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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Parole senza umanità e senza dati di fatto


I dati di fatto: dal 22 ottobre (data dell'insediamento del Governo Melini)
 solo il 10% su 9000 sono stati salvati dalle navi delle Ong

Le organizzazioni non governative sono strutture indipendenti che operano per promuovere i diritti umani e soccorrere persone in gravi difficoltà. In particolare le loro navi raccolgono i profughi che vengono in Italia nei barconi della morte.
Il nostro governo ha dichiarato guerra alle navi delle organizzazioni non governative che salvano del mare quanti tentano di migrare: profughi di guerra, persone che provengono da paesi poveri. 

Da quando si è insediato il governo Meloni (22 ottobre) sono arrivati in Italia e sono stati salvati in mare e accolti 9000 profughi. Di questi solo 850, il 10%, è stato salvato dal mare dalle navi delle organizzazioni non governative. Gli altri sono stati salvati dalle navi della nostra Guardia di Finanza e dalle altre forze dell’ordine italiane.
Queste cose l’opinione pubblica non le sa. 

Va tenuto anche ben presente che l’Italia attualmente accoglie molti meno profughi o migranti che altri Stati europei come la Germania, la Francia, la Spagna… Di fronte a questa disinformazione sulla lotta contro le organizzazioni non governative, che in talune circostanze possono essere anche esse politicizzate, ma il cui unico scopo è di salvare persone da morte sicura, occorrerebbe una chiara
dissociazione.

*****


Le parole: un carico residuale?

Si dice che le parole plasmano il mondo. Non sempre in meglio. Specie se sono parole infarcite di menzogna, di tornaconto, usate per scavare fossati e tenere a distanza i morsi della coscienza.          

A chi verrebbe in mente di definire degli esseri umani «carico residuale»? Ci vorrebbe un Primo Levi per farsi spiegare cos’è un «carico residuale» fatto di carne umana, di anime ferite, di sguardi spersi, di famiglie separate: mamme e figli a terra, papà da rispedire ai mittenti da cui scappano. «Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. 

Con le parole un uomo può renderne felice un altro o spingerlo alla disperazione». Chissà se i nuovi governanti e legislatori hanno mai letto Freud. O hanno ascoltato almeno un po’ papa Francesco, che a certe parole ha restituito il peso che fingiamo di non sentire più: «La cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura».


L'intero editoriale di Nello Scavo a questo link:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/un-carico-residuale


Francesco e al Tayyeb: quello che hanno detto è importante e sbalorditivo

Quello che hanno detto e fatto Francesco e al Tayyeb sulle sponde roventi del Golfo dell’odio, dove mors tua equivale a vita mea perché a un imperialismo religiosamente ispirato corrisponde per forza un opposto imperialismo religiosamente ispirato, l’imperialismo iraniano ammantato di sciismo contro quello saudita ammantato di sunnismo, è qualcosa che lascia sbalorditi. E’ stato possibile per il metodo - Bergoglio, che poi è il metodo del Concilio Vaticano II: non guardare dall’alto in basso il proprio interlocutore, capirne la psiche con fiducia, non con diffidenza.


Più volte papa Francesco ha detto che per realizzare il Concilio Vaticano II ci vorrà un secolo. Non sorprende quindi che, in un momento storico stracolmo di giganteschi fatti di cronaca, l’enormità culturale di quanto accaduto in Bahrein sia sfumata nel racconto globale. Ma si può dire che il c4 novembre a Manama lo spirito del Concilio Vaticano II ha preso a soffiare nell’Islam. Ed è lo spirito del pluralismo, cioè della rinuncia a considerare che chiunque non sia identico o sottomesso a noi stessi sia un traditore, un apostata, un eretico.

Per chi aveva conosciuto le guerre, gli scismi e scomuniche, tra cattolici e ortodossi e poi tra cattolici e protestanti, l’ecumenismo, cioè la ricerca dell’unità dei cristiani nel rispetto e nella valorizzazione delle loro diversità, non nell’ omologazione o annessione, è stato un cambiamento profondo, accompagnato dal dialogo con le altre religioni, riconosciute come portatrici di semi verità. Il dialogo con le altre religioni, offerto da 50anni dalla Chiesa cattolica, si è dunque radicato da tempo anche con l’islam e nel migliore pensiero degli islam. Ma il dialogo intra islamico no, non si era mai formalmente interrotto, ma era inconsistente da secoli.

E così al forum per il dialogo tra Oriente e Occidente, mentre tornano a soffiare i venti di guerra tra Iran e Arabia Saudita, l’imam di al Azhar e presidente del Consiglio degli anziani dell’Islam, l’uomo con cui Francesco ha firmato nel 2019 il Documento sulla fratellanza, ha deciso di dire esplicitamente che tra sunniti e sciiti deve cessare questo clima di odio e scomuniche, di rifiuti e persecuzioni, di guerra e di negazione: “Rivolgo il mio appello ai miei fratelli, i giuristi musulmani di tutto il mondo, indipendentemente dalle loro sette e scuole, a tenere un dialogo islamico-islamico serio, un dialogo a favore dell’unità, del riavvicinamento, un dialogo per la fratellanza religiosa e umana, in cui si respingono le cause della divisione, della sedizione e del conflitto settario e che si concentra sui punti di accordo e di incontro”.

È questa la vera alternativa ai terroristi che, va aggiunto per chiarezza, siano dell’una o dell’altra parte islamica, si presentano sempre con attentati ai luoghi di culto dell’altro, sunnita o sciita. 

Le parole di Ahmad al Tayyeb, ormai un amico spirituale di Francesco, sono state accompagnate da quattro affermazioni importantissime del papa: il no alla pena di morte pronunciato a palazzo reale, davanti al re, appena arrivato.

Poi....

