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XXXIII Domenica PA – Mc 13.24-32

La nostra "tribolazione", la nostra vita non va verso la fine, ma verso il suo fine

 

Quello di questa domenica è l’ultimo testo di Marco che viene proclamato in questo anno liturgico. Nelle ultime due domeniche ci sono stati presentati due atteggiamenti, due strade con le quali Marco si congedava da noi.

La prima è quella dell’amore di Dio e l’amore del prossimo nella risposta di Gesù allo scriba che gli chiedeva quale fosse il primo e il più grande dei comandamenti. Il commento di quest’ultimo, che affermava come valessero più di tutti gli olocausti ed i sacrifici, gli è valso l’apprezzamento del Signore che gli annunciava come in questo modo fosse già all’interno del Regno di Dio.

Oppure, la seconda strada, è quella portata in primo piano domenica scorsa nella quale, altri scribi, vivevano in contraddizione tra quello che dicevano e la loro vita. Il loro sguardo era rivolto solo verso sé stessi; invece quello di Gesù è verso quella vedova che, senza ostentare e attendersi nulla, metteva la sua vita nel tesoro del tempio.

 

Oggi ci vengono presentati i segni per riconoscere il ritorno definitivo del Signore nella storia degli uomini.

Innanzitutto si parla di una “tribolazione”. È il medesimo termine che abbiamo incontrato nel brano dell’Apocalisse della Festa di Tutti i Santi ed abbiamo visto come questa sia la nostra vita che ci è chiesto di vivere come la viveva la vedova di domenica scorsa: offrendola nel modo nel quale Gesù l’ha donata.

Dopo la tribolazione Marco ci presenta dei segni: “il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo splendore, gli astri si metteranno a cadere dal cielo, le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Con questo sembra volerci dire che non va cercato nulla dopo la realtà che conosciamo e ci è chiesto di vivere qui tutto quanto ci è donato perché Dio ha reso questa tribolazione, la sua storia che va verso il suo fine e non verso la sua fine.

Questa è l’unico spazio nel quale siamo chiamati a vivere: “In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose non siano avvenute”. Sia che si tratti della generazione contemporanea di Gesù perché attendevano la fine del mondo imminente; sia che se si tratti semplicemente del genere umano, in ogni caso il riferimento è alla realtà presente, perché è qui che accadrà l’incontro con il Signore.

In questa nostra tribolazione e solamente quando si capirà che non c’è dato altro tempo che questo, si vedrà il Figlio dell’Uomo venire e farà due cose: “Manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”.

“Angeli” è una parola che proviene dalla medesima radice di “evangelo”. È dunque una “buona notizia” che riunirà - da ogni dove - gli eletti del Signore che oramai è l’intera umanità, perché tutti lui ha riscattato con la sua morte e la sua risurrezione, rendendoci così tutti suoi eletti.

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai”. I nostri idoli, i nostri dei passano, mutano di epoca in epoca, ma la buona notizia, l’Evangelo che ci ha donato, rimarrà sempre fino a diventare patrimonio di tutti. 

“Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. Gesù stesso non lo sa quali siano. Questo, rivela la sua totale fiducia nei confronti del Padre: si sente garantito dalla sua bontà e dal fare la sua volontà e ci invita a fare altrettanto affidandoci totalmente. 

Tutti i momenti della nostra storia sono importanti. Così importanti che qualsiasi momento è buono per il Signore di incontrarsi definitivamente con noi. Gesù così ci invita a vigilare, a stare attenti e a saper discernere i segni dei tempi. Quell’insistere sullo stare svegli, quel non dormire, quel vigilare a cui ci esorta l’Evangelo è teso a far si che quel momento ci incontri “vivi”, intenti al nostro lavoro, impegnati nella quotidiana fatica della fede, nella speranza operosa d’amore e accoglienza verso tutti.

