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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Guerre civili, crisi climatica, terrorismo: dalla Somalia al Sud Sudan milioni di persone devastate dalla carestia

Un conflitto che si trascina da anni, la presenza massiccia e aggressiva di al-Shabaab, la carestia, la fame. In Somalia, l’annosa instabilità politica e sociale e la crisi climatica hanno creato una combinazione catastrofica (termine usato dall’ex segretario della Nazioni Unite, Ban Ki-moon). È da anni che la gravità della situazione è evidente. Da anni è anche chiaro che sarebbe - molto probabilmente - peggiorata. La parola in sé è drammatica: carestia. Causata da una siccità considerata la peggiore negli ultimi 40 anni. A pagarne le conseguenze i bambini, prima di tutto. “Oggi in Somalia, ogni singolo minuto di ogni singolo giorno, un bambino viene ricoverato in una struttura sanitaria a causa di una grave malnutrizione acuta”. È l’Unicef a raccontarlo, a rendere visibile attraverso i numeri la gravità del momento. Sempre secondo l’Agenzia dell’ONU quest’anno in Somalia sono già morti 964 bambini, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.



Sei le aree più colpite dalla siccità, territori che coprono la maggior parte del paese. Solo un dato per comprendere in modo immediato quanto sta avvenendo (e con quale velocità la fame si sta espandendo): a marzo di quest’anno erano 4,9 milioni i somali colpiti dagli effetti della siccità, il mese dopo erano già 6,1 milioni. Poi si è passati a 6,7 milioni di affamati. E oggi si parla di 7,8 milioni di somali – circa la metà della popolazione - che non hanno sufficiente sostentamento a causa della siccità estrema. Tutto questo nel giro di pochi mesi. Cifre, dunque, destinate a salire se non si trova il modo di intervenire. Subito. E subito appare allo stesso tempo un refrain e una parola priva di senso. È da decenni, infatti, che questo paese è soggetto a periodi di siccità intensa e le immagini dei reportage ci hanno quasi abituato a file infinite di profughi privi di forze che cercano sostegno nei campi allestiti dalle ONG o dalla comunità internazionale; a bestiame riverso a terra e morto di sete; a bambini spauriti e malnutriti. 

Alla siccità non si sopravvive. Eppure, in Somalia, non si tratta di una novità. Non si tratta di un evento improvviso che nessuno poteva o ha saputo prevedere. Si tratta di ricorsi storici (non solo climatici). Nel 1992 il paese fu colpito da un grave disastro umanitario, le cui radici, secondo gli osservatori, risiedono nel ventennio di dittatura di Siad Barre (1969-1991). E nel modo in cui questa dittatura finì, con l’avvio di una prima guerra civile. Gli anni di Barre  – all’epoca il presidente dittatore aveva un forte alleato nella Russia – significarono cancellazione del dissenso, diritti umani calpestati e anche scelte economiche che non garantirono crescita del reddito e della sicurezza sociale. Negli ultimi tempi della battaglia, per cacciare via il padre padrone, le truppe di Barre si ritirarono verso il sud e il sud-ovest, verso il granaio del paese. Dove ancora oggi si produce l’80% del sorgo consumato dai somali. 


L'intero reportage di Antonella Sinopoli a questo link:


https://www.valigiablu.it/somalia-sud-sudan-carestia/





La Turchia dichiara di nuovo guerra ai curdi e trova il sostegno iraniano: sulla pelle dei civili un conflitto sempre più internazionale

Da diversi giorni Ankara ha lanciato un'operazione militare contro le forze curde in Siria e Iraq, sulla scia dell'attacco terroristico di Istanbul del 13 novembre, ma, per ora, solo con raid aerei e colpi di artiglieria sparati dal territorio turco. Erdoğan ha accennato alla possibilità di intervenire in futuro anche con truppe di terra e carri armati. Kalin ha dichiarato che la Turchia è in contatto con i paesi vicini e alleati, in particolare Russia e Iran, per le operazioni militari che intende condurre, ma che “non ha bisogno di ottenere il permesso per agire”.

“Sviluppi preoccupanti e pericolosi in Siria rischiano di innescare un'escalation militare che minaccerebbe quasi tre anni di relativa calma”. Così ha dichiarato nei giorni scorsi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite Geir O. Pedersen inviato speciale del Segretario generale per la Siria, sollecitando tutte le parti a ridurre immediatamente le offensive e a concentrarsi per contrastare lo stallo del processo politico. “Più violenza comporterà più danni per i civili siriani e metterà in pericolo la stabilità regionale, con i gruppi terroristici che approfittano della nuova crisi” ha aggiunto. 

"Siamo a una sorta di bivio", ha proseguito Pedersen, chiedendo a tutte le parti di fare un passo indietro sull’uso della violenza, rinnovare il proprio impegno in ambito umanitario, e dare seguito alle iniziative sulle persone detenute e scomparse forzatamente.

Pedersen ha inoltre auspicato la ripresa delle riunioni del Comitato costituzionale per la Siria, che non si riunisce da sei mesi. “Più a lungo rimane dormiente, più difficile sarà per esso riprendere il suo lavoro. L'assenza di un processo politico credibile promuove solo ulteriori conflitti e instabilità", ha aggiunto l’invitato speciale, che prossimamente si recherà a Damasco, nell’ambito delle iniziative per portare avanti la risoluzione 2254 (2015) del Consiglio.


L'intero articolo di Asmae Dachan a questo link:


https://www.valigiablu.it/turchia-curdi-siria-iran/




La comunità cinese di Via Piave cerca u dialogo con i residenti

La Cooperativa Ovest generata dall'Associazione Passacinese, formata da trentenni e fondata da un ex "santafoschino" (Marcello) e quella che ora è sua moglie (Giorgia), nasce con lo scopo di contribuire a una comunità locale più inclusiva. Il loro lavoro sociale con i cinesi punta all'integrazione attraverso l'insegnamento dell'italiano e di una serie di attività come l'Apericina e presto anche il Cinaforum e tante altre attività interculturali distribuite tra Venezia (Casa Studentesca S. Fosca), via Piave dove ha la sede principale e la Cita a Marghera.

I molti loro progetti si possono vedere al loro sito: www:passacinese.it




Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 4 dicembre

 



"La Domenica dei Tre Pani": appunti dai gruppi di confronto e una poesia su Gerusalemme

Ci siamo ritrovati alle 9.00 e ci siamo divisi in tre gruppi con una partecipazione vivace, serena, condivisa, empatica.


Le riflessioni condivise sull'Evangelo di Matteo sono poi state riportate durante l'Eucaristia comunitaria celebrata. Alla lucerna e al falcetto portati la scorsa domenica, come segno della II di Avvento è stato portato un cesto di ortaggi dell'orto solidale a far memoria del "germoglio del tronco di 
Jesse" che era al centro della della profezia di Isaia.


Di seguito la sintesi dei tre gruppi:

La prima condivisione è stata sul riconoscere insieme come il vangelo di oggi porti con sé un messaggio di rottura, di durezza, che chiama a "spaccare" con qualcosa che è vecchio ed abitudinario, e apre al cambiamento e al risveglio.

I simboli di questo aspetto sono tanti: la voce che grida nel deserto (delle nostre abitudini - dei nostri silenzi); la scure che taglia alla radice gli alberi che non portano frutto; il fuoco inestinguibile che brucia la paglia inutile...

In questo contesto, identificato da tutto il gruppo, sono emersi alcuni messaggi significativi:

1. abbiamo condiviso la sensazione che il racconto metta l'accento a quanto si possa fare di buono, ai FRUTTI che possiamo e dobbiamo portare, e metta in seconda posizione, magari in modo indiretto, il male fatto ed i peccati che possiamo aver compiuto. I frutti santificano, i frutti sono il ricavato di scelte con le quali si decide di esserci, di partecipare, di determinare;

2. altra condivisione: non ci si fermi mai alla tranquillità delle "prassi" e dei propri rituali. Questa parola pone l'attenzione alla necessità di essere capaci di cambiare le nostre scelte quotidiane. Ci si è soffermati anche a sottolineare che quello che possiamo decidere debba avere necessariamente aree di intervento sociali ed anche politiche;

3. abbiamo condiviso che, nella celebrazione di questo cambiamento, di questo "bruciare" tutto quello che ci porta lontano da Dio, un ingrediente fondamentale sia l'essenzialità. L'abbiamo pensata come elemento capace di donarci una tranquillità spirituale che possa esistere a prescindere dalle ricchezze e dagli agi. L'essenzialità come stile di vita sobrio, che può avere chi sa ringraziare ogni giorno e cerca il bene degli altri, oltre che il suo proprio;

4. sottolineata, infine, la grande libertà che ci è lasciata, evidenziata anche nel testo evangelico, di decidere ognuno per sé quale sia il cambiamento voluto, quali siano le scelte, quali siano i frutti. L'importante è "fare gesti veri di conversione". Il resto verrà da sé.

In conclusione, abbiamo condiviso che cambiamento e conversione non vengono solo da noi. non siamo soli a cercare e scegliere questi atteggiamenti che ci portano alla Vita: Dio è con noi, e anche questi sono doni preziosi della sua grazia.

********

u Conversione: cambiamento a 360 gradi

u Il regno “DEI cieli” e non “NEI cieli” perché il regno di Dio è già qui tra noi.

u Questo incontro è una opportunità di deserto che ci viene concessa: approfittiamone e ringraziamo per essa                                                                                                                    

u Deserto: cercarlo per fare vuoto in noi e quindi creare spazio alla Parola

u Grido nel deserto: siamo portatori di speranza anche nella nostra piccolezza

u Mettersi in discussione con una attesa (avvento) vigile

u Il taglio con tutto fa male, il fuoco che distrugge fa paura ma sarà trasformazione per essere come il Padre ci vuole.

u Conversione: riconoscere l’altro per essere parte di un tutto

u Non essere spettatori ma partecipi 

u Mettere ordine nella propria vita per rispondere al grido di aiuto del prossimo

u Nel deserto la voce di Dio è Parola di consolazione “consolate il mio popolo”. Così trasformiamo la nostra esistenza.

u Avvento: esperienza di paternità per accogliere l’altro nella sua alterità        

u Non isolamento, non estremismo, radicalismo. Per fare includere l’altro anche nella sua diversità.

u Deserto: radicali con sé stessi ma accoglienti con l’altro per fare popolo che attende il Signore

u Pausa per rigenerarsi in silenzio e ascolto

u Avvento è deserto

u Il deserto è a volte una dura realtà che ci schiaccia ed è nostra è la fatica di accertarla.                      



                                        ********

Letto il testo del vangelo della II domenica di Avvento, dopo un momento di riflessione, i partecipanti (n.12) sono stati invitati a condividere una parola chiave, una emozione/atteggiamento, possibili attualizzazioni suggeriti dal testo stesso e ad esprimerli in sintesi in un post it.

Parole chiave

-Voce nel deserto tra le voci profetiche del nostro tempo è stata evidenziata quella di papa Francesco con il suo continuo richiamo alla pace

- Convertitevi 

- Frutto degno della conversione in antitesi a "abbiamo Abramo per padre"


Emozioni/atteggiamenti

- Convertirci nel senso di renderci conto di quel che facciamo

- Cambiare veramente rotta nella nostra vita per poter andare incontro alla novità continua del Signore che viene

- Saper cambiare il nostro giudizio sugli altri per venirci incontro

- Far emergere la nostra parte migliore per riuscire ad accoglierci con tutte le nostre diversità, così il lupo potrà convivere con l'agnello, il leopardo con il capretto....


Attualizzazioni

- Realizziamo da subito tutto ciò che è in nostro potere fare per la giustizia e la pace

- Facciamo in modo che le voci di quelli che gridano, emarginati, migranti, senza dimora... non cadano nel deserto ma trovino chi le ascolta

- Cerchiamo di attuare uno stile di vita più essenziale

********

Gerusalemme



Gerusalemme è una mattina pallida,

è un cielo velato da nuvole basse,

è pioggia leggera che non bagna,

sono le sue pietre del colore bianco panna.

E’ uno stormo di colombi che col loro battito d’ali s’alzano in volo e rompono il silenzio.

E’ un vortice di polvere raccolto dal vento che soffia tra i vicoli del mercato ancora chiuso.

 

Gerusalemme è un carnevale umano.

Sono suoni e profumi che intrecciano volti troppo giovani strappati all’infanzia dall’ideologia.

E’ un pellegrino che porta in spalla la sua croce,

un soldato che porta in spalla la sua condanna.

Sono raggi rubati al sole che filtra tra la storia e la leggenda.

 

Gerusalemme è una sera umida di luna calante

Che timida illumina la Porta di Damasco

E più in là i tetti della Città Vecchia 

E ne smaschera le ombre.

 

Gerusalemme è il dondolio di una culla dal cui cuore proviene un lamento

e poi è una voce materna che accarezza l’aria col suo antico canto

e d’improvviso smette l’odio e il pianto, smettono le fionde e i sassi, tacciono le bombe, i proiettili, i gas lacrimogeni.

E a Gerusalemme è di nuovo giorno 

Dove tutto inizia

Ed io mi perdo in fondo agli occhi dei miei compagni di viaggio.

II di Avvento A – Mt 3,1-12: un messaggio che invita senza mezzi termini all'umiltà, all'essenzialità, alla testimonianza coraggiosa

Matteo identifica Il Battista con la voce di Isaia quasi che il suo messaggio risiedesse in quel suo grido. In Esodo (2,23) Dio ascolta il grido del popolo di Israele dalla schiavitù pur non lanciato verso di lui (non si era ancora rivelato al popolo che, quindi, non lo conosceva …).