L'intero articolo di analisi di Riccardo Cristiano a questo link:

https://formiche.net/2022/11/papa-francesco-bahrein-tayyeb/?fbclid=IwAR0o4ujqQagCTYifgvgqnwJfeLR2RvrrKKZ2m7rFu0NGBm19XRTdOeNdMqc





Papa in Bahrein: “Il mondo avrà futuro solo nella fraternità”

Emozionante l'incontro di Papa Francesco con i giovani, circa 800, della Scuola del Sacro Cuore, ad Awali in Bahrein. Ad accogliere il Pontefice la direttrice e due docenti. Prima del discorso del Papa, uno studente musulmano e una studentessa cattolica hanno portato la loro testimonianza. Successivamente, dopo un canto e la testimonianza di un giovane cattolico della parrocchia del Sacro Cuore, Papa Francesco si è rivolto ai suoi giovani interlocutori sollecitandoli su tre “piccoli inviti – ha detto – non tanto per insegnarvi qualcosa, quanto per incoraggiarvi”.


“Abbracciare la cultura della cura – ha esordito il Papa – anzitutto di voi stessi: non tanto dell’esterno, ma dell’interno, della parte più nascosta e preziosa di voi, della vostra anima, del vostro cuore”. 

Cultura della cura poi come “antidoto contro un mondo chiuso impregnato di individualismo, imprigionato dalla tristezza, che genera indifferenza e solitudine. Perché se non impariamo a prenderci cura di ciò che ci sta attorno – degli altri, della città, della società, del creato – finiamo per trascorrere la vita come chi corre, si affanna, fa tante cose, ma, alla fine, rimane triste e solo perché non ha mai gustato fino in fondo la gioia dell’amicizia e della gratuità. Non via accada – ha ribadito – turisti della vita”. A seguire il secondo invito:

 

“Seminate fraternità – ha proseguito – e sarete raccoglitori di futuro, perché il mondo avrà futuro solo nella fraternità!”. Essere prossimi di tutti, senza fare differenze perché “le parole non bastano: c’è bisogno di gesti concreti portati avanti nel quotidiano”. Infine l’ultimo invito, forse il più difficile: fare delle scelte nella vita. “Come davanti a un bivio – ha sottolineato –, bisogna scegliere, mettersi in gioco, rischiare, decidere. Ma questo richiede una buona strategia: non si può improvvisare, vivendo solo di istinto o solo all’istante! Ma come allenare ‘la capacità di scegliere’, la creatività, il coraggio, la tenacia? Come affinare lo sguardo interiore, imparare a giudicare le situazioni, a cogliere l’essenziale?”. Nella “preghiera silenziosa”, ha indicato il Papa, rassicurando i giovani sulla presenza costante di Dio che “non vi lascia soli, pronto a darvi una mano in atte che gliela chiediate. Egli ci accompagna e ci guida. Non con prodigi e miracoli, ma parlando delicatamente attraverso i nostri pensieri e i nostri sentimenti”.

L'intera cronaca con la terza consegna del Papa a questo link: 

https://www.agensir.it/chiesa/2022/11/05/papa-in-bahrein-il-mondo-avra-futuro-solo-nella-fraternita/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2




Un viaggio non solo di vacanza a Lampedusa organizzato dall’Associazione Edusa

Benedetta Rizzi e Francesca Cortese sintetizzano così l'esperienza di un viaggio a Lampedusa

Mentre con il gruppo siamo davanti alla porta d'Europa ecco comparire una piccola imbarcazione affiancata da un gommone della finanza che viene accompagnata verso il Molo. Decidiamo di seguire tutte le operazioni e spostandoci sulle rocce l’accompagnamo anche noi fino al suo attracco e assistiamo dal lato opposto del porto allo sbarco delle persone. Poi andiamo all'ingresso del Molo e vediamo i volontari di Mediterranean Hope (i pochissimi che hanno il permesso di accedere a quel luogo per portare un tè caldo, biscotti, un sorriso, un abbraccio e coperte termiche in caso di necessità) all'opera mentre accompagnano giovani ragazzi in bagno (ci sono solo due bagni sul molo, tenuti in condizioni igieniche spaventose, nei quali uomini, donne e bambini accedono spesso a piedi nudi). Ce ne andiamo, sollevate almeno dalla notizia che riusciamo ad avere sulle buone condizioni di salute e sull'arrivo salvo di tutti.

È incredibile che una bagnarola di lamiera piena zeppa sia riuscita ad arrivare intera! Dopo qualche ora, sul corso principale dell'isola ci ferma un pescatore su uno scooter. Ha due occhi di un azzurro incredibile, lo sguardo addolorato e un po' perso, un sorriso dolce e amaro insieme. "Stanno sbarcando, sono un pescatore, li ho avvistati io, andate a vedere, andate, ci vediamo là". Decidiamo di andare. Sono tante persone avvolte nelle coperte termiche: sono stati ore in acqua prima di essere soccorsi e sono arrivati stremati. Per fortuna tutti vivi.

La sera sul tardi assistiamo a un altro sbarco. Anche loro vengono issati da una motovedetta che li ha raccolti e trasportati. Sono tanti. Li vediamo allinearsi in un silenzio irreale lungo la banchina.

La settimana precedente il nostro arrivo da quelle barche sono stati portati via tanti corpi chiusi nelle sacche per cadaveri. 11 corpi recuperati, altri 9 dispersi in mare. Tra i morti due gemellini di 28 giorni e un bimbo di circa un anno.

 

Sono dovuta ripartire. Mi sarebbe piaciuto poter restare qualche giorno in più sull'isola. La natura aspra e ruvida, il profumo selvatico della macchia mediterranea, i colori incantevoli del mare, così bello e così crudele, lo sguardo che abbraccia orizzonti senza confini, molto diversi dal mondo che abbiamo costruito fatto di muri e di chiusure. Questo pezzo di terra gettato in mezzo al mare e le persone che ho incontrato mi hanno dato moltissimo in un tempo incredibilmente breve. 

Sono ripartita piena di gratitudine e col desiderio di poterci tornare per restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto. Chissà, magari troverò un giorno un modo e una ragione per poterlo fare.

(Benedetta Rizzi) 



 

Di ritorno da un'intensa esperienza a Lampedusa. Un'isola da secoli approdo di persone in cerca di nuova vita, di creature d'acqua e di uccelli in cerca di un nido sicuro.

È stata una settimana ricca di incontri, di persone e di luoghi: volti anche contraddittori di quest'isola che da sempre accoglie genti, culture e religioni diverse.

