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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Il samaritano - Due riflessioni di due fratelli della Comunità di Bose

Un assegno in bianco firmato in anticipo proposto come prassi

Il samaritano compie sette azioni concrete e “il giorno dopo” ne segue un’altra, che resta aperta in modo illimitato, nella misura in cui il protagonista trasmette ad altri il suo “prendersi cura” e si dichiara anche disposto a ripagare all’albergatore “tutto ciò che spenderà in più”… Una sorta di assegno firmato in bianco in anticipo! Tutto ciò è in netto contrasto con l’atteggiamento del sacerdote e del levita: loro non hanno fatto nulla, lui fa tutto. Proprio come nell’episodio della cena in casa del fariseo Simone: lui non aveva fatto nulla per Gesù, la peccatrice pentita aveva fatto tutto (cf. Lc 7,44-47). 

Ciò che viene suggerito è che proprio a partire dai “margini” - abitati dai marginali e dagli esclusi - l’amore di Dio spesso è compreso e accolto meglio. Nella misura in cui costoro sono coscienti della propria marginalità ed estraneità, del proprio non “essere in regola” all’interno del popolo di Dio e - nel modo che Dio solo conosce - arrivano a sentirsi “amati” (pur indegnamente), proprio così sono capaci di accogliere il grande amore di Dio e di “amare molto” a loro volta. 

Nella misura in cui invece il credente si installa, perdendo quel salutare sentimento di xeniteía (“stranierità”), per altro essenziale nell’esperienza di fede d’Israele, allora il suo rapporto con Dio cambierà totalmente. Finirà per avere la pretesa di amare Dio unicamente a partire da sé stesso e non a partire dall’amore che accoglie da Dio; e il suo amore per Dio si esprimerà più nel culto che nella vita, ossia nell’amore per gli altri.

Nella sua eterodossia il samaritano ha compreso e accolto il Dio d’Israele più degli esperti del culto e della Legge. Con la sua compassione egli è giunto al cuore dell’agire di Dio e della Torah: “Misericordia io voglio e non sacrifici, la conoscenza di Dio più degli olocausti!” (Os 6,6). Nella persona del sacerdote e del levita Gesù che passano oltre nell’indifferenza denuncia chiaramente una liturgia svincolata dalla vita. Una denuncia che rimane del tutto valida anche per noi: se, quando usciamo dall’eucarestia, il nostro cuore non è trasformato né più pronto ad accogliere gli altri, a che cosa ci serve avervi partecipato? Non certo a rendere culto a Dio, ma solo ad accecarci di più e a ingannare noi stessi.


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Forse dovremmo cercare di guardare la scena della nostra parabola mettendoci nei panni dell’uomo ferito. Si entrerebbe in un’altra visione del mondo e si potrebbe entrare nella storia di quest’uomo che conosce quattro tappe:

1.    È un uomo normale, come me, come tutti, che sta facendo la sua strada.

2. L’inatteso rende quest’uomo quasi morto a causa della violenza. Quest’uomo viene picchiato, ferito, rapinato, malmenato, condotto a un passo dalla morte.

3.    Davanti al sacerdote e al levita quest’uomo diviene colui di cui non ci si prende cura, che patisce l’indifferenza omicida: sperimenta di non essere nulla, uno da evitare.

4.  Davanti al Samaritano egli diviene l’uomo aiutato, soccorso, che conosce chi si prende gratuitamente cura di lui, colui che sperimenta la compassione dell’altro.

Non basta vedere il sofferente: occorre fargli spazio in noi, far sì che la sua sofferenza avvenga un po’ in noi. La compassione è la radice della prossimità perché essa dice: “Tu non sei solo perché la tua sofferenza è, in parte, la mia”. Possiamo dire che la compassione è il “sottrarre il dolore alla sua solitudine”. Davvero dunque i tre personaggi della parabola disegnano un unico percorso e un’unica storia, quella della compassione che fatica a farsi strada in noi, nel nostro cuore. Occorre saper vedere la propria paura, la mia paura che mi impedisce di cogliere la sua, di lui che è impotente e in balia del primo che si avvicina e gli può dare il colpo di grazia. Forse la mia paura di fronte all’altro sofferente è la paura dell’isolamento in cui giace il ferito: se io accetto di incontrare in me questa solitudine spaventosa, forse potrò farmi vicino all’altro e diventare presenza nella sua solitudine.

La compassione è qualcosa che si fa, è una prassi, non un sentimento. Si situa sul piano dell’effettività, più che dell’affettività. Comporta movimenti interiori come il rigetto dell’indifferenza e l’assunzione della responsabilità personale. Ma anche esteriori e tangibili come il dare tempo, energie, denaro. Ed esige una collaborazione: il Samaritano ha bisogno di altri e di istituzioni per poter adeguatamente aiutare il ferito. Il locandiere e la struttura in cui egli sarà accolto e curato.