È una precisa caratteristica dei profeti quella di percepire anche il grido silenzioso dei poveri, dei sofferenti, lo interpretano, lo fanno emergere, ne danno voce. In queste “grida” è sempre insito un progetto, una prospettiva di salvezza e le indicazioni per raggiungerla. Il grido rompe il silenzio, penetra la storia offrendo l’opportunità di modificare la realtà. “Beati voi, poveri” dirà in seguito Gesù e, come è già stato segnalato nel commento alla festa di Tutti i Santi del 1° novembre, Chouraqui, traduce con un invito ad alzarsi e a mettersi in marcia per modificare la propria situazione.

Una voce che grida nel deserto che, più di una situazione fisica, appare come un cammino che non termina mai: una esperienza di fede. Per Isaia è quel cammino nel quale preparare una via al Signore per permettergli di raggiungerci superando le nostre convinzioni (le colline da spianare) che gridano sicure: Abbiamo Abramo come padre.

 

Tutti noi, cristiani, siamo chiamati fin dal nostro Battesimo, ad essere “profeti”, “re” e “sacerdoti”, ma siamo capaci di percepire il grido di chi soffre e di dargli voce all’interno di un processo di aiuto? Forse, ne abbiamo fatto l’abitudine; oppure siamo troppo attenti ad ascoltare noi stessi da non avere interesse per gli altri, rinunciando così di essere quella via per la quale Lui viene e incontra tutti gli uomini.

 

Una voce che grida nel deserto raddrizzate i suoi sentieri: la via al Signore di Isaia (“Venite saliamo sul monte del Signore”, domenica scorsa), nel Vangelo di oggi, diventa la via del Signore.

Non ci è chiesta una conversione in senso morale e neppure una spiritualità nuova, ma di entrare nella dinamica storica là dove l’uomo si incontra con Dio e viceversa: è Lui che viene, non noi che andiamo a Lui. A noi è chiesto di stare in mezzo gli uomini a camminare con loro e le sue strade spesso tortuose: ma è in queste che siamo chiamati ad incontrare il Signore.

Non ci è chiesto non di fare “qualcosa”, bensì di essere noi stessi quella via attraverso la quale il Signore viene, di fare della nostra persona un annuncio della sua venuta, una strada attraverso la quale lui viene per gli altri che ci incontrano. Questo significa diventare segni, dei segnavia che indicano il Messia e che indirizzano a Cristo

Giovanni ammonisce: verrà un Messia forte e impetuoso che brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile, brucerà e brucia le nostre lentezze, le nostre obiezioni; squarcia le tenebre, vince ogni paura, separa la luce dalle tenebre (come in un costante primo nuovo giorno di una nuova creazione). Non basta rifugiarsi dietro alla tradizione (Abramo come padre), o vivere in un tran-tran senza nerbo; il suo invito è: fate frutti degni, veri, credibili di conversione.

C’è da chiedersi quanto noi siamo convintamente su questi sentieri percorsi dagli uomini, se camminiamo realmente assieme a loro, sia come singoli che come Comunità …

 

In questo cammino di Avvento oggi il Precursore ci offre tre suggerimenti importanti da far nostri e concretizzare: umiltà, essenzialità, testimonianza coraggiosa.

Umiltà nel riconoscere il primato di Dio nella nostra vita in uno stile di vita sobrio mettendo ordine nelle priorità, dando testimonianza con coraggio della Lieta Notizia che è l’Evangelo attraverso il nostro agire nella vita quotidiana, essendo coscienti che non esistono valori se non incarnati in persone che li vivono e ne pagano il prezzo. L’onestà esiste in persone oneste, la giustizia è narrata da persone giuste. Costi quel che costi. Come avverrà per Giovanni.

(BiGio)

II di Avvento A – Mt 3,1-12

Matteo da oggi ci presenta l’inizio della vita pubblica di Gesù che divide in tre parti: la figura di Giovanni, il battesimo di Gesù, la sua prova nel deserto. Oggi viene proclamata solo la prima nella quale la figura del Battista appare indipendente dal suo rapporto con Gesù, che gli si avvicina a partire dal versetto seguente a quello che conclude l’Evangelo di questa domenica.



Nel brano di oggi Giovanni annuncia il giudice e il giudizio escatologico: “Colui che viene dopo di me è più forte di me (…) egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la palla e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con fuoco indistinguibile”.

Giovanni non dice chi sia questo “più forte” di lui. Gli evangeli danno per scontato che si tratti di Gesù, il quale compare subito dopo sulla scena suggerendo o, con questo, affermando che lui sia colui che il Battista – chiamato anche il Precursore – attendeva più che indicava. In ogni caso questa è l’interpretazione cristiana della relazione tra i due e (nonostante il v. 14 che sarà proclamato nella festa del Battesimo di Gesù), nel capitolo 11 che sarà l’Evangelo di domenica prossima Giovanni è ancora incerto e non sa se Gesù sia o meno il Messia da lui atteso e gli manda a chiedere se “è lui colui che deve venire”.

 

Il Battista è vestito come Elia (2Re 1,8), il profeta che doveva precedere il Messia e, infatti, è con questo che Gesù lo identificherà. La sua dieta è basata su rigide regole di purità per non essere contaminato da nulla; non mangiava nemmeno pane perché nel suo passaggio di mano in mano avrebbe potuto essere contaminato. 

La sua figura e la sua predicazione è convincente tanto che “Accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Qui è opportuna una precisazione perché, nell’Evangelo di Matteo la remissione dei peccati è esclusivamente in relazione a Gesù: è solo il suo sangue che ha potere espiatorio. Quale funzione allora ha il battesimo di Giovanni? La risposta a questa domanda sta nel movimento religioso ebraico all’interno del quale lui è partecipe e parte integrante: quello essenico (vedi il post immediatamente precedente "Giovanni il Battista e il suo mondo": https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2022/12/giovanni-il-battista-e-il-suo-mondo.html ).


Era certamente un esseno messianico-apocalittico radicale e nel suo modo di vivere come pure nel suo linguaggio che troviamo nell’Evangelo di oggi, traspare tutta questa realtà: è una voce che non suggerisce, ma grida che il Messia con la sua ira è imminente, il suo Regno è vicino; nulla può salvarci, nemmeno l’essere figli di Abramo. La sua scure è già posta alle radici degli alberi (di ciascuno uomo), tiene in mano la pala per separare il frumento dalla paglia che sarà bruciata in un fuoco inestinguibile e, il fuoco, è uno dei segni di manifestazione del divino come, per esempio, il roveto ardente sul Sinài.


All’epoca i diversi movimenti religiosi in Israele delineavano quattro figure messianiche diverse. Il Messia che attendeva Giovanni è un giudice che non avrebbe usato misericordia, che avrebbe portato con sé la soluzione più radicale e risolutiva del problema del peccato: l’estinzione di chi lo compie e non c’è nessuno che non abbia commesso nemmeno un peccato in tutta la sua vita. 

Il problema che allora Giovanni affronta, è quello del modo con cui i credenti in Dio avrebbero potuto difendersi dall’irruenza del fuoco che avrebbe portato quel Messia. Nella sua radicalità ne indica almeno tre: l’osservanza delle norme di purità, la conversione (il ritorno a Dio), e il battesimo di immersione nell’acqua. Quest’ultimo puntava a far ritornare il corpo puro nell’impegno della conversione e la conseguente rigida osservanza delle norme di purità.

Un battesimo, quello di Giovanni, che ricorda il passaggio del Mar Rosso mediante il quale il popolo, uscito dall’Egitto, fu salvato dall’esercito del Faraone rendendo gli israeliti nuovamente uomini liberi, purificati dall’oppressione del male.

Pratiche di purificazione, anche per immersione, che sussistono tutt’ora sia nella religione ebraica sia in quella islamica. 

(BiGio)

Giovanni il Battista e il suo mondo

Al centro della II Domenica di Avvento c'è la figura di Giovanni Battista che, si può dire, faceva parte del movimento giudaico degli esseni. All’epoca di Gesù questo gruppo erano sicuramente più di 4.000 e si allacciavano, intersecandosi, a quella galassia molto variegata dei gruppi apocalittici e messianici.




In genere quando noi pensiamo agli esseni ci viene in mente Qumran ma, quella realtà monacale, era solo un piccolo gruppo radicale scismatico (una trentina di persone?) in aperta polemica con il Tempio che contestavano a 360 gradi, mentre il movimento essenico era molto più vasto, ramificato e con differenze anche non indifferenti tra un gruppo e l’altro.


Gli esseni si differenziavano dagli altri gruppi giudaici (farisei, sadducei, zeloti ...) perché non si riferivano alle Scritture del Pentateuco di Mosè, bensì a quello di Enoc. I due Pentateuchi si confrontavano continuamente e c’è chi sostiene nel Tempio di Gerusalemme fossero custoditi entrambi in armadi diversi. Il nocciolo del confronto stava nell’origine del male, quindi del peccato e le modalità per farvi fronte, combatterlo e vincerlo.


Possiamo, tagliando con l’accetta, definire il Pentateuco di Mosè come le Scritture del Patto o dell’Alleanza, mentre quelle di Enoc come quelle della misericordia. Per i primi il peccato sta nell’incapacità degli uomini di rimanere fedeli all’Alleanza e, quindi, la soluzione sta nella volontà dell’uomo di rimanere tutta la sua vita sotto la signoria di Dio (la sequela della sua volontà).

Per i secondi il male e il peccato sono stati introdotti nel mondo da degli angeli che, scesi sulla terra, si unirono alle donne che partorirono dei giganti (traccia di questo in Gen 6, 1 ss; nel Pentateuco di Enoc a partire dal libro dei Vigilanti per svilupparsi in seguito negli altri). Questi erano certamente una deformazione dell’ordine della creazione di Dio che, per riportare a quella originale, rinchiuse quegli angeli nello sheol e mandò il diluvio che uccise tutti i giganti. Però, essendo questi il frutto del rapporto tra esseri immortali e donne mortali, il loro corpo perì, non i loro spiriti che continuano a girare nella terra a portare disordine nella creazione, cioè il peccato. 


Per sconfiggere questi spiriti/demoni o diavoli (con i quali Gesù si scontra spesso come per esempio in Mt 8,30 ss e “diavolo” è una parola di origine greca dia-bolos; dia=dividere – bolos=cose, cioè colui che divide, separa l’uomo da Dio e dalla sua volontà) c’è bisogno di un essere superiore a loro e agli angeli proveniente da Dio. La sconfitta del male e del peccato allora si configura come un’azione di misericordia di Dio, l’uomo da solo non può nulla da parte di un Messia celeste che, nel Libro della Parabole di Enoc, viene assimilato alle figure chiamate il “Figlio dell’Uomo” e l’”Eletto”. Lo sviluppo di questi temi, qui appena accennati, si intrecciano e si evolvono all’interno del Pentateuco di Enoc e nei Testamenti dei 12 Patriarchi oggi poco conosciuti nel mondo cristiano ma tradizioni ben vive in tutta l’epoca dei Padri della Chiesa.


Con una grande approssimazione si può dire che Gesù opera fondendo nel suo messaggio le due tradizioni: quella del Patto mosaica e quella della Misericordia di Enoc. In seguito Paolo procede ad una sistemazione organica che proseguirà nei primi secoli della Chiesa per prendere forma definitiva nei primi quattro Concili ecumenici (Nicea 325, Costantinopoli 381, Efeso 431 e Calcedonia 451).


Tutti gli aspetti storici qui appena appena accennati, formano una ricchezza oggi possibile grazie al confronto di diversi testi: dai ritrovamenti nelle grotte di Qumran, alla presa d’atto che il canone della Chiesa Copta comprende anche il Pentateuco di Enoc che, essendo scritto nella lingua bustrofedica etiope ge’ez, era di difficile interpretazione. Quelli che fino a 50-60 anni fa erano solo frammenti disordinati provenienti da diverse tradizioni e, per lo più in greco, ora è stato possibile raccordarli dando profondità e spessore allo sviluppo della teologia cristiana che non è quel monolite che siamo abituati a pensare, ma che ha avuto un suo sviluppo lungo i secoli.

(BiGio)

Dall’inchiesta “Io sono Chiesa perché…” testimonianze di speranza per la Chiesa che è in Germania

 Il portale della Chiesa cattolica tedesca, katholisch.de, ha avviato una inchiesta giornalistica di approfondimento capillare della testimonianza, della fede e della partecipazione dei cattolici della Germania alla vita ecclesiale: il titolo dell’inchiesta è “#ichbinkirche - io sono Chiesa”. Tante video testimonianze per mostrare quale sia l’impegno di cattolici tedeschi, nonostante la crisi che la Chiesa che è in Germania vive, tra le abiure crescenti, le difficoltà della diminuzione delle vocazioni, le richieste dei laici, gli scandali per gli abusi, il teso confronto del “cammino sinodale”. Si scopre una Chiesa viva, attiva, inclusiva, ecumenica e profondamente accogliente


Il portale della Chiesa cattolica tedesca, katholisch.de, ha avviato una inchiesta giornalistica di approfondimento capillare della testimonianza, della fede e della partecipazione dei cattolici della Germania alla vita ecclesiale: il titolo dell’inchiesta è “#ichbinkirche – io sono Chiesa”. Tante video testimonianze per mostrare quale sia l’impegno di cattolici tedeschi, nonostante la crisi che la Chiesa che è in Germania vive, tra le abiure crescenti, le difficoltà della diminuzione delle vocazioni, le richieste dei laici, gli scandali per gli abusi, il teso confronto del “cammino sinodale”. 

 

Si scopre una Chiesa viva, attiva, inclusiva, ecumenica e profondamente accogliente. 

 

Questo senza escludere le critiche e i dubbi riguardanti quegli stessi temi che scuotono dall’interno la Chiesa che è in Germania. Nell’editoriale di presentazione di #ichbinkirche è scritto: “Le cose non sembrano andare bene per la Chiesa cattolica: nonostante i numerosi sforzi, l’indagine sui casi di abuso è tutt’altro che conclusa. La mancanza di pari diritti per le donne e le minoranze sessuali, la rigida gerarchia e il grande squilibrio di potere tra sacerdoti e laici lasciano molti cattolici senza spazio per la fede e per la vita. Insomma: la Chiesa ha perso la fiducia di tante persone. Quasi 360.000 abiure nell’ultimo anno parlano da sole”. 

 

Ma è da questo quadro allarmante che parte la forza dei cattolici tedeschi: “nonostante tutte le critiche giustificate, la Chiesa è di più: ci sono anche gli oltre 20 milioni di cattolici in Germania che sono ancora lì”. 

 

L'intero articolo di Massimo Lavena a questo link:

https://www.agensir.it/europa/2022/11/30/dallinchiesta-io-sono-chiesa-perche-testimonianze-di-speranza-per-la-chiesa-che-e-in-germania/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2



Disuguaglianza e povertà

In Italia, la povertà è in crescita dal 2011 e con la pandemia si è ulteriormente aggravata, diventando più frequente tra i minori e i 18-34enni ma coinvolgendo anche gli occupati

Il tema della disuguaglianza sociale è spesso analizzato ponendo l’accento sui differenziali di natura economica, che vengono individuati come causa delle altre forme di disuguaglianza o, talora, come un loro stesso effetto. Per alcuni segmenti di popolazione, elevati livelli di disuguaglianza si traducono in gravi forme di esclusione sociale e di povertà estrema, che possono generare conflitto e instabilità sociale, rappresentando un freno allo sviluppo di un Paese.

In Italia, la diffusione della povertà, e in particolare della povertà misurata in termini assoluti (che identifica come poveri tutti i membri delle famiglie con un livello di spesa per consumi così basso da non poter garantire l’acquisizione di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile), ha assunto dimensioni crescenti, anche se in misura eterogenea sul territorio e per sottogruppi di popolazione. La quota di famiglie povere, aumentata sensibilmente a partire dalla crisi dei debiti sovrani della seconda metà del 2011, è salita ulteriormente nel 2020 a causa della pandemia, ma rimanendo sostanzialmente stabile l’anno seguente (Istat, Report: La povertà in Italia, 2021).

Nel 2021, rispetto al 2005 (inizio della serie delle stime con l’attuale metodologia), il numero di famiglie povere assolute è più che raddoppiato (1 milione e 960 mila, il 7,5% del totale), mentre gli individui poveri sono quasi triplicati (5 milioni e 600 mila, il 9,4%, di cui 1 milione e 600 mila stranieri). In seguito all’emergenza sanitaria, i preesistenti divari territoriali si sono ampliati ulteriormente. Sebbene nel 2020 la crescita dell’incidenza di povertà sia stata più accentuata nel Nord (9,3% degli individui, +2,5 punti percentuali rispetto al 2019, contro +1 del Mezzogiorno) – l’area più colpita dalla prima ondata pandemica – nel 2021, in questa stessa ripartizione, si registrano segnali di miglioramento (l’incidenza scende all’8,2, pur rimanendo di 1,4 punti superiore a quella del 2019), mentre nel Mezzogiorno la quota di poveri raggiunge il punto più alto della serie (12,1%, +2,0 punti in più del 2019) (cfr. par. 4.3, Le famiglie in disagio economico, in Istat, Rapporto annuale 2022). 

Rispetto al 2005, la povertà assoluta è oggi più frequente di oltre tre volte tra i minori (14,2%) e di quasi quattro volte tra i 18-34enni (11,1%). 

L'intero documentato articolo di Cristina Freguja a questo link:




La fase continentale del cammino sinodale: verso una nuova “pangea” ecclesiale?

Il documento di lavoro per la tappa continentale invita le Chiese locali e le loro rappresentanze continentali ad approfondire il cammino sinodale intrapreso


L’ascolto e il discernimento praticato nel cammino sinodale, dopo la fase diocesana e nazionale, è giunto alla fase continentale. Al servizio di questo ulteriore approfondimento dell’ascolto e del discernimento già operato è posto il Documento di lavoro per la tappa continentale (DTC), il quale, seppur frutto del «discernimento» e della «preghiera» condotti a fine settembre sulle sintesi nazionali da un gruppo di «esperti» (§5), è solo «una guida [e] una risorsa che deve facilitare il lavoro» piuttosto che «un documento da emendare, correggere o ampliare» (vedi FAQ). Un documento siffatto, invece, sarà il frutto di ciascuna delle 7 assemblee ecclesiali continentali (Europa, Asia, Oceania, Africa-Madagascar, Nord America, America Latina-Caraibi, Medio Oriente – §107) che si dovranno tenere, tra il gennaio e il marzo del 2023, con i rappresentanti delle Chiese locali (vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche, giovani, altri cristiani e credenti, atei e agnostici, poveri o emarginati – §108), per individuare le «priorità» da sottoporre in ottobre al Sinodo dei Vescovi (§109, n.4 e 5).

Tale «metodologia» (§12) non esclude quella che il card. Grech ha definito (qui e qui) «restituzione alle Chiese particolari», ossia che, nel frattempo, «le migliaia di gruppi locali che sono stati riuniti per la fase locale estendano la loro riflessione su questo documento [DTC – ndr] per continuare ad approfondire i loro processi sinodali locali con la guida del loro pastore» (vedi FAQ). Infatti, il DTC, in quanto «punto di riferimento» (§104) per «guidarci» ad «approfondire il discernimento» operato (§105), dovrà essere a sua volta oggetto di discernimento da parte di ogni vescovo diocesano e relativa équipe sinodale (focalizzandosi sulle tre domande del §106), cosicché, in una sorta di conversazione spirituale (inter)continentale, «ogni Chiesa locale avrà la possibilità di mettersi in ascolto della voce delle altre Chiese e di darvi risposta a partire dalla propria esperienza» (§109, n.1). Saranno poi le Conferenze episcopali a «raccogliere e sintetizzare» questo ulteriore discernimento per condividerlo con le suddette assemblee continentali (§109, n.2 e 3), in una sorta di continuo circolo di ascolto e discernimento tra locale e universale che si vuole – e si spera essere – virtuoso.

L'intero servizio di Sergio Ventura a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/la-fase-continentale-del-cammino-sinodale-tra-ascolto-conversione-e-riforma/



Dalla fraternità la vera riforma della Chiesa

Il 27 ottobre 2022 è stato presentato in conferenza stampa il Documento per la Tappa Continentale del Sinodo sulla Sinodalità, sul tema: “Per una chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Il Card. Mario Grech, con un intervento puntuale ed essenziale, ha sottolineato che il documento è una fedele restituzione delle sintesi espresse dalle diverse conferenze episcopali, mentre altri hanno cercato di illustrarne la struttura e le intuizioni. In tal modo le chiese possono mettersi in ascolto l’una dell’altra in vista delle assemblee continentali che si terranno nell’anno che inizia.

Confesso che resta deludente il punto 2 del documento: “In ascolto delle Scritture”, perché in realtà non mette in luce il primato e l’egemonia della Parola nella vita della chiesa. Certamente tale primato era già stato affermato nei documenti conciliari e nella Verbum Domini di Benedetto XVI, ma qui meritava una chiara proclamazione. Da mezzo secolo tutte le nostre parole appaiono piegate alla logica ecclesiocentrica, quasi ci fosse un’incapacità a mettere al centro Gesù Cristo, il Signore, e questo dovrebbe interrogarci anche sul cammino del sinodo!

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Passiamo però a leggere alcune indicazioni profetiche del documento.

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La prima è la fraternità, che appare come il compito primario per vivere da cristiani nella storia e nel mondo. Purtroppo abbiamo dimenticato che tra i nomi che il Nuovo Testamento assegna alla chiesa c’è adelphótes, fraternità (cf. 1Pt 2,17; 5,9), che ne è l’essenza. Se i cristiani vogliono prendere sul serio la sequela del Signore e la missione devono assolutamente vivere la fraternità, che richiede di incontrarsi, ascoltarsi, riconoscersi, attuare lo scambio dei doni e quindi amarsi fraternamente: una fraternità che non conosce frontiere e confini, ma può solo essere concepita, generata dai credenti che partecipano dell’Unico Corpo del Signore!

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Proprio dall’opzione della fraternità, che richiede una vera conversione ecclesiale, deve iniziare la riforma della chiesa! Altrimenti non ha senso radunarsi nello stesso luogo per l’eucaristia, non ha senso la predicazione del vangelo, risulta priva di autorevolezza e fecondità la testimonianza. ​È giusto che si insista tanto sull’ascolto, ma in vista della fraternità, quella che rende così “bello e dolce che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1). Se si cercasse innanzitutto la fraternità che è affetto reciproco, fine dell’isolamento, accoglienza dell’altro, allora anche chi ha scelto di non prendere parte al processo sinodale sarebbe invogliato a camminare con gli altri e si lascerebbe coinvolgere attratto da questo modo di vivere la chiesa, così cercato e desiderato in un mondo sfilacciato e anonimo.

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Nel capitolo 3 si illustra la missione della chiesa, concepita non come un andare tra le genti per convertire, ma come un incontrare l’umanità sottraendosi alla tentazione di escludere, ergere muri, segnare frontiere. Una chiesa che accoglie senza giudicare, che discerne chi è escluso e lo va a cercare, una chiesa dotata di particolare sensibilità nel riconoscere chi è nel bisogno, chi soffre nel corpo e nello spirito, una chiesa che annuncia il perdono a chi ha peccato senza emettere condanne.


L'intera analisi di Enzo Bianchi a questo link: