto ampie prove del fatto che il rapporto del governo della Repubblica popolare cinese con Huawei è tale che Huawei si impegna a condividere con il governo le qualsiasi informazione ...
Le dichiarazioni di Flik raccolte da Gabriele Carrer continuano a questo link:
https://formiche.net/2023/06/occhio-al-5g-cinese-cosha-detto-allamb-americano-fick-a-formiche/
In Nicaragua il regime vuole soffocare la Chiesa cattolica: la stretta passa attraverso il blocco dei conti correnti
L’accusa, in tutta evidenza pretestuosa, è quella di “riciclaggio”. L’intenzione, come appare in modo sempre più evidente, è quella di soffocare in modo “definitivo” la Chiesa cattolica in Nicaragua, di prenderla “per fame”, con l’obiettivo di silenziarla completamente, e di impedirle qualsiasi attività nel Paese. Il regime di Daniel Ortega, ormai da oltre due settimane, ha bloccato i conti bancari di numerose diocesi del Paese, della Conferenza episcopale, di altre realtà associative, formative, educative
L’accusa, in tutta evidenza pretestuosa, è quella di “riciclaggio”. L’intenzione, come appare in modo sempre più evidente, è quella di soffocare in modo “definitivo” la Chiesa cattolica in Nicaragua, di prenderla “per fame”,con l’obiettivo di silenziarla completamente, e di impedirle qualsiasi attività nel Paese. Il regime di Daniel Ortega, ormai da oltre due settimane, ha bloccato i conti bancari di numerose diocesi del Paese, della Conferenza episcopale, di altre realtà associative, formative, educative. Una decisione arrivata al termine di una settimana durante la quale si era assistito all’arresto di altri tre sacerdoti e al divieto di qualsiasi processione in occasione della festività di Santa Maria Ausiliatrice, il 24 maggio; una ricorrenza molto sentita, dato il ruolo molto importante dei salesiani nel Paese.
La conferma del blocco dei conti (pur senza precisare quali e quanti) è arrivata dalla stessa polizia di Ortega, che in una nota ufficiale comunica di aver avviato un’indagine su diverse diocesi cattoliche per presunto riciclaggio di denaro, che avrebbe gestito illegalmente “fondi e risorse provenienti da conti bancari” di oppositori condannati”. ...
Il reportage di Bruno Desidera continua a questo link:
Creato in laboratorio uno pseudo-embrione umano sintetico, un salto nel vuoto?
Ottenuta dalla biologa Magdalena Ernicka-Goetz da staminali embrionali, senza ricorrere a ovociti e spermatozoi, la nuova (e ignota) forma di vita simil-umana solleva grandi interrogativi etici
Dal meeting annuale della Società internazionale per la ricerca sulle cellule staminali a Boston arriva l’annuncio che sarebbero stati realizzati embrioni umani sintetici a partire da cellule staminali embrionali, senza ricorrere a ovociti e spermatozoi, dunque senza alcun concepimento.
A conseguire questo risultato, preparato da anni di ricerche sugli embrioni di topo, è stata Magdalena Ernicka-Goetz, dell'Università di Cambridge e del California Institute of Technology, che ha voluto realizzare un modello il più possibile simile all’embrione umano nelle prime fasi dello sviluppo per studiare le malattie genetiche e le cause biologiche degli aborti spontanei. I simil-embrioni umani sviluppati non hanno un cuore pulsante né un cervello e non sarebbero destinati a essere fatti evolvere durante una gravidanza per far nascere un “bambino sintetico”, che peraltro pare impossibile proprio per le caratteristiche di quel che si è creato in laboratorio.
E proprio questo è il primo punto fortemente problematico: cosa è stato realizzato dall’équipe di Magdalena Ernicka-Goetz?
Continua questo link l'analisi di Francesco Ognibene sui temi sollevati da questo risultato scientifico:
Nell' XI Domenica PA abbiamo pregato così ...
La nostra liturgia è iniziata con un canto di ingresso "Più in alto"della Comunità Evangelica che trova ospitalità nella Parrocchia della Risurrezione guidata dal pastore Prince e che ha coinvolto l'intera Assemblea
Introduzione
Celebriamo oggi l’undicesima domenica del tempo ordinario.
Il Vangelo di Matteo esprime il contesto e il clima della Missione della Chiesa, delle nostre comunità .