Mamme detenute e bambini. Apg23: una testimonianza di una casa famiglia che sta facendo accoglienza

È la seconda volta, in una decina di anni, che Maria Rossi, nome di fantasia, ospita nella sua casa famiglia una donna che deve ancora finire di pagare il suo debito con la giustizia ma che ha un figlio con sé. “È un’esperienza faticosa ma bella”, ci racconta



A fine maggio la Camera dei deputati ha approvato una proposta di legge volta ad ampliare la tutela dei figli minori di genitori soggetti a una misura detentiva, attraverso l’esclusione del ricorso al carcere e la valorizzazione dei cosiddetti Icam, Istituti a custodia attenuata per detenute madri. Il provvedimento deve ora avere il via libera definitivo al Senato. La Comunità Papa Giovanni XXIII(Apg23)è da anni impegnata a denunciare la presenza in carcere di “bimbi reclusi” con le loro madri e a promuovere pene alternative alla detenzione per mamme e bambini. L’approvazione della proposta di legge alla Camera, aveva commentato al Sir il presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, “è un primo passo fondamentale perché viene riconosciuta la dignità del bambino, che insieme alla sua mamma, che evidentemente ha compiuto dei reati, possa rimanere nel legame di relazione madre-figlio, ma al di fuori della struttura carceraria, accompagnato in un percorso di accoglienza nelle case famiglia o nelle comunità che hanno anche la competenza di sostenere un processo educativo della mamma nei confronti del bambino”. E noi abbiamo raccolto la testimonianza di Maria Rossi – nome di fantasia, per tutelare le persone che accoglie – che proprio a fine maggio ha riaperto le porte della sua casa famiglia, appartenente alla Comunità Papa Giovanni XXIII, a una mamma detenuta con un bimbo, dopo una prima esperienza alcuni anni fa.

La cronaca di Gigliola Alfaro continua a questo link:



Talebani, diritti umani, cancellazione delle donne, terremoto. Ci siamo dimenticati dell’Afghanistan?

A pochi giorni dal sisma che ha devastato il Sud est del Paese, i soccorsi stentano ancora ad arrivare e il numero dei morti resta incerto. Un dramma che colpisce un popolo stremato, sotto il dominio dei talebani. Nel frattempo, che ne è dei profughi fuggiti lo scorso agosto, dopo la resa di Kabul?


La scossa di magnitudo 5.9 è arrivata nel cuore della notte del 21 giugno, intorno alle 3, ora locale, le 23 italiane, nel Sud Est del Paese, ai confini con il Pakistan. Epicentro a 50 chilometri da Khost, nel distretto di Paktika. Il terremoto più forte degli ultimi travagliati vent’anni è stato sentito in tutto l’Afghanistan, ha raggiunto Islamabad e l’India. A pochi giorni dal terribile evento il bilancio delle vittime è ancora incerto, di sicuro si sa solo che i morti sono almeno 1500. 

Se un evento di tale portata, e ne sappiamo qualcosa in Italia, è devastante ovunque, a tutte le latitudini, in un paese al collasso sociale ed economico, ancora in piena pandemia da Covid-19 e dallo scorso agosto nuovamente sotto il dominio dei talebani dopo vent’anni di governi sostenuti dalla missione militare internazionale guidata dagli Stati Uniti, corrisponde senza dubbio a una catastrofe umanitaria.

L’Afghanistan non è un paese attrezzato, mancano vigili del fuoco, mezzi di soccorso e di localizzazione, come testimonia la corrispondenza della Bbc.

(...)

Se poi pensiamo alla diaspora afghana e ai suoi profughi, la cui sorte la scorsa estate sembrava interessarci, oggi, a poco meno di un anno dalla presa di Kabul, i corridoi umanitari sono ancora fermi a causa della burocrazia, e sono ancora troppe le persone accampate in Turchia, Bosniaed Erzegovina, in attesa ai confini della fortezza Europa. Con il rischio che i visti, spesso turistici, con i quali hanno passato la frontiera scadano, provocando il rimpatrio in Afghanistan. Occorre ricordare il ruolo della Turchia nella vicenda afghana, e la dichiarazione Ue-Turchia firmata il 18 marzo del 2016, con cui si definisce il rimpatrio di tutte le persone, anche i richiedenti asilo, che giungono irregolarmente sulle isole egee in Turchia.


L'intero documentato articolo di Valentina Gentile continua a questo link:

https://www.sapereambiente.it/mondo/talebani-diritti-umani-cancellazione-delle-donne-terremoto-ci-siamo-dimenticati-dellafghanistan/




Civiltà Cattolica illustra una bioetica che supera i rigorismi

Sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica un importante saggio sui principali temi di bioetica letti alla luce del magistero di papa Francesco. Questo metodo supera il rigorismo. Un approccio che andrebbe assunto anche dalle altre culture. La riflessione di Riccardo Cristiano


Da quando la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha fatto irruzione nel dibattito pubblico, i temi relativi al vasto campo della bioetica hanno ritrovato centralità nel dibattito pubblico. L’aborto è parte importantissima del problema, con l’aggravante di arricchire la discussione sul rispetto della persona con quella sulla distinzione tra organismo vivente formato e persona, in quanto tale intestataria di diritti. Le posizioni espresse da gran parte dei commentatori e dei protagonisti del dibattito pubblico hanno divaricato sempre di più le posizioni in materia, fino a creare un clima nel quale è impossibile capirsi e quindi convivere.

Proprio questo dato di fatto aumenta il valore del saggio di padre Jorge José Ferrer, S.I., che apparirà da sabato sul nuovo quaderno della Civiltà Cattolica e intitolato “rileggere l’etica teologica della vita”. Il testo presenta e commenta il contenuto di un volume che raccoglie gli atti del seminario interdisciplinare di studio promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema “Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche”.


