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Notizie su questo Blog
Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia. I Post con la proposta...
... non vi lasceremo soli ... avevamo detto ...
Questa foto di intitola "Mother" ed è stata scattata a Homs, in Siria, da Hassan Ghaedi. Dopo le bombe, una Mamma torna in quella che era la sua casa per prendere l'auto giocattolo al figlio. Ha vinto il Siena International Photo Awards
Madre migrante morta assiderata per scaldare i suoi figli
Quello che non dicono molti media nel parlare della madre migrante afghana morta assiderata nella neve per scaldare i suoi figli mentre cercava di entrare in Turchia e forse di raggiungere l’Europa usando il corridoio iraniano è che quella madre pesa sulle coscienze di tutti quelli che dicevano che non li avremmo lasciati soli. Quando è arrivata la bufera la donna ha fatto quello che di solito le madri fanno: è morta per salvare i suoi figli, due bimbi di circa 8-9 anni. Morta perché si è tolta i calzini per scaldare le mani della prole ed ha camminato a piedi nudi nella neve in cerca di un riparo. Si è messa al riparo si, ma solo da una vita ingiusta, la donna, perché è spirata con i figli al fianco che ora sono stati ricoverati in condizioni serie ma non gravi dopo il salvataggio ad opera degli abitanti del villaggio iraniano di Belesur, a poca distanza dal confine con il territorio governato da Ankara.
Dopo un anno dall'introduzione del nuovo Messale, cosa è stato recepito? Poco nulla ...
«Da quando è entrato in vigore il nuovo Messale, trovi che sia cambiato qualcosa nelle celebrazioni della tua parrocchia?». Le risposte, disarmanti e preoccupanti, oscillavano da un secco «no», a «è cambiato che ci siamo adattati alle formule», per concludere con «a parte le nuove formule introdotte e a volte la preghiera eucaristica cantata non vedo altri cambiamenti».
È quasi un anno che stiamo celebrando con il nuovo Messale e questo è ciò che il popolo di Dio ha recepito?
Nella Presentazione al Messale si legge: "La riforma liturgica, che ha trovato nell’edizione dei libri liturgici uno dei fulcri portanti della propria realizzazione, non poteva esaurirsi nella semplice consegna alla Chiesa di un nuovo punto di riferimento normativo, ma doveva continuare nel lungo e paziente lavoro di assimilazione pratica del modello celebrativo proposto dal libro liturgico, tra il mutare dei tempi e il processo delle spinte culturali".
Cos’è che non ha funzionato? Sembra che la preoccupazione di Marco Gallo di più di un anno fa si sia avverata: «Il nuovo Messale in lingua italiana si teme che corra il rischio di essere accolto in modo obbediente (le comunità lo adotteranno) e tiepido (non susciterà molte reazioni)».
Perché non ha prodotto gli effetti che ci si sarebbe aspettati?
Questa nuova edizione italiana avrebbe potuto essere la chance per riscoprire cos’è un libro liturgico, che non è un libro da leggere bensì un libro da mettere in opera, che deve diventare esperienza perché prende sul serio le variabili di una vita comunitaria concreta. Questa concretezza passa per le dinamiche legate alla corporeità e in particolare attraverso l’attenzione che si dà ai sensi nella liturgia....
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Questo sono solo alcuni passi estrapolati dall'intervento di Elena Mazzon "Un libro solo da leggere?" che si trova a pag. 36 di un ricco numero della Rivista di Pastorale Liturgica. Alcuni interventi sono specialistici ma, altri, più di carattere pastorale, "fruibili" e molto stimolanti come, per esempio, anche l'apertura del numero di Marco Gallo che parla di "Un cantiere da aprire" ...
L'intero numero della Rivista è scaricabile gratuitamente a questo link:
https://www.queriniana.it/files/MagazinesExtra/3/RPL_SPECIALE_1-2022.pdf?fbclid=IwAR0wxwbhVlQzNpvj6U0hBsoWvRBtl7uWEQW526umFcVHFhqsdUFsVU9CPRo
Chiesa italiana. Le prime prove del metodo sinodale
Il cammino sinodale è una novità assoluta per la Chiesa italiana, che nella sua storia recente si è comunque misurata con altre forme di «convenire ecclesiale», rappresentate dai Convegni ecclesiali decennali (perlopiù collegati ad un 'piano pastorale') e dalla possibilità di attuare dei Sinodi nelle singole Diocesi. Detto questo, occorre notare che la nuova esperienza presenta (almeno nelle intenzioni) varie discontinuità rispetto ai «cammini ecclesiali» del passato.
C'è un tema `sinodale', tra quelli ricavati dal dramma della pandemia, che appare decisamente dirompente. Là dove nella Carta di intenti sinodale si parla dell'urgenza del «recupero dell'aspettoescatologico della fede cristiana nell'aldilà edella speranza oltre la morte». Sembra quasi la ammissione da parte dei vescovi che la Chiesa italiana (certo non il Pontefice) non sia stata all'altezza del suo alto compito in un periodo decisivo della nostra epoca. L'italiano medio (è stato detto) ha vissuto male l'afonia pubblica e spirituale della Chiesa alta nell'emergenza sanitaria. Una Chiesa italiana che è parsa più preoccupata delle chiese chiuse dal potere politico, che capace di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale. Per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario. Di qui il rischio che anche la Chiesa nel suo insieme contribuisca a rendere evanescente la dimensione escatologica del cristianesimo. Ecco un tema sinodale di grande rilievo....
Epifania - Mt 2,1-12
Nel racconto dell’Epifania in Matteo siamo in presenza di un testo ricco di simbologie, di richiami e di prefigurazioni. Tra queste il fatto che i Magi chiedono del “Re dei Giudei”; una simile domanda può essere stata fatta solo da dei pagani: degli israeliti avrebbero detto “Re di Israele”. Matteo desidera così collegare l’infanzia di Gesù alla “causa” del processo e della sua condanna a morte, fatta scrivere anche sul cartiglio posto sopra la croce.
Alla domanda dei Magi, Erode che non è un giudeo ma uno straniero, un idumeo, messo in trono dai romani e chiamato Re della Giudea, non può non allarmarsi e, con lui, “tutta Gerusalemme” intesa come sede dell’establishment politico religioso avverso al Messia. Per rispondere, Erode non si limita a consultare gli scribi su un argomento scritturistico. Convoca una sessione speciale del Sinedrio, “tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo”. Una tale seduta straordinaria è del tutto inverosimile ma, appunto, qui è il processo di Gesù ad essere prefigurato come in filigrana e si concluderà con una condanna a morte. Questa volta dei bambini sotto i due anni.
Un’altra simbologia riguarda la stella. Tutti gli antichi credevano che alla nascita di un uomo se ne accendesse una in cielo; tanto più se questi era un re. Gli stessi israeliti, secondo l’oracolo di un profeta “straniero”, attendevano il Messia come un “astro” che sarebbe sorto da Giacobbe. È la profezia di Baalan in Numeri 24,17 che suona così: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele”. Nella traduzione greca dei 70, lo scettro diventa un uomo, Ma soprattutto sono i Targumim aramaici a darci l’interpretazione messianica più esplicita: “Quando il re potente della casa di Giacobbe regnerà, e quando il Messia, lo scettro potente di Israele sarà unto …” quindi la stella non è un astro nel firmamento del cielo, ma l’atteso Messia.
Il racconto dei Magi e la stella prefigurano dunque la vicenda di un Messia Re dei Giudei che, paradossalmente, sarà creduto dai pagani più che dal suo popolo che lo attendeva e al quale era destinato.
Il brano è costruito per evidenziare che ci sono due coordinate che consentono, anche a noi, di individuare il luogo in cui si trova il Messia e, queste, sono la stella e la Scrittura.