Gesù vedendo le folle, anche noi che siamo persone a volte smarrite, deboli, sfinite, che siamo solo dei numeri, che non contiamo nulla; Gesù ne prova compassione (compatire, patire con); per Lui siamo il tutto!
Tutto inizia da qui: guardare con infinito amore e compassione la condizione umana debole. Una cosa è rimanere chiusi nelle nostre case, altro è stare con le persone, guardarle negli occhi, in faccia ogni giorno, ascoltare la loro vita e condividerne le esperienze, simile al legame che ha una madre che per nove mesi porta dentro di se il proprio figlio.
"Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe": dovremo offrirci al Signore perché mandi noi come operai della compassione, mandi noi con mani che accarezzano, correggono, asciugano lacrime e trasmettono la forza che viene da Dio.
"Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date". Gesù presenta la sua missione non come un fare, ma come un ricevere e un dare. La parola del Vangelo è un dono che ci fa fare il bene e ci fa scoprire quanto siamo preziosi per il Signore: Con altrettanta gratuità dobbiamo offrire questo dono ai nostri fratelli e sorelle; La Buona Notizia che S.Paolo annuncia nella seconda lettura: "Quando eravamo ancora peccatori Cristo è morto per noi".
Atto penitenziale
Signore, che hai compassione del tuo popolo, abbi pietà di noi
Cristo, che ci chiami ad essere operai nella tua mèsse, abbi pietà di noi
Signore, che ci rendi annunciatori della salvezza, abbi pietà di noi
Preghiere dei fedeli
Per tutti coloro che sono stanchi e sfiniti, come pecore senza pastore: non si lascino sviare, ma trovino nelle comunità cristiane la presenza viva di Cristo che li accoglie, li aiuta, li incoraggia. Preghiamo
Per coloro che sono chiamati a governare il bene comune: possano lavorare con responsabilità per far crescere i cittadini nella condivisione delle ricchezze e promuovere la pace e la giustizia sociale. Preghiamo.
Per giovani che sono alla ricerca del senso della vita: trovino in noi adulti persone coerenti alla Parola proclamata, cristiani coraggiosi nel testimoniare la fede, fedeli sapienti nel cercare il vero bene. Preghiamo.
Per quanti operano nel volontariato: esprimano nel servizio l’amore ricevuto da Dio che dona tutto se stesso. Preghiamo.
Per il papa Francesco e tutti i pastori della Chiesa eredi degli apostoli: custodiscano nella Parola di Gesù il popolo loro affidato. Preghiamo
Preghiamo per che oggi ricordano il trentennale del loro Matrimonio: che il Signore continui a portare a compimento ciò che ha iniziato con loro nella loro famiglia. Preghiamo
Presentazione dello Offerte
Alla Presentazione delle Offerte Manuel e Agnese, mentre i loro due figli portavano all'altare pane e vino, hanno ricordato i trent'anni del loro matrimonio con queste parole:
Il 19 luglio del 1993 Manuel ed io abbiamo iniziato la nostra avventura di famiglia.
Sono passati trent’anni da allora e oggi vogliamo condividere con voi questo pezzo di strada fatto insieme portandolo simbolicamente sulla tavola comune sotto forma del pane e del vino che normalmente condividiamo sulla nostra tavola di casa.
Con il pane e il vino portiamo anche le nostre promesse scout perché lo scautismo, insieme alle nostre famiglie di origine ci hanno donato i valori in cui crediamo e lo stile di vita che abbiamo cercato di fare nostro.
La strada che ci fa sentire sempre in cammino, che ci insegna l’essenzialità e che è stata ed è luogo di incontri di tanti fratelli e sorelle, di compagni e compagne di avventura. Le strade e i luoghi della nostra città e del mondo in cui proviamo a dare il nostro piccolo contributo per lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato…o almeno provarci!
Il servizio dove impariamo ad ascoltare i bisogni degli altri e non solo i nostri, dove impariamo che ci sono tanti modi diversi di vivere e di pensare, dove sperimentiamo che la nostra felicità e strettamente connessa alla felicità degli altri.
La fede che per noi è rapporto con un Dio che incontriamo negli altri e nella comunità, perché abbiamo imparato sulla nostra pelle che nessuno si salva da solo e solo insieme possiamo costruire il regno che viene.
La nostra storia non è stata e non è perfetta. Abbiamo limiti e difetti come tutti e tutte, siamo caduti, ci siamo fatti male e ci siamo rialzati grazie a chi, vicino a noi, ci ha teso una mano e ci ha indicato la strada.
Abbiamo avuto la fortuna di riuscire a crescere insieme e a continuare a stare vicini, ma per questo non ci sentiamo migliori di altri.
Quello che abbiamo imparato è che l’unica cosa che conta è l’amore, è provare ad amare. L’amore spesso ci porta su strade impensate, ci fa percorrere cammini a volte tortuosi, ma ci fa sempre crescere ed essere persone migliori. L’amore non segue gli schemi rigidi che spesso gli diamo, non si adegua alle forme limitate che la nostra società e talvolta anche la nostra Chiesa hanno costruito. L’Amore a cui DIO ci chiama è libero, lascia liberi di scegliere, è rispettoso dell’essenza di ognuno di noi. È accogliente, infinitamente misericordioso, non giudica e non cataloga. Ha infiniti modi di manifestarsi e il nostro è solo uno dei tanti.
Oggi, su questa tavola, ci piacerebbe condividere con voi il sogno di un mondo dai grandi orizzonti.
Angello di Dio
questa preghiera dell'Assemblea è stata introdotta da questo testo di Marina Corradi a memoria del ripetersi di un'altra tragedia del mare di questi giorni a Pylos causata da una non risposta alle richieste di aiuto. Per questo sull'altare oggi c'era anche un telefono con la cornetta staccata, muto ...
Domanda qualcuno, il vostro Gesù, dov’era?
Là sotto, in quella stiva colma di pianti e odore di pipì, e strilla acute di decine e decine di bimbi piccolissimi oramai da due giorni senza acqua avvinghiati alla loro mamma .
Lui l'Agnello di Dio era l’unico rimasto con quei bambini.
E mentre la nave cadeva lenta nell’abisso, li ha abbracciati tutti.
E anche ora che sono in paradiso il Cristo guarda quegli occhi chiusi, i visi infantili che non vivranno
e piange
Noi - addolorati, certo - domani penseremo ad altro.
Tu, Agnello di Dio che porti il peccato del mondo, piangi ancora con loro.
Il naufragio in Grecia, il nostro costante dimenticare e nemmeno un bambino, fra i 104 superstiti
Mt 9,36-10,8 – XI PA
Pregare non significa delegare e non si tratta di fare miracoli
La Liturgia, dopo averci riepilogato il mistero pasquale nelle feste dell’Ascensione e della Pentecoste, e richiamata la nostra attenzione nelle feste della Trinità e del Corpus Domini su quanto, da questa domenica in poi, ci sarà piano piano consegnato domenica dopo domenica fino alla festa di Cristo Re.
Prima della Quaresima avevamo lasciato Gesù sul Monte dove aveva proclamato le Beatitudini e, oggi, lo seguiamo mentre scende e incontra una umanità “stanca e sfinita” che non sa che pesci pigliare, malata fisicamente e spiritualmente, in una parola: allo sbando. Ne ha “compassione”. Il verbo usato, che compare 12 volte negli evangeli, richiama lo stringersi dello stomaco, il fremere di tutto il corpo, l’utero materno nelle doglie del parto.
Forse a questo punto potremmo chiederci quale sia il nostro sentimento di discepoli, di coloro che hanno accettato di far un unico corpo con il Signore per continuare ad essere con lui segno efficace dell’amore di Dio per gli uomini, di fronte ai bisogni dell’umanità, dell’uomo sfinito, che ha provato solo delusioni, affranto dagli scandali, travolto dal secolarismo e dall’uso del potere, dagli eventi naturali e dalle guerre dalle quali scappa cercando un altro futuro… ci basta l’emozione della compassione? Non è però questo che significa in questo Vangelo: la compassione non è vera se non si trasforma concretamente in solidarietà.
Di fronte a questa realtà e al turbamento di Gesù, potremmo rimanere sorpresi che la sua reazione è la richiesta rivolta ai discepoli di pregare perché “il padrone delle (abbondanti) messi mandi operai”. Tradizionalmente questo invito viene letto come una invocazione perché il Padre susciti vocazioni presbiteriali, i pastori ai quali delegare il compito di “mietere”.
La preghiera però non ha questo compito, bensì quello di sintonizzarsi per compiere assieme con il Figlio l’opera per la quale è stato inviato. Di fatto gli “operai”, i collaboratori corrispondono ad ogni discepolo, a chiunque sperimenti la stessa passione di Gesù per l’umanità. Ecco perché dà loro le sue stesse capacità, il suo stesso “potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità”.
Matteo a questo punto ci elenca i nomi dei discepoli Maestro, cosa che avviene comunemente nella tradizione giudaica così come in quella greco-romana. La particolarità della sua presentazione è che vi risuona e vi si richiama l’inizio del libro dell’Esodo (1,1): “Questi sono i nomi dei figli di Israele …”. Dunque i Dodici rappresentano le tribù di Israele che all’epoca erano ancora quasi tutte disperse. Gli Apostoli (=inviati) di Gesù sono uomini “normali”, non ci sono dotti, né scribi, nessuno fa parte dell’establishment e c’è di tutto: esattori di tasse (assimilati ai peccatori e ai pagani), galilei, cananei, giudei (Giuda l’Iskariota che significa l’uomo che proveniva da Qeriyyot, una città della Giudea). È un insieme di persone non omogenee chiamate a fare gruppo; sicuramente hanno dovuto fare un cammino per accettarsi reciprocamente. Anche tra i dispersi figli di Giacobbe al tempo di Gesù le situazioni erano molto diverse e, se questo è il riferimento, la Chiesa nascente pensata da Mattero non era certo un “altro” Israele, ma quello “stesso” Israele di Dio che il Messia, nelle attese del popolo, aveva il compito di radunare e riportare in unità.
In Matteo è questa la missione della quale Gesù prima di tutto si sente investito e lo afferma chiaramente in più occasioni, per fare solo un esempio quando dirà alla donna cananea: “Non sono stato inviato se non alle pecore disperse della casa di Israele” (Mt 14,25). L’allargamento della missione a tutte le genti post-pasquale, non annulla ma comprende la precedente senza però che questo significhi alcun proselitismo da parte della nascente comunità cristiana. Nel frattempo non vuole certo escludere nessuno ma è la pedagogia di Dio che ha voluto che le benedizioni promesse ad Abramo giungessero a tutti i popoli attraverso Israele ed è allora a quest’ultimo che per primo va annunciato l’Evangelo.
Inoltre quando Matteo ne elenca i nomi, lo fa a coppie per dirci che la missione non è opera di singoli, ma di comunità anche nella forma minima di due solo credenti. Insiste poi molto sulla dimensione istituzionale per dirci che tutte le “missioni” dipendono dal mandato di Gesù e che l’autorità di queste è la stessa della quale il Signore stesso è stato investito. Non è un caso che nel proseguire la sua narrazione, il primo Evangelista racconti 10 episodi di guarigioni nelle quali Gesù con la sua parola dona un volto nuovo, risanato all’umanità ferita, riorientandola dove era senza un orizzonte di senso nel quale camminare “stanca e ferita come pecore che non hanno pastore”. Questo è stato quello che ha fatto lungo l’intera sua vita e che ora chiama noi a continuare. Non si tratta di fare miracoli, se non quello della solidarietà.
Rispetto agli altri evangelisti, sorprende che in Matteo, all’invio dei discepoli, non vengano in seguito raccontate le loro imprese e le loro impressioni come per esempio in Lc 10,17. Bisogna però ricordare che siamo all’inizio del racconto, ai titoli di testa, e quell’essere “inviati” dei discepoli, è prima di tutto un essere chiamati ad inserirsi nella sua missione, per “vedere” e capire concretamente in cosa consista.
Matteo mette subito in chiaro un aspetto fondamentale: la missione va svolta nel completo distacco da ogni vantaggio personale perché altrimenti il messaggio perderebbe subito di qualsiasi credibilità: “Gratuitamente avere ricevuto, gratuitamente date”.
(BiGio)
“Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). E così facendo pone ogni lettore, anche noi ora, oggi, davanti a quello sguardo.
Se il brano evangelico liturgico inizia con il v. 36 del capitolo 9 di Matteo, da un punto di vista letterario esso inizia nel versetto immediatamente precedente che riporta un sommario dell’attività quotidiana di Gesù: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e ogni infermità” (Mt 9,35). Annunciare il Regno e curare le persone malate, queste le due azioni che contraddistinguono l’attività quotidiana di Gesù nel suo ministero itinerante. Parole e gesti che rivelano la sua persona e che trovano la loro scaturigine nella compassione. È infatti il suo sguardo di compassione che Matteo pone in primo piano come inizio dell’episodio: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). E così facendo pone ogni lettore, anche noi ora, oggi, davanti a quello sguardo. Altre tre volte il vangelo secondo Matteo parla della compassione di Gesù. In 14,14 prova compassione di fronte alla folla che lo aveva seguito a piedi mentre lui attraversava il lago di Galilea. Gesù cercava un luogo solitario per stare in solitudine dopo aver saputo della morte di Giovanni Battista, ma, sceso dalla barca, resta colpito dalle folle, dalla loro tenacia nel seguirlo, dal loro bisogno che diviene ricerca perseverante, muta richiesta di parola e presenza. Li vede come mendicanti assetati di senso, del senso che lui solo sapeva dare. E la compassione diviene azione terapeutica: “curò i loro malati” (Mt 14,14). In 15,32 è di nuovo di fronte alla folla che Gesù sente compassione, cioè resta profondamente toccato, commosso, ma la compassione per lui non resta mai a livello puramente emotivo, ma diviene azione, soccorso, aiuto. Gesù si fa cassa di risonanza del bisogno delle folle, che da ben tre giorni stavano con lui ed erano senza cibo. Provare compassione è anche entrare nei panni degli altri e intervenire per loro. Qui Gesù va incontro al loro bisogno e li nutre distribuendo pani a sazietà. Infine, in 20,34 Gesù prova compassione davanti a due ciechi e li guarisce. Noi traduciamo con il termine compassione ciò che letteralmente indica lo spaccarsi del cuore, una lacerazione viscerale, un essere colpiti nel più profondo dell’essere dalla percezione della povertà e della sofferenza dell’altro. E nel nostro testo Gesù vede la gente e ne coglie la stanchezza e lo sfinimento. I verbi usati sono al passivo e indicano una condizione subìta, che prostra, esaurisce, abbatte. Ma questo sguardo non è per nulla di commiserazione, bensì è sguardo che vede l’angustia delle folle con lo sguardo di Dio. Matteo esprime questo per mezzo di un riferimento veterotestamentario. La loro prostrazione è dovuta alla loro condizione di essere come gregge senza pastore, dunque smarrito, senza direzione, perso. L’espressione è riferita al popolo d’Israele in Nm 27,17, in 1Re 22,17, in 2Cr 18,16. Quindi lo sguardo di compassione di Gesù è anche traduzione dello sguardo divino che vede l’umana derelizione e se ne lascia ferire. Il vero pastore non è indifferente al dolore e ai bisogni del gregge.
Se i figli d’Israele appaiono a Gesù come pecore sperdute (Mt 9,36; 10,6), essi gli appaiono anche come un campo di grano pronto per la mietitura (cf. Mt 9,37-38): ormai l’attesa messianica d’Israele è giunta a maturazione, occorrono operai che annuncino il Vangelo del Regno. E Gesù chiede ai discepoli di pregare perché Dio mandi operai nella messe. Di fronte alla smisuratezza del compito (“la messe è molta”), Gesù non si scoraggia né si lamenta, ma chiede preghiera, e lui stesso affida ai Dodici il compito di narrare la vicinanza del Regno con la loro presenza, parola e azione. La missione, che è prosecuzione dell’azione di Gesù nella storia, nasce dalla compassione e dalla preghiera. E se i discepoli sono inviati a annunciare il Regno e a curare i malati (Mt 10,7-8), cioè a proseguire l’attività di Gesù, essi dovranno anche pregare Dio, “il signore della messe”, perché mandi operai nella sua messe. Quest’ultima indicazione significa riconoscere che la vocazione cristiana viene dal Padre, da Dio, attraverso il Figlio, nella potenza dello Spirito santo e si caratterizza come annuncio e testimonianza del Regno e delle sue esigenze e cura compassionevole per gli umani. La vocazione non nasce dal discernimento di un bisogno nella chiesa o nella società a cui ci si dispone a rispondere, ma dal volere di Dio a cui ci si apre grazie alla preghiera. Una comunità cristiana che abbia compreso la necessità della preghiera e la viva, è una comunità in cui le esigenze radicali della vocazione cristiana e la volontà di Dio echeggiano con vigore e possono trovare uomini e donne disposti ad accoglierle.
Come primizia di questi operai “inviati” (questo il senso del termine apóstoloi che nel primo vangelo ricorre solo qui: Mt 10,2) ecco che Gesù chiama a sé “i suoi dodici discepoli” e conferisce loro potere di curare e guarire malati e di far retrocedere e sconfiggere le potenze del male. E Matteo situa qui l’elenco dei Dodici e i loro nomi. L’elenco dei Dodici rivela il volto concreto di una comunità reale: personalità forti che hanno lasciato un segno (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) e figure sbiadite di cui a malapena si è conservato il nome (Taddeo) e di cui non sappiamo nulla. E viene evocato con discrezione il cammino che molti hanno dovuto affrontare per costituire la comunità di Gesù: Simone diventato Pietro; le due coppie di fratelli chiamate a trasformare i loro rapporti di sangue in rapporti determinati dal fare la volontà del Padre (cf. Mt 12,50; 20,20-23); Matteo che da esattore delle tasse è diventato discepolo e apostolo; Simone il cananeo, ovvero, con un passato di zelota, di resistente armato antiromano. Infine è nominato Giuda, colui che tradì Gesù. Come ogni comunità cristiana, anche la comunità di Gesù conosce glorie e gioie, ma anche miserie e infedeltà ed è attraversata da eventi dolorosi e tragici (cf. Mt 27,5).
La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male, nel compiere il bene come ha fatto il loro Signore Gesù, e nel predicare il Regno narrato da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). La missione è evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un donare. Siamo di fronte a un processo di trasmissione: da Dio a Gesù, da Gesù ai discepoli, dai discepoli all’umanità tutta. Sempre sotto il segno della gratuità.
(Luciano Manicardi)
Demopolis: “Gli adulti non capiscono i ragazzi. Forte incremento dei casi di depressione”
Le ragioni di molte incomprensioni sono solo all’apparenza contingenti: di certo, è una faccenda di periodo storico (troppo diverso l’attuale da quello in cui i genitori furono adolescenti); di certo, la variabile “internet e social” è misteriosa per i non “nativi digitali” e allarga le distanze di pensiero fra le generazioni. Su questi elementi c’è piena convergenza. Ma gli adulti, intervistati da Demopolis per "Con i Bambini", sottovalutano quanto i ragazzi non si sentano compresi nei desideri, nelle passioni e nei sentimenti
“Credono nella famiglia (90%) e nell’amicizia (86%)”, ma “i rapporti con gli amici (64%) e il tempo libero (53%) sono il perno della soddisfazione degli adolescenti italiani, assai più delle relazioni familiari (52%) e della vita scolastica (35%)”. “Al confronto con il mondo adulto, ragazze e ragazzi italiani prediligono quello con i pari, ma non sono troppo critici sulle figure adulte che li circondano: poco più di un quarto degli adolescenti ne lamenta la distrazione”. Al contrario, “più di un adulto su due si rimprovera proprio di essere distratto (52)”. Grandi e piccoli, però, concordano sul fatto che “gli adulti non capiscono i ragazzi”. Lo pensa il 54% degli adolescenti e il 45% dei genitori.
Sono alcuni dei dati emersi dalle indagini multi-target promosse dall’impresa sociale “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e realizzate dall’Istituto Demopolis in percorsi di ascolto parallelo e comparativo di un campione nazionale di adolescenti (1.080 intervistati) – “La prospettiva degli under 18. L’ascolto diretto di ragazze e ragazzi tra i 14 e i 17 anni …
L'intero articolo di Gigliola Alfaro a questo link:
8 motivi per tenere lontani i bambini dalla tecnologia
Bambini e tecnologia: un binomio non proprio felice! Lo sostengono i professionisti dell’età evolutiva, psicologi, psicoterapeuti pediatri… Tutti unanimemente concordi nel fatto che, un’esposizione precoce e prolungata agli schermi di smartphone e tablet, può essere dannosa per lo sviluppo psicofisico di bambini e preadolescenti.
Una ricerca di alcuni anni fa (Hutton et al., 2019) ha evidenziato come esporre precocemente i bambinialla tecnologia possa danneggiare il loro sviluppo cerebrale. Dobbiamo considerare che nei primi 5 anni di vita il cervello infantile è ancora molto malleabile e sotto la pressione degli stimoli esterni forma e modifica connessioni neurali che rimarranno poi per tutta la vita. L’esposizione prolungata agli schermi di smartphone e tablet a questa età interferisce con questo processo. Ciò comporta un minore sviluppo di quelle aree deputate al linguaggio e all’alfabetizzazione scolare. A risultare più danneggiate sarebbero le aree della sostanza bianca, deputate alla connessione e comunicazione delle diverse parti del cervello. Si tratta di una sorta di “cavi”, di linee telefoniche di comunicazione che, se danneggiate, possono interferire con la velocità di elaborazione degli stimoli.
Per questo molti consigliano di gestire con parsimonia il rapporto fra bambini e tecnologia limitandone l’accesso ai dispositivi multimediali. Ma perché smartphone e tablet possono essere dannosi anche da un punto di vista psicologico e educativo? E come regolamentare l’uso dei device per i più piccoli?
L'interessante articolo di Cristina Rubano continua a questo link:
Il messaggio delle Chiese europee al Sinodo: il contesto e le intuizioni condivise
Estinzione dell’umanità? I veri rischi delle Intelligenze Artificiali sono ben altri
L’epidemia del nuovo coronavirus è nata nei paesi economicamente più avanzati, e si è diffusa velocemente grazie agli spazi condivisi che i paesi sviluppati hanno creato per moltiplicare l’accumulazione del capitale a livello globale. Eppure il nuovo coronavirus grava in maniera decisamente più pesante sui paesi meno sviluppati, come l’Africa, complice anche le politiche vaccinali dei paesi sviluppati che rendono più difficile produrre i vaccini in quel continente. Il virus è bianco, ma il vaccino diventa funzionale alla conservazione del peso egemonico degli attori statali piuttosto che alla risoluzione della pandemia.
Questo paradossale effetto è la conseguenza delle politiche di colonizzazione da parte dei paesi più sviluppati, non solo quelli occidentali ovviamente. L'imposizione della cultura dei colonizzatori e la completa sottomissione del colonizzato, porta quest’ultimo a diventare uno strumento dell’imperialismo culturale, che progressivamente convince il colonizzato che egli è tale per una giusta ragione, perché inferiore. In una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva, i colonizzati aiutano i colonizzatori a mantenere uno status di inferiorità culturale e di incapacità politica. I meccanismi dell'oppressione bianca, del colonialismo, sono studiati da secoli, eppure continuano ad applicarsi tutt’oggi. Quello che è cambiato sono gli strumenti. Se un tempo il colonialismo era armato, oggi è prevalentemente culturale ed economico. Le conseguenze di ciò non sono subito evidenti, ma è palese dagli studi che esistono delle profonde differenze tra, ad esempio, la realtà americana ed europea e quella dell’Africa. ...
L'articolo di Bruno Saetta continua a questo link:
https://www.valigiablu.it/intelligenza-artificiale-rischi/
Rosanna Ramos: sedotti dalla tecnologia, delusi dagli umani
Mentre i grandi big dell’Intelligenza artificiale (Ia) disquisiscono sui suoi possibili pericoli per l’umanità, una giovane madre newyorkese, usando Replika, un chatbot che favorisce relazioni emotive e affettive, ha creato Eren Kartal, che lei stessa ha definito: “il compagno ideale della sua vita”. Ha infatti dichiarato in un’intervista “Non sono mai stata più innamorata di nessuno in tutta la mia vita”
Due o tre cose sulla maternità surrogata per fare chiarezza
Il Senegal, bastione della stabilità democratica in Africa Orientale, vacilla sotto i colpi di scontri anche violenti
I senegalesi protestano numerosi e a viso aperto contro l’esecutivo di Macky Sall. Ancora una volta – come già in passato a Dakar e in diversi altri paesi africani – è il timore di vedersi scippati della libertà di scegliere un nuovo presidente, alle elezioni del prossimo anno, a incendiare gli animi. Un sentimento che riflette l'indebolimento delle istituzioni democratiche e delle personalità che lo incarnano, in un intreccio tra governo e partecipazione democratica, tra diritti e violenze