L'intero articolo di presentazione del numero della rivista a questo link:

https://formiche.net/2022/07/bioetica-francesco-pontificato/


Bosnia Erzwgovina, territorio (s)conosciuto

A un quarto di secolo dagli accordi di Dayton, a ottobre la Bosnia Erzegovina affronterà le nuove elezioni in un contesto segnato dalle tensioni etnonazionaliste, da un’economia stagnante e dall’aumento dell’emigrazione


Dal 1996 ad oggi, il periodo che precede le elezioni politiche della Bosnia Erzegovina vede tradizionalmente aprirsi una forte polarizzazione sociale: drammatizzazione degli scenari, rievocazione di memorie di guerra e linguaggi d’odio, mobilitazione clientelare. Puntualmente giornalisti e osservatori si affannano a spiegare che la crisi era peggiore di quella di quattro anni prima.

Anche in questa lunga campagna elettorale de facto che precede il voto del 2 ottobre, non mancano elementi a sostegno dell’ennesima eccezionalità. Già da tempo si osservavano segnali di esaurimento del ciclo della transizione, iniziata con gli accordi di pace di Dayton del 1995 e mai completata. In particolare, sembra ormai chiudersi il suo secondo tempo: quest’ultimo è cominciato con la fallita riforma costituzionale del 2006, proseguendo con la stagnazione socioeconomica post-crisi globale del 2008, da cui scaturirono il cementarsi di sistemi cleptocratici attorno ai tre principali partiti nazionalisti del Paese (serbo, croato e bosgnacco) e la radicalizzazione dei due nazionalismi centrifughi (serbo e croato).


L'intera analisi di Alfredo Sasso a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/bosnia-erzegovina-territorio-s-conosciuto?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+30+giugno+-+4+luglio+%5B8640%5D




Card. Zuppi alla Cei: “Siamo chiamati a un rinnovamento”

Guerra, migrazioni, crisi alimentare, difesa della persona "sempre e chiunque" a cominciare dalla lotta agli abusi. Sono alcuni temi del saluto del card. Zuppi al Consiglio permanente della Cei. "Lo ius scholae deve suscitare idee e non ideologie". "Le prossime scelte segneranno la vita della nostra gente per molto tempo"


La guerra “riempie il cuore di incertezze per i rischi imprevedibili che porta con sé”. Lo ha detto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, nell’indirizzo di saluto con cui ha aperto il Consiglio permanente straordinario della Cei, svoltosi oggi in videoconferenza. La guerra “è una pandemia terribile, che rivela anche tante complicità, omissioni, rimandi, la inquietante facilità con cui il suo incendio può distruggere la vita normale delle persone”, ha denunciato il cardinale, secondo il quale “non basta solo esortare o deprecare, ma occorre contribuire positivamente con la riflessione, la cultura, la competenza, il coraggio evangelico”. “La guerra, in questo mondo dalle connessioni globali, si contagia anche a Paesi lontani, come vediamo con la preoccupante crisi alimentare, che metterà in gravissima difficoltà tutte le economie, specie quelle del Sud del mondo!”, ha proseguito Zuppi: “Questo comporta anche gravi conseguenze sociali nel nostro Paese che ci responsabilizzano e che richiedono interventi dello Stato e maggiore solidarietà”.


La sintesi dell'intervento a cura di  a questo link:




Cielle deraglia?

L’allarme dell’interrogativo è proporzionato alla severità della lettera del card. Kevin Farrell, prefetto del dicastero per i laici, la famiglia e la vita, indirizzata al presidente del movimento ecclesiale Comunione e Liberazione (CL), Davide Prosperi (10 giugno 2022).

Prendendo di mira la pretesa di alcuni di delegittimare l’attuale presidente in nome di una continuità carismatica con il fondatore, Luigi Giussani (1922-2005), il prelato scrive: «Mi preme precisare che la dottrina della “successione del carisma” –  proposta e alimentata durante l’ultimo decennio in seno a CL da chi era incaricato della conduzione, con strascichi che vengono ancora coltivati e favoriti in occasione di alcuni interventi pubblici – è gravemente contraria agli insegnamenti della Chiesa. I moderatori e i presidenti dei movimenti ecclesiali non ricevono per successione personale il carisma del fondatore e non ne sono, dunque, gli unici interpreti. Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un tentativo indebito e fuorviante di approvazione e personalizzazione del carisma da parte di chi ha il ruolo di guida; da ciò deriverebbe un’autoreferenzialità non ammissibile nella Chiesa».

«Neanche il fondatore può essere considerato “punto sorgivo” del carisma o “proprietario” del medesimo. Egli è il tramite mediante il quale lo Spirito Santo ha elargito uno specifico carisma ad utilitatem di tutto il popolo di Dio».


L'articolo di Lorenzo Prezzi con tutte le informazioni continua a questo link:



Humanae: l'ultimo libro di Samuel Moyn

Come gli Stati Uniti hanno abbandonato la pace e reinventato la guerra: un’intervista a Samuel Moyn a partire dal suo ultimo libro, Humane


Nel suo ultimo libro, Humane, How the United States Abandoned Peace and Reinvented War (Farrar, Straus & Giroux, 2021), Samuel  Moyn fornisce una nuova lettura circa le modalità di guerra americane che rischiano di essere «umanizzate» grazie alla tecnologia dei droni e agli attacchi di estrema precisione che questi dovrebbero garantire. Un’interpretazione di cui la storiografia dovrà tener conto. Il libro si ispira in parte al discorso dell’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che nel 2009 ricevette il premio Nobel per la pace per i suoi «sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli»: secondo l’autore, quel momento e quel discorso sono stati illuminanti per ripensare alle dinamiche delle guerre americane. Obama aveva promesso di combattere la guerra con umanità. L’aspetto umano delle guerre viene esplorato anche attraverso l’analogia con Tolstoj, nel suo capolavoro Guerra e Pace.


L'intervista di Allegra Salvadori a questo link:




La liturgia e il desiderio di comunione

Risulta strano come siano apparsi così pochi commenti sulla lettera apostolica che il 29 giugno 2022 papa Francesco ha dedicato alla “formazione liturgica del popolo di Dio, come rari sono stai pure sulla riforma della Curia romana andata il vigore il giorno di Pentecoste

Andrea Grillo ha pubblicato questo suo tentativo di sintesi, lo poniamo all'attenzione allegando anche il link al testo della Lettera Apostolica che, in ogni caso, andrebbe letta, discussa e resa propria con molta attenzione


La lettera apostolica - scrive Andrea Grillo - ci offre un primo livello di intenzione, sul quale mi soffermo, che traspare dalle prime righe e da una ripresa potente, negli ultimi numeri del testo (composto di 65 brevi numeri).
Il papa inizia indicando in che modo il testo si colloca esplicitamente nella ripresa del disegno conciliare e supera in modo netto la lunga fase di esitazione, che aveva segnato la Chiesa cattolica lungo la fase finale del pontificato di Giovanni Paolo II e più nettamente durante il pontificato di Benedetto XVI. Che cosa deve essere riportato al centro della attenzione? Il testo lo dice con una espressione “classica”: la “formazione liturgica”.

Con questa espressione si vuole ritornare al carattere “comune” dell’atto liturgico, anzitutto eucaristico, di cui i soggetti sono Cristo e la Chiesa. Se si acquisisce la qualità di “celebranti” di tutti i battezzati, come fa DD in modo chiarissimo, allora è evidente che la duplice formazione (alla liturgia e da parte della liturgia) possa avvenire solo grazie ai riti scaturiti dalla riforma, che hanno ristabilito in modo limpido questa antica verità: “Ricordiamoci sempre che è la Chiesa, Corpo di Cristo, il soggetto celebrante, non solo il sacerdote.” (36).

Dopo che, a partire da “Redemptionis Sacramentum”, ci eravamo abituati ad ascoltare interventi magisteriali sulla liturgia ricchi solo di preoccupazioni, di limitazioni, di esitazioni, di timori, di messe in guardia, un testo orientato a riprendere il cammino della riforma liturgica, che assuma un solo ambito di confronto comune e che elimini, strutturalmente, il tarlo di un “secondo tavolo” su cui poter fare la “vera esperienza liturgica”, è un grande evento. Il suo orizzonte è il Concilio Vaticano II e la preziosa sua eredità, che DD 31 sintetizza così:

“Se la Liturgia è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. .....

L'intera riflessione di Andrea Grillo a questo link:

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/la-liturgia-e-il-desiderio-di-comunione-su-desiderio-desideravi-di-papa-francesco/?fbclid=IwAR0eXz68ROXzOZ7ywKV9FokwO4VCkfskojZCm-c4pAhs7m2JE0RThPfXzc0


Il testo della Lettera Apostolica “Desiderio Desideravi” a questo link:

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/06/29/0501/01027.html?fbclid=IwAR1sCfIDTbY9NZfcJ6F4BBTn3F0m044NGVnUFKMHk2-Tw17UkhWaYYPAcUc#IT


“Desiderio Desideravi”: la celebrazione è un reale coinvolgimento esistenziale con Gesù

La Lettera "Desiderio Desideravi" chiarisce bene cosa significa nella Chiesa di oggi formazione liturgica: uno studio della liturgia, che - fuori del contesto esclusivamente accademico - guidi ogni fedele alla conoscenza dello sviluppo del celebrare cristiano, perché tutti siano capaci di comprendere i testi delle preghiere, i dinamismi rituali, la loro valenza antropologica (35). Tutto questo non si conquista una volta per sempre, ma occorre una formazione permanente, caratterizzata "dall’umiltà dei piccoli, atteggiamento che apre allo stupore" (38)


Prosegue la riflessione di Papa Francesco sull’attuazione della riforma liturgica. Dopo “Traditionis Custodes”, nella nuova Lettera apostolica “Desiderio Desideravi” egli consegna alla Chiesa un testo sulla formazione del popolo di Dio. Non un’istruzione pratica o un direttorio, ma piuttosto una meditazione che aiuta a comprendere la bellezza della verità della celebrazione liturgica (n. 21). Un invito a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza del rito, perché – scrive Francesco – la liturgia non ha nulla a che vedere con il moralismo ascetico. L’incontro con Dio non è il frutto di una ricerca interiore individuale del Cristo, ma è evento donato, che appartiene e coinvolge tutta la totalità dei fedeli riuniti in Lui. La comunità ecclesiale entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi (Lc 22,15).

Il documento, suddiviso in sessantacinque paragrafi, propone una serie di spunti sulla teologia della liturgia, come fondamento dell’itinerario di formazione. La celebrazione, spiega il Papa, non si può ridurre a una assimilazione mentale di una idea, ma è un reale coinvolgimento esistenziale con la persona di Cristo Gesù.


Continua a questo link:




La cura silenziosa: viaggio nel mondo dei caregiver familiari in Italia. Sono quasi 3 milioni

Ogni giorno milioni di persone si dedicano alla cura silenziosa di chi non è in grado di vivere in maniera autonoma. Non si tratta di badanti, oss (operatori socio-sanitari) o professionisti del mondo socio-sanitario, ma di semplici cittadini che all’improvviso si trovano a occuparsi di un familiare non autosufficiente. Una situazione a cui nessuno viene preparato in anticipo, che bisogna fronteggiare con pochi mezzi e che non può limitarsi ai servizi di base dedicati alla persona. 

C’è chi si trova per anni interi a occuparsi da solo di un genitore malato per poi riuscire a farsi supportare almeno durante il giorno da un collaboratore domestico. C’è chi diventa genitore di un bambino con disabilità e non fa che pensare a cosa accadrà quando non ci sarà più. Milioni e milioni di persone tra figli, genitori e coniugi che hanno rinunciato a parte della loro vita, spesso lasciando il lavoro, per aiutare un caro a condurre la propria con dignità. 
Ma gli aiuti scarseggiano, così come la possibilità di alleviare l’ansia, lo stress e di ritrovare una parvenza di normalità, una piccola fuga dall’inevitabile isolamento sociale che colpisce le famiglie come uno tsunami.

Il caregiver è una figura fondamentale per il welfare dei paesi, ma molto spesso fatica a lottare anche solo per il diritto alla salute e alla dignità in quanto individuo. Una figura che in Italia ancora non è tutelata a sufficienza.

Secondo una stima pubblicata dall’Istat nel 2018 nell’ambito di un report dal titolo “Conciliazione tra lavoro e famiglia”, in Italia sarebbero “2 milioni e 827mila le persone di 18-64 anni che si occupano di familiari di 15 anni e più malati, disabili o anziani”. Quasi tre milioni di persone, in larga parte donne. Come detto, si tratta di una stima e non di un dato certo, dal momento che si parla di una figura non inquadrata giuridicamente, che opera a titolo gratuito e si trova per la gran parte del tempo in condizione di isolamento sociale.

L’attività del caregiver familiare investe tutti gli ambiti della vita del malato. Deve imparare il più velocemente possibile come fornire ausilio medico, come comprendere i bisogni del malato qualora non sia in grado di esprimersi in autonomia, come cogliere i segnali che il familiare gli manda. A questo si aggiungono tutte le questioni pratiche, nelle quali spesso ci si fa affiancare da un aiuto domestico. 


L'articolo di Sara Del Dot continua a questo link:

https://www.valigiablu.it/caregiver-familiare/



La Libia di nuovo in fiamme? Cronache da Tripoli

Le proteste libiche sono un campanello d’allarme. I cittadini sono stremati, il rischio di derive violente esiste e potrebbe alterare un clima regionale sereno. La soluzione è un meccanismo di gestione fino alle elezioni?


“Le manifestazioni in Libia sono un campanello d’allarme per l’intera classe politica”, commenta Nicola Orlando, inviato speciale per il dossier libico del governo italiano. La dichiarazione del diplomatico segue una posizione presa già da Roma e da tutti gli attori occidentali più presi dal fascicolo libico: stop divisioni interne per evitare che si possano avviare derive non controllabili e violente, e sincero ritorno al percorso verso la stabilizzazione, recitava una dichiarazione congiunta uscita qualche giorno fa.

Una disamina quasi propiziatoria: nella serata di venerdì alcuni manifestanti che protestavano contro il governo hanno attaccato la sede della Camera dei Rappresentanti, che dal 2014 si è auto-esiliata a Tobruk, in Cirenaica. Diverse persone hanno fatto irruzione nell’edificio, utilizzando un bulldozer, i filmati online hanno mostrato i manifestanti demolire l’ingresso e marciare all’interno. Computer e mobili sono stati dati alle fiamme di fronte all’edificio dalla furia dei manifestanti. Altre proteste, con diverse centinaia di persone coinvolte, ci sono state anche nella capitale Tripoli e in altre città come Misurata....


L'articolo di Emanuele Rossi continua a questo link:

https://formiche.net/2022/07/libia-fiamme-tripoli/




XIV Domenica PA – Lc 10,1-12.17-20

Li inviò, ci invia, a due a due
Il potere, anche se ricevuto, può sempre trasformarsi in illusione dei satan
I nostri nomi sono stati iscritti nei cieli ed è solo opera gratuita di Dio: di questo non solo è possibile, ma ci si deve rallegrale

 

Questa domenica si riprende l’Evangelo dove lo si era lasciato e il tema della sequela viene maggiormente esplicitato. Gesù manda innanzi a sé 72 discepoli “a due a due” perché è la vita comune il primo segno efficace di ciò che si annuncia. Il numero corrisponde alle nazioni allora conosciute ed elencate in Genesi 10. I discepoli sono inviati ovunque e non solo alle pecore disperse di Israele. È il passaggio all’universalità della missione.

Le raccomandazioni di Gesù posso sconcertare, sembrano poste a freno dell’entusiasmo degli inviati. Ricorda l’ampiezza del campo da mietere, sottolinea il piccolo numero degli operai, la loro fragilità di fronte a un mondo ostile, l’assenza di equipaggiamento: non possono praticamente prendere nulla con sé, neanche dei sandali, nonostante il pericolo degli scorpioni; per strada il loro atteggiamento sarà piuttosto scorbutico: “non salutate nessuno”. La missione non si deve appoggiare su mezzi umani, ma sulla fedeltà e il sostegno del Signore che ha mandato. 

 

Tuttavia, il sostegno di Dio fa i conti con gli uomini: i mandati sanno che il Signore predispone, nei luoghi in cui andranno, delle case che gli accoglieranno. Perciò non devono passare di casa in casa, sarebbe cadere in un triplice errore. Potrebbe significare l’andare alla ricerca di un maggiore comfort. Questo potrebbe creare competitività e divisioni fra gli abitanti dei villaggi dove entreranno nel fare a gara su chi li accoglie meglio. Soprattutto, infine, il rifiuto della prima casa accogliente, quella cioè che Dio aveva preparato per loro, si configurerebbe come una contro testimonianza, perché mostrerebbe che non ci si fida della provvidenza di Dio nei loro confronti. 

 

Gli inviati sono portatori della pace che è una delle caratteristiche del Regno. Essa però non raggiunge chiunque: “Se vi sarà là un figlio di pace, la vostra pace scenderà su di lui, se no, ritornerà su di voi”. La pace di Dio non si impone, raggiunge solo coloro che già in qualche modo vi sono predisposti e orientati. 

Vi è qui certamente anche una dimensione polemica nei confronti dei saluti della società orientale di allora come ti oggi che si riempie la bocca della parola salam, pace, ma facilmente è vuota di senso o peggio come dice il salmo 28: “Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore”. 

Per questo probabilmente l’ordine di non salutare nessuno per strada, tanto più che c’è l’urgenza dell’annuncio del Regno, che non va fatto in modo anonimo ma sempre indirizzato a persone precise. Tanto è vero che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe e in modo quasi paradossale, viene indicato di entrare in una “casa” prima ancora del farlo in una città. 

Anche l’ordine in cui si agisce è significativo: prima si annuncia la pace, poi si mangia ciò che viene offerto, poi si guariscono i malati e infine si proclama: “Si è avvicinato a voi il regno di Dio!” L’annuncio viene per ultimo, spiega e commenta l’insieme di ciò che precede: il regno di Dio si è avvicinato nel fatto che c’è stata accoglienza, parole di pace, cibo offerto, condiviso e guarigioni di malati. Dio si manifesta come Re la dove si è creata una comunione, un’accoglienza reciproca tra gli invitati del Signore e quelli ai quali sono stati mandati.

Può però accadere anche l’inverso: che non vi sia accoglienza, quindi né cibo, né guarigioni. Non bisogna allora fermarsi ma lasciare là anche la polvere dei propri piedi; l’annuncio però è lo stesso: “Sappiate questo: si è avvicinato il regno di Dio!” che in questo caso non appare come un lieto annuncio, bensì suona come una minaccia. Se non si è sotto la signoria di Dio, si è sotto il potere del principe di questo mondo e si parteciperà della sua stessa sorte precipitando con lui all’inferno. Non però subito (come avrebbero voluto Giacomo e Giovanni nell’Evangelo letto domenica scorsa), ma al tempo del Giudizio.

 

Una osservazione. I 72 non sono gli apostoli, sono “altri” cioè tutti noi. È attraverso noi che il Signore parla o è rigettato oggi. Questo pone la grande domanda: quale testimonianza del Regno diamo ai nostri contemporanei come singoli, come Comunità, come Chiesa? Perché la qualità della testimonianza dipendono l’ascolto o il rigetto.

Questa è la domanda che sottostà al ritorno dei 72 che sono esultanti per il potere che hanno scoperto di aver avuto: “anche i demoni sono sottomessi a noi nel tuo nome!”. 

Gesù conferma effettivamente questo potere: mentre quelli annunciano il Regno in gesti e parole, lui vedeva Satana sconfitto. Eppure non di questo non si devono rallegrare i cristiani, perché il male è furbo per natura: anche precipitato dal cielo, resta in agguato sulla terra. Il vantarsi del potere ricevuto rischia di trasformarsi in illusione di potere e allora si cade nel tranello di satana. 

“Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono stati iscritti nei cieli” afferma solennemente Gesù. Questo “passivo divino” indica l’opera stessa di Dio, è il contenuto della gioia dei cristiani: Dio ci ha tanto amati da scrivere i nostri nomi nel libro della vita. Se davvero questa è la nostra gioia, allora tutta la nostra vita e la nostra testimonianza ne vengono illuminate, sì da renderci realmente “luce del mondo” come ci chiama Gesù in Matteo 5,14.


(BiGio)

“Vedevo satana cadere dal cielo come un folgore!”

 Sintetica nota storico-letteraria



Per noi è una immagine scontata ma da dove la prende Gesù? Non dalla Torah, non dal Pentateuco, non dai libri di Mosè. In tutta la Legge non si parla quasi mai di angeli, diavoli e tantomeno di satana. Non l'ha "inventata": da dove allora arriva a lui e a noi?

È necessario sapere che all’epoca di Gesù, tra le molti presenti, erano due le correnti spirituali principali: quella che si rifaceva al Pentateuco di Mosè e quella che faceva invece riferimento al Pentateuco di Enoch. Due Scritture che si confrontavano costantemente e che, nelle loro diversità, coesistevano. Certo, la supremazia era stata già presa dai cinque Libri di Mosè e si stava strutturando le altre parti delle Bibbia così come la conosciamo noi.

In realtà tracce della tradizione enochica ci sono anche nelle Scritture Ebraiche. La prima in Genesi 6 (1-4) dove si narra che “i figli di Dio! (= gli angeli) scesero sulla terra, “videro che le figli degli uomini era belle e ne presero per mogli a loro scelta” da queste unioni nacquero i giganti. 

Il racconto della Genesi si ferma qui. Continua invece nei libri di Enoch nei quali si evidenzia come questo si veniva a configurare come un “disordine” nella creazione “ordinata” fatta da Dio che punì gli angeli precipitandoli e rinchiudendoli nel profondo della terra, nello sheol. Poi, per riuscire a rimettere ordine nella creazione, manda il diluvio universale attraverso il quale muoiono tutti i giganti. È un nuovo inizio nell’ordine ripristinato.

Ovviamente se i giganti annegano, non possono morire i loro spiriti perché “immortali” in quanto provengono dagli angeli decaduti. Continuano quindi a circolare sulla terra, anche oggi, cercando di portare nuovo disordine, separando l’uomo da Dio, sono quegli “spiriti immondi” (i diavoli) contro i quali Gesù spesso si scontra come, per esempio, nel caso dell’indemoniato di Gerasa (Mt 5,1-20) che, usciti da lui, entrano in una mandria di porci e precipitano nel lago.

Inoltre, nel Pentateuco di Enoc (che fa parte integrante del canone della Bibbia copta/etiope) si sviluppa l’idea che, per sconfiggere questi spiriti immondi, questi diavoli, questi satana (che non è un nome proprio ma la traslitterazione di un termine ebraico che i Settanta traducono in greco con “diavolo”; solo nei secoli seguenti diverrà il nome proprio di uno di questi), è necessario che scenda dal cielo qualcuno che sia più forte di loro e, per esserlo, deve essere superiore agli angeli.

 

Si comprende allora la differenza tra i due Pentateuchi: in quello di Mosè l’origine del male è nell’incapacità dell’uomo di rimanere fedele al Decalogo e la soluzione sta nel riuscire a non tradirlo. Gesù è il primo uomo a riuscirci e, seguendo lui, è diventato possibile a tutti.

Invece, l’origine del male nei libri di Enoch,è extra-umano e dunque, per sconfiggerlo, è necessario un intervento che origina fuori dell’uomo, nel cielo con il pericolo di scadere in un determinismo che toglie la libertà all’uomo e lo rende supino.

È per questa differenza che presero il sopravvento i libri di Mosè e formarono il canone che è anche il nostro.

Le due tradizioni, sono ben presenti all’epoca di Gesù che inizia a “fonderle” assieme. Operazione che sarà completata da Paolo.

(BiGio)

Lc 10,1-9 - Il Viandante e i viandanti


Luca, insieme ai suoi tre compagni Matteo, Marco e Giovanni, ci ha consegnato una immagine particolare e personale di Gesù. Gesù non ha scritto nulla di sé, ma ha affidato a quattro suoi discepoli la missione di tramandare la memoria di ciò che egli ha fatto e detto. Ognuno di questi “testimoni” lo ha fatto a modo suo. Per questo noi abbiamo quattro “ritratti” di Gesù.

Luca ci ha consegnato un Gesù «in viaggio»: per luca Gesù è un “viandante” speciale, che non devia mai da suo percorso. È un viaggio che inizia quasi a metà del suo racconto (Lc 9,51) e da qual momento in poi Gesù non fa’ nessuna deviazione, ma decisamente rivolge il suo Volto verso Gerusalemme. Il Gesù di Luca è un viandante che cammina verso la città santa.

Si tratta di un viaggio più “teologico” o “cristologico”, che di un viaggio “geografico”. La cartina che segue Gesù per camminare verso la sua meta, non ha i tratti fisici della Terra di Israele, quanto le vie tracciate dal Padre nelle Scritture. È la Scrittura che fa da mappa nel cammino di Gesù. Ai suoi discepoli egli dirà, al temine del suo cammino: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». (Lc 24,44).

La meta del suo cammino è, così come il percorso, secondo la Parola di Dio: ciò che nella città di Gerusalemme si sarebbe realizzato, cioè il dono della sua vita fino alla fine. A Gerusalemme Gesù vive fino in fondo, fino a dare la vita, ciò che lungo la strada ha insegnato ai suoi discepoli in parole e opere.

Ma se questo è il volto di Gesù che Luca ci consegna, egli ci parla anche di un volto dei discepoli: il viaggio è anche “ecclesiologico”. Anch’essi, come il loro maestro, sono “viandanti”. Gesù li manda «davanti al suo volto», cioè nella stessa direzione del suo cammino, verso la medesima meta, compiendo le stesse opere e avendo come unica cartina stradale le Scritture Sante. Essi non andranno a titolo personale, ma precederanno Gesù per annunciare a tutti il suo arrivo.

Anche i discepoli, come il loro Signore, che non aveva pietra sulla quale appoggiare il capo (Cf Lc 9,58), dovranno partire senza equipaggiamento e non dovranno fare alcuna deviazione, né avere alcuna distrazione («non salutate nessuno»). Non dovranno avere altra sicurezza che chi li ha inviati e coloro che li accoglieranno. La loro vita dipenderà dal loro Maestro e da coloro ai quali sono inviati. Dovranno totalmente vivere per gli altri, imitando la “pro-esistenza” del loro Signore. Non dovranno passare di casa in casa, perché il fine del loro viaggio non è quello di trarre un profitto per sé. Dovranno dire e fare solo ciò che, lungo il suo viaggio ha detto e fatto il loro Maestro: guarire i malati e annunciare la prossimità del Regno di Dio.

Ecco un piccolo tratto di ciò che ci dona Luca: il nostro volto di viandanti, in cammino dietro il Viandante che ci precede a Gerusalemme.

(Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli)

“Il cattolicesimo di domani sarà diasporico o non sarà”

Secondo la sociologa Danièle Hervieu-Léger, per sopravvivere la Chiesa deve uscire dal suo sistema di autorità centralizzatrice e rimettere in discussione la sacralità del prete. “Senza dubbio la Chiesa cattolica non sfuggirà a questa lezione della Riforma protestante”, assicura la sociologa nell’intervista.


Da cinquant’anni Danièle Hervieu-Léger scruta l’evoluzione del cattolicesimo, soprattutto occidentale. Direttrice di studi (“Preside di Facoltà”) alla Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), pubblica con il sociologo Jean-Louis Schlegel Vers l’implosion? Entretiens sur le présent et l’avenir du catholicisme (ed. Seuil - “Verso l’implosione? - Colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo”) e un libro più personale sul suo percorso, Religion, utopie et mémoire (ed. de l’EHESS - Religione, utopia e memoria) sotto la forma di un’intervista con lo storico Pierre-Antoine Fabre. In un momento in cui il cattolicesimo francese sta vivendo un’attualità irrequieta (consultazione dei fedeli in vista del sinodo sulla sinodalità, sospensione delle ordinazioni nel Var, ecc.), la sociologa presenta in modo problematico e senza inibizioni una diagnosi senza concessioni sullo stato della Chiesa. 

in “Le Monde” del 28 giugno 2022 (traduzione: www.finesettimana.org)


Il testo dell'intervista a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202206/220628hervieulegermycinski.pdf




Ecco il nuovo Strategic concept della Nato

La Nato, riunita a Madrid, ha rilasciato il suo Concetto strategico. Nel documento vengono tracciate le linee-guida che indirizzeranno l’agire dell’Alleanza nel prossimo decennio. La Russia è naturalmente in cima alla lista di priorità, definita “la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica”, tuttavia sono molte le sfide che attendono la Nato nel futuro, dalla Cina, al terrorismo, fino al cambiamento climatico


Il Concetto strategico viene aggiornato all’incirca ogni dieci anni – la versione precedente è stata adottata al vertice di Lisbona nel 2010 – ed è uno dei documenti più importanti della Nato, secondo solo al Trattato. Oltre a riaffermare i suoi valori, il testo permette all’Alleanza di fornire una valutazione collettiva delle sfide alla propria sicurezza e guida le attività politiche e militari dell’Alleanza per il decennio successivo. Il nuovo documento lanciato a Madrid riconosce che il mondo è cambiato radicalmente rispetto al precedente Strategic concept: “l’ambiente di sicurezza è diventato più conteso e imprevedibile”, e di fronte alle sfide e alle opportunità che l’Alleanza si troverà ad affrontare, indica quali mosse dovranno essere messe in campo per continuare ad adattarsi in un mondo più pericoloso e competitivo.

“L’area euro-atlantica non è in pace”. C'è la sfida di Pechino, il terrorismo e ....


L'intera sintesi del nuovo "concept" di Marco Battaglia a questo link:

https://formiche.net/2022/06/strategic-concept-nato/


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Cade il veto turco allargamento della Nato a Finlandia e Svezia. 
Ma: cosa è stato promesso a Erdogan?

La caduta del veto turco per l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato porta in grembo due notizie: una buona e l’altra meno buona. La prima è che il rafforzamento e la messa in sicurezza del fronte baltico non è più solo un’opzione futura, ma un obiettivo del breve periodo facilmente raggiungibile. La seconda è cosa chiederà in cambio Recep Tayyip Erdogan che, verosimilmente, non si accontenterà di una semplice pacca sulle spalle.

Continua a questo link:

Le nuove sfide dello Strategic concept, dall’Artico al Sahel. Il punto.

Crescono le tensioni e le minacce all’Europa e all’intero occidente. Dall’Artico al Sahel, le sfide si fanno più diversificate, dall’energia alla sicurezza alimentare, contribuendo ad acuire le tensioni nelle regioni più fragili del pianeta. Il Concetto strategico della Nato dovrà affrontare tutto questo. Ad Airpress, il punto di Andrea Manciulli presidente di Europa Atlantica e responsabile delle Relazioni istituzionali della Fondazione MedOr


Dall’Artico al Sahel, l’Europa è circondata da un arco di insicurezza che impatta profondamente su tutti i Paesi dello spazio euro-atlantico. Il nuovo Concetto strategico servirà ad affrontare queste criticità, inserendo per la prima volta anche altre forme di sfide, dall’energia, alla sicurezza alimentare. Nel nostro Paese, poi, è necessario che la politica torni ad assumersi le sue responsabilità spiegando ai cittadini l’importanza dei temi della difesa e della sicurezza, e che le minacce di una parte del mondo non sono cose lontane, ma che nel nuovo mondo interconnesso impattano direttamente sulla vita dei cittadini. Ne parla ad Airpress il presidente di Europa Atlantica e responsabile delle Relazioni istituzionali della Fondazione MedOr, Andrea Manciulli.


L'intera intervista a questo link: