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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Dal disgelo con l’Armenia al default. Il racconto da Istanbul di padre Monge

 Conversazione con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Un dialogo che aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, dal momento che la Turchia è uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico.


Potrà sembrare strano, ma quello natalizio per la Turchia è un tempo importante in questo 2021, visto il bisogno che ha il Paese di sperare, adesso. Dai tempi del fallito golpe si parla di Turchia per dare ragguagli sulla virata autocratica, sulle interminabili e inquinanti purghe erdoganiane. Ma oggi purtroppo non c’è solo questo sul piatto turco. Non sempre lo si legge, ma è evidente che la Turchia è ormai un Paese a forte rischio default. La pandemia ovviamente ha avuto il suo ruolo, ma i problemi recenti si sono aggravati davanti alla cura economica voluta da Erdogan, che nonostante la svalutazione galoppante della lira turca impone una riduzione dei tassi di interesse anche al costo di rimuovere quattro direttori della Banca centrale in due anni e che sta portando il Paese su un crinale a dir poco spaventoso che neanche gli ultimi interventi sono riusciti a mutare. 


Il racconto di p. Monge nell'intervista di Riccardo Cristiano su Formiche,
a questo link:

https://formiche.net/2021/12/turchia-erdogan-santa-sofia-default-monge/

I Domenica Dopo Natale: Lc 2,41-52


La festa di oggi celebra la Famiglia di Gesù, ma l’interesse di Luca non è quello di dipingerci un un’immagine specchio di ogni famiglia con un adolescente che inizia a prendere le distanze e a chiedere o pretendere autonomia, quale spesso ci viene offerta in questa domenica.
L’intenzione di Luca è ben altra ed appare evidente fin dall’inizio del brano dell’Evangelo di oggi, nel quale si incontrano alcune frasi un po’ oscure che si chiariranno man mano che si procederà alla lettura della sua opera e si scoprirà che ne fanno un po’ da cornice.



All’inizio del pericope di oggi, i soggetti sono i genitori di Gesù che, come ogni anno, si recano in pellegrinaggio al Tempo per la Pasqua, portando il figlio con loro come si fa con un bambino. La novità è che questa volta ha 12 anni, è considerato oramai adulto e bruscamente diventa il soggetto principale prendendosi la scena senza mai più lasciarla, rimanendo in città quando i genitori riprendono la strada del ritorno.

Per i genitori sono tre giorni di angoscia, ma questo numero nella Scrittura normalmente porta ad una uscita positiva e, infatti, lo ritrovano. Maria esprime tutto in quel “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”.

La risposta di Gesù sconcerta: nessun rincrescimento, nessuna scusa, nessuna spiegazione, solo una domanda che suona come un rimprovero: “Perché mi cercavate?” sono le sue prime parole riportate dall’Evangelo e poi continua nel medesimo tono: “Non sapevate che devo stare nelle cose del Padre mio?”. “Stare” e non “fare” è la traduzione corretta del termine greco; il consueto “occuparmi” al quale siamo abituati, non rende ragione del senso voluto da Luca.

Il fatto che Gesù è oramai diventato indipendente ed è lui che decide per sé, è sottolineato pure da quel “poi scese con loro, andò a Nazareth e stava loro sottomesso” quando ci si sarebbe attesi un più logico “scesero assieme a Nazareth …”.

Luca poi aggiunge: “Essi non capirono la parola che aveva detto loro” ed è da questa incomprensione che è necessario partire per capire. Questo “non capire” ricomparirà come un ritornello nell’intero Evangelo lucano. Solo alcuni esempi: dopo che Gesù ha detto ai suoi apostoli: “Fissativi nelle orecchie queste parole: il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”, Luca rileva: “ma essi non capivano questa parola; era loro velata perché non la percepissero, e temevano di interrogarlo su questa parola”.

Anche dopo il terzo annuncio della passione Luca annota di nuovo: “Ma non capirono nulla di questo; quella parola rimaneva nascosta loro e non afferravano ciò che era detto”.

Però, dopo la sua risurrezione, ai discepoli di Emmaus dice: “O stolti e lenti di cuore a credere a tutto ciò che hanno detto i profeti! Non era forse necessario che il Messia soffrisse queste cose ed entrasse nella sua gloria? Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”.

Quando poi apparve agli undici Luca annota: “Allora apri loro l’intelligenza per comprendere le scritture”.

Si deve allora giungere alla fine dell’Evangelo per giungere a comprendere l’incomprensione dei genitori di Gesù dodicenne con Maria che non chiede spiegazioni, ma “serbava tutte queste cose nel suo cuore”.