La stella rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. È la Parola inscritta nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose. La stella conduce vicino all’evento messianico, ma non raggiunge da sola il bersaglio: occorre anche l’aiuto, la verifica della Scrittura. Infatti, i Magi non salgono direttamente fino a Betlemme, si fermano a Gerusalemme “perché è da Sion che esce la Torah e da Gerusalemme la Parola del Signore” (Is 2,3). Occorre, in altre parole, la mediazione di Israele, a prescindere dalla sua incredulità. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la Parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del Messia. La stella conduce alla Scrittura, e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. È a quel momento che la stella si ferma, la Parola si fa evento, e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia.
Con questo Matteo desidera avvertirci che non basta “possedere” le Scritture (o essere Chiesa) per avere la capacità di riconoscere il Signore; serve la curiosità che fa porre in ricerca. Una ricerca che non può finire mai.
I Magi sono dei pagani, in ricerca, che sanno riconoscere il Figlio di Dio in quel niente che è un neonato povero, generato durante in viaggio difficoltoso. C’è un altro “pagano” al quale riesce la medesima cosa: riconoscere il Figlio di Dio in un uomo che subisce la morte più infamante; il centurione sotto la croce. Che questa sia una “qualità” richiesta, l’essere non credenti?
C’è un’altra cosa da notare nel racconto evangelico di oggi. Matteo usa solo due volte il verbo “precedere”: la stella che “precede” i Magi, i pubblicani e le prostitute che “precederanno” i capi dei sacerdoti e i gli anziani del popolo nel regno dei cieli (Mt 24,31b). Sono identità che non hanno nulla da rivendicare davanti a Dio: hanno tutto da ricevere. Sono queste le realtà che dovremmo considerare quelle stelle capaci di guidarci nella ricerca e nel saper riconoscere quel Signore presente in mezzo a noi. Sempreché si sia capaci di curiosità e non bloccati dalle presunte sicurezze del “possedere” la verità in tasca, spesso fallace.
(BiGio)
Natale - Epifania
“Padre nostro che sei nei mari...”
Il giorno e le stelle - Epifania e preghiera per l’unità dei cristiani
Scavando in alcuni dei possibili significati connessi al 6 gennaio, vi si scorge quanto sia adeguata la simbologia che lo lega a una stella scorta soltanto perché c’erano le tenebre. Da duemila anni l’autentica speranza dei credenti nel Signore Gesù Cristo rimane sempre quella di una notte che volge al suo termine e di un giorno che si avvicina. A guidarci è ancora una stella.
Si è diventati familiari con una forma di comunicazione esente da spostamenti spaziali. Ognuno, stando nella propria casa o nel proprio ufficio, è nelle condizioni di collegarsi con persone distanti da lui migliaia di chilometri.
Vista sotto questo aspetto, è una situazione opposta a quella narrataci in riferimento ai Magi. La loro vicenda è tutta legata a una distanza nello spazio annullata per mezzo di uno spostamento. Scorta nel cielo una stella lontana, i sapienti orientali si muovono sulla terra verso Occidente. Lo fanno al fine di giungere a compiere gesti «in presenza» e a consegnare doni (oro, incenso e mirra) carichi di senso simbolico solo perché dotati di una dimensione materiale.
In questo 2022, per tutti i cristiani, l’Epifania si prolungherà fino alla seconda metà di gennaio. Non si tratta di una globale rivincita del calendario giuliano. Il motivo è un altro: la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (17-25 gennaio) del prossimo anno sarà dotata di esplicite risonanze epifaniche.
L'intero articolo di Piero Stefani su Il Regno a questo link:
https://ilregno.it/attualita/2021/22/il-giorno-e-le-stelle-piero-stefani
Speciale RaSt Sinodo: 4 segnalazioni
La domanda di un bambino al papa: “Ma che cosa faceva Dio prima di fare il mondo?”. Già, che cosa faceva?
Cosa c’era prima? Dio che splende nelle tenebre: è vita, luce e amore
In principio... Il Vangelo di Giovanni si apre così (Gv 1,1-18). Evocare il principio significa proiettare i colori del mondo su uno sfondo invisibile lontano, lontano, che noi a distanza vediamo nero, come in fondo alla galleria di una metropolitana. Ma quel nero, come un grembo materno, ha originato la luce. Sappiamo che veniamo da un principio, e sappiamo che non galleggiamo nelle cose, in un brodo preesistente e permanente. C’è una scintilla, un inizio, un seme a partire dal quale tutto è stato fatto. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Ma “che cosa faceva Dio prima di fare il mondo?”: è la domanda che un bambino ha posto a papa Francesco. La sua risposta è stata ....
La risposta del Papa e la riflessione di p. Antonio Spadaro a questo link:
https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220102spadaro.pdf
Quello sguardo delle donne capace di creare comunione
«Questo fanno le madri: sanno superare ostacoli e conflitti, sanno infondere pace. Così riescono a trasformare le avversità in opportunità di rinascita e di crescita. Lo fanno perché sanno custodire, sanno tenere insieme i fili della vita»
Davvero appassionata è stata, ieri, nella Giornata mondiale della pace, la parola del Papa sulle donne. A risonanza della sua omelia sarebbe bastato lo sguardo e la voce della splendida soprano sudafricana Pretty Yende, protagonista del Concerto di Capodanno nel giorno in cui a Città del Capo si celebravano i funerali di Desmond Tutu. Il Papa cita e attraversa lo «sguardo inclusivo» di Maria per andare a riflettere sulla capacità che hanno le madri di tessere fili di comunione al posto dei fili di ferro spinato di divisione. Il pensiero va certo alle donne bloccate coi loro bambini tra la Polonia e la Bielorussia o a quelle di Mytilene ghettizzate per mesi e mesi in aree di resistenze e rese. Poco tempo fa, in occasione del suo viaggio in Grecia, il Papa è andato a trovarle e ad abbracciarle e deve essersi accorto, una volta ancora, di quanto sia importante proprio la loro resistenza e quell’inaudita speranza che le infiamma per la vita dei figli. Francesco sembra meravigliato quando dice - a braccio - che: «Le donne sono così», capaci di guardare con il cuore e di tenere insieme «i sogni e la concretezza».
Il 2022 e le istituzioni: due sfide per Stato e Chiesa
L'intera riflessione a questo link:
http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-2022-e-le-istituzioni-due-sfide-per-stato-e-chiesa/
Il tempo e il tempio
«In quel giorno, / in quell’ora – scrive Pablo Neruda – leverò in alto le braccia / e le mie radici usciranno / a cercare altra terra». Tanto più oggi nel mezzo di una pandemia infinita, tentati di mollare la presa del Cielo.
Quel gesto ripetuto tutti i giorni, questa fine d’anno, il tempo che scorre e un brano di Vangelo che racconta della profetessa Anna, proposto dalla Liturgia lo scorso 30 dicembre, mi hanno fatto intuire che vi è un rapporto fra il tempo e il tempio....
L'intera e intensa riflessione/testimonianza di p. Alberto Caccaro del Pime a questo link:
Dallo sgomento allo stupore: tutti figli di Dio
“Perché ci hai fatto questo?” L'accorato richiamo a Gesù da parte di Maria e Giuseppe è quanto mai umanamente comprensibile e giustificabile. Quanta amorevole apprensione traspare da queste poche parole. Vi è condensata tutta la preoccupazione, il timore, la paura di tre giorni di ricerche, dapprima nella carovana che stava tornando a Nazareth; poi a Gerusalemme, nel posto più improbabile, fra i dottori del tempio, a discutere, alla pari con loro... e li interrogava...
Quante volte, noi genitori, ci siamo comportati in questo modo nei confronti dei nostri figli?
Quante volte li abbiamo richiamati perché tenevano un comportamento diverso da quello che noi ritenevamo giusto, scontato, indiscutibile.
Quante volte i nostri figli con i loro discorsi, i loro modo di fare e di porsi ci hanno svelato aspetti della realtà, della vita che non avevamo neppure immaginato. Quante volte ci hanno arricchito la vita con i loro atteggiamenti che a noi sono sembrati strani, diversi, sicuramente inaspettati.
"Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?"Ancora poche parole per una risposta che non concede replica, che lascia ammutoliti... ed infatti Maria e Giuseppe "...non compresero ciò che aveva detto loro."Io vorrei fare un accostamento molto forte...
Quando oltre vent'anni fa mio figlio Francesco, poco più che sedicenne, ci confidò disperato, fra le lacrime, di essere omosessuale, forse mi balenò in testa quella frase: "Figlio, perché ci hai fatto questo?"Già, per noi genitori educati nella Chiesa e nella società in un certo modo, la dichiarata omosessualità di nostro figlio sconvolgeva quello che era il nostro pensiero, quello che era il pensiero comune: un figlio che cresce, che si rende autonomo, che si crea una famiglia, che mette al mondo dei figli ai quali noi, nonni, dedichiamo il tempo della pensione, l'amore e l'affetto che ancora permea i nostri cuori, la saggezza della vecchiaia.
Il figlio omosessuale ti rivoluziona la vita, ti scardina gli schemi che dai per scontati, ti rivela un mondo sconosciuto, che avevi volutamente ignorato perché nessuno te ne ha parlato, perché non se ne doveva parlare.
Ma con quella dichiarazione di omosessualità nostro figlio ci diceva che era nato così, che Dio l'aveva fatto così, che non era una sua scelta, che non era ammalato, viziato, sbagliato, che era sempre lui, Francesco, il bravo ragazzo, educato, sensibile e disponibile, che tutti conoscevano e apprezzavano ...nostro figlio Francesco, carne della nostra carne, a cui sempre abbiamo voluto bene.
E allora cerchi disperatamente delle risposte... ma forse con quella sua sofferta dichiarazione di omosessualità non ha forse voluto dirci che se il Padre lo ha creato così noi dobbiamo accettarlo così, come dono del Padre?
E una prima risposta la troviamo proprio nella prima lettera di San Giovanni apostolo, che abbiamo sentito oggi: "Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente."
Già, perché se siamo creati da Dio siamo tutti Figli di Dio, indipendentemente dalle nostre affettività: "Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri... "
E quando c'è amore in Dio e nel nostro prossimo, nulla dobbiamo temere, anche se siamo omosessuali, anche se siamo genitori di ragazzi omosessuali. Insomma, dallo sgomento allo stupore: tutti figli di Dio!
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Questa è stata la testimonianza di Roberto Stevanato nell’Eucaristia del 26 dicembre 2021 nella comunità della Cita a Marghera
Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 2 gennaio 2022
II Domenica di Natale - Gv 1-18
In ebraico questo termine non ha nulla di astratto, è terribilmente concreto: “Dio disse sia la luce e la luce fu”, la sua parola è azione, fatto e parla per comunicare, per rivelarsi, per entrare in relazione, dare senso per amore.
L’uomo è sospeso al soffio, alla parola di Dio: è questo che gli dà ed orienta la sua vita. Dire che l’uomo è a immagine di Dio, significa qualificarlo immediatamente come un essere in relazione con il Signore e, attraverso di lui, con tutte le altre creature che Dio ha visto come “cose buone”. Dice il salmo che “i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani …”. Se la creazione è Parola di Dio, la sua luce raggiunge tutto e tutti.
“E il Verbo si è fatto carne”
Carne, non uomo, cioè si è impastato anche nel profondo delle nostre imperfezioni, delle nostre debolezze, delle nostre fragilità che ora, oltre a portare i segni della morte, porta anche la pienezza della vita che è il luogo della manifestazione della gloria di Dio.
È nella nostra carne che dobbiamo cercare la sua Gloria, vedere il suo Amore e la sua Croce; anche nelle carni nude, affamate, assetate, malate, prigioniere, pellegrine, migranti, carcerate, morte nel freddo o nel mare, bruciate nelle tendopoli date alle fiamme o che hanno preso fuoco cercando di scaldarsi …
Ha fissato la sua tenda in mezzo a noi
In noi, facendoci diventare la sua tenda in mezzo a tutte le realtà che frequentiamo. La sua tenda, come quella di Abramo, ha quattro aperture verso i quattro punti cardinali, pronta ad accogliere tutti e, noi, accogliamo tutti? Lo rendiamo “samaritano” lungo le strade di questa nostra umanità ferita anche dal Covid-19?
Noi ora siamo la sua “carne” e per questo “tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”
Ne siamo ripieni senza misura. A volte non ce ne rendiamo conto e invece di gesti di amore, di accoglienza, di perdono, di sorrisi, di barlumi di vita nuova, sopravvengono le tenebre che stigmatizzano, condannano, gridano, dividono, cercano di spezzare le canne piegate, spegnere i lucignoli fumiganti. Mentre i primi atteggiamenti gli rendono testimonianza perché tutti giungano a credere in Lui, nei secondi non può essere riconosciuto mentre ha proprio preso casa nel dolore che ci sta accanto e forse noi ignoriamo.
Per fortuna la sua luce splende in queste tenebre ed è un seme di speranza che non sarà mai soffocato, rallegra, crea condivisione e gioia; assume il linguaggio dell’altro, interpreta il grido di sofferenza e ogni gemito che giunge dalla terra come le doglie del parto che apre al nuovo, alla vita.
Il Natale non è un punto di arrivo, è piuttosto un punto di partenza.
(BiGio)
Il logos, il senso della Vita
Il Verbo si fece carne … Fin dall’antichità gli uomini sono stati turbati dal buio che aumentava nelle giornate d’inverno. Si temeva che prima o poi il sole non sarebbe più sorto e che tutta la vita sarebbe stata avvolta dalle tenebre. Pian piano, però, proprio nel cuore dell’inverno, il sole cominciava a vincere la sua battaglia, diradando sempre più l’oscurità della notte.
A volte si ha l’impressione che anche la nostra vita somigli ad un lungo inverno. In questi mesi, dopo la comparsa di varianti del virus e il ripetersi di situazioni di ingiustizia sociale a tutti i livelli, le morti sul lavoro, i femminicidi, anche si può essere presi dallo scoraggiamento. La vita sembra procedere verso un lento un inesorabile declino. Le vicende della storia, il crescere dei muri ai confini dell’Europa, i morti dei migranti in mare, non fanno altro che consolidare l’impressione di scivolare in una notte per l’umanità.
Ma è proprio dentro questa che risuona l’annuncio di una parola che squarcia le tenebre: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. La processione dei bambini che in alcuni paesi viene fatta nella notte di Natale con le lampade accese, è il segno di un futuro di luce.
La Parola si fa carne. La parola è lo strumento privilegiato della comunicazione. Il modo in cui parliamo dice il modo in cui amiamo: le parole possono essere vere o false, ambigue o chiare, distorte o autentiche, proprio come le nostre relazioni. Dio ricomincia proprio dalla Parola.
Se all’inizio della creazione, la Parola donava vita, adesso la Parola si fa vita, prende un volto. La Parola diventa Qualcuno. La relazione diventa personale. Dio non è energia, invenzione o bisogno di protezione idealizzato. Dio ha un volto, scomodo ma affascinante: quello di Gesù di Nazareth.
Ritrovare il senso. Il Prologo di Giovanni inizia con l’espressione in principio. Un’espressione che non indica solo un inizio, ma anche la causa, o meglio il principio che mette ordine, la ragione della vita, il motivo, il perché dell’esistenza.
A volte infatti ci sembra proprio di aver perso questa ragione della vita, questo senso, questo motivo più profondo delle cose. In Cristo ciascuno ha la possibilità di ricominciare, di ritrovare il senso, ovunque si sia oggi nel cammino della vita. Le tenebre ritornano di tanto in tanto. Ma le tenebre non sono mai l’ultima parola.
Ogni Natale, l’inizio di ogni nuovo anno ce lo ricorda puntualmente.
(don Fabio Longoni)