Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è stato in missione nel Pacifico meridionale, dove Pechino contende agli Stati Uniti il ruolo di ‘garante’ della stabilità. In seguito anche Biden vi si è recato. Le due nazioni guardano già al dopo Ucraina, quando il mondo non sarà più come prima.
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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
Non esiste solo l'Ucraina e, infatti, Cina e Stati Uniti sono in rotta sul Pacifico
Autodeterminazione dei popoli e responsabilità globale
Chi è favorevole all’invio delle armi all’Ucraina dice che per la difesa della libertà si deve rischiare di perdere la vita, tra la libertà e la vita il primato è della libertà, come nel caso del fine vita. Consideri valida questa contrapposizione e pensi legittimo il paragone con il caso del suicidio assistito?
La libertà è senz’altro un grande valore che non può essere sottovalutato: ne va dell’identità stessa del soggetto umano. Ma occorre intanto distinguere tra la libertà personale e quella di un popolo, del rispetto cioè della sua autonomia territoriale e di governo a livello socio-economico e politico. Nel primo caso – quello della libertà personale – il singolo, laddove gli venga negata la possibilità di vivere nella fedeltà ai valori in cui crede, e sia dunque obbligato ad andare contro la propria coscienza, o venga costretto a rinnegare la propria fede religiosa può anche mettere a rischio, fino a perderla, la propria vita. Non è stata forse questa la testimonianza dei martiri cristiani?
Diverso e più complesso è il discorso relativo alla difesa della libertà da parte di una nazione ingiustamente invasa da un’altra nazione. La reazione a questa situazione dando vita a una vera guerra, sia pure difensiva (e di conseguenza la fornitura di armi da parte di altri Paesi come sta avvenendo in Ucraina), è eticamente inaccettabile. Non esiste guerra giusta! Il dilemma libertà-vita non può dunque che risolversi a favore della vita, e questo tanto più se si considera che l’autorità che decide l’intervento bellico coinvolge la vita di altri, che non sempre sono d’accordo a metterla a repentaglio (o a perderla) per una causa che possono anche non condividere. Questo non significa che si debba rimanere inermi di fronte a un attentato alla propria libertà nazionale, ma che occorra scegliere altre vie di difesa, che vanno dalle operazioni di polizia internazionale – purtroppo oggi di difficile esecuzione per l’inesistenza di organismi internazionali adeguati, Onu inclusa – alla difesa nonviolenta e alla mediazione diplomatica. D’altra parte, a spiegare l’esasperazione dei conflitti, che conducono alla guerra – il caso della Russia e dell’Ucraina rientra in questo quadro – concorre oggi la rinascita esasperata dei nazionalismi e dei patriottismi, che rappresentano una forma di reazione nei confronti del declino degli Stati-nazione, il cui potere è sempre più limitato dall’avanzare della globalizzazione, a causa della quale i processi socioeconomici e politici scavalcano di continuo le loro frontiere. Quanto al paragone con il suicidio assistito non mi pare esistano le condizioni per un confronto.
L'intera riflessione di Giannino Piana a questo link:
«Vorrei una Chiesa che abbracciasse di più»
Sinodo: dalle sintesi della fase dell'ascolto emergono alcuni temi: clericalismo, giovani, donne, famiglie divise e ricomposte, formazione, comunicazione...
Devo ammettere che avevo vissuto l’annuncio del Cammino sinodale della Chiesa italiana con un certo scetticismo. Mi sembrava di vedere in giro assai poca convinzione e una decisamente scarsa volontà di rimettersi in discussione, ma piano piano sto cambiando idea. E questo nonostante sia presto per fare una valutazione seria della fase dell’ascolto, soprattutto perché non è ancora uscita la cosiddetta “sintesi delle sintesi”.
Anche se il percorso dell’ascolto è stato fatto a livello locale, chi vi ha partecipato ha segnalato una serie di problemi che locali non sono. Ad esempio, per dirla con le parole della sintesi della diocesi di Bolzano-Bressanone «l’ammissione di divorziati risposati alla comunione, il riconoscimento delle coppie omosessuali, l’ammissione di donne al sacramento dell’ordine, la questione del celibato e altre ancora. Sono temi sui quali una chiara maggioranza di fedeli chiede e si attende delle riforme».
Questi temi che, ripeto, tornano un po’ in tutte le sintesi che ho potuto leggere, allontanano e creano un pregiudizio nei confronti della Chiesa, rendendo difficile o impossibile ogni dialogo. Così come i motivi di scandalo «che hanno allontanato e stanno allontanando molti… L’abuso di potere e gli scandali sessuali, l’uso improprio e non trasparente delle risorse economiche, l’ostentazione di ricchezza, la ricerca del successo, di anacronistici privilegi, della comodità, l’ipocrisia di chi predica ma non vive il Vangelo, l’atteggiamento di alcuni sacerdoti che umiliano i fedeli con i loro rimproveri» (Ferrara-Comacchio). ...
L'intero articolo di Paola Springhetti a questo link:
https://www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/vorrei-una-chiesa-che-abbracciasse-di-piu/
Ciò che l'Europa non ha imparato dalle guerre
La guerra in Ucraina è solo l’ultima di una serie di guerre della postmodernità iniziate trent’anni fa nella ex Jugoslavia. È necessario un cambio di paradigma per ripensare la pace e la nonviolenza
Talvolta si ha la sensazione che il tempo si sia fermato, come se si stesse riavvolgendo una pellicola consunta, in luoghi che hanno continuato a versare lacrime e sangue nel cuore orientale dell'Europa, di questa Europa così presuntuosa da pensarsi immune, nonostante sia stata l'epicentro delle due guerre mondiali e del suo tragico ritorno nella regione balcanica e nell'area caucasica. Un residuo della storia, dunque? Così leggemmo trent'anni fa quel che avvenne nei Balcani, questa volta nel cuore profondo dell'Europa, quando a Sarajevo si chiuse quel secolo che proprio nella capitale bosniaca era iniziato con l'assassinio che diede il via alla alla Prima guerra mondiale.
Emerse in quegli anni tutta la superficialità di cui era capace l'Occidente. Si dissero per lo più cose banali, stupide. Guerre arcaiche ed etniche, popolazioni sanguinarie... Luoghi comuni come supplenza al vuoto di analisi e di conoscenza di un tessuto storico e culturale, sociale e psicologico. Che accompagnava, tranne rare eccezioni, una diplomazia diplomazia internazionale interessata e cinica....
Come nutrire un pianeta sempre più caldo, affamato e messo in pericolo da guerre e pandemie?
Come nutrire un pianeta sempre più caldo, affamato e messo in pericolo da guerre e pandemie? È quel che si chiede la giornalista esperta di clima Somini Sengupta in un articolo sul New York Times. Attualmente, scrive Sengupta, produciamo più cibo di quanto ne abbiamo bisogno (secondo la FAO, la produzione di colture primarie - principalmente canna da zucchero, mais, grano e riso - è aumentata del 52% tra il 2000 e il 2020, raggiungendo la cifra record di 9,3 miliardi di tonnellate metriche nel 2019), eppure milioni di persone muoiono di fame (nel 2021 quasi 193 milioni di personeerano “insicure dal punto di vista alimentare”, 40 milioni in più rispetto al 2020). Il mondo, ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, sta affrontando “un’ondata di fame e indigenza senza precedenti”.Come è possibile? Conflitti, pandemia e intoppi nella catena di approvvigionamento hanno portato a un aumento del numero delle persone sottonutrite. I prezzi degli alimenti sono aumentati e con essi la fame. L’invasione russa in Ucraina è stata l’ultima scossa di terremoto che ha colpito le filiere del cibo con l’impennata ulteriore dei prezzi del cibo e dei fertilizzanti.Su tutto questo poi incombe il cambiamento climatico. Giorni e notti più caldi, inondazioni e siccità estreme possono far andare in malora i raccolti, bloccare il trasporto di cibo e rendere i cereali meno nutrienti. Le piogge irregolari rendono molto più difficile il sostentamento di agricoltori e pastori. Basta guardare cosa è accaduto in India, dove un’ondata di caldo estrema, amplificata dal cambiamento climatico, ha compromesso il raccolto del grano in alcune aree del paese e ha spinto i funzionari indiani a vietare le esportazioni di grano e a limitare quelle di canna da zucchero. Con effetti a cascata sulle filiere globali, considerato che molti governi contavano sul grano indiano per supplire alla carenza di offerta ucraina per il blocco del mar Nero. Questa decisione ha fatto temere che potesse riguardare il riso, riporta Reuters, anche se l'India ha dichiarato di non avere in programma nulla del genere.Secondo Sengupta nei prossimi mesi sentiremo parlare di autosufficienza alimentare, aumento della produzione, maggiore varietà delle colture e trasferimento dei fondi verso chi è in difficoltà. .....
Continua a questo link:
Chi ha ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh?
Due settimane dopo la morte della giornalista palestinese-americana di Al Jazeera, colpita mentre si trovava a Jenin, nel nord della Cisgiordania, per seguire un raid nel campo profughi, sono almeno tre le ricostruzioni che sostengono le dichiarazioni rilasciate dalle autorità palestinesi e dai colleghi della reporter secondo cui il proiettile che l'ha uccisa proveniva da un'arma delle forze militari israeliane. A documentarle Bellingcat, il gruppo di ricerca investigativa con sede in Olanda, Associated Press (AP) e CNN.
Al Jazeera ha ottenuto un'immagine del proiettile utilizzato per uccidere la giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Akleh. Il proiettile è stato progettato per perforare le armature e viene utilizzato in un fucile M4. In base all’analisi degli esperti con modelli 3D, la munizione era dello stesso calibro (5,56 mm) di quelli usati dalle forze di difesa israeliane. Inoltre, stando a quanto dichiarato ad Al Jazeera, da Fayez al-Dwairi, ex generale maggiore giordano, sia l'arma che il proiettile utilizzati per uccidere Abu Akleh sono regolarmente in dotazione alle forze israeliane. L'assistente del Ministro palestinese per gli Affari Multilaterali Ammar Hijazi ha dichiarato che il proiettile rimarrà al governo palestinese per ulteriori indagini.Intanto, una nuova inchiesta, pubblicata il 12 giugno dal Washington Post, è giunta alla conclusione che Abu Akleh sarebbe stata uccisa da un soldato israeliano. Attraverso l’esame di oltre 60 video, post sui social, fotografie, l’ispezione dell’area e l’analisi acustica degli spari, il Washington Post è giunto alla conclusione che il colpo che la giornalista palestinese-statunitense sarebbe partito dalla posizione in cui si trovava un convoglio militare israeliano verso il quale Abu Akleh si stava avvicinando insieme ad altri suoi colleghi.L’analisi del Washington Post smentisce ancora una volta, dunque, la tesi sostenuta dalle forze di difesa israeliane secondo la quale Abu Akleh sarebbe stata colpita non intenzionalmente durante uno scontro armato tra forze palestinesi ed esercito israeliano. Come ribadito anche nell’articolo del Washington Post non ci sono prove che dimostrino che i soldati del convoglio militare israelino non fossero a conoscenza della presenza sul posto di giornalisti o che non abbiamo sparato deliberatamente contro di loro.
L'articolo di Roberta Aiello continua a questo link:
https://www.valigiablu.it/shireen-abu-akleh-indagini/
SS. Corpo e Sangue di Cristo - Lc 9,11-17
Nel testo dell'evangelo non si parla di nessun miracolo, non c'è nessun invito al misticismo, nessuna moltiplicazione: solo un pressante invito a condividere nel servizio della fraternità con tutti gli uomini
L’episodio Le due feste dopo il periodo pasquale, riassumono e rilanciano quanto la liturgia desidera trasmetterci con l’Evangelista Luca. La settimana scorsa nella Festa della SS. Trinità, ci è stato indicato che il nostro cammino verso la verità è una meta che ci sta sempre davanti e ci ha invitato ad invocare il Signore perché ci guidi a camminare sulla sua via, rendendoci capaci di portare il peso della partecipazione della sua gloria (kabōd, gloria, significa “peso”).
L’episodio dell’Evangelo di oggi al centro della Festa del Corpo e del Sangue di Gesù, è posto al termine di una sezione riassumendo quello che Gesù stava facendo: parlava “alle folle del Regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure”. Gesù chiede ai suoi di partecipare e condividere questa sua attività. Lo si comprende nel seguito del brano dove, al centro, ci sono i tre verbi principali del v.16: benedire, spezzare (i pani) e il darli ai discepoli perché li offrissero. Se si desidera comprendere realmente questo brano (normalmente conosciuto come una delle sei difficilmente collimabili versioni che si trovano negli Evangeli della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”) è necessario scrollarci di dosso l’idea che ci tratti di un miracolo. Luca desidera invece indicarci cosa il Signore ci chiede di essere nella nostra vita di tutti i giorni. Vi è cioè l’indicazione di ciò che gli apostoli e i discepoli dovranno fare.
Se si segue attentamente la narrazione, si può vedere come progressivamente Gesù porta i suoi a fare un cammino che giunge a modificare il loro atteggiamento verso le persone che li circondano.
Siamo a Betsaida vicinissimi a Tiberiade (tanto è vero che il nome di questo villaggio significa “Casa della pesca”). Ora vicino ad un lago di acqua dolce la vegetazione e le coltivazioni da sempre sono estese. Quindi è strana e impossibile l’annotazione che si trovavano in “una zona deserta”.
Con questo, Luca desidera richiamare alla memora la situazione dell’Esodo, con la quale Israele è uscito da una situazione di schiavitù verso la terra promessa, cambiando la sua identità da schiavi a quella di uomini liberi al servizio di un Dio che ha chiesto di fare agli altri quello che Lui aveva fatto loro: aveva ascoltato il loro grido di dolore, visto la loro sofferenza, si era chinato su di loro, facendoli uscire da quella situazione (Es 3,7-9).
L’intento di Luca allora è quello di farci riflettere su quale sia il nostro Egitto, da quale situazione, da quale schiavitù Gesù desidera farci uscire, verso quale nuovo modo essere desidera guidarci. Seguendo il racconto troveremo delle indicazioni.
I dodici, grazie anche al loro essere ebrei, sanno che devono fare attenzione al bisogno dell’altro e, vedendo che Gesù continua a parlare ad una grande folla nel declinare del giorno, si preoccupano di queste persone e chiedono a Gesù di smettere perché queste possano andare a cercare cibo e riparo per la notte. È quello che probabilmente avremmo fatto anche noi e che magari facciamo quando vediamo che qualcosa si prolunga nel tempo e, certamente, le persone hanno anche molte altre cose da fare.
Gesù, a sorpresa, chiede ai discepoli di dar loro stessi da mangiare alla folla. Di fatto non ci sta a separare il suo annuncio dalla vita concreta e, forse, è quello che noi facciamo normalmente. Magari ci troviamo sempre alla medesima Messa alla domenica, conosciamo anche per nome delle persone ma, poi, alla fine ci si disperde ciascuno per i propri affari senza sapere nulla della vita degli altri.
La risposta dei dodici è il guardare quello che hanno 5 pani e due pesci, una risorsa del tutto irrisoria e non possono certo andare a compera da mangiare per tutta quella folla.
Gesù sconcerta ancora rifiutando queste due possibilità perché non avrebbero risolto la situazione e si sarebbero collocate in un’ottica assistenzialista, che è quello che normalmente facciamo noi dando qualcosa del nostro superfluo a chi ne ha bisogno.
Non è quello che chiede Gesù ai suoi discepoli e passa a dare un’altra indicazione un po’ strana: “fateli sdraiare a gruppi di cinquanta” “sdraiare, non sedere; fateli cioè porre in modo ordinato nella posizione dei padroni quando mangiano e voi, miei discepoli, sarete con me i loro servitori.
Poi Gesù prese in mano i cinque pani e i due pesci (5+2=7), sette è il numero che simboleggia la totalità di quanto è disponibile e lo prende in mano, se ne fa carico per utilizzarlo al meglio. Per farlo “alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione”. Con questo desidera riconoscere da dove ci vengono beni che abbiamo: sono doni di Dio, non proprietà esclusiva di nessuno. È la preghiera della presentazione delle offerte delle nostre Eucaristie: “Benedetto Signore Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane e questo vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, li offriamo a te …”. Preghiera che ci giunge direttamente dall’antica preghiera quotidiana ebraica che tutt’oggi viene da loro recitata prima dei pasti.
Ma, se sono doni di Dio e, per questi lo benediciamo, questi sono per la vita dell’uomo e non possono essere utilizzati per la sua morte; non sono a nostra disposizione per poterli utilizzare come ricatto, accumulandoli al di là del necessario e tutte le altre realtà che li possono rendere o trasformare in strumenti di morte (quanto sta avvenendo oggi in Ucraina in una guerra che utilizza anche il grano come arma di ricatto e strumento di morte).
Poi “li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero” o, meglio li condividessero tra tutti in modo che tutti ne mangiassero a sazietà senza alcun spreco pur nella sovrabbondanza dei doni del Signore che non vanno scialati.
Questo non può farci tornare all’inizio di questo Evangelo e al suo richiamo al deserto, ricordando il dono della manna: tutti ne raccoglievano e tutti si saziavano ma, se qualcuno ne prendeva una dose maggiore di quanto gli serviva, questa faceva i vermi ed andava a male. È il contrario del nostro normale agire e della logica del mercato che tende ad ampliare sempre di più la forbice tra chi ha e chi non ha, tra chi ha più del necessario e – come li chiama papa Francesco – gli scarti della società. La differenza tra ricchi e poveri sta nella differenza tra chi giunge a fine mese senza doversi fare i conti in tasca e chi invece se li deve fare, scriveva Arturo Paoli.
Significativo poi è che all’inizio del Seder Pasquale (la celebrazione della Pasqua ebraica), si spezza in due l’azzima centrale; una metà si rimette tra le altre due rimaste intere, l’altra metà – chiamato afikòmen - viene nascosta sotto la tovaglia e viene mangiata dopo il pasto, quando si è sazi. La benedizione recitata su questa afferma che viene condivisa quando si è sazi per ricordare che Dio ci dona sempre con sovrabbondanza ciò di cui abbiamo bisogno.
Sintetizzando il messaggio di questo Evangelo al centro di questa Festa, non c’è alcuna tensione misticheggiante alla quale normalmente siamo purtroppo con facilità ancora invitati. Ma c’è un paziente insegnamento del Signore nei confronti dei suoi discepoli di allora, di oggi, di ogni tempo. Siamo chiamati innanzitutto a renderci conto del bisogno dell’altro e invitati a condividere il cammino per risolverlo alla radice senza alcun assistenzialismo liberatorio della nostra coscienza. Bisogni non solo fisici come di pane, ma anche di relazione, di fraternità, di incontro con gli altri uomini e, attraverso loro, con Dio. Possiamo per solo esempio fare poco per esempio per la fame nel mondo, per risolvere la povertà che anche oggi cresce pure in Italia? Certo. Quello però che possiamo sicuramente fare è il non lasciar correre e continuare a far in modo che queste situazioni ci scandalizzino e lo siano anche per gli altri e operare perché questo possa cambiare. La pace e la giustizia si costruiscono passo a passo con un impegno continuo, sono processi culturali lunghi ma è necessario essere pazienti nella semina coscienti che il raccolto sarà di altri. Non è forse questo il cammino sinodale al quale siamo chiamati riscoprendo la fraternità?
Si è discepoli, Chiesa, Comunità non per sé stessi, non per celebrare riti, ma per servire gli uomini, per condividere con loro non solo il pane della Parola, ma anche quello che toglie la fame. Solo così si "onora" quel Corpo e Sangue di Cristo che diventiamo partecipando al Pane unico dell'Eucaristia per fare quello che lui ci invita a fare con quel "fate questo in memoria di me", fate della vostra vita quello che io ho fatto della mia: pane spezzato, vino condiviso.
È questo il cammino che ci aspetta da scoprire e fare da qui alla Festa di Cristo Re in questo Tempo Ordinario.
(BiGio)
Immagini, piccoli video del "Concerto contro la Guerra" e il link dove rivederlo tutto
Il Sinodo non si fa via social
Comunicare sul Sinodo richiede innanzitutto la dote del senso ecclesiale, senza la quale tutte le notizie si confondono e gli scambi critici sono solo azioni di pressione per influenzare opposte partigianerie. Ma c’è anche una buona notizia: il Sinodo sta funzionando. Vediamo come e perché.
Ci sono delle ottime sintesi da tutto il mondo sul Sinodo universale, compresa una newsletter multilingue.
In Italia ci sono agenzie come il SIR che ragguagliano con costanza sul percorso delle diocesi italiane (come ad esempio su Casale Monferrato e Saluzzo). C’è il blog collettivo di Vinonuovo. C’è il gruppo dei Viandanti.
E poi ci siamo anche noi, che in questo spazio, che da tempo abbiamo chiamato «L’Indice del Sinodo», offriamo temi e spunti riflessione in una cornice più generale, tenendo costantemente aperto il dialogo tra locale e universale.
Gruppi sinodali, seconda chiamata?
Se l'esperienza una tantum è stata valida, varrebbe la pena riconvocarli in vista di un confronto dialettico con quanto emerso e renderli stabili
A giudicare dai resoconti dei referenti diocesani e dalla voce diretta dei facilitatori, i gruppi sinodali hanno dunque funzionato per quanto loro veniva richiesto in questa capillare operazione-ascolto. Ma adesso non varrebbe la pena riconvocarli per dare continuità all’esperienza vissuta, andando oltre la fase narrativa?
Sarebbe bene che essi non rimanessero un unicum, da incorniciare tra le tante sperimentazioni parrocchiali come un evento una tantum, inedito ma irripetibile come questo Sinodo che vorrebbe essere policentrico.“Mi sono finalmente sentita ascoltata, libera di esprimermi” hanno riferito molte operatrici pastorali che hanno raccolto l’invito alla schiettezza trovando anche il modo di “vuotare il sacco” rispetto a qualche delusione o amarezza del passato. “Non c’era da discutere e prendere posizione, ma di rimanere alla propria esperienza vissuta…” con la leggerezza quindi di non doversi impantanare in dibattiti talvolta polemici o pregiudiziali come i salotti televisivi.“Il facilitatore ci ha aiutato a stare nei tempi, senza che qualcuno, abituato ad essere invasivo, si prendesse troppo spazio”. E’ stato avvertito – e spesso nella Chiesa non è cosi – come un confronto “alla pari” dove anche il parrocchiano più “fedele” e quello riconosciuto come esperto hanno atteso pazientemente il loro turno, si sono raccontati “in dialetto”, in modo personale e diretto, non teorico, senza far pesare o imporre le proprie competenze pastorali (e non solo).Se è vero che “non è stato il solito gruppo” perché disperdere questo stile, questa modalità – chiamata forse un po’ pomposamente conversazione spirituale – di un ascolto attento, non giudicante, fraterno?Dove forse ha influito molto anche il fatto che i parroci e i sacerdoti pur partecipando al gruppo hanno fatto un passo indietro (per molti di loro non è stato per nulla facile, per qualcuno è stato un sollievo) e si siano raccontati talvolta anche in modo sorprendente, lasciando però che l’obbligo dei facilitatori laici diventasse una responsabilità laicale vissuta in spirito di servizio.C’è chi ha osservato che l’invito alle persone meno presenti in parrocchia (ai non credenti è stato difficile estendere la proposta) ha funzionato soprattutto per la sua cadenza una tantume che quindi molti hanno accettato “solo per questa volta”. Ma se poi si sono sentiti ascoltati e valorizzati, se hanno riannusato un clima accogliente come negli anni in cui si preparavano alla Cresima, perché non riconvocarli con la scusa di “vedere cosa ne è uscito” a livello parrocchiale o diocesano?Soprattutto laddove i gruppi sinodali erano misti e allargati, non sovrapponibili con i gruppi di servizio o volontariato parrocchiale, la restituzione delle sintesi può essere un’occasione da programmare ancora meglio della fase narrativa: senza fretta.Si potrebbe affidare ai facilitatori il compito di riannodare i fili dell’ascolto e proporre ai propri gruppi quanto è emerso sui temi da loro affrontati: l’ampio materiale inviato in centrodiocesi e da lì a Roma offrirà ulteriori elementi, di conferma o di messa in discussione. Il gruppo sinodale riuscirebbe così a tentare l’ approfondimento che nella prima convocazione era impossibile per ristrettezza di tempo.Si obietterà che proprio con questo scopo si aprirà la fase del discernimento nei livelli e nei tempi già previsti, ma sarebbe opportuno trovare il modo per coinvolgere anche i gruppi di base e tenerli “caldi”, con una “seconda chiamata” non troppo lontana nel tempo e destinata anche a far crescere quel confronto dialettico di cui non bisogna aver timore, quando è sincero e costruttivo. “Ascoltare non basta”, hanno detto in molti.
Giovani, sinodo e chiesa: quasi l’anno zero?
Nei prossimi mesi diversi gruppi di giovani parteciperanno, in qualche modo, a iniziative ecclesiali: è il momento opportuno di dare loro la parola in una sorta di versione estiva del Sinodo (oltre l’evanescenza del Sinodo 2018)
C’è una felice coincidenza nel calendario: da una parte le lezioni stanno per finire, restituendo a molti ragazzi un necessario tempo libero, che in diversi casi verrà presto occupato da molteplici attività estive — tra le quali, in molte parti d’Italia, anche alcune forme di volontariato di ispirazione ecclesiale. Dall’altra i risultati resi pubblici dei primi lavori sinodali, che manifestano una sana preoccupazione che diventa anche una lamentatio: nell’ordinario delle comunità cristiane i giovani sono i grandi assenti. Di per sé, il fenomeno non è certo nuovo: negli ultimi decenni se ne parla con frequenza via via maggiore. Addirittura è stato convocato un Sinodo a tema giovanile (2018) che a quanto pare non ha prodotto molto, se ancora si brancola nel buio, almeno in molte parti dell’Occidente (allarghiamo un po’ lo sguardo oltre il nostro orticello) tra fatiche enormi a capire cosa vivono i ragazzi e le ragazze di oggi, mancanza di visione degli adulti, proposte vetuste che allontanano più che avvicinare, gabbie ideologiche novecentesche che con ostinazione vengono calate, miopia nell’interpellare chi lavora quotidianamente con i giovani.Dunque, da una parte un’emorragia quasi senza pausa, che lascia interdetti, delusi, affranti fino ad arrivare al pessimismo più nero, magari non cogliendo i semi buoni che ci sono e le figure che rimangono e ci provano, dall’altra il tempo estivo che, in qualche modo, vede una parte dei ragazzi mettersi in gioco, darsi da fare, trovare ancora qualche approdo latamente ecclesiale.Come fare in modo che la coincidenza faccia scattare la scintilla di un nuovo cammino? Le ricette si sprecano, come le parole d‘ordine, i modelli, gli studi. Ma poi, a settembre, tutto come prima, o quasi. Riprende la routine quotidiana, che macina energie, tempo, idee… schiacciando molto spesso giovani e adulti. E i primi, lo sappiamo, troppe volte si allontanano in un movimento a fisarmonica su cui vogliamo sentirci innocenti. E su cui, alla fine, rinunciamo a educare e a farci educare.Sarebbe bello se in quest’estate sinodale, nei mesi che arrivano, ogni comunità provasse seriamente e semplicemente a togliersi preconcetti e idee e solo osservare, solo ascoltare. Non per avere conferma di quello che già sappiamo, ma per farci letteralmente ‘convertire’ da qualcosa che i giovani possono dire agli adulti. Dovremo però dare loro spazio e tempo, fiducia e libertà. Senza la pretesa di sapere già tutto: oggi non funziona più così (ammesso che prima funzionasse). È un’estate sinodale che deve, proprio nei prossimi mesi, aprirsi ad adolescenti e giovani, che nella stragrande maggioranza non sanno nemmeno cosa sia un sinodo e cosa sta accadendo nella Chiesa in Italia. È il momento per farli davvero entrare nel cantiere. È faticoso, indubbiamente. Ma se non leggiamo nei tre mesi a venire un kairos e lo abitiamo, se non abbiamo il coraggio di mettere da parte tutto quello che è servito alle generazioni precedenti ma che oggi non funziona più, allora rimarremo a crogiolarci nelle nostre lamentele, nei nostri idealismi poco misurati e poco concreti, o nell’esaltazione acritica dei giovani, sorella un po’ più simpatica della critica feroce. È un cammino che va fatto insieme. Se almeno provassimo, in ogni gruppo, parrocchia, associazione a mettere in gioco un paio di serate per chiedere: ma tu cosa pensi e cosa sogni sulla Chiesa?Se avessimo il coraggio di vivere una sorta di anno zero della pastorale giovanile, oltre l’evanescenza del Sinodo 2018, per provare a maturare insieme, tutti, una visione di Chiesa del futuro, dove risuoni una Parola per vite da XXI secolo…
(Sergio Di Benedetto)
Papa Francesco con i Direttori delle Riviste culturali europee dei Gesuiti equivocato e criticato
Equivocato, criticato, il messaggio di Papa Francesco sulla guerra russa in Ucraina dà vita a opposte tifoserie. Ma fin dall’inizio il pontefice ha dimostrato di avere le idee fin troppo chiare. Cosa realmente ha detto con i commenti di Agostino Giovagnoli, storico dell'Università Cattolica, e di Riccardo Cristiano
Ai direttori delle riviste dei gesuiti ha raccomandato: “Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra”.
Il filo conduttore dell’attenzione al dramma umano ha unito tutti i diversi interventi di Francesco, insofferente verso l’indifferenza per il fattore uomo che si insinua continuamente nelle considerazioni politiche, nelle valutazioni militari, nei calcoli geopolitici.
Proprio tale attenzione spinge il Papa ...
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https://formiche.net/2022/06/francesco-ucraina-equivoco/
Il commento di Riccardo Cristiano
Aspettarsi dal polacco Giovanni Paolo II una parola di apprezzamento per il Patto di Varsavia era troppo, ma quando disse che caduto un sistema, quello comunista, rimaneva il problema dell’altro sistema, quello capitalista, voleva aiutarci a capire che non vedeva il mondo in bianco e nero. Forse lo vediamo così noi, e vogliamo che il papa ci conforti in questa nostra certezza che se da una parte c’è il bene, dall’altra c’è il male.
Aspettarsi dall’argentino Francesco una parola di apprezzamento sulla Nato era troppo, ma quando ha detto che non c’è una guerra tra il bene e il male, ma gli ucraini sono un popolo eroico, avrebbe dovuto aiutare a capire che non vede il mondo in bianco e nero. Forse però seguitiamo a vederlo così noi, e vogliamo che il papa ci conforti in questa nostra certezza che da una parte c’è il bene, dall’altra c’è il male. ...
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