C’è una seconda allocuzione che percorre tutto l’Evangelo ed è quella domanda che Gesù pone ai suoi genitori: “Perché mi cercavate?”. Non si può non ricordare come il medesimo verbo “cercare” ricorra nelle parole degli angeli alla tomba di Gesù (“Perché cercate il Vivente tra i morti?”) ed anche alla sua Ascensione “Perché state a guardare …” è la nostra traduzione, ma è piuttosto un “Perché cercate …” (At 1,11).

Gesù afferma che deve “stare” presso suo Padre affermando così da una parte la sua identità, da quell’altra quello “stare” serve ad anticipare ed indicare la “necessità” che Gesù afferma nei tre annunci della sua passione e risurrezione (“è necessario che ...”).

Maria conservò “tutte queste parole in cuor suo” e finisce per capire dove “stava” suo Figlio dopo la croce: non nel sepolcro, ma presso il “Padre suo”. Per questo, una volta giunto l’annuncio che era stato trovato vuoto, non le serve correre al sepolcro. Questa sua assenza è una confessione di fede nel Risorto.

(BiGio)

E venne un bimbo ebreo, lo chiamarono Gesù

In questo articolo il Cardinal Ravasi ripercorre i giorni successivi alla nascita del figlio di Maria, durante i quali fu protagonista dei riti prescritti dalla tradizione ebraica: l’imposizione del nome, la circoncisione e l’offerta di animali nel Tempio di Gerusalemme.


Nel testo greco dell’evangelista Luca sono in tutto 14 parole, compresi gli articoli e gli avverbi: «Quando furono compiuti gli otto giorni per circonciderlo, fu chiamato col suo nome Gesù» (2,21). Matteo è ancora più sbrigativo: dopo la nascita del piccolo, Giuseppe, padre legale, «chiamò il suo nome Gesù» (1,25). È questo il primo atto civico pubblico del figlio di Maria, donna ebrea, e quindi lui pure ebreo: la circoncisione e l’imposizione del nome. Abbiamo, così, pensato nel nostro Natale di presentare questo bambino ebreo piuttosto speciale nella storia dell’intera umanità, a cui era stato imposto un nome non raro, che si basava sulla radice ebraica jasha‘, «salvare», la quale genera anche i nomi Giosuè, Osea e persino Isaia....


L'intero articolo a questo link:

https://www.cortiledeigentili.com/e-venne-un-bimbo-ebreo-lo-chiamarono-gesu/

da Il Sole 24 Ore – 19 dicembre 2021 


L' Osservatorio Nord-Est ha posto due domande: "Cos'è il Natale?" e "Albero di Natale o Presepe?" - Ecco le risposte

Tra i nordestini prevale l'idea che il 25 dicembre sia una festa commerciale (38%) o, al limite, famigliare (37%), mentre solo uno su quattro riconosce sia una celebrazione importante soprattutto per il suo significato religioso. Riuniti più volentieri attorno all'albero di Natale (39%) piuttosto che di fronte al presepe (30%), lo scambio dei doni appare un momento (quasi) liberatorio dato che circa sette nordestini su dieci vivono l'acquisto dei regali come una spiacevole incombenza.



A questo link i risultati dell'inchiesta:



Un bambino che non ha potuto diventare grande ....

Dalle riflessioni di un anonimo del XX secolo con appena qualche ritocco per adeguare le riflessioni ai tempi di oggi.