 

Questa notizia è uguale a quella che ci era stata data la prima domenica di Avvento di questo Anno Liturgico. In quell’occasione ci è stato detto che il Figlio dell’Uomo verrà come un ladro, non per farci paura, ma per dirci che tutti i momenti della nostra storia sono importanti, così importanti che Lui potrebbe sceglierne uno qualsiasi perché sia il momento dell’incontro definitivo con lui. Si tratta allora di svegliarci a questa certezza, come dice Daniele nella prima lettura di oggi, e di riconoscere in questa storia, in questo tempo, in questa tribolazione i segni allo stesso modo nel quale riconosciamo che l’estate è vicina quando i rami del fico mette le gemme delle foglie. Siamo cioè invitati a riconoscere i segni dei tempi per capire che anche questa nostra storia si sta aprendo fin da ora al Signore che viene. 

Questo è il compito di una comunità credente, non cercare altri momenti oltre a questa esistenza, sapendo che l’unica cosa che ci capiterà sarà il vedere a tutti annunciato l’Evangelo che noi già possediamo e che non passa, senza preoccuparci di quale sarà il giorno o quell’ora, ma vivendo con fedeltà ed amore tutti i giorni e tutte le ore degli uomini che Dio ama e che noi siamo chiamati ad amare, anche quando facciamo fatica. 

 

(BiGio)

 

 

 

Un evento certo che esige di essere "atteso"

Una attesa radicata nell'oggi che chiede capacità di aderire totalmente al presente amandolo e che si declina come resistenza, pazienza, perseveranza, fede, speranza nel vivere l'oggi

Tratta dal discorso escatologico (Mc 13), l’odierna pagina del vangelo secondo Marco (Mc 13,24-32) annuncia come certa la venuta del Signore, ma afferma che la sua data, il suo momento, sono incerti: “Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa” (Mc 13,32). Un evento certo, ma di cui non si sa il quando, esige che lo si attenda. Il credente può dunque assumere spiritualmente la dimensione della venuta del Signore nello spazio dell’attesa. L’attesa è una delle poche dimensioni in cui noi ancora sperimentiamo nel nostro corpo e nella nostra psiche il tempo. Ne patiamo il logorìo e ne conosciamo le promesse. Nell’attesa, soprattutto se intensa, vissuta, patita, il tempo stesso diventa stato d’animo. L’attesa poi è ciò che prepara il futuro, fosse pure un futuro prossimo, il futuro del giorno dopo, il futuro di un incontro, di un appuntamento. Noi che abbiamo normalmente giornate programmate, quando c’è l’attesa abbiamo un vuoto da riempire che sollecita la nostra libertà, ma ci assilla anche con l’ansia o con l’angoscia. Attendere significa poi anche immaginare, proiettarsi nell’evento atteso, anticiparlo, viverlo interiormente. L’attesa ci situa su una soglia, tra ora e dopo, tra oggi e domani, tra storia e Regno, tra tempo ed eternità. Nell’attesa, chi è assente viene reso presente, e lì cogliamo anche la radice dell’atteggiamento spirituale dell’attesa del Signore. Questa è anzitutto fiducia nella promessa del Signore che ha detto: “Io vengo presto”. È un atto di fede, l’attesa del Signore. Un atto di fede nella parola del Signore ma soprattutto nella persona del Signore Gesù. Un atto di fede che unifica tutte le nostre energie, anche le più profonde, e le orienta verso un unico fine. L’attesa ha una capacità unificatrice della persona: tutte le fibre dell’essere sono coinvolte e impegnate nell’attesa, il corpo e lo spirito, la mente e i sensi.

