Vai agli "Appuntamenti", all'Home page e ad altre pagine interessanti
- Home page (vai o torna all'Home page)
- La Chiesa della Risurrezione: simbologia dell'architettura, dell'interno e opera artistiche
- "Sequela" di Francesco Sabbatucci. Alcuni dei 15 pannelli seguiti da note introduttive
- 1 - La Parrocchia
- 4 - Solidarietà
- 5 - Il cammino Sinodale della Comunità della SS. Risurrezione
- 6 - Presentazione video delle occasioni per partecipare o sostenere attività di servizio
- Comunità Energetica: cos'è e come partecipare
Post in evidenza
Notizie su questo Blog
Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
Mt 28,16-20 – L' Ascensione di Gesù
L’esperienza del Risorto che Matteo ci trasmette non è una apparizione, non una cristofania, non si tratta ancora della parusia. Si tratta di una presenza discreta e silenziosa che accompagna per tutti i giorni della nostra vita noi e la realtà inadeguata nelle nostre comunità monche, dubbiose, divise e incerte.
Nel racconto della risurrezione di Matteo una prima volta l’angelo al sepolcro e la seconda volta il Signore stesso invita le donne ad andare ad annunciare ai suoi fratelli che li “precede in Galilea” e che là lo vedranno.
C’è un cammino da fare per i discepoli che non è un semplice tornare indietro da Gerusalemme al loro luogo di nascita dove avevano incontrato e, chiamati, iniziato a seguire Gesù. È un ritrovarsi in quel territorio, la Galilea delle Genti, dove Gesù aveva scelto di svolgere il suo ministero di annuncio che il Regno di Dio era ed è già presente. Una terra di transito, di commercio, di carovane di ogni nazionalità e popolazione; una terra di confronto tra culture, religioni, modi di vivere diversi tra di loro e, forse proprio per questo, capaci di attenzione, di curiosità, di accoglienza, di confronto aperto senza paure, preclusioni. Forse anche un modello di vita da accogliere e fare nostro nella nostra realtà globalizzata ma anche spesso ottusa, ripiegata su sé stessa, in difesa del proprio piccolo universo, della roccaforte nella quale ci siamo rinchiusi.
In quella terra simbolo l’Evangelo ci dice che i discepoli vedono Gesù sul monte che “aveva loro indicato”. Non ha un nome questo monte perché, come la Galilea, è un luogo simbolico. Da sempre nelle religioni le alture, a motivo dell’innalzarsi delle loro cime verso il cielo spesso nascoste dalle nuvole, sono considerate le dimore degli dei.
Anche nella Bibbia i monti sono i luoghi dove Dio si manifesta, si rivela: il monte Moria verso il quale Abramo sale con Isacco; il monte Sinài sul quale Mosè incontra il Signore che gli fa dono delle Dieci Parole; il monte Sion sul quale Dio stabilisce la sua Shekinah, la sua Presenza. Le cime dei monti scandiscono anche la vita di Gesù dalle tentazioni alla sua ascensione sono ben sette (numero che indica la pienezza), le beatitudini, la trasfigurazione, il calvario …
Su questo monte in Galilea Gesù si avvicina agli Undici, non sono più dodici, sono una comunità imperfetta come le nostre. Questo verbo ricorre 52 volte in Matteo (contro le 10 il Luca e le 5 in Marco) ma solo due volte il soggetto di questa azione è Gesù: nell’episodio della Trasfigurazione e qui. È il Signore che viene, il Dio con noi che si rende presente e si affianca all’uomo afflitto dall’ignoranza, dalla malattia, dalla sofferenza, dal peccato e, nello stesso tempo diventa un ponte di collegamento con la promessa finale: “Io sono con voi tutti i giorni”. Mediante l’uso di questo verbo Matteo desidera richiamarci e ribadirci continuamente la presenza in Gesù dell’Emmanuel, del Dio con noi.
Abbiamo bisogno di questo continuo ricordo e sollecito; in fin dei conti siamo tutti un po’ come Pietro che, pur avendo riconosciuto il Maestro e aderendo al suo invito, dubita di poter camminare sulle acque subendo il rimbotto da Gesù: “Uomo di poca fede!”. È proprio da questa poca fede e dall’essere comunità imperfetta, carente che ora i discepoli e noi con loro, devono e dobbiamo ripartire seguendo le orme del Risorto sulla nostra Galilea superando ogni limite, aprendo ed attraversando tutte le porte, uscendo dai nostri schemi limitanti.
Fino a questo momento Gesù aveva sempre invitato a andare solo “alle pecore perdute di Israele” (Mt 10,5-6), ma il progetto di salvezza di Dio che aveva avuto inizio con la benedizione data ad Abramo, aveva un valore universale e ora deve giungere a compimento.
Come Giona risalito dopo tre giorni dal ventre del pesce aveva accolto l’invito della missione a Ninive, così Gesù dopo tre giorni nel ventre della terra invia a coloro che inizialmente non erano i destinatari dell’annuncio: si doveva prima compiere la missione di Gesù per Israele ed è giunto il momento di aprirsi anche a tutti gli altri popoli (Gv 10,16).
L’indicazione che Gesù dà è composta da 3 azioni: andate, fate discepoli (battezzando), insegnando (a osservare tutto ciò che vi ho comandato). Non basta il rito senza il proseguo di un’adeguata istruzione e l’insegnamento non è sufficiente senza una totale immersione in Cristo che si innesta, risignificandolo, in quel comune rito ebraico carico di sensi a partire dalla purificazione rituale. Matteo poi sottolinea come non si tratta solo del lieto annuncio portato da Gesù, ma anche della Torà e l’intero insegnamento rabbinico che Gesù ha sempre rispettato completandolo, non sostituendolo.
Alla fine Gesù fa un annuncio che non è una promessa: “io verrò presto”, ma una affermazione: “ecco Io Sono (già) con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”; tutti i nostri giorni sono già ripieni della sua presenza. Con questo Matteo, alla fine del suo Evangelo, ripropone il medesimo annuncio con il quale lo ha inaugurato nel racconto l’Annunciazione: Dio è con noi.
Questa affermazione è allora la sintesi dottrinale che fa luce su tutta la narrazione del primo evangelo. Tutto si capisce veramente solo partendo dalla fine: il tempio è stato distrutto e la Shekhinà ora dimora dove due o tre sono radunati nel none di Gesù. Questa è l’esperienza del Risorto che Matteo ci trasmette. Non si tratta di una apparizione, non di una cristofania, non si tratta ancora della parusia. Si tratta di una presenza discreta e silenziosa che ci accompagna per tutti i giorni della nostra vita.
(BiGio)
Ricominciare è l'invito dell'Ascensione
Una comunità scossa, vacillante, incerta, dubbiosa si ricorda della parola di Gesù ritrovando la propria identità e ricominciando il proprio cammino di sequela e obbedienza
Matteo ci pone di fronte a una comunità scossa, vacillante, incerta, minata nella fiducia reciproca, talmente sorpresa dagli eventi che si sono succeduti con ritmo incalzante negli ultimi momenti della vita di Gesù, che non fatichiamo a immaginarcela esitante, smarrita, dubbiosa. Prossima forse allo sbandamento e allo scioglimento. Al momento dell’arresto del loro maestro, “tutti i discepoli abbandonarono Gesù e fuggirono” (Mt 26,56), Pietro addirittura lo rinnegò apertamente imprecando e spergiurando, con parole violente, tanto più urlate quanto più erano menzognere e disperate: “Pietro cominciò a imprecare e a giurare: ‘Non conosco quell'uomo’” (Mt 26,74). Ecco gli Undici. Un gruppo smarrito e spaventato, che deve fare i conti con ferite profonde lasciate da un passato che non potrà passare rapidamente, ma che conoscerà strascichi e rigurgiti per chissà quanto tempo. Tuttavia, una cosa i discepoli la sanno ancora fare. Una sola. Ma è la cosa essenziale. Ricordano la parola che Gesù aveva loro detto e le obbediscono: “Andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro indicato” (Mt 28,16). Gesù l’aveva detto loro subito dopo aver annunciato che si sarebbero scandalizzati di lui e avrebbero conosciuto la dispersione: “Sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea” (Mt 26,31-32). Gesù risorto lo aveva ripetuto alle donne che si erano recate al sepolcro: “Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). Sì, siamo di fronte a una povera comunità, una comunità ferita, su cui il peso del passato, dei vissuti personali, ha lasciato tracce pesanti e cicatrici difficilmente rimarginabili. E tuttavia, le parole delle donne (che “corsero a dare l’annuncio ai discepoli”: Mt 28,8), hanno risvegliato nei discepoli la memoria delle parole che Gesù stesso aveva detto loro subito dopo l’ultima cena. E ora essi, la cui poca fede è anche smemoratezza, dimenticanza delle parole del Signore, mentre ricordano le parole del Signore riannodano i fili della loro vicenda di sequela di Gesù e obbediscono al comando mediato dalle donne e si recano in Galilea. Ciò che era avvenuto individualmente per Pietro quando, dopo il triplice rinnegamento, si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto e pianse amaramente (Mt 26,75) ritrovando la sua verità, così ora è l’intero gruppo dei discepoli che si ricorda della parola di Gesù ritrovando la propria verità di comunità del Signore e ricominciando il proprio cammino di sequela e obbedienza.
(fr. Luciano di Bose)
Umiltà e perseveranza le due qualità dei testimoni
Credere la comunione con il Signore Risorto, la sua presenza costante nella nostra vita, non è cosa facile e scontata, non lo è stato per i discepoli e non lo è per noi
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: la resurrezione di Gesù dai morti dice la vittoria della comunione sulla separazione, dell’amore sull’inimicizia, della vita sulla morte. Gesù ha attraversato vittorioso la morte e ora, proprio grazie alla comunione di vita che circola sempre tra lui e il Padre e lo Spirito, può promettere ai suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Il Risorto dona ai discepoli quella stessa comunione che lui ha vissuto con il Padre e lo Spirito Santo: “Io non sono solo perché il Padre è sempre con me” aveva detto durante l’ultima cena, quando aveva predetto l’abbandono dei discepoli nel momento dell’arresto e della passione (cf. Gv 16,32).
Ora questa comunione è donata ai discepoli perché la trasmettano a tutte le genti, perché essi, raggiunti e “ricreati” come persone e come comunità dal Signore Risorto, escano ora dalle loro paure e chiusure verso altri fratelli e sorelle, sulle strade del mondo, portando a tutti quell’amore che li ha ricreati, quel nome nuovo nel quale sono immersi con il battesimo e sono radunati come chiesa.
Certo, credere questa comunione con il Signore Risorto, questa sua presenza costante nella nostra vita, non è cosa facile e scontata, non lo è stato per i discepoli e non lo è per noi: Matteo ci dice che i discepoli nel momento stesso in cui vedono il Risorto dubitano. Per superare lo scetticismo occorre innanzitutto un movimento di obbedienza, di adesione alla parola del Signore, come fecero i discepoli che andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Poi occorre saper riconoscere il Signore, saper discernere la sua presenza e, per quanto essa sia sorprendente, accoglierla: “quando lo videro si prostrarono”. Ma occorre anche l’umiltà di riconoscere che siamo sempre dei credenti increduli e che per avanzare nel cammino abbiamo sempre bisogno che sia il Signore a venirci incontro, a farsi prossimo, a superare la distanza tra lui e noi.
E infine per perseverare nella comunione con il Signore dobbiamo riceve da lui la forza e la luce del suo Spirito che ci permette di essere testimoni e annunciatori della comunione che circola tra Padre, Figlio e Spirito Santo, comunione che è donata a ciascuno di noi.
Così il potere dell’amore che è stato dato al Figlio, viene donato a sua volta ai discepoli perché possano vivere il comandamento nuovo lasciato loro da Gesù e immersi in questo flusso di amore e comunione possano ricevere e donare a loro volta la vita.
Le parole del vangelo di oggi sono le ultime parole del vangelo di Matteo e mi sembra molto significativo che questo vangelo si chiuda con delle parole di Gesù che sono promessa e ricordo: promessa della sua presenza e ricordo di ciò che proprio all’inizio di questo vangelo ci era stato detto, ovvero che Gesù è l’Emmanuele atteso e invocato da Israele, il Dio-con-noi, Colui che è venuto nel mondo per salvare il mondo dalla morte e dal peccato. Sì, Gesù è il Dio-con-noi, il Signore vivente: questa è la nostra fede, questo è il nostro annuncio gioioso!
(sr Ilaria di Bose)
Teologia e diritto canonico: un rapporto conflittuale - L'opinione di Giannino Piana
Non intendo negare la necessità all’interno della chiesa di una forma di legislazione che regoli alcuni rapporti interni e con l’esterno, ma sono convinto debba essere più limitata e più agile, e soprattutto non vada concepita come struttura portante della ecclesiologia. Purtroppo ancora oggi una parte consistente dei canonisti – lo conferma il dibattito in corso in preparazione del Sinodo – ha una visione di chiesa in cui a prevalere sono gli aspetti giuridico-istituzionali.
canonico (Codex iuri canonici), promulgato nel 1983, al di là della cornice ispirata ad alcune categorie conciliari, ripropone in realtà una visione dell’esercizio delle funzioni magisteriali e della ricerca teologica che ci porta indietro nel tempo, non rifacendosi alle indicazioni e agli orientamenti offerti dal Concilio, ma proponendo la visione tridentina di Chiesa, che ha trovato un ulteriore supporto nel Vaticano I.
L'intero intervento di Giannino Piana, docente di Etica cristiana presso l'Università di Urbino e di Etica ed Economia presso l'Università di Torino, a questo link:
https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202305/230505piana.pdf
Giubileo 2025. Presentato l'Inno, il sito internet e il calendario dei grandi eventi
Nella conferenza stampa l'arcivescovo Rino Fisichella, il punto sulla preparazione. Cominciano già da quest'anno le iniziative di preparazione in vista del Giubileo 2025, che ha come filo conduttore il tema della speranza, che inizierà con l'apertura della Porta Santa nel mese di dicembre del 2024.
Figure di transizione del cristianesimo contemporaneo
Tullio Vinay, Giuseppe Dossetti, David M. Turoldo, Ernesto Balducci
La seconda metà del Novecento ha visto risplendere per l’ultima volta queste figure del cristianesimo. Il monaco, il sacerdote, il pastore e il profeta sono progressivamente scomparsi dall’orizzonte, lasciando ai cristiani non ordinati il peso e la responsabilità di tradurre questa trasformazione in forme che siano comprensibili a quella che oggi è la contemporaneità.
⏩ Qui Guarda la playlist con tutte le conferenze⏪
Materiali e approfondimenti
UN VERO AMORE. Tullio Vinay e i ragazzi che raccoglievano le bandiere – Un podcast in cinque puntante del Centro Studi e rivista Confronti, a cura di Marzia Coronati
Giuseppe Dossetti. Imparare a guardare lontano, Fabrizio Mandreoli – Il Regno-Attualità 20/2021
“La polvere della terra” e “il nome di Dio”. Poesia e profezia in David Maria Turoldo, Mariangela Maraviglia – Parola e parole, n. 37, marzo 2023
LA CHIESA E IL MONDO DAL CONCILIO AD OGGI – Ernesto Balducci – “La Porta” 9 maggio 1979
Sanzioni: i “commerci fantasma” aiutano Mosca
L’economia russa tiene. Affronta immense difficoltà, ammesse dallo stesso governo e banca centrale russi, ma tutto considerato tiene. Le stime del Fondo Monetario Internazionale – passate per il 2022 da un tombale -8,5% a un meno catastrofico -2,1 – sono lì a dimostrarlo. Fino ad alcuni mesi fa ad aver tenuto in piedi l’economia era il flusso di idrocarburi che ha continuato a scorrere verso Occidente, in particolare in Europa, permettendo di sostenere il rublo e recuperare parte di capitali e riserve bloccati dalle sanzioni occidentali.
Per continuare a produrre la Federazione Russa ha bisogno di importare prodotti, anche quelli sanzionati dai Paesi occidentali perché dual-use, che cioè possono essere utilizzati sia per scopi civili che militari. In questa lista compaiono per esempio semiconduttori, droni, macchinari utili alla produzione manifatturiera, tecnologia per l’attività estrattiva, turbine, equipaggiamento radio, e via dicendo. Se questi prodotti non possono più attraversare il confine con la Russia, e infatti le esportazioni dai Paesi europei e dal Regno Unito sono ormai crollate, possono invece farlo triangolando le rotte commerciali con gli Stati che non applicano le sanzioni, la maggior parte al di fuori del blocco occidentale. I principali indiziati sono da tempo Georgia, Turchia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan.Secondo l’elaborazione ISPI su dati Eurostat e Comtrade, dall’inizio del conflitto, le esportazioni europee verso questi Paesi sono aumentate rispettivamente del 35, 42, 221, 231 e 743%. Variazioni decisamente sospette, di gran lunga superiori al trend pre-invasione. Per di più, secondo una ricerca dell’European bank for Reconstruction and Development (EBRD) l’export UE verso questi Paesi di prodotti sotto sanzione è cresciuto di un extra 30% rispetto al resto del mercato. ...
L'intero report dell'ISPI a questo link:
Cina e via della seta: inizia l'effetto boomerang?
Con la sua strategia di “going out” (oggi spesso ricondotta sotto al cappello della Belt and Road Initiative) la Cina è diventata un grande creditore del mondo. I soli Paesi a basso reddito devono oggi a Pechino oltre 100 miliardi di dollari: più del doppio di quanto debbano a tutti i Paesi occidentali messi insieme.
- Dopo 15 anni di discesa continua, l’impennata dell’ultimo decennio ha portato il debito dei Paesi a basso reddito a superare i livelli più alti dalla fine degli anni Novanta. In media, questi Paesi devono destinare il 17% delle entrate statali al ripagamento del debito, anziché a servizi ai cittadini o a investimenti produttivi.
- Il peggiorare delle condizioni economiche costringe sempre più Paesi a basso reddito a cercare di rinegoziare i propri debiti. E per farlo devono sempre più spesso rivolgersi a Pechino, anziché ai creditori occidentali. Negli ultimi dieci anni quasi il 70% dei rinegoziati di debito ha coinvolto una controparte cinese.
Da parte sua, la Cina è riluttante a rinegoziare il debito con i Paesi che lo richiedano, trascina i negoziati per tempi più lunghi e spesso concede dilazioni nei ripagamenti più che vere e proprie cancellazioni. Condizioni nettamente peggiori di quelle concesse da molti Paesi occidentali nell’ultimo mezzo secolo.
Le conseguenze politiche di queste dinamiche sono chiare: ....
L'analisi dell'ISPI continua a questo link:
Così la Cina non mantiene la promessa sul debito dei Paesi poveri
Solo tre mesi fa il Dragone aveva fatto intendere di essere disposta a rinegoziare i prestiti concessi alle economie più fragili, unitamente a Banca mondiale e Fmi. Ma mentre questi ultimi hanno fatto passi in avanti, Pechino è rimasta ferma
Tre mesi fa Pechino aveva preso l’impegno a rinegoziare migliaia di prestiti concessi negli ultimi due decenni ai Paesi in via di sviluppo. I quali, in mancanza di finanze pubbliche adeguate e crescita degna di questo nome, non hanno mai avuto altra possibilità se non indebitarsi con le economie più avanzate per realizzare le infrastrutture più basilari. Per questo un intero continente, l’Africa, è finito nelle mani del Dragone, le cui banche hanno finanziato i Paesi ipotecando come più volte raccontato da questa testata il loro stesso futuro.
Una situazione diventata nel tempo insostenibile e che aveva spinto la stessa Cina a intavolare un confronto con gli altri due grandi creditori globali, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale.
L'intero articolo di Gianluca Zapporini a questo link:
Destra e sinistra per la medicina non sono termini antiquati ma dirimenti
Due modi di guardare e di posizionarsi molto differenti e con obiettivi e strategie altrettanto differenti che richiedono, proprio a coloro che retoricamente dichiarano di difendere il Servizio Sanitario Nazionale pubblico, di schierarsi e di fare delle scelte chiare e pubbliche sia a livello di Parlamento sia a livello delle singole Regioni.
Fare delle scelte strategiche a partire dai posizionamenti risulta essenziale per garantire il diritto alla salute delle collettività, ora più che mai in una fase in cui la sopravvivenza del Servizio Sanitario Nazionale pubblico sembra interessare sempre meno i decisori pubblici e i diversi attori che ad esso appartengono. Vi proponiamo dunque un posizionamento che è anche una scelta professionale oltre che culturale.
Destra e sinistra non sono due antiquate categorie, residuo delle obsolete ideologie novecentesche. Destra e sinistra sono due diversi modi di concepire i rapporti tra individuo e comunità, tra singolo e collettività.
Destra è chi privilegia il primo dei due termini dando massimo valore alla libertà e al benessere individuale, sinistra è chi privilegia i beni comuni e il benessere collettivo.
Due paradigmi alternativi, come empirismo e razionalismo in filosofia, che in medicina qualificano con un peso diverso le tre fasi di sviluppo che caratterizzano la clinica moderna basata su ricerca ed evidenze scientifiche: scienza di base (la ricerca di laboratorio), cura della malattia individuale (l'elemento patogeno che turba l'omeostasi momentaneamente o irreversibilmente), salute collettiva (il benessere della popolazione di riferimento e il contrasto ai fattori di nocività generali che ne compromettono la qualità).
Il mondo non è pronto per la migrazione di massa causata dai cambiamenti climatici
Circa 184 milioni di persone, il 2,3% della popolazione mondiale, vivono al di fuori del proprio Paese d’origine. Quasi la metà di queste si trova in Paesi a basso e medio reddito. Non è ovviamente un fenomeno nuovo: la migrazione è stata parte dell’esperienza umana sin dai primi giorni della civiltà. In altre parole, da quando l’Homo sapiens lasciò l’Africa circa 130mila anni fa, gli esseri umani non hanno mai smesso di muoversi, producendo culture, lingue ed etnie differenti.
Se si osservano i trend degli ultimi decenni, la quota di migranti nella popolazione mondiale è rimasta relativamente stabile dal 1960. Tuttavia, ci avverte la Banca mondiale nel suo ultimo World development report, quest’apparente stabilità è fuorviante perché la crescita demografica è stata disomogenea in tutto il mondo: la migrazione è aumentata oltre tre volte più velocemente della crescita della popolazione verso i Paesi ad alto reddito e solo la metà della crescita della popolazione verso i Paesi a basso reddito. C’è dunque una migrazione economica guidata da prospettive di salari più alti e condizioni di vita migliori, che fa sì che circa l’84% dei migranti vada a vivere in un Paese più ricco del proprio. Un elemento da non sottovalutare è che i migranti non sono quasi mai i più poveri dei loro Paesi: lo spostamento ha dei costi che la maggior parte delle persone in condizioni di estrema povertà non può permettersi. Mediamente coloro che migrano sono meno poveri (ma anche meno ricchi) di chi rimane nel Paese d’origine.
Nel quadro delle migrazioni internazionali, quelle provocate da guerra e violenze sono purtroppo in crescita. ...
L'intero articolo di Andrea De Tommasi a questo link:
La gigantesca opera di trasparenza voluta dal papa sul passato argentino
Senza dover aspettare i 70 anni previsti dalle regole vigenti, abbiamo già oggi, poco più di 40 anni dopo i fatti, una pubblicazione impressionante per quantità di fonti e testimonianze sin qui riservate su quanto accadde in Argentina prima e durante una delle dittature più feroci. La riflessione di Riccardo Cristiano
Arriva dall’Argentina una delle novità più importanti del pontificato di Francesco. Ed essendo un’operazione di verità su una delle pagine più tragiche della storia del Novecento non poteva che avere ramificazioni e deviazioni politiche che rischiano di farci distrarre, perdendo di vista la grande novità emersa.
“La verità vi renderà liberi”. È questo il titolo dell’opera in tre volumi, due dei quali già pubblicati e superiori alle mille pagine ciascuno, con cui la Conferenza Episcopale Argentina, che ne ha affidato la realizzazione a un gruppo di studiosi religiosi e laici, dà conto della storia Argentina e dei proprio comportamenti prima e durante la dittatura, di alcune complicità, di una diffusa inadeguatezza, ma anche del comportamento opposto, a volte eroico, di molti ecclesiastici negli anni feroci e terribili della dittatura, della giunta Videla. Nell’introduzione i vescovi parlano chiaramente delle scuse che devono per le manchevolezze innegabili di quelli anni, che videro tanti silenzi e circa 30mila desaparecidos, il furto dei figli alle madri di cultura o militanza marxista e molto altro. Tutto questo ora viene raccontato con trasparenza e fonti grazie all’apertura con decenni di anticipo di tutti gli archivi episcopali e vaticani, inclusi quelli della Segreteria di Stato Vaticana. Questa deroga fu decisa da papa Francesco proprio per la necessità di far emergere la verità.
L'intero articolo a questo link:
https://formiche.net/2023/05/trasparenza-papa-francesco-argentina/
Un anno fa veniva uccisa la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh
VI Domenica di Pasqua - Gv 14,15-21
Gli uomini non sono chiamati a obbedire a Dio, ma a somigliargli amando gli altri nelle diversissime situazioni nelle quali ci si trova ad essere il suo sguardo che sa farsi compassione, la sua mano che sa accarezzare, la sua bocca che sa sorreggere ed incoraggiare.
Domenica scorsa l’Evangelo si era chiuso con Gesù che diceva: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”.
Non significa certo che i credenti faranno miracoli più grandi dei “segni” fatti da Gesù che manifestavano, sotto differenti angolature, l’unica opera del Padre: il dono al mondo della vita eterna e rendevano visibile la salvezza offerta, provocando i testimoni a riconoscerla presente. Il comparativo “più grandi” non esprime una differenza quantitativa o qualitativa, ma un suo nuovo, diverso aspetto. In questo modo Gesù dona ai discepoli di partecipare alla sua missione configurandoli (noi con loro), alla sua esistenza e in un compito che spesso pare essere più grande delle nostre possibilità. Per questo in tutta la Scrittura ogni missione affidata da Dio a una persona o a un gruppo, è sempre seguita dall’assicurazione dell’aiuto divino. Ecco perché in questi “discorsi d’addio” fa da ritornello quel “Io sono (sarò) con te (con voi) per sempre fino alla fine dei giorni (Mt 28,20).
L’Evangelo di oggi, che continua quello proclamato domenica scorsa, riporta due coppie di espressioni di Gesù “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” … “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva questi mi ama” che sono caratterizzate da una assoluta reciprocità, la prima riflette la seconda e, anche cambiandone l’ordine, il loro senso non cambia; ciascuna di queste poi introduce un’azione del Padre a favore dei discepoli: “Vi donerà un altro Paraclito“ … “sarà amato dal Padre mio”.
Questo per dirci che i due inviti ad osservare l’Alleanza e ad amare Dio, cioè aderire e fare la sua volontà d’amore per gli uomini e il creato, sono una cosa sola. Affermazione questa che ritorna costantemente nell’intera Scrittura assieme all’assicurazione che porterà alla realizzazione della sua promessa: “stabilirò la mia dimora in mezzo di voi”.
Ora Gesù ha pienamente vissuto in ogni momento della sua vita l’Alleanza, per questo può affermare “Io Sono la Verità” e far coincidere la sua parola con i Comandamenti senza alcuna intenzione di sostituirli, anzi insistendo perché, sulla sua sequela, siano da tutti pienamente vissuti.
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io mi rivolgerò (e non “pregherò”) al Padre ed egli vi donerà (e non “darà”) un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo riconosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi”.
Giovanni utilizza un verbo greco che significa “rivolgersi” che viene usato per una richiesta tra pari (mentre si “prega” un superiore) e il Padre “vi donerà (e non “darà”) un altro Consolatore” che “rimanga (congiuntivo presente!) con voi per sempre”.
Viene spontaneo riconoscere in questo “altro” Consolatore che rimane già da ora per sempre con i discepoli Gesù ed è corretto. In fin dei conti l’etimologia latina di questo termine è composta da due lemmi: con=insieme e solari=confortare cioè colui che sostiene nel bisogno, che lenisce le ferite come fa il genitore che mette un cerotto sul ginocchio sbucciato di suo figlio facendosi vicino, riscaldando il suo cuore, accogliendo, facendo suo il momento di difficoltà, ridonando luminosità al momento buio triste.
Non è stata forse questo che ha fatto Gesù incarnandosi, facendosi carico della nostra umanità ferita dal peccato, sostenendoci nel cammino di conversione nella strada che, seguendo il suo esempio, ci porterà nuovamente nella piena comunione con il Padre?
Il profeta Aggeo (2,4-5) con questo oracolo a nome del Signore: “Coraggio popolo di tutto il paese! Io sono con voi! Il mio spirito è in mezzo a voi, non temete!”, sintetizza tutto il messaggio di queste due domeniche: dall’invito a non essere turbati, al non temere, all’assicurazione che non ci avrebbe lasciati soli e che sarebbe rimasto per sempre in mezzo a noi.
Una seconda caratteristica di questo Consolatore è il suo essere “Spirito di Verità che il mondo non può ricevere perché non lo riconosce” mentre i discepoli lo conoscono “perché egli dimora già presso di loro “e sarà in voi”. Di nuovo qui compare la coniugazione dei verbi nel modo giovanneo tra presente e futuro, ad indicare che queste realtà sono contemporanee ed sono l’invito a rimanere ben agganciati al nostro presente nel quale rintracciare i semi, i germogli del Regno che già sono tra di noi che ci è chiesto di far crescere e maturare con concretezza, chiedendoci che cosa possiamo fare per gli altri. Fare questo significa amare un Gesù che non ha mai chiesto di obbedire a lui e nemmeno a Dio. Se ha comandato qualcuno, questi sono stati gli spiriti immondi. Gli uomini non sono chiamati a obbedire a Dio, ma a somigliargli amando gli altri nelle diversissime situazioni nelle quali ci si trova ad essere il suo sguardo che sa farsi compassione, la sua mano che sa accarezzare, la sua bocca che sa sorreggere ed incoraggiare.
(BiGio)
Nessun baratto nel brano dell'evangelou di oggi di Giovanni 14,15-21
Gesù ci parla di amore prima di parlare dell’osservanza dei comandamenti. Pone l’ago della bussola sul nord.
La pericope si apre col versetto 15: “Se mi amate osserverete i miei comandamenti” e si chiude col versetto 21: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. ”Tra questi due versetti il cui tema è quello dell’amore legato all’osservanza dei comandamenti c’è la promessa di un dono: “Egli vi darà un altro Paràclito, lo Spirito della verità.”
“Se mi amate”, non è da leggere come la condizione di un baratto posto da Dio ma come la conseguenza logica di quello che succede quando si ama: “Nella misura in cui mi amate osserverete i miei comandamenti”.
Gesù ci parla di amore prima di parlare dell’osservanza dei comandamenti. Pone l’ago della bussola sul nord. La fede in atto, gli atti della fede, i comandamenti, non si danno senza una relazione autentica, un legame profondo di adesione alla presenza di Gesù. Se non è così, cioè se ci dimentica della prima parte: “Come io ho amato voi”, l’ago della bussola appunto, il comandamento nuovo datoci da Gesù in fedeltà ai comandamenti della Torah “Amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34) diventa una legge morale che richiede uno sforzo volontaristico votato al fallimento. Se ci si dimentica della priorità della relazione con Gesù c’è un pericolo spirituale, quello di sentirsi giudicati da un Dio che chiede l’impossibile.
I sentimenti di scoraggiamento, di impotenza che producono poi il senso di colpa possono trascinare addirittura al rigetto della fede stessa. E quest’amore non è fatto soltanto di un’emozione sentimentale che può essere passeggera, quanto piuttosto di un legame di tutto “cuore, anima e forze” alla persona del Figlio per conoscere il Padre.
Gesù ci ama e il suo amore è vero perché non è centrato su di sé (non sarebbe un amore liberante ma un attaccamento). Egli vuole il bene per noi e sa che il bene lo si riceve dal Padre, come lui lo sperimenta. “Uno solo è buono, Dio” aveva detto allo scriba che lo chiamava “maestro buono”. Tanto nel v. 15come nel v. 21 egli ci orienta verso il Padre: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito”, ev. 21 “Chi ama me sarà amato dal Padre mio”. E orienta il nostro cuore a ricevere l’energia dello Spirito che lo lega al Padre, questo amore divino dal quale ha ricevuto il senso e la forza di compiere il comandamento del Padre: “Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi, li amò fino alla fine”. Amore compiuto.
La vita di Gesù ha testimoniato, prima di tutto, della relazione con il Padre, chiamato intimamente “Abba”, tramite l’accoglienza dello Spirito di amore del Padre. Solo con questa forza interiore ha potuto adempiere i comandamenti fino all’assoluto dell’amore sulla croce. Ha amato noi più della propria vita.
(sr Sylvie di Bose)
Raccontare ai giovani le sfide dell’intelligenza artificiale (e umana). Michilli sulla RomeCup
Al centro della sedicesima edizione della manifestazione RomeCup, le sfide per lo sviluppo sostenibile tra intelligenza artificiale e intelligenza umana e le implicazioni etiche dell’interazione uomo-macchina. Mirta Michilli, direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale: “Così valorizziamo le nostre eccellenze e approfondiamo temi fondamentali per il futuro del Paese”
Intelligenza artificiale e intelligenza umana. Il divario tra lo sviluppo della tecnologia e la capacità dell’uomo di utilizzarla, tra rischi e opportunità. Sono stati questi alcuni dei temi al centro della sedicesima edizione della RomeCup, la manifestazione promossa dalla Fondazione Mondo Digitale e dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, aperta ieri dai saluti dei ministri Anna Maria Bernini (Università) e Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy), e dall’intervento di Shawn Crowley, incaricato d’Affari ad interim presso l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia. L’evento si concluderà domattina con le premiazioni dei partecipanti ai contest in Campidoglio alla presenza del sindaco capitolino, Roberto Gualtieri.La RomeCup è il multi evento dedicato all’ecosistema dell’innovazione che dal 2007 avvicina i giovani allo studio e alle carriere in ambito Steam e sviluppa competenze e profili professionali molto richiesti, soprattutto nei settori della robotica e dell’intelligenza artificiale.
Il report di Federico di Bisceglie a questo link:
Pi, il nuovo (e sentimentale) chatbot lanciato da Inflection AI
Rispetto agli altri già sul mercato, questo strumento cerca di entrare in empatia con l’utente, rispondendo ai suoi dubbi con delle contro-domande e stimolando il dialogo. Pur ribadendo che non è un umano. Per ora è disponibile nella sua versione demo gratuita
Un nuovo chatbot fa la sua comparsa sul mercato, questa volta a firma di Inflection AI, la start-up dei co-fondatori di DeepMind e LinkedIn, Si chiamerà Pi (acronimo di Personal Intelligence), attualmente è disponibile gratuitamente in versione demo per tutti in lingua inglese – non si sa quando verrà messo a pagamento – ed è stato l’amministratore delegato dell’azienda, Mustafa Suleyman, ad elencare le sue caratteristiche. Iniziando però da quello che gli manca. “Ci sono molte cose che non può fare. Non elabora elenchi o codici, non pianifica viaggi, non scriverà la vostra strategia di marketing o il vostro saggio per la scuola”, ha dichiarato al Financial Times. Piuttosto, “è stato progettato esclusivamente per conversazioni rilassate, di supporto e informative”.
La particolarità di questo chatbot è che, a differenza degli altri, delle volte le sue risposte potrebbero essere delle contro-domande. “Questo è quello che Pi fa davvero bene, aiuta a facilitare la vostra ricerca”, ha aggiunto Suleyman. O meglio, incoraggia al dialogo il suo interlocutore umano, facendolo ragionare. Un’altra sua peculiarità, che non si ritrova nei chatbot concorrenti, è il modo di rispondere. Non asettico e computerizzato come ci si attenderebbe, bensì gentile, in tono colloquiale e rispettoso di chi ha davanti. “È molto equilibrato e imparziale su questioni politiche o argomenti delicati, ma a volte può anche essere divertente, sciocco e creativo”, ha spiegato Suleyman.
Un esempio concreto? ....
L'articolo di Lorenzo Santucci continua a questo link:
_1.jpg)
_2.jpg)


..png.jpeg)