Sono un bambino che non diverrà mai grande e che nella sua breve esistenza ha conosciuto troppe sofferenza e alla fine la morte. Mi rivolgo a voi padri e mamme che amate i vostri bambini e per loro cercate di rendere il più felici possibile questi giorni. I vostri bambini scrivono a babbo natale, a me non è dato di scrivergli, io non riceverò doni; non ne ho mai ricevuti. Io non ho neanche potuto imparare a scrivere, per me non c’erano scuole.
In questi giorni ricordate un bambino, ricordate la sua povertà, la sua vita travagliata già nei primi giorni; ma quanti state ricordando i tanti bambini che come me oggi nascono, soffrono, sperimentano fame, quando c’è tanto cibo da soddisfare tutti; malattie che possono essere curate con poco; patiscono sopraffazione e sfruttamento per l’ingordigia dei potenti? Quanti vi lasciate veramente toccare il cuore e la mente senza fermarvi a sentimenti passeggeri per continuare ad immergervi nella vostra vita in mezzo a tanta indifferenza?
Per una volta prestatemi attenzione, anche se non siedo al tavolo dove i potenti decidono della vita e della morte di milioni di persone; anche se non siedo a mense imbandite dei ricchi dove i cibi si accumulano e vengono sprecati, se non grido sulle vostre piazze. Ma io bambino, debole, invisibile, ignorato, posso comprendere la debolezza di un Dio che si è fatto bambino come me; io rifiutato che ho subito indifferenza posso capire dove si annidano le cause di troppe sofferenza, dove i sentimenti sono morti, l’amore lacerato, le parole suonano vuote. Vorrei parlare a ciascuno di voi per narrargli la mia vita, gridare alle vostre orecchie le sofferenze che ho incontrato, svelarvi ciò che succede nei cuori infranti di tanti papà e mamme. Ma la mia voce è sempre più flebile, solo un soffio, solo chi è attento e cuore disponibile può ancora udirla.
Io morto di stenti sulla terra dove nacqui, morto tentando di attraversare deserti e mari, morto alle periferie di vostri paesi e città, morto sotto le bombe; morto in baracche fatiscenti, morto in luoghi a me sconosciuti; io, morto di cui non si troverà il cadavere o che sarà solo un numero; io morto avvinghiato al corpo senza vita della mamma mentre le gridavo di svegliarsi, di abbracciarmi, di rassicurarmi e di rasserenarmi; io guardato con fastidio, posso comprendere la vita di quel bambino che voi in questi tempi ricordate, ma, soprattutto, parlarvi di tanti altri bambini che su questa terra sono nati, hanno subito sofferenze e violenze, sono morti sempre sconosciuti e nell’indifferenza. Se rifiutate di lasciarvi toccare cuore e mente, disturbare da un bambino di carta pesta, che relegate in un tempo ormai lontano, ascoltate quello che ho da dirvi.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò quanto le vostre feste testimoniano poco, quanti vostri natali sono scaduti in folklore e retorica, perché non guardavate i bambini in cui oggi Gesù si fa presente. Gli dirò di come si è privilegiato l’immagine di un bambino di cartapesta, lo si è circondato di addobbi e di luci, ridotto a feticcio che non disturba, ad un bambino bisognoso di sfamarsi, scaldarsi, di affetto, di essere accolto ed amato. Ma questo bimbo ero io, potevo disturbare e la mia immagine perciò rimossa
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò della mia fame, che tutti i giorni è stata mia compagna, mentre mi sarei accontentato degli avanzi delle vostre mense.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli racconterò delle notti fredde, senza potermi neanche coprire, casa in cui rifugiarmi, quando il solo calore era il corpo della mamma, perché nessuno mi ha accolto.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò delle notti insonni, colme di paure, dove l’unica speranza era la luce del giorno. Gli dirò dei sogni pieni di incubi per tutti i pericoli, sofferenze che nella mia breve esistenza sono stato costretto a patire.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò del mio vagabondare lungo le strade, alle periferie delle città, dove ho vissuto solitudine ed indifferenza, dove attorno a me ho trovato solo cuori freddi, parole e promesse vuote.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli parlerò dell’angosce di papà impossibilitato a mantenerci, del volto ormai senza lacrime di mamma, quando ormai non avevano più forza per lottare per me e la speranza era svanita.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò di chi mi ha messo in mano pale e picconi troppo pesanti, costringendomi a duri lavori, su cui loro traevano lauti guadagni; mi ha messo in mano fucili e mi ha mandato a morire ed uccidere, quando sognavo tra le mie mani solo giocattoli per divertirmi con gli amici. Giocattoli che non ho mai avuto e che voi avete in abbondanza e buttate via
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò di tante parole cattive, di chi mi ha rifiutato, insultato, della proibizione di poter giocare con i vostri bambini. Ero sporco e i miei vestiti puzzavano, perché papà e mamma erano troppo poveri.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Gli dirò di coloro che solo per un attimo si sono lasciati commuovere davanti alle mie sofferenze e morte di bambino, ma che, subito dopo, hanno chiuso il loro cuore persi nei loro traffici. Io sarei stato solo un peso e perciò da rifiutare e mandato via.
Quando sarò davanti a Dio gli dirò che io il più fragile, più bisognoso, orfano, ho subito angherie, giudizi duri, ho visto odio in tanti sguardi come se fossi stato io il colpevole; mentre io debole e fragile, come tutti i bambini, avevo, il diritto di essere accolto, custodito, amato. Diritto negatomi.
Quando sarò davanti a Dio gli parlerò. Io che ho posto fiducia in voi grandi, ho subito violenze, sono stato violentato e violato, come se fossi stato un oggetto .
Quando sarò davanti a Dio lo pregherò perché le sofferenze inflittemi, la fame che giorno e notte mi attanagliava, gli incubi che mi accompagnavano, siano a vostra scusante.
Quando sarò davanti a Dio gli dirò che quando sarete davanti al suo giudizio, le violenze subite, l’indifferenza che mi circondava, i desideri frustrati, le speranze infrante, la mia vita ritenuta non degna di essere vissuta, servano, davanti a lui, a perdonarvi, perché non “sapete quello che fate”
Ora che sono davanti a Dio, ho da dirvi che vi perdono.
Quando un giorno ci troveremo tutti accolti nella casa di Dio, dimenticheremo, sofferenze, procurate e subite; indifferenze, rancori e odi, ingiustizie fonte di oppressioni e, allora, sì che comprenderemo il significato di amare; allora sì che ci sentiremo partecipi e responsabili di questa unica umanità; allora sì che ci sentiremo figli di uno stesso Padre e fratelli in Gesù.
(dalla pagina FB di Lorenzo Bruno)

Natale alla Cita: il servizio del TG3


https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2021/12/ven-Natale-multietnico-parrocchia-Resurrezione-Marghera-don-Nandino-Capovilla-1c78c2d2-f170-4b1b-8574-493e1506550f.html?wt_mc

"Lo avvolse in fasce": una nursery per tutte le donne della Cita è il regalo di Natale della Comunità


“Lo avvolse in fasce”. Il regalo per tutte le donne della Cita: una nursery. 

Mancava solo la nursery nella canonica del parroco (dopo il rinomato ‘home restaurant’ Roof Garden e la Casa di Amadou con i migranti). Ma il Vangelo della notte di Natale parla chiaro a proposito della mamma del neonato Gesù, per la quale non solo “non c’era posto nell’albergo” ma non c'era nemmeno quella semplice eppur necessaria stanza attrezzata per cambiare il piccolo.

È apparsa per questo sull’altare della chiesa della Risurrezione alla Cita, durante la Messa di Natale, la nursery che potranno usare h24 le donne bengalesi, cinesi e italiane, completa di fasciatoio, pannolini e antiche fasce che si usavano nel passato insieme ai ciripà. Piccolo segno di attenzione della Comunità a tutte le donne che al parco, per strada, nell'orto condiviso, si passeranno parola: "Se devi cambiarlo puoi andare dal don!" E potranno fare sosta con tenerezza e cura.
Un dono semplice della Comunità cristiana al Quartiere, non solo simbolico, per ricordare il senso del Natale a tutti e prima di tutto al prete, tentato dal clericalismo come ha ripetuto anche ieri Francesco (“tentazione del potere coperta dal nostro ruolo, la liturgia, la dottrina, la religiosità”) sperando che se lo ricordi ogni volta che vedrà il… fasciatoio in canonica! Il senso del Natale è che non ha senso celebrare la Messa solenne e poi rifiutare di ripetere quel gesto di cura e attenzione verso il Gesù che nasce oggi in ogni povero, migrante ed escluso.
Come diceva don Tonino, (in vita contestato ed ora portato sugli altari…): “Dalla notte di Natale le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita”.

Natale non è dimenticare, è ri-conoscere ed è ri-nascere: tre diversi auguri

Primo augurio

Prendendo in prestito le parole della Comunità di "S. Nicolò all'Arena" di Verona, l'augurio per un cammino che vuole costruire legami e incontri nella Chiesa e nella società in cui viviamo.


 

PONTI, NON MURI

Ponti, non muri tra la testa e il cuore
perché non ci sia un amore senza pensiero
e un pensiero senza amore
Ponti, non muri tra giovani e vecchi
perché non ci sia un futuro senza memoria
e una memoria senza futuro
Ponti, non muri tra religioni diverse
perché non esista violenza in nome di Dio
e la terra trovi il suo cuore pensante
Ponti, non muri tra Chiesa e mondo
perché non ci sia una chiesa fuori dal mondo,
chiusa nelle sue paure, e un mondo senza gioia
Ponti, non muri tra politica ed economia
perché ci sia una politica bella
e una economia che guardi dalla parte dei poveri
Ponti, non muri tra scuola e lavoro
perché la cultura sia il pane quotidiano
il linguaggio della non esclusione
Ponti, non muri tra educazione e libertà
perché educare sia liberare
dalla dipendenza e dalla rassegnazione
Ponti, non muri tra confine e confine
perché il mondo sia la casa di tutti
e le porte siano aperte al vento
Ponti, non muri tra mare e mare, tra oceano e oceano
perché donne e bambini non sprofondino nell’abisso
ma danzino il girotondo della vita
Ponti, non muri tra Natale e Pasqua
perché tutti possano ri-nascere e risorgere ogni giorno
Ponti, non muri tra Dio e le persone
perché tutti possano gustare l’abbraccio della tenerezza di Dio
Ponti solo ponti tra sguardo e sguardo, tra città e città
Ponti solo ponti
un grande arcobaleno che congiunge terra e cielo
perché non ci può essere allegria nel cielo
se non c’è amore sulla terra

Auguri!

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Secondo augurio

Prendendo in prestito le parole di Papa Francesco

L’umiltà è la capacità di saper abitare senza disperazione, con realismo, gioia e speranza, la nostra umanità; questa umanità amata e benedetta dal Signore. L’umiltà è comprendere che non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità. Gesù ci insegna a guardare la nostra miseria con lo stesso amore e tenerezza con cui si guarda un bambino piccolo, fragile, bisognoso di tutto. Senza umiltà cercheremo rassicurazioni, e magari le troveremo, ma certamente non troveremo ciò che ci salva, ciò che può guarirci. Le rassicurazioni sono il frutto più perverso della mondanità spirituale, che rivela la mancanza di fede, di speranza e di carità, e diventano incapacità di saper discernere la verità delle cose. 


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Terzo augurio

 Prendendo in prestito le parole di M. Teresa di Calcutta e di Fiorella Mannoia 

(dagli auguri dell'Eremo della Visitazione)


Il nostro Natale sia un inno alla vita
La vita è dono da accogliere, da abbracciare, da tenere stretto...
“La vita è la vita, difendila” (M. Teresa di Calcutta)

«...
A chi trova se stesso nel proprio coraggio
a chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio
a chi lotta da sempre e sopporta il dolore
qui nessuno è diverso, nessuno è migliore
a chi ha perso tutto e riparte da zero
perché niente finisce quando vivi davvero
a chi resta da solo abbracciato al silenzio
a chi dona l’amore che ha dentro

Per quanto assurda
e complessa ci sembri
la vita è perfetta
per quanto sembri incoerente e testarda, SE CADI TI ASPETTA
siamo noi che dovremmo
imparare a tenercela stretta
A TENERSELA STRETTA
CHE SIA BENEDETTA »

(Amara- Fiorella Mannoia)

https://www.youtube.com/watch?v=tLocMgbJPUk

Lettera di Natale 2021: "Ripartire dalla cura"



La Lettera, dal titolo “Ripartire dalla cura”, è un invito rivolto dagli estensori a riprendere in mano quella parola decisiva per tentare di dare con concretezza a questa umanità un volto più umano. Nell’affrontare i temi dirimenti del nostro tempo in rapporto alla festa del Natale che ci apprestiamo a vivere, la Lettera trova spazio nel dare solidarietà ad alcune persone che, in un tempo ostile e sospettoso verso chi fa del bene, con lungimiranza evangelica si sono fatte “buoni samaritani” sulle strade del mondo che abitiamo.
Ci piacerebbe che i contenuti possano diventare motivo di riflessione comune, di dialogo e di condivisione di pensieri e di progetti, magari da compiere insieme, con quell'originalità che la peculiarità del nostro tempo richiede.

La lettera si trova a questo link: 

 http://www.centrobalducci.org/easyne2/Archivi/BALD/Files/Lettera%20di%20Natale%202021.pdf

Gli auguri di Natale alla Comunità della Risurrezione e a Venezia delle due Comunità Musulmane di Marghera


Il Presepe nella Moschea bengalese della Cita (Marghera)




Natale: Lc 2,1-14

Dopo i quattro verbi centrali nelle Domeniche di Avvento:
incoraggiare, indicare, comprendere, rallegrarsi
oggi ci viene detto il "perchè" e irrompe il quinto verbo: salvare
Oggi, la salvezza irrompe nella creazione ed è festa.


Un “censimento di tutta la terra”. Così, Luca inizia il racconto della nascita di Gesù. Collocando questo evento non tanto nella Palestina, quanto nell’intero universo, facendosi così confrontare due persone: Tiberio imperatore del romano impero e un bambino nato in una greppia come un semplice numero dell’anagrafe romana ma che, essendo di stirpe davidica, diventerà quel Messia realizzando le promesse fatte a Davide 1000 anni prima e lette con significati escatologici dal profeti Natan, Isaia e Michea.
Maria partorisce “il suo figlio primogenito”: non è una informazione biologica ma teologica perchè guarda al fatto che sarà il primogenito tra i risorti dai morti e del quale siamo chiamati a diventare ed essere fratelli. È così vero che viene fasciato e “deposto” in una mangiatoia, verbo che richiama il fatto che, Gesù, una volta morto, sarà avvolto nel sudario e “deposto” nel sepolcro. Non per nulla nell’icona ortodossa della natività, il neonato viene dipinto non in una mangiatoria, ma in un sepolcro.
Luca porta poi la nostra attenzione sui pastori disprezzati al loro tempo ed esclusi dalle celebrazioni del Tempio che, però, si trovano a loro agio nelle grotte anche in quella di Betlemme. Luca sottolinea che “vegliavano nelle notte”: sono quelle sentinelle descritte da Isaia (21,11-12) che scrutano la notte per vedere quando spunterà l’aurora e finirà la paura. Sono come Simeone e Anna che accoglieranno Gesù al Tempio e che “aspettavano la consolazione di Israele e la redenzione di Gerusalemme”. Con questo Luca ci vuole dire che il suo Evangelo si rivolge a chi è in ricerca ed in attesa, non ha chi sa già tutto per il quale, invece può trasformarsi in una cattiva notizia. 
Prorompe allora l’annuncio di gioia fatto dall’Angelo “Ecco, vi annuncio la buona notizia di una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore”.
Questo “oggi” vale anche per noi. Per comprenderlo può essere utile ricordare almeno altre tre volte nelle quali ricorre nell’Evangelo di Luca. Il primo è nell’episodio di Zaccheo al quale Gesù dice: “Oggi, devo fermarmi a casa tua” e, suscitando la sua gioia, il suo entrare in rapporto con lui gli cambia la vita. Il secondo è l’annuncio che fa a Pietro “Oggi mi rinnegherai” provocando il suo pianto (di conversione) che sta alla base del suo ministero. Il terzo è la promessa che fa al ladrone crocefisso con lui: “Oggi sarai con me nel paradiso”; è il sigillo che Gesù pone alla conversione del malfattore.
Ma c’è una differenza con l’oggi detto ai pastori: qui non si parla di conversione. Questo insegna che la conversione non è la condizione della salvezza, bensì la conseguenza che provoca in chi l’accoglie. La salvezza è dono gratuito e inaspettato, non un mercanteggiare al quale a volte viene purtroppo ancora oggi ridotta.
Oggi nasce un bambino che ha un unico compito, essenzialmente la sua funzione è quella di “salvare” e nasce non per una massa indistinta anonima, ma “per voi” cioè per me, per te, per noi che anche oggi leggiamo questa pagina dell’Evangelo tesa ad illuminare la situazione particolare che stiamo vivendo, anche con i suoi aspetti bui della notte. Come i pastori nella oscurità erano immobili in attesa di non si sa che cosa ma, dopo l’annuncio, subito si mettono in movimento: ad un tratto trovano una direzione da seguire, un senso che da gioia. Questa è l’esperienza della salvezza che Gesù è venuto viene e verrà ad offrirci: aiutarci a mettere nella nostra vita un senso là dove è stato smarrito.
Un neonato, non tanto l’angelo, la luce sfolgorante, il canto dell’esercito celeste è il segno che ci è stato dato, che è dato a noi anche oggi. Fragile, vulnerabile, debole che ha bisogno di tutto e di tutti per sopravvivere: l’opposto della potenza che si attendeva, ci si poteva attendere e ci attendiamo quando guardiamo e confidiamo sui potenti. Un non segno che rimarrà tale tanto che Luca usa il medesimo verbo per dire che quel segno di salvezza è stato coricato in una mangiatoia e, più tardi, in una tomba.
Gesù porterà sì agli uomini la salvezza, ma attraverso la croce, l’antisegno per eccellenza. La debolezza del segno offerto ai pastori è l’annuncio del modo con cui Gesù salva, non con la potenza dei potenti, ma con il dono di sé. 
(BiGio)

Per un Natale di speranza. Sì, mai come oggi possiamo dirlo che c’è un’umanità intera che cammina nelle tenebre?

In questo Natale che si avvicina, le parole del profeta Isaia che si leggono come prima lettura nella Messa di notte risuonano con un accento nuovo: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che camminavano in terra tenebrosa, una luce rifulse”. E poi: “hai aumentato la gioia, hai moltiplicato la letizia…”. 

Sì, mai come oggi possiamo dirlo che c’è un’umanità intera che cammina nelle tenebre...



Questa è un’ulteriore sfida per le comunità cristiane. È finito, io credo (e spero), il tempo del catechismo fatto solo per la prima comunione, della parrocchia intesa come cosa del clero, della chiesa vista come agenzia del sacro alla quale ricorrere per battesimi, matrimoni e funerali. La chiesa è chiamata ad essere comunità di persone che vivono insieme la fede e la testimoniano agli altri nella vita di ogni giorno. Persone che qui, nella celebrazione della eucarestia – anche se in questi tempi tristi vissuta in modo limitato – trovano la forza e il centro della loro vita, e che poi nel lavoro, nella scuola, nella vita quotidiana testimoniano che siamo davvero tutti fratelli.

Allora il Natale diviene anche quest’anno, nonostante tutto, un messaggio di gioia e le parole di Isaia, il canto degli angeli del vangelo, non perdono la loro forza. Una gioia fatta di piccole cose. 

 


L'intera riflessione di Luca Mazzinghi a questo link:


https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2021/12/luca-mazzinghi-per-un-natale-di-speranza.html

Piccola Rassegna Stampa: una selezione di temi .... (10 segnalazioni)

Questa piccola "Rassegna Stampa" fatta di indicazioni di articoli (con relativo link) su temi che si ritengono interessanti per le attenzioni spesso sollecitate nella nostra Comunità, o per situazioni importanti ma non molto presenti nei media. 

Un breve sommarietto ne anticipano il contenuto così si può scegliere quello che eventualmente interessa. In ogni caso anche solo la titolazione e il sommarietto offrono una informazione.





In questa edizione:

 

·   5 articoli sul Natale

·   2 articoli sull’evoluzione della situazione in Etiopia: verso una soluzione?

·   1 articolo sul rifiuto di mettere al bando i robot in grado di uccidere

·   1 articolo di carattere sociale: le nuove disuguaglianza create dal Covid-19

·   1 articolo sullo scontro in Parlamento sull’invito a 2 Ong Palestinesi a un convegno

 

 

Natale per i dubbiosi di Yann Redalié 

in Riforma del 24 dicembre 2021 (settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi)

I dubbi di Giuseppe e l'intervento decisivo di un angelo. Il ruolo del "soffio ricreatore", che ci invita a guardare all'indicibile. Così ci incontra Gesù, vero figlio dello Spirito e vero figlio di Davide

https://riforma.it/it/articolo/2021/12/23/natale-i-dubbiosi

 

Le luci effimere di Betlemme

di Paolo Naso in Riforma del 24 dicembre 2021 (settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi)

Continuano a restare irrisolti i problemi che attanagliano le diverse comunità mediorientali: mentre pare svanire ogni giorno di più l'ipotesi dei "due popoli, due stati", le lotte interne all'Autorità nazionale palestinese e i difficili equilibri nel governo di Israele complicano il quadro; intanto la componente cristiana si fa sempre più esigua

 

l'Aldilà esiste e si chiama Dio 

intervista a Paolo Ricca a cura di Marco Bevilacqua in Rocca del 15 dicembre 2021

Io penso che in tema ecumenico la vera svolta sia arrivata con il Concilio Vaticano II. Il grande merito di papa Francesco è di aver 'resuscitato' certe affermazioni del Vaticano II, completamente ignorate dai papi successivi a Giovanni XXIII e soffocate per decenni in un silenzio assordante. Come la gerarchia delle verità cattoliche, che il Concilio aveva stabilito non fossero tutte sullo stesso piano.

 

Cristo non si ferma a Napoli Il 25 nasce a Secondigliano 

di Tomaso Montanari in il Fatto Quotidiano del 20 dicembre 2021

Le antiche chiese italiane (piccole o grandi, ignote o celeberrime) rappresentano un perentorio, struggente invito alla conversione collettiva: in senso laico, terreno. Umano, prima che religioso. Esse chiedono il cambiamento radicale dei nostri pensieri, delle nostre scale di valori, delle nostre sicurezze. Con la loro gratuità, contestano la nostra fede nel mercato. Con la loro apertura a tutti, contraddicono la nostra paura delle diversità...

 

Tornare all'evangelo 

di Angelo Reginato in Esodo del dicembre 2021

Che cosa vuol dire "tornare all'evangelo" come programma di riforma ecclesiale? Non basta la familiarità col testo biblico. Tornare all'evangelo non tanto per sapere cosa fare ma per riconoscere di sapere di non sapere e anche scoprire di non sapere neppure di non sapere! E per raccogliere la sfida ardua di un'apertura esistenziale a una Parola altra, che domanda conversione. In chiave propositiva: "tornare all'evangelo" non per ridire parole antiche, rimosse dal lessico ecclesiastico. Piuttosto, si tratta di riscriverle, ripensandole per questo tempo.

 

Etiopia: una via d’uscita

Le forze tigrine annunciano il ritiro da due regioni del nord. È la prima vera svolta per un cessate-il-fuoco dopo oltre un anno di conflitto.

 

Lo sguardo esterno sulla crisi etiope si è spostato, negli ultimi mesi, dall’emergenza umanitaria nel Tigray – tutt’altro che superata – agli imprevisti rovesciamenti militari, dapprima a vantaggio dei ribelli, poi con il recupero dei governativi. Dopo oltre tredici mesi di conflitto, la cruda altalena della guerra spinge ora il TPLF a proporre un cessate il fuoco, premessa indispensabile per un eventuale dialogo tra le parti, che appare comunque ancora lontano. Il governo di Addis dovrà far prevalere la prospettiva di aprire ad una risoluzione condivisa del conflitto – necessaria ad avviare poi una ricostruzione comune – su quella di approfittare delle difficoltà militari in cui si trovano i ribelli. Anche perché l’altalena potrebbe nuovamente invertire il suo corso.

https://ispo.campaign-view.eu/ua/viewinbrowser?od=3zfa5fd7b18d05b90a8ca9d41981ba8bf3&rd=166050ccceeaf1b&sd=166050cccee32e4&n=11699e4bfe14dd8&mrd=166050cccede4ae&m=1

 

 

Etiopia, perché i tigrini si ritirano

di Emanuele Rossi | 21/12/2021 - 

I ribelli del Tigray annunciano la non belligeranza. Vogliono anticipare davanti all’Onu il premier Abiy Ahmed e spingere un modello negoziale che vogliono Usa e Ue

Quando Debretsion Gebremichael, presidente della regione autonoma del Tigray, che è in guerra con la federazione etiope, ha annunciato il ritiro dal fronte la domanda è stata: perché? La guerra procede a scatti dal novembre 2020 e ha procurato morti e crisi umanitaria (come tutte le guerre d’altronde). La superiorità tecnica di Addis Abeba c’è (com’è logico che sia), tuttavia l’equilibrio di forza era diventato evidente quando qualche settimana fa le unità del Fronte di liberazione del Tigray erano arrivate a duecento chilometri dalla capitale.

https://formiche.net/2021/12/etiopia-perche-i-tigrini-si-ritirano/

 

 

“Siamo Ong, non terroristi”. Scontro tra Israele e palestinesi alla Camera

di Gabriele Carrer | 21/12/2021 – 

Un’audizione alla Camera dei deputati riaccende il dibattito sulla questione israelo-palestinese in Italia.

Dura condanna da parte dell’ambasciata israeliana a Roma per l’audizione di due Ong palestinesi (Addameer e Al Ha) al Comitato per i diritti umani nel mondo presieduto da Laura Boldrini: “I terroristi non possono dare lezioni alle democrazie”. Ecco cos’è successo

https://formiche.net/2021/12/scontro-israele-ong-palestinesi-alla-camera/

 

 

I Grandi contro la moratoria: licenza di uccidere ai robot-killer

Francesco Palmas venerdì 17 dicembre 2021 

Le trattative sono bloccate dai veti incrociati di Russia, Stati Uniti e India. Putin: «Chi dominerà il settore, avrà le redini del mondo»

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/fallisce-la-conferenza-mondiale-licenza-di-uccidere-ai-robotkiller?fbclid=IwAR3QPkodoft1697cTwNnOZNue5CG4SjAwF9xpew6aDbaoiVNVBWLWylSZ_s

 

Povertà, lavoro e nuove disuguaglianze: l’impatto devastante della pandemia 

Sono passati quasi due anni da quando l’OMS ha classificato la diffusione del nuovo coronavirus Sars-CoV-2 nel mondo come una pandemia. In questo periodo, tra le conseguenze più negative e più impattanti che la COVID-19 ha prodotto nel mondo c’è la recrudescenza delle disuguaglianze economiche e sociali. 

In Italia la povertà assoluta è in crescita e i più colpiti sono precari, giovani, donne e stranieri.