Nello spazio spirituale l’attesa si declina anche come resistenza, ovvero come forza nelle tribolazioni e nelle avversità della storia, come lotta; come pazienza, cioè come capacità di vivere l’incompiutezza e l’inadeguatezza che riscontriamo nel quotidiano, in noi, negli altri, nella comunità, nella chiesa, pazienza che è anche capacità di soffrire e patire nel supportare gli altri, nell’attendere i loro tempi, nel perdonarli e nel lasciarsi perdonare; poi come perseveranza, cioè come rifiuto di apostatare, di abbandonare nei momenti bui, di rimanere incassando la testa fra le spalle nei momenti difficili, di dare durata al tempo della propria sequela, di reggere la dura prova del tempo che passa senza cadere nel cinismo o nella sfiducia o nella disperazione; poi ancora come fede che crede le cose invisibili come più salde e sicure di quelle visibili; e anche infine come speranza che intravede il futuro e consente di camminare nell’oggi, di reggere il peso dell’oggi. La speranza ha il suo effetto sul presente consentendo la vita oggi. Dice Paolo: “Sperare quel che non vediamo, significa attenderlo con costanza” (Rm 8,25). Per patientiam expectamus. L’attesa paziente diviene persino motivo di beatitudine secondo il libro di Daniele: “Beato chi attenderà con pazienza” (Dn 12,12).

Questa attesa radica nell’oggi e dà senso e direzione all’oggi. Il vangelo sottolinea che l’annuncio della venuta del Signore non aliena il credente dall’oggi, anzi gli chiede capacità di aderire al presente, addirittura alla terra in cui vive, e di amarla.

(Luciano Manicardi)

Il Risorto si sta godendo la sottomissione dei suoi nemici


Nessuna catastrofe della storia e del cosmo sta davanti all'umanità; se non quella, possibile, provocata dall'uomo stesso. Perché, in Dio, la storia va verso il suo fine, non verso la fine. Così, testi come quelli del Vangelo di questa domenica vanno compresi nel loro linguaggio e non applicati alla lettera.

Del resto, la seconda Lettura parla di un Cristo che ha portato a termine la sua opera di salvezza, e attende soltanto che essa si manifesti pienamente: «Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi». Questa attesa inoperosa del Cristo è un'immagine per dire che tutto ciò che Egli doveva compiere a favore dell'uomo è definitivamente portato a termine con la sua Pasqua. Ora sta lì, a godersi lo spettacolo della sottomissione dei «suoi nemici»: tutto ciò che si oppone alla sua opera. Tanto è vero che la sua azione ha già operato una totale trasformazione della nostra condizione umana: «Con un'unica offerta Egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati». Noi, poveri esseri umani, così deboli, fragili, condizionati dal male siamo già «perfetti», tanto è efficace e totale dell'opera di Cristo in ciascuna persona. Allora credere in Gesù Cristo comporta credere in tale «trasfigurazione» della nostra miseria in conformità alla bellezza della sua umanità, che Egli opera in ciascuno di noi (cfr. Fil 3,21).

(Alberto Vianello)

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (7 segnalazioni)


Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità, o per situazioni importanti ma non molto presenti nei media. 


Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.





Questa edizione è divisa in blocchi ordinati:

 

·   3 articoli sul Sinodo

·   2 articoli su situazioni internazionali (migranti in Bielorussia – Etiopia)

·  2 articoli di carattere sociale in Italia (cresce solo il lavoro peggiore – Diritti e doveri in una comunitò)

 

 

 

Lo spirito autentico dei sinodi è nel sapersi mettere in gioco 

di Antonio Spadaro in Avvenire del 4 novembre 2021

Chiesa sinodale: inquieta, scomoda, tesa, agitata dal soffio divino. Non una costruzione di mattoncini che si incastrano, ma una relazione sinfonica, di note diverse in una composizione... non parti già scritte e assegnate, ma dove si suona seguendo l'ispirazione condivisa nel momento. Bisogno di grande ascolto. Ascolto di Dio... ascolto delle comunità ecclesiali nel confronto e nel dibattito sulle esperienze; ascolto del mondo, perché Dio vi è sempre presente...

 

 

Per una chiesa costitutivamente sinodale 

intervista a Mario Grech a cura di Franco Ferrari in Missione Oggi del ottobre 2021

Una chiesa sinodale: tutti soggetti attivi. Il frutto più maturo del Vaticano II. Preti e vescovi al servizio del popolo di Dio. Consultazione del popolo di Dio. Una chiesa dell'ascolto, oltre una chiesa clericale. Chiesa universale e chiese particolari. Da evento in processo. Una conversione sinodale

 

 

Episcopalis communio. La chiesa dell'ascolto reciproco 

di Dario Vitali in Missione Oggi di ottobre 2021

«Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto... un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, collegio episcopale, vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito santo, lo "Spirito della verità" (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli dice alle Chiese (Ap 2,7».

 

 

Bielorussia – Polonia sulla pelle dei migranti:

L’ISPI analizza lucidamente quanto accade rispondendo alla domanda su quanto questa sia una crisi programmata, tra solidarietà ed ipocrisia.

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccc579a2f&sd=166050ccc566e1d&n=11699e4bf2b1877&mrd=166050ccc566e07&m=1

 

 

Etiopia: 

di Riccardo Cristiani in Formiche del 11 novembre 

Padre Giulio Albanese, comboniano, a lungo missionario in numerosi Paesi africani, è una delle poche bussole per cercare di orientarsi nel disastro del Corno d’Africa. Dalle sue parole sul conflitto si percepisce che un altro rischio si potrebbe affacciare in Etiopia: le infiltrazioni di gruppi jihadisti

https://formiche.net/2021/11/etiopia-guerra-fede-albanese/

 

 

Cresce soltanto il lavoro peggiore 

di Chiara Saraceno in La Stampa del 4 novembre 2021

Aumenta il Pil. Aumentano gli occupati con contratti a termine. Classico esempio di come il Pil non rappresenti adeguatamente il benessere di una società ed invece possa nascondere disuguaglianze anche gravi. Con lavori precari anche nelle mansioni qualificate. Occorre contrastare la cristallizzazione delle disuguaglianze.

 

Diritti e doveri di una comunità 

di Gianrico Carofiglio in la Repubblica del 4 novembre 2021

Una collettività politica si unisce intorno a ciò che ha in comune: storie, valori condivisi, simboli, più o meno inclusivi. Non richiede uniformità di vedute, ma riconoscimento di ciò che è comune: cioè di quello che la rende comunità.

 

 

 

Note a margine del "Messaggio" agli operatori pastorali


Ernesto Borghi è nato a Milano nel 1964, sposato e padre di famiglia, ha studiato all'Università degli Studi di Milano e all'Università di Fribourg, conseguendo la laurea in lettere classiche, la licenza in scienze religiose e il dottorato in teologia. Insegna attualmente esegesi biblica presso il Corso Superiore di Scienze Religiose a Trento e presso l'Istituto di Scienze Religiose di Bolzano. Presiede l'Associazione Biblica della Svizzera Italiana e coordina la formazione biblica nella diocesi di Lugano. 

Ha pubblicato sul sito di "Viandanti" una articolata interessante nota “Cammino Sinodale delle Chiese che sono in Italia. Messaggio ai presbiteri, ai diaconi, alle consacrate e consacrati e a tutti gli operatori pastorali” riprendendone i diversi paragrafi che lo compongono. 

Vale la pena di leggerla, ecco il link:

https://www.viandanti.org/website/cammino-sinodale-italiano-note-a-margine-del-messaggio-agli-operatori-pastorali/?fbclid=IwAR2h7nr-VNsifqs8laaYNhJ1A37B0hJhEJGEuekAsMkC8f8pTHmPTfndDqg

Libia: nuova Conferenza a un mese dalle auspicabili ma non certe elezioni

Avere attenzione a quello che accade in Libia e attorno a quella regione è importante per l'Italia e l'Europa se non altro per i flussi di immigrati che provengono dal sud del Mediterraneo.

Oggi, venerdì 12 novembre, si apre a Parigi una nuova Conferenza internazionale sulla Libia in un clima di sfiducia.

Negli ultimi anni, molti sono stati concessi internazionali a favore della Libia, prevalentemente organizzati dalla Francia. Va detto tuttavia che se non hanno sortito molti effetti positivi. Nel luglio 017 si tenne a Parigi il primo, in cui si decide per un cessate il fuoco ed elezioni in primavera. Nonostante i buoni propositi, nulla accade. La conferenza parigina del maggio 2018 fu seguita in agosto da una spaventosa ribellione delle milizie tripoline e le cose non andarono meglio a Palermo a novembre dove l’unico risultato fu una delicata crisi diplomatica fra l’Italia e la Turchia. Ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 si firmò per tregua, elezioni e quant’altro, nonostante Haftar avesse già mosso le sue truppe che, infatti, due mesi dopo iniziarono ufficialmente ad assediare Tripoli. A Berlino 1 nel 2020 non si arrivava nulla, se non le dimissioni dell’inviato speciale Ghassan Salamè, mentre meglio andò a Berlino 2 lo scorso giugno, con una tregua militare (ma non politica), ancora rispettata Si spera che i fatti successivi al 12 novembre non smentiscano il trend del 2021


L'intero articolo di analisi dell'ISPI a questo link:

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccc5d25ab&sd=166050ccc5c5768&n=11699e4c169cbba&mrd=166050ccc5c5752&m=1



Il cammino sinodale va sul Web


Il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia ha anche un ambiente digitale. È online il sito www.camminosinodale.net che accompagnerà l’intero percorso, articolato in tre fasi – narrativa, sapienziale e profetica – dal 2021 al 2025. L’immagine della testata esprime il senso del progetto: le cattedrali delle diocesi italiane sono unite graficamente a formare un’unica cupola, su di esse si snoda una strada tracciata da tanti volti. Il rimando è al Concilio Vaticano II e, in modo particolare, alla costituzione Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

Il sito offrirà, man mano che verranno elaborati, tutti gli strumenti testuali e video per l’animazione sul territorio. Qui seguito il link con le “Linee metodologiche” che ripercorrono la proposta del Vademecum e sei schede che rappresentano esempi di percorsi pensati per destinatari diversi. Si tratta di tracce, di “provocazioni volte a liberare la creatività e l’intelligenza delle situazioni”, che vogliono “suscitare il protagonismo delle Chiese locali” per “realizzare una consultazione ampia e integrata, raggiungendo tutte le persone con cui condividiamo il cammino della vita”, ha spiegato Giuseppina De Simone, Docente alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. 


Ecco il link dove trovarle questo materiale e anche in seguito, poter seguire il cammino sinodale:

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/entra-nel-vivo-il-cammino-sinodale-delle-chiese-in-italia/



Il disarmo, la Chiesa e il Sinodo

Si sta parlando della realizzazione di un esercito europeo dove la fornitura di armi non avrà alcuna imposta, nemmeno l'Iva 

"Nonostante un grande magistero pontificio e le testimonianze di tanti operatori e operatrici di pace, i vescovi balbettano. Nemmeno contro le armi nucleari esiste un pronunciamento esplicito. L'ultimo documento ufficiale della CEI su tali questioni è la Nota pastorale Educare alla pace che risale al 1988. 


«Ci sentiamo corresponsabili della nuova stagione ecclesiale? E delle sorti dell'umanità? Disponibili ad aprire un sentiero sinodale per la pace disarmata (e la Chiesa disarmata)?»

Chi scrive questo è Sergio Paronetto presidente del Centro Studi Pax Christi Italia che, tralasciano le riflessioni sul disarmo contenuti nella Fratelli tutti (256-262), ricorda nel merito sette recenti interventi di papa Francesco per il disarmo, ed esorta la Chiesa italiana a farsene carico nel suo cammino sinodale.

Eccoli qua di seguito: 
 
1 - Quello classico (ribadito il 24 novembre 2019 in Giappone) contro le armi nucleari: non solo contro il loro uso ma anche contro l'immoralità del loro possesso, in sintonia col Trattato ONU di messa al bando delle armi nucleari (2017, 2021), non firmato dall'Italia.


2 - «Quello tremendo del 5 febbraio 2020 alla Pontificia Accademia di Scienze sociali: "E’ necessario affermare che la più grande struttura del peccato, o la più grande struttura dell'ingiustizia, è la stessa industria della guerra, poiché è denaro e tempo al servizio della divisione e della morte. Il mondo perde miliardi di dollari in armamenti e violenza ogni anno, il che porrebbe fine alla povertà e all'analfabetismo se potessero essere reindirizzati".


3 - «Quello bruciante del 22 febbraio 2020 a Bari: "La guerra è una pazzia alla quale non ci possiamo rassegnare [...].  E a questo io vorrei aggiungere il grave peccato di ipocrisia, quando nei convegni internazionali, nelle riunioni, tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che sono in guerra. Questo si chiama la grande ipocrisia".

4 - «Quello indignato di Pasqua 2021: "La pandemia è ancora in pieno corso; la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri; malgrado questo – ed è scandaloso – non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo di oggi".   

5 - «Quello incalzante (contenuto nel libro Dio e il mondo che verrà, Lev e Piemme 2021): "Non è più sopportabile che si continuino a fabbricare e trafficare armi spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone, salvare vite. Non si può far finta che non si sia insinuato un circolo drammaticamente vizioso tra violenze armate, povertà e sfruttamento dissennato e indifferente dell’ambiente" (p.82).       

6 - «Quello orante e radicale rivolto ai movimenti popolari il 16 ottobre 2021: "Voglio chiedere, in nome di Dio, ai fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività, che fomenta la violenza e la guerra, spesso nel quadro di giochi geopolitici il cui costo sono milioni di vite e di spostamenti" 

7 - «Quello penitenziale (e combattivo) del 2 novembre 2021 davanti alle tombe dei caduti in guerra, che "sono con il Signore. Ma noi, che stiamo in cammino, lottiamo sufficientemente perché non ci siano guerre? Perché non ci siano le economie dei Paesi fortificate dall'industria delle armi?"      


Sergio Paronetto


San Martin xe 'ndà in sofita ...

Nella cappellina della Chiesa della Risurrezione c'è questo quadro di Ernani Costantini che raffigura S. Martino, il cui ricordo è oggi, l'11 di novembre


Oggi S. Martino avrebbe dato un pezzo del suo mantello a tutti i profughi ai confini della Polonia .....

A ben pensarci c’è solo un Santo a cui, almeno da queste parti, è associato sia un profumo che un suono.

Il suo nome, almeno per i Veneziani del Centro Storico, delle isole e dell’entroterra è legato alla fragranza e al sapore della pastafrolla di un dolce con le sembianze di un cavallo e di un cavaliere; ma non solo, il giorno a lui dedicato è spesso invaso dal suono, o meglio al rumore, prodotto dal vociare festante di bambini che mettono in atto una tradizione alquanto particolare.

Sì, anche se ormai è ovvio dirlo, stiamo parlando di San Martino e dell’11 novembre, giorno di grandissima importanza nel mondo rurale.

La data di questa festa era ben nota nelle campagne perché segnava la fine dell'annata agraria e, con questa, del termine dei contratti annuali.

Anticamente, dunque, il tempo di San Martino, era un periodo di grande cambiamento: spesso si traslocava, e da qui nasce l'espressione "Fare Sanmartin" per indicare il trasferirsi altrove, verso un’altra fase della vita. 

Spesso si festeggiava questo momento con banchetti e feste paesane, nei quali si consumavano prodotti tipici come l'oca al forno, le castagne arrostite e il vino nuovo.

Qui, nel veneziano, invece, con la medesima espressione si intende un’altra cosa. Infatti, sono in molti che da bambini, al giungere di questa data, erano soliti darsi appuntamento dicendo: “Oggi pomeriggio n’demo a far San Martin?” (Oggi pomeriggio andiamo a fare San Martino?), che non significava trasferirsi a vivere in un altro luogo, o prendere un cavallo e donare le due metà del proprio mantello ai bisognosi, ma andare a visitare tutta una serie di negozi facendo baccano con mestoli e pentole e cantando una filastrocca in dialetto che, bene o male, abbiamo imparato tutti: 

“San Martin xe andà in soffita par trovar la so noviza: so noviza no ghe giera, San Martin xe andà par tera. E col nostro sachetin, ve cantemo el San Martin”.

Il “sachetin”, citato nella filastrocca era il sacchettino nel quale i bambini sono soliti raccogliere le caramelle, i dolci o le piccole mance che vengono loro donate.

Ancora oggi, la mattina dell’11 novembre, non è raro incontrare intere scolaresche che vanno a “Fare San Martino”; troviamo sia davvero bello vedere che il corpo docente delle scuole elementari tramandi e faccia vivere questa tradizione ai bambini, cosa che, sicuramente, conserveranno nei loro ricordi e che tramanderanno ai loro figli.

Il patrimonio artistico legato a San Martino è ampio e la diffusione delle opere in tutto il territorio dimostra l’importanza della sua presenza in Veneto. 

Il culto di questo Santo, infatti è molto antico e se ne trova traccia fin dall'VIII secolo, importato forse da rifugiati dalla città di Ravenna, dove era molto sentito.

A Venezia la chiesa dedicata a San Martino di Tours si trova a Castello, nelle immediate vicinanze dell’Arsenale, ed è stata progettata da Jacopo Sansovino.

Nei pressi del patronato, vi è spesso un banchetto nel quale vengono messi in “vendita”, o a disposizione di chi dovesse averne bisogno, degli abiti usati, (spesso di persone anziane che non ci sono più), ma che risultano ancora in buono stato. Troviamo davvero suggestivo vedere che, nei pressi della chiesa di San Martino vengono messi a disposizione proprio degli abiti per chi sta attraversando un momento di difficoltà.

A San Martino è dedicata anche la chiesa di Burano, la cui sagrestia conservava in origine una serie di opere pittoriche di Giambattista Tiepolo, ora conservate nel vicino oratorio di Santa Barbara.

Il campanile settecentesco, particolarmente pendente, subì i primi cedimenti già in fase di costruzione e, fin da subito, si cercò di provi rimedio. Nonostante le opere di consolidamento, resta oggi una particolare caratteristica del paesaggio di Burano.


(Debora Gusson e Riccardo Roiter Rigoni)




 

Intensa intervista ad Antonietta Potente

Federica Tourn in Jesus di novembre 2021 ha pubblicato una intensa intervista ad Antonietta Potente 

Antonietta Potente, sessantatre anni, teologa, fa parte della Congregazione delle Suore domenicane, Unione di San Tommaso D'Aquino. Dopo il dottorato in Teologia morale, ha insegnato all'Angelicum e alla Facoltà teologica dell'Italia centrale di Firenze. Ha vissuto in Bolivia per quasi vent'anni, insegnando Teologia all'Università cattolica di Cochabamba.
È autrice di diversi libri, in particolare sul pensiero filosofico e sapienziale delle donne. Oggi vive a Torino.

Ecco alcune espressioni di Antonietta Potente tratte dall'intervista che si trova a questo link: https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202111/211108potente.pdf

"Quando si va a vivere altrove, bisogna cercare non quel che è diverso da noi ma quel che assomiglia a Dio".

"Esercitare un ministero disordinato significa spezzare la ripetitività di una predicazione che nella Chiesa è tutta al maschile, legata storicamente al privilegio di una élite".

"Nelle prime comunità cristiane, come si evince chiaramente dai Vangeli sinottici e da Giovanni, la struttura della Chiesa era circolare e coinvolgeva tutti".

"Le donne devono costruire un'ermeneutica diversa e ridimensionare la presenza del maschile nella vita spirituale, nell'interpretazione dei testi e nei simboli. Non si tratta di soppiantare una visione del mondo ma di aggiungere un altro linguaggio: il nostro, quello femminile".

SMS non sono solo i messaggini telefonici, è molto di più ...

In un post del 28 ottobre si è data notizia dell'avvio anche a Mestre e Venezia delle "Portinerie di Quartiere" e, in un altro del 1 novembre, si è presentata l'iniziativa "Città Fratelli Tutti" a Como.

A Mestre c'è da 10 anni un'altra realtà solidare "SMS" che nulla ha a che vedere con gli sms telefonici oramai caduti in discusso quasi completamente, ma è una sigla che significa "Mestre Spazio Solidale"


Sono 54 le Associazioni mestrine che si cono collegate tra di loro per offrire servizi che vanno dalla solidarietà verso persone in difficoltà, all'assistenza quotidiana dando così una mano a chi ha bisogno di aiuto. 

L'idea di fare rete è venuta a Manuela Campalto, responsabile della Casa del Volontariato e dal 2011 è cresciuta molto proponendo anche interessanti iniziative sul territorio come corsi di formazione con supporto psicologico, corsi della lingua dei segni italiana.

Stretta è la collaborazione con i Servizi Sociali del Comune nel sostenere famiglie, anziani, persone con disabilità. Opera non solo con aiuti alimentari o pagamento di bollette, ma anche coordina e gestisce la rete "Associazioni Casa del Volontario" fornendo ai cittadini informazioni sulle Associazioni locali, sul mondo del volontariato e del no-profit, nella condizione che "il tutto è più della somma delle singole parti".

Durante la pandemia si è rivelato un presidio essenziale grazie al quale il Comune è stato in grado di portare avanti una serie di iniziative di grande sostegno che, senza di SMS sarebbero state difficili da organizzare.

Non è poi da sottovalutare l'apporto che danno al "Progetto Con-Tatto" (sostenuto anche dal Comune che intende sensibilizzare i giovani sviluppando la loro conoscenza sul mondo della solidarietà, al fine di coinvolgere in esperienze concrete nelle Associazioni di volontariato.

Qui di seguito il link del sito dell'Associazione per avere altre notizie: https://spaziomestresolidale.wordpress.com/progetto-con-tatto/



Le opportunità sprecate in tempo di Covid

Conversando con le persone più diverse, emerge un commento condiviso: «Altro che saremo migliori! Guardi che aggressività pazzesca! Che intolleranza, che violenza di modi e di espressioni!». «E la frustrazione?! Non ho mai visto così tanti frustrati in giro. Ognuno sta tirando fuori il peggio di sé!». «Un disastro! Per me la vera pandemia è di occhi morti e cervelli fritti! Il Covid, o il lockdown che sia, si è bevuto il cervello della gente. Morti i neuroni svegli, dentro la testa è rimasta segatura e qualche neurone azzoppato per continuare la fake di essere vivi!».


Alessandra Graziottin, psicoterapeuta, nel suo spazio settimanale "Passioni e solitudini" del lunedì su Il Gazzettino, analizza le opportunità che il Covid ha posto e come sono state colte o sprecate.


Una splendida notizia arriva da Wahat al-Salam - Neve Shalom


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🏠🏠 Il Villaggio finalmente può allargarsi ad accogliere nuove famiglie! 🏠🏠🏠

42 nuove famiglie (metà ebree e metà palestinesi, tutte di cittadinanza israeliana) potranno iniziare a costruire le loro case. Molte di queste famiglie - dopo aver ricevuto l'approvazione da parte della commissione che valuta le richieste dei nuovi membri - hanno aspettato per anni.

Dopo grandi sforzi da parte della sindaca Rita Boulos (in foto) e dei suoi collaboratori, sono arrivati ora i permessi necessari per i nuovi lotti edificabili, già pianificati. 

Si allarga il Villaggio, si allarga la possibilità di creare, dal basso, una convivenza equa e rispettosa, che dia spazio e valorizzi le identità di tutti.


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Wahat al-Salam - Neve Shalom è un villaggio cooperativo di Ebrei e Arabi palestinesi (musulmani e cristiani), tutti cittadini di Israele. Il suo nome deriva da uno dei libri di Isaia (32,18): “Il mio popolo abiterà in un’ Oasi di Pace" (Neve Shalom in ebraico, Wahat al-Salam in arabo). Il nome del villaggio è stato scelto dal suo fondatore, il padre domenicano Bruno Hussar, ebreo di origine, cittadino di Israele, nel 1966. Fino ad oggi c'erano 70 famiglie alle quali si aggiungeranno le 42 sopra dette.