Il volto dei migranti, ormai invisibili a Lampedusa. Arrivano continuamente e vengono stipati e rinchiusi nell'hotstop in attesa di essere trasferiti altrove, in silenzio di notte. In questi giorni erano più di 1000 in un centro predisposto per 350 persone...mi porto a casa il loro sguardo profondo che racconta di umiliazione, di rabbia, di sogni, di storie uniche. 

Il volto di quei Lampedusani che si impegnano concretamente fino ad aprire le loro case prendendosi cura delle persone in transito con grande spontaneità ed umanità. Mi porto a casa le loro emozioni ma anche la loro amarezza per non riuscire a partecipare come vorrebbero per rendere più umano questo meccanismo che ammassa per poi trasferirle frettolosamente.

Il volto dei pescatori, per loro salvare vite in mare è un dovere non una facoltà.

Il volto dell'indifferenza di coloro che arrivano a Lampedusa in vacanza o ci vivono senza farsi troppe domande.

Il volto di chi guarda oltre Lampedusa, pur vivendoci o conoscendola bene, perché per un'integrazione è una convivenza di pace si deve lottare non solo qui ma in ogni luogo, in Italia, in Europa e oltre.

Infine il volto degli orizzonti, delle albe e tramonti mozzafiato, dell'acqua cristallina che circondano l'isola che mi rigenerato e riconnessa con madre natura.

Che dire...torno più ricca dentro dopo un'esperienza sopra le aspettative con un gruppo di amici meravigliosi vecchi e nuovi. 

(Francesca Cortese)



Domenica 6 novembre abbiamo ricordato e pregato così

Il 6 novembre, dal 200, è la Giornata Internazionale dell'ONU per la prevenzione dello sfruttamento dell'ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato. Mai come oggi è attuale


Il Roveto Ardente è simbolo del Movimento Lardato Sì che, sulla spinta di papa Francesco, ricorda ai cristiani il dovere di proteggere il creato.
Oggi inizia a Star el Sheik un altro vertice che potrebbe fermare la catastrofe dovuta ai combustibili fossili che generano i cambiamenti climatici pur nella assenza di Cina e India due delle nazioni più inquinate e inquisitrici del mondo.
Uniti a tutti gli uomini di buona volontà abbiamo pregato perché si agisca presto per il bene di tutti:

Il nuovo che chiamò Mosè sul monte Oreb non consumò né distrusse il roveto. Quel fuoco sacro ricordava che Fio ha ascoltato le grida della terra e degli oppressi.
Preghiamo perché gli uomini rispondano a quel grido per salvare l'umanità.

La Messa di ogni domenica è come il nostro roveto ardente. Tu ci chiedi di agire per la vita per allontanare ogni destino di morte. Sapendo che entro il 2030 saranno 118 i milioni di africani a soffrire di grave siccità, inondazioni e caldo estremo, fa che i leader del mondo invertano presto questa via di morte.

Dalle decine di migliaia di persone che ieri hanno riempito Roma e Milano per chiede di fermare la follia della guerra in Ucraina, si innalzi una supplica a Dio affinché si intraprendano subito le vie del negoziato e del disarmo atomico.


Per saperne di più sulla Giornata del 6 novembre, questo è il link:






Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 6 novembre

 


Domenica XXXII – Lc 20,27-38

La risurrezione, un premio, una compensazione, una semplice materiale risposta alle difficoltà della vita? è solo questo?



Questa è la penultima domenica dell’Anno Liturgico che si chiuderà con la Festa di Cristo Re e abbiamo appena celebrato la festa di tutti i Santi. Il giorno seguente, nel ricordo dei defunti, abbiamo riaffermato la speranza nella risurrezione, tema che la liturgia ripropone oggi alla nostra riflessione con forza attraverso la domanda posta a Gesù dai Sadducei, l’aristocrazia sacerdotale del Tempio che non ci credeva, perché non testimoniata nel Pentateuco. Non l’accoglievano inoltre per gli aspetti materialistici con i quali veniva per lo più prospettata e che proiettavano in cielo quanto si vive sulla terra, senza i limiti che la caducità della creazione comporta. 

La prospettiva della risurrezione era stata elaborata come risposta al fatto che, facilmente, i buoni periscono e i malvagi vivono a lungo; ecco allora la soluzione formulata come una compensazione nel dopo la morte, di quello che si vive sulla terra.

Questa idea affonda le sue radici nel pensiero profetico e sapienziale, per esempio in Isaia (26,19) e nella nota convinzione che Giobbe grida con tutta la sua forza (19,25-27) ma, questi testi non appartengono alla Torah e, quindi, per i Sadducei non potevano essere normativi.

Nella domanda posta a Gesù, traspare con evidenza molta malignità e desiderio di ridicolizzare coloro che ci credevano, in quanto viene presentata l’iperbole di un ipotetico caso giuridico che avrebbe potuto presentarsi con il precetto del Levirato (Dt 25,5-10 – “levirato” viene dal latino “levir” termine che identifica il fratello del marito, cioè il cognato). Non c’era affatto la necessità di pensare a 7 fratelli e una sola donna moglie del primo e, in seguito alla morte progressiva di ciascun fratello, cercare di capire a quale sarebbe stata sposata nella risurrezione. Il problema sarebbe stato uguale anche con soli due fratelli. 

Pure gli altri due sinottici, Marco e Matteo, presentano la medesima domanda e, nei loro Evangeli, Gesù risponde in modo aggressivo. In Luca invece i toni sono pacati: non accusa ma pazientemente spiega e, usando parole semplici, corregge innanzitutto l’idea di risurrezione che traspariva dalla domanda postagli dai Sadducei, affermando che “ora siamo figli di questo mondo …mentre  coloro che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti … sono simili agli angeli”.

Con questo Gesù non vuole affatto prefigurare in nessun modo una realtà celibataria nel regno di Dio, ma pone l’accento sulla diversità delle due situazioni ed è interessante notare il perché i risorti non prenderanno più né moglie ne marito: “perché non possono più morire”. 

Vale a dire che il matrimonio ha a che fare con la condizione mortale dell’uomo che ha la necessità di procreare sia per darsi un futuro e perpetuare la vita sia, soprattutto, per gridare alla morte che la vita è più forte. Quando si risorgerà, non sarà un tornare a questa vita che conosciamo, ma si godrà pienamente della medesima vita di Dio, non si avrà più bisogno di contestare la morte, semplicemente perché questa in Dio non esiste e l’avrà eliminata anche in noi (Is 25,8).

Con il dire questo Gesù accompagna i Sadducei a riflettere su quanto traspare nella Genesi (quindi all’interno del Pentateuco, delle Scritture di Mosè): Adamo chiamò la donna Eva, che significa “madre dei viventi”, solo dopo che furono cacciati dal Paradiso per aver mangiato dell’albero della vita e solo allora “conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino” (“conoscere” nella Scrittura sta a dire un rapporto sponsale). Quindi nel Regno di Dio, il Paradiso che accoglie e accoglierà tutti i risorti, non essendoci più questa necessità causata dalla nostra caducità mortale, non c’è e non ci sarà più alcuna necessità di rapporti sponsali per affermare la vita, perché la si sta e la si starà già vivendo in pienezza.

 

Gesù però non si ferma qui e prosegue nella sua argomentazione diversificandosi dai farisei; credevano pure loro alla risurrezione che facevano derivare direttamente dalla fedeltà che Dio ha alla sua Parola: non ha forse promesso ai Patriarchi di dare loro la terra di Canaan (Es 6,14)? È evidente che i loro discendenti l’hanno ricevuta; è quindi necessario che i Patriarchi risorgano per poterla ricevere anche loro.

Gesù invece sottolinea che il Padre è un Dio di e in relazione, perciò Abramo, Isacco e Giacobbe non possono che essere già vivi, nonostante siano morti e siano stati sepolti come è attestato dalla Scrittura. È la relazione di Dio con l’uomo che oltrepassa la morte. La risurrezione allora esiste non in ragione di quanto gli uomini hanno vissuto o fatto, ma nella passione di amore di Dio, la stessa passione che anima Gesù venuto a “cercare ciò che era perduto” (Lc 19,10).  Se ci lasciamo trovare, entriamo in relazione intima con Lui e, di fatto, viviamo già da risorti. Oggi. 

Oggi perché lui ci ha detto: "Io sono la risurrezione" (Gv 11,25) perciò se riusciamo a vivere come lui ci ha indicato fino a poter dire con Paolo "non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me" (Gal 2,20), in lui vivremo già da risorti. Siamo coscienti che non ci è facile vivere imitandolo senza errori; perciò per noi, nella nostra caducità, ci saranno solo delle anticipazioni, ma sono reali quanto quello che sarà alla fine del tempo, del nostro tempo e al compimento dei tempi.

(BiGio)

“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”

Ma di quale morte e soprattutto di quale vita si tratta? Quale vita sta a cuore a chi parla, a chi domanda a Gesù, non senza intenzioni di metterlo in difficoltà, di coglierlo in fallo? Sono ora i sadducei a farsi avanti. Appartenenti all’aristocrazia sacerdotale, a differenza dei farisei “affermano che non c’è resurrezione né angeli né spiriti” (At 23,8). 

Dietro i Sadducei vanno forse riconosciuti i destinatari del Vangelo secondo Luca e pure noi. Sembra di sentire la reazione dei greci al discorso di Paolo all'Areopago: “Quando sentirono parlare di resurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: ‘Su questo ti sentiremo un’altra volta’” (At 17,32). E forse non solo i destinatari contemporanei di Luca ma anche noi, che, nella nostra società consumista siamo come i sadducei: crediamo nella resurrezione? Ha incidenza nelle nostre vite?

La storiella che i sadducei sottopongono al giudizio di Gesù è paradossale, persino ridicola. La Legge di Mosè (cf. Dt 25,5-10) stabiliva che, nella misura del possibile, la vita non si concludesse senza lasciare discendenza, secondo il disegno di prosperità di Dio. Eppure è la resurrezione a riservare un avvenire alla caducità della vita, sempre sottoposta alla morte. 

Alla luce della resurrezione, pienezza di vita in Dio, ogni nostra relazione trova consistenza e nuova e profonda collocazione. Ogni nostra relazione – e noi, ciascuno e tutti, siamo relazione! – trova senso nell’abbraccio di Dio, che ci è Padre, che guarda a noi come “figli della resurrezione” (v. 36). Se siamo – siamo chiamati a essere – “figli della resurrezione”, possiamo riconoscerci discendenza di Dio, vita che, nel travaglio dei giorni, non va perduta.

La discussione sulla resurrezione viene ricondotta da Gesù all’amore di Dio, alla sua fedeltà, perché l’amore di Dio per l’uomo rende impossibile che questi venga abbandonato in potere della morte. La morte non ha, non può avere l’ultima parola. Gesù riporta al cuore della Scrittura, alla rivelazione del Dio vivente a Mosè al roveto ardente (cf. Es 3,6).

Dall’amore di Dio che dura in eterno, sperimentato nella promessa fatta al popolo d’Israele, nasce la fede nella resurrezione.

“Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,       
nessun tormento le toccherà.       
Agli occhi degli stolti parve che morissero;        
la loro fine fu ritenuta una sciagura,       
la loro partenza da noi una rovina,         
ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,    
la loro speranza è piena di immortalità.   
Per una breve pena riceveranno grandi benefici, 
perché Dio li ha provati      
e li ha trovati degni di sé:   
li ha saggiati come oro nel crogiuolo      
e li ha graditi come un olocausto.  


Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;      
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.         
Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli     
e il Signore regnerà per sempre su di loro.        


Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;       
coloro che gli sono fedeli   
vivranno presso di lui nell’amore,  
perché grazia e misericordia        
sono riservate ai suoi eletti.


Meglio essere senza figli e avere la virtù, 
poiché nel ricordo di questa c’è immortalità,      
per il fatto che è riconosciuta da Dio e dagli uomini” (Sap 3,1-4,1).

(sr Silvia di Bose)



Lettera a chi manifesta per la pace. Liberi insieme dalla guerra

Sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole


Caro amico, cara amica,

sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.

Ti do del “tu” perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo non possiamo rimanere fermi. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c’è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia – perché la pace è di tutti e ha bisogno di tutti – che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che manifesti anche per i tanti che non possono farlo. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!

Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: “Aiuto! Stanno male! Stanno morendo! Facciamo qualcosa! Non c’è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!” Il dolore diventa un grido di pace.

La pace mette in movimento. È un cammino. « E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: «Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.

Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo». Le strade della pace esistono davvero, perché il mondo non può vivere senza pace. Adesso sono nascoste, ma ci sono. Non aspettiamo una tragedia peggiore. Cerchiamo di percorrerle noi per primi, perché altri abbiamo il coraggio di farlo. Facciamo capire da che parte vogliamo stare e dove bisogna andare. E questo è importante perché nessuno dica che lo sapevamo, ma non abbiamo detto o fatto niente.

Non sei un ingenuo. Non è realista chi scrolla le spalle e dice che tanto è tutto inutile. Noi vogliamo dire che la pace è possibile, indispensabile, perché è come l’aria per respirare. E in questi mesi ne manca tanta. È proprio vero che uccidere un uomo significa uccidere un mondo intero. E allora quanti mondi dobbiamo vedere uccisi per fermarci?

«Quante volte devono volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre? ». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte? ». «Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare? ». Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell’Ucraina e tutti gli altri pezzi dell’unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio? Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c’è futuro se non insieme. 

È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L’unica strada è quella di riscoprirci “Fratelli tutti”. Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori. Chiedere pace non significa dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra. 

Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell’Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace ». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia. L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà. 

E chiediamo all’Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l’umanità può essere distrutta. Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall’odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L’uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri. Ti abbraccio fraternamente.

Cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei



La pace impossibile con la realpolitik dei potenti

“La guerra non cesserà mai se non si afferra il ramo di palma che solo una potenza spirituale può porgere. Sangue scorrerà sull’Europa finché le nazioni non si accorgeranno di quella loro terribile follia che le fa muovere in un circolo vizioso”. Lo scriveva Novalis (alias Friedrich von Hardenberg, 1772-1801) al volgere del secolo dei Lumi, nel 1799. Non aveva nemmeno trent’anni, e sarebbe morto senza compierli: ma lo pseudonimo che si era dato, e che richiama nuove terre ancora da dissodare, oggi ci pare perfetto per il ragazzo visionario della primavera romantica di Jena.


Quel suo saggio, La Cristianità o l’Europa, che in altre stagioni avremmo letto con tutta la diffidenza che ogni ostinato illuminista prova per la nostalgia romantica, oggilo illumina la voce di questo papa che si ostina a manifestare una volontà di pacificazione in nome della giustizia e della pietà (non di un deserto chiamato pace, non di una pace a qualunque condizione). Guardava avanti e non indietro, il ragazzo di Jena. Perché evidentemente bisogna alzare il punto di vista da cui si guarda il mondo, per vedere ciò che i poveri di spirito vedono benissimo, e i potenti della terra no. Solo questo significa “una potenza spirituale”, per quel ragazzo visionario che volava già oltre l’epopea prima liberatrice e poi truce e sanguinaria delle Nazioni. Era già più vicino all’”Europa ovvero filosofia” dei grandi visionari del secolo scorso, quelli che per “Europa” intendevano non un continente ma un’idea. Europa come civiltà che si dissemina, fondata sull’umanesimo e la ragione pratica, capace di rinunciare a ogni radice identitaria pur di accoglierle tutte entro i vincoli del diritto e dei diritti umani.

Certo, era necessario a questo scopo smantellare, di questa stirpe che siamo di rane pensanti e gracidanti intorno allo stagno del Mediterraneo (Platone), tutta la millenaria superbia, e denunciare tutta l’inumana ferocia dispiegata nei secoli della modernità, fra le dichiarazioni dei valori più universali e le immense rapine coloniali. Denunciare l’enorme contraddizione fra i principi e le azioni, come i philosophes, gli artisti, i pensatori hanno sempre fatto, da Bologna a Oxford, da Salamanca a Heidelberg, da Parigi a New York: e più intensamente negli ultimi tre quarti di secolo. Questo e nient’altro è una “potenza spirituale”, quella che genera costantemente, insieme, critica, pensiero e pietà. Bulgakov – il grande ucraino di lingua russa, uno dei più illuminati scrittori del Novecento, lo vide con gli occhi sghembi del suo Mefisto, Woland che di spirito ne ha parecchio: vide Ponzio Pilato, lo scettico e tormentato Quinto Procuratore della Giudea, che da duemila anni si sveglia ogni notte di luna piena con l’emicrania, e disperatamente anela a continuare quella conversazione sulla verità cominciata con Yeshua Ha-Nosri, il pazzo e mite “filosofo” condannato a morte dalla folla inferocita, il giorno 14 del mese primaverile di Nizan.

L'intero articolo di Roberta De Monticelli a questo link:

http://www.libertaegiustizia.it/2022/10/19/la-pace-impossibile-con-la-realpolitik-dei-potenti/



Domani a Roma l'iniziativa di pace: "Se non ora, quando?"

Molti pensano che non sia ora il momento di una richiesta di pace: una tregua non servirebbe che a dar fiato alle forze militari molto provate dell’invasore, proprio ora che l’offensiva ucraina potrebbe rivelarsi risolutrice.

Ragionare in questo modo, tuttavia, non è abbracciare di tutto cuore l’idea che la guerra sia un mezzo per risolvere le controversie internazionali, contro il dettato della nostra Costituzione? Finora si è obiettato che l’art. 11, nella prima clausola, ripudia la guerra solo come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli».



Ma nel momento in cui l’invasore chiede una tregua («Ho sempre detto che noi siamo aperti ai negoziati», ha recentemente affermato Putin al summit di Astana), non entra pienamente in vigore la seconda clausola, il ripudio della guerra anche come strumento di soluzione delle controversie internazionali?

Clausola appunto seguita dall’immediata indicazione del vero luogo di risoluzione: «un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» e del suo vero strumento: «le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Tanto che per consentire un tale ordinamento, e per promuovere simili organizzazioni internazionali, la Costituzione «consente alle limitazioni di sovranità necessarie». È la parte più importante dell’articolo, e la meno citata.

Per questo proprio in questi giorni, quando Europe for Peace ufficializza la sua partecipazione alla manifestazione nazionale per la pace a Roma il 5 novembre, e su questo giornale che ha coraggiosamente aperto a un vero confronto di ragioni fra sostenitori dell’urgenza di seri negoziati di pace e sostenitori di un prolungamento incondizionato ed esclusivo della partecipazione europea alla guerra, vorrei ricordare i punti essenziali dell’appello “Per una proposta di pace dell’Unione europea”, presentato nel giugno scorso nella sede dell’ufficio italiano del parlamento europeo e firmato, tra gli altri, dal consiglio italiano del Movimento europeo nella persona del suo presidente Pier Virgilio Dastoli (che fu fino alla fine collaboratore di Altiero Spinelli), dall’Associazione partigiani (Anpi), dall’Arci, dalla Rete disarmo e dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.



L'intero articolo di Roberta De Monticelli a questo link:


http://www.libertaegiustizia.it/2022/10/22/liniziativa-di-pace-se-non-ora-quando/



Pace, cosa posso fare per te?

Mai come oggi è tempo di pace, tempo di perdono, tempo di incontro, tempo di credere che possiamo essere davvero custodi gli uni degli altri. Con il contributo di tutti, l’umanità può diventare come una famiglia, in cui ogni differenza, ogni colore, ogni cultura siano semplicemente le sfumature della fantasia di Dio. Un’umanità così sarebbe l’artefice di una vera rivoluzione, di una primavera di pace e di riconciliazione. E allora, prepariamo la pace con scelte e con gesti di giustizia!

Quando ripenso alla nostra storia, mi commuovo. Ho davanti i volti di chi ci ha aiutato, guidato, anche corretto, lo sguardo dei “piccoli” che si sono tolti il pane di bocca per una carità, ma anche la vita buona dei “grandi” che hanno incrociato il nostro cammino. Penso a figure come padre Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, papa Paolo VI, Madre Teresa di Calcutta, dom Helder Camara, frère Roger della comunità di Taizé, Giovanni Paolo II e tanti altri. Poi, il sindaco di Firenze Giorgio La Pira. Fu lui il primo a farci scoprire la profezia di Isaia, le parole che annunciano un tempo in cui le armi non saranno più costruite e i popoli non si eserciteranno più nell’arte della guerra. All’epoca ero molto giovane e non avevo ancora tutto chiaro, ma nel cuore sentivo che forse Dio ci avrebbe usato per fare qualcosa del genere.

In fondo, l’Arsenale della Pace, la realtà di una vecchia fabbrica di morte trasformata in casa di vita, è nata proprio da quell’appuntamento.

Oggi non ho problemi a vedere nell’incontro con La Pira, l’incontro con un politico santo. Perché riconosciuta o no a livello ufficiale, per me la santità ha quello stile, ha quella credibilità. La Pira ci ha aiutato a capire che un grande obiettivo non si realizza mai da solo, ma con impegno, con gradualità, con umanità. La pace è così: non è uno slogan da gridare nelle piazze o nei cortei. La pace, come la speranza e l’amore, è un fatto concreto, è una scelta di vita, è l’impegno radicale a lottare contro ogni ingiustizia. La forza di un ideale può essere dirompente, ma dobbiamo avvolgerlo continuamente di pazienza, di delicatezza: abbiamo bisogno di riscoprire ogni giorno le nostre motivazioni, di dire il nostro sì. A quel punto diventeremo indomabili, sentiremo l’urgenza di non tacere di fronte a migliaia e migliaia di guerre nella storia e a centinaia di milioni di morti. A non stancarci nel dire che le armi non devono essere più costruite perché uccidono e lo fanno tante volte, quando sottraggono investimenti allo sviluppo, quando lasciano sul campo morti e feriti, quando preparano la vendetta, quando devastano per sempre l’equilibrio dei reduci.

Credo che le tragedie della storia e la complessità geopolitica del mondo di oggi ci dicano che non è più tempo di aspettare. L’umanità può rinascere! Ognuno di noi può farlo, vivendo – se è credente – la santità come forma più alta del proprio essere al mondo. Da non credente, l’impegno continuo a cambiare, a convertirsi per convertire il corso negativo della storia. Tutto il resto non conta.

Mai come oggi è tempo di pace, tempo di perdono, tempo di incontro, tempo di credere che possiamo essere davvero custodi gli uni degli altri. Con il contributo di tutti, l’umanità può diventare come una famiglia, in cui ogni differenza, ogni colore, ogni cultura siano semplicemente le sfumature della fantasia di Dio. Un’umanità così sarebbe l’artefice di una vera rivoluzione, di una primavera di pace e di riconciliazione. E allora, prepariamo la pace con scelte e con gesti di giustizia! Facciamolo, non abbiamo paura, non esitiamo! Chiediamolo prima di tutto a noi stessi: “Pace, che cosa posso fare per te?”. Una domanda apparentemente piccola che però può cambiare il mondo. E per noi cristiani aprire una via di santità.

(Ernesto Olivero)



Tutti Santi in Dio e nella Memoria dei defunti

La preghiera di suffragio della Chiesa si “appoggia”, per così dire, sulla preghiera di Gesù stesso: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io” (Gv 17,24). Gesù si riferisce ai suoi discepoli, in particolare agli Apostoli, che sono accanto a Lui durante l’Ultima Cena.




 Ma la preghiera del Signore si estende a tutti i discepoli di tutti i tempi. Poco prima, infatti, aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me” (Gv 17,20). Possiamo ugualmente intendere che Egli chieda al Padre di poter avere con sé, nella dimora della sua gloria eterna, tutti i discepoli morti nel segno della fede. “Quelli che mi hai dato”: è questa una bella definizione del cristiano come tale, ma ovviamente la si può applicare in modo particolare a quanti Dio Padre ha eletto tra i fedeli per destinarli a seguire più da vicino il suo Figlio. 


Alla luce di queste parole del Signore, il nostro pensiero in questo momento va, a tutti i defunti per cui offriamo le nostre Eucaristie, in questo mese in particolare, e durante tutto l’anno. Sono uomini e donne che il Padre “ha dato” a Cristo. Li ha chiamati a diventare amici di Gesù. Questa è stata la grazia più preziosa di tutta la loro vita. Sono stati certamente persone con caratteristiche diverse, ma ognuno nella sua unicità ci ha rammentato il volto di Dio; molti hanno avuto in comune la cosa più grande: l’amicizia con il Signore Gesù. 


Durante l’esistenza nel tempo Gesù ha fatto loro conoscere il nome di Dio, ammettendoli a partecipare all’amore della Santissima Trinità. L’amore del Padre per il Figlio è entrato in essi, e così la Persona stessa del Figlio, in virtù dello Spirito Santo, ha dimorato in ciascuno di loro (cfr Gv 17,26): un’esperienza di comunione divina che tende per sua natura ad occupare l’intera esistenza, per trasfigurarla e prepararla alla gloria della vita eterna. Ne siamo certi in virtù della Risurrezione di Cristo, “Vita che vince la Morte per sempre”.

 

Di fronte a questa realtà, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. 


Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione. 


La nostra speranza allora riposa sull’amore di Dio che risplende nella Croce di Cristo e che fa risuonare nel cuore le parole di Gesù al buon ladrone: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi ora possiamo soltanto intravvedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia. Ogni volta che partecipiamo alla Comunione durante la Messa ci uniamo con loro che sono nella Vita del Padre. 


Crediamolo sempre.

(Fabiano Longoni         .

dal Foglietto della SS. Trinità)

1° Novembre – Festa di tutti i Santi – Mt 5,1-12

All’inizio del “discorso della montagna” di Gesù, si trova il brano delle Beatitudini proclamato oggi in questa festa. È il primo dei 5 contenuti nell’Evangelo di Matteo ma, questo, non è un qualsiasi discorso: ha una rilevanza unica, perché offre una visione programmatica della sua opera.


L’inizio è solenne e sei verbi descrivono, quasi come ad un rallenty cinematografico, quanto sta avvenendo: “vedendo le folle, salì sul monte, si pose a sedere, si avvicinarono i discepoli, si mise a parlare dicendo…”

Ci sono certamente richiami a quanto avvenne sul Sinài che tradizionalmente ha fatto identificare Gesù come il nuovo Mosè. Però, se si fa attenzione al testo senza precomprensioni, ad essere come Mosè sono piuttosto i discepoli che salgono sul monte per ricevere l’insegnamento di Gesù, mentre le folle che rimangono più distanti, rappresentano Israele.

Matteo non vuole presentare l’insegnamento di Gesù come una legge “nuova”, piuttosto ci propone la sua figura come l’interprete che riporta la Torah al suo senso pieno, svelandone caratteristiche originali rispetto all’interpretazione tradizionale giudaica. 

Per questo evangelista Gesù non è venuto ad abolire la Torah, non ci propone una “dottrina nuova” e non stabilisce nemmeno una “nuova alleanza”.

 

Le Beatitudini sono aperte e chiuse da due che non riguardano il futuro ma sono proclamate da Gesù come già presenti: “Beati i poveri in spirito … beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È un esplicito invito a guardare dentro e oltre la povertà e la persecuzione che, agli occhi del mondo, sono realtà solo negative. In queste però c’è anche la possibilità di sperimentare nell’oggi la salvezza inaugurata da Gesù che, per primo, ha vissute queste e tutte le altre beatitudini da lui proclamate.

 

Gesù non dice “siate poveri” ma dichiara beati coloro che si trovano in quella situazione. Annuncia una felicità paradossale che rivela un modo nuovo di vivere la vita e di pensarla, guardando tutto in rapporto con Dio, cioè al suo Regno. Sarà lui che realizzerà tutto questo nell’ultimo giorno e in lui si fonda questa nostra speranza, certi che non può smentire sé stesso.

Questa tensione escatologica è sottolineata con forza da Matteo che usa il “passivo divino”: gli afflitti saranno consolati da Dio, i miti riceveranno da lui la terra d’Israele e così via. Il vivere in questa tensione significa che già oggi è possibile vedere germogliare nella nostra vita i semi della misericordia del Padre, che esploderà quando il tempo, questa nostra storia presente finirà.

Non significa però vivere attendendo passivamente: tutt’altro. Nathan André Chouraqui (uno scrittore, filosofo e storico algerino con cittadinanza francese, naturalizzato israeliano, che si impegnò tenacemente nella promozione del dialogo tra Ebraismo, Islam e Cristianesimo) traduceva il termine greco “beati” con “in marcia”: un invito a non accasciarsi sulle proprie difficoltà, ma a reagire e andare avanti con fiducia.

Queste sfumature e, in particolare quelle escatologiche, differenziano le Beatitudini di Gesù da quelle preesistenti in un testo di Qumran tutte rivolte a chi viveva secondo la Legge. Considerata la vicinanza di Gesù con la teologia degli Esseni, sicuramente le conosceva, d’altra parte erano patrimonio dell’intero ebraismo della sua epoca. Tra questa realtà e la sua teologia enochica (cioè che si fondava sul Pentateuco scritto del profeta Enoc) tutta centrata sulla "misericordia" del Padre e quella così detta del "Patto" o dell’Alleanza legata al Pentateuco di Mosè, c’era un confronto a volte anche acceso. Già in quell'epoca quella dominante era la seconda, nella quale poneva le sue radici la vita di Israele.


Matteo, a differenza di Luca e di Qumran, sottolinea gli aspetti esistenziali, intimi delle beatitudini rendendole grazie ai loro aspetti spirituali adatte a tutti, qualsiasi sia la categoria sociale di appartenenza.

Così si deve leggere la prima beatitudine rivolta ai poveri “in quanto al loro spirito”, vale a dire la condizione di coloro che, riconoscendo la propria pochezza difronte a Dio, vi si sottomettono, rimettendosi alla sua volontà, diventando i suoi “anawim”, i suoi poveri.

Similmente la giustizia non ha a che fare con quella sociale ma esprime, nel contesto del primo vangelo, un agire umano conforme alla volontà del Creatore. Avere “fame e sete di giustizia” significa allora desiderare di mettere in pratica la sua volontà e, i “perseguitati a causa della giustizia”, sono coloro che subiscono ogni tipo di sopruso e violenza per il loro impegno nel cercare di compierla. Vivere la propria vita in questo modo, con queste caratteristiche, è quell’essere puri in relazione all’intera propria persona, nella totalità del suo essere che viene ad essere sintetizzata nella parola “cuore”.

L’essere operatori o artefici della pace è allora quasi una conseguenza, perché non è solo assenza di guerra, ma l’operare per la concordia e la comunione con l’intero creato. 


Questa ricerca fattiva della pace nell’ebraismo è una delle condizioni perché Dio invii il suo Messia; per i credenti in Gesù di Nazatreth, il suo ritorno.

(BiGio)

Santi subito

La festa di oggi ci concede una vacanza perché nella tradizione cristiana si festeggiano «Tutti i Santi», cioè non solo quelli del calendario, ma tutti quelli che godono di una condizione di «beatitudine». Alla parola «santo» (uomo portatore del divino), che viene associata a un inarrivabile supereroe della fede capace di cose straordinarie se non bizzarre, preferisco la parola usata da Cristo per indicare «chi ha la vita eterna»: «beato».



Beato vuol dire infatti felice e la vita eterna non è la vita dopo la morte, ma la vita superiore a qualsiasi tipo di morte (noia, abitudine, dolore...), vita a massima intensità, che non può essere spenta. Quando dico «beato te!» dico a qualcuno che è vivo più che mai, felice. Infatti felice (dalla stessa radice di physis, la natura in greco, ciò che genera) era l’aggettivo usato dai contadini romani per indicare la pianta che dà frutto (arbor felix è l’albero fecondo). Il beato è felice perché la sua vita è feconda, dà frutto, ha la gioia che proviamo vedendo un campo di grano maturo, un albero carico di ciliegie o un cespuglio pieno di rose. Il beato è infatti «con-tento», come dice la parola stessa, è «tenuto insieme», come un bambino in braccio alla madre, egli è in braccio alla vita: ogni aspetto della vita attorno a lui e in lui mostra unità e pienezza. Ma si può davvero esser beati in mezzo alle fatiche e alle sofferenze del vivere quotidiano, adesso, subito?

Quando ho chiesto ai miei ragazzi di ricordare l’episodio più felice dell’estate, hanno riportato sempre e solo momenti in cui si sono sentiti «uniti» ( con-tenuti ) agli altri (amici, amori, familiari...) e al mondo (luoghi e momenti speciali). Non c’era traccia di sballi ma di balli dell’anima, non c’era traccia di solitarie connessioni digitali ma di con-tatti reali. Inoltre le situazioni descritte si accompagnavano sempre a una percezione del tempo particolare: «volava», espressione che indica il fermarsi dell’orologio, la vita eterna, che non è la vita dell’aldilà ma dell’aldiquà, quando è intensa, piena di senso, di «con-tenuto» e quindi di «con-tentezza». Se invece la vita è senza senso, senza con-tenuto, è vuota e il tempo non passa mai. Scriveva il filosofo Bergson: «I pensatori che hanno speculato sul significato della vita e sul destino dell’uomo non hanno notato a sufficienza che la stessa natura si è curata d’informarci al riguardo. Essa ci avverte con un segno preciso che la nostra meta è raggiunta. Questo segno è la gioia» ( L’energia spirituale ). Vivere felici e contenti, come si dice alla fine delle favole, non indica solo ciò che accadrà ai protagonisti dopo la narrazione, ma soprattutto ciò che è avvenuto: «hanno vissuto» felici e contenti proprio perché hanno realizzato i loro desideri, a costo di rischiare la loro stessa vita. Le favole ci ricordano che la gioia è il frutto di una risposta coraggiosa alla propria chiamata in un mondo che resiste e spesso ci ostacola. Ma si può esser «beati» solo se non ci si «accontenta», se si vive a misura del proprio desiderio e non si vivacchia a misura dei desideri altrui. Dove c’è il beato la vita diventa più viva, cioè si moltiplica, e non perché lui sia migliore degli altri ma semplicemente perché prova a dare frutti buoni agli altri, facendo maturare la propria originalità, che non è eccentricità (esser fuori centro) ma esser centrati sull’origine: seme, radici, terra... Non si può essere felici, contenti, beati, se non si è uniti a sé e al mondo: il beato restituisce con gli interessi ciò che prende, in lui non c’è emorragia di vita ma la sua moltiplicazione. E questo accade proprio perché si nutre dell’ humus (terra), la parte del terreno più ricca di letame: dalla stessa radice di humus viene umorismo e dalla stessa di letame viene letizia . Il beato non ignora ferite e fallimenti, ma se ne serve come concime necessario a dare frutti e buon umore, perché la beatitudine non sta nel mero benessere ma nell’unione con cose e persone, e la gioia tiene conto del dolore perché non si riduce a una superficiale allegria che lo cancella.

Leopardi, usando proprio il lessico della felicità-fecondità, in uno degli ultimi pensieri dello Zibaldone, si interrogava sull’eredità del suo esser poeta e concludeva: «Uno dei maggiori frutti che mi propongo e spero dai miei versi è contemplare le bellezze e i pregi di un figliuolo, non con altra soddisfazione che di aver fatta una cosa bella al mondo, sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui». Il beato non si concentra su se stesso e sul successo di pubblico, ma sul «pro-creare» (Leopardi paragona i versi a un figlio), fare qualcosa di bello al mondo, secondo la propria chiamata originale alla «vita eterna», la vita piena di senso, quella in cui nulla va sprecato. Beata è la rosa che fiorisce, beato l’usignolo che canta, beati l’uomo o la donna che danno frutto. Non fuggono dalla realtà, per quanto dura e sporca sia, perché è solo là dentro che possono diventare beati: santi subito.

(Alessandro D'Avenia)