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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

La Chiesa deve imparare ad annunciare il Signore, senza sostituirsi a Lui

Come ogni relazione, anche quella tra mondo e Chiesa, è a rischio di forzature e tradimenti. Vive di equilibri precari, da assestare continuamente, sulla base delle sfide a cui questa strana coppia è chiamata a rispondere.

di Lidia Maggi, pastora battista, teologa, scrittrice, in Messaggero Cappuccino

Non esiste un modo dogmatico, per relazionarsi col mondo: sia l'Antico Israele che la Chiesa hanno dovuto imparare, di situazione in situazione, a leggere il proprio momento storico per discernere come vivere bene. Integrazione, meticciato, distanziazione e persino mimetismo sono alcune delle tante strategie con cui il popolo di Israele, e a seguire la Chiesa, hanno provato a declinare questo rapporto  nei diversi momenti storici.  

Non è stato facile per Israele e la Chiesa capire come rimanere fedeli alla propria singolarità in dialogo con il mondo. In un equilibrio sempre da rinegoziare, entrambi gli eletti  hanno commesso errori e tradimenti. Israele ha faticato a custodire la propria luce quando ha amministrato la terra con le stesse logiche di potere da cui era stato liberato e la Chiesa ha dimenticato la propria vocazione quando ha smesso di essere quella comunità di fratelli e sorelle dove nessuno è chiamato padre (Mt 23,9).  La Chiesa faticherà a riconoscere che alcuni elementi costitutivi della propria realtà, esiliati dalla Chiesa, trovano accoglienza proprio nella società “mondana” come i diritti delle donne, negati dalla società del tempo, ma vissuti fin dagli albori nelle comunità cristiane della prima ora.

Tra fedeltà e tradimenti, cosa può significare oggi essere Chiesa nel mondo e per il mondo? Come riscoprire la chiamata a illuminare il mondo con la luce di Cristo? Per questo nostro presente, la scena iniziale dei racconti evangelici può essere significativa. Tutti i Vangeli aprono la vicenda di Gesù puntando i riflettori sulla figura di Giovanni il battezzatore. È lui la voce che chiede a noi di preparare la via al Signore che viene. E se oggi la vocazione della Chiesa fosse quella di aderire a questo testimone che indica il Messia senza mai sostituirsi a lui? Se il problema di una Chiesa, spaventata per la perdita di consenso e per lo stillicidio di vocazioni, fosse in parte legata alla sovrapposizione tra chi testimonia e annuncia (la Chiesa) e l'annunciato (il Cristo)?


L'intero intervento di Lidia Maggi a questo link:


... non vi lasceremo soli ... avevamo detto ...

Questa foto di intitola "Mother" ed è stata scattata a Homs, in Siria, da Hassan Ghaedi. Dopo le bombe, una Mamma torna in quella che era la sua casa per prendere l'auto giocattolo al figlio. Ha vinto il Siena International Photo Awards 


Madre migrante morta assiderata per scaldare i suoi figli


Quello che non dicono molti media nel parlare della madre migrante afghana morta assiderata nella neve per scaldare i suoi figli mentre cercava di entrare in Turchia e forse di raggiungere l’Europa usando il corridoio iraniano è che quella madre pesa sulle coscienze di tutti quelli che dicevano che non li avremmo lasciati soli. 
Quando è arrivata la bufera la donna ha fatto quello che di solito le madri fanno: è morta per salvare i suoi figli, due bimbi di circa 8-9 anni. Morta perché si è tolta i calzini per scaldare le mani della prole ed ha camminato a piedi nudi nella neve in cerca di un riparo. 
Si è messa al riparo si, ma solo da una vita ingiusta, la donna, perché è spirata con i figli al fianco che ora sono stati ricoverati in condizioni serie ma non gravi dopo il salvataggio ad opera degli abitanti del villaggio iraniano di Belesur, a poca distanza dal confine con il territorio governato da Ankara.



Dopo un anno dall'introduzione del nuovo Messale, cosa è stato recepito? Poco nulla ...

«Da quando è entrato in vigore il nuovo Messale, trovi che sia cambiato qualcosa nelle celebrazioni della tua parrocchia?». Le risposte, disarmanti e preoccupanti, oscillavano da un secco «no», a «è cambiato che ci siamo adattati alle formule», per concludere con «a parte le nuove formule introdotte e a volte la preghiera eucaristica cantata non vedo altri cambiamenti».

È quasi un anno che stiamo celebrando con il nuovo Messale e questo è ciò che il popolo di Dio ha recepito?



Nella Presentazione al Messale si legge: "La riforma liturgica, che ha trovato nell’edizione dei libri liturgici uno dei fulcri portanti della propria realizzazione, non poteva esaurirsi nella semplice consegna alla Chiesa di un nuovo punto di riferimento normativo, ma doveva continuare nel lungo e paziente lavoro di assimilazione pratica del modello celebrativo proposto dal libro liturgico, tra il mutare dei tempi e il processo delle spinte culturali".

Cos’è che non ha funzionato? Sembra che la preoccupazione di Marco Gallo di più di un anno fa si sia avverata: «Il nuovo Messale in lingua italiana si teme che corra il rischio di essere accolto in modo obbediente (le comunità lo adotteranno) e tiepido (non susciterà molte reazioni)».

Perché non ha prodotto gli effetti che ci si sarebbe aspettati? 

Questa nuova edizione italiana avrebbe potuto essere la chance per riscoprire cos’è un libro liturgico, che non è un libro da leggere bensì un libro da mettere in opera, che deve diventare esperienza perché prende sul serio le variabili di una vita comunitaria concreta. Questa concretezza passa per le dinamiche legate alla corporeità e in particolare attraverso l’attenzione che si dà ai sensi nella liturgia....

*************

Questo sono solo alcuni passi estrapolati dall'intervento di Elena Mazzon "Un libro solo da leggere?" che si trova a pag. 36 di un ricco numero della Rivista di Pastorale Liturgica. Alcuni interventi sono specialistici ma, altri, più di carattere pastorale, "fruibili" e molto stimolanti come, per esempio, anche l'apertura del numero di Marco Gallo che parla di "Un cantiere da aprire" ...


L'intero numero della Rivista è scaricabile gratuitamente a questo link:

https://www.queriniana.it/files/MagazinesExtra/3/RPL_SPECIALE_1-2022.pdf?fbclid=IwAR0wxwbhVlQzNpvj6U0hBsoWvRBtl7uWEQW526umFcVHFhqsdUFsVU9CPRo

Chiesa italiana. Le prime prove del metodo sinodale

Il cammino sinodale è una novità assoluta per la Chiesa italiana, che nella sua storia recente si è comunque misurata con altre forme di «convenire ecclesiale», rappresentate dai Convegni ecclesiali decennali (perlopiù collegati ad un 'piano pastorale') e dalla possibilità di attuare dei Sinodi nelle singole Diocesi. Detto questo, occorre notare che la nuova esperienza presenta (almeno nelle intenzioni) varie discontinuità rispetto ai «cammini ecclesiali» del passato.

Franco Garelli in “La voce e il tempo” del 26 dicembre 2021

C'è un tema `sinodale', tra quelli ricavati dal dramma della pandemia, che appare decisamente dirompente. Là dove nella Carta di intenti sinodale si parla dell'urgenza del «recupero dell'aspettoescatologico della fede cristiana nell'aldilà edella speranza oltre la morte». Sembra quasi la ammissione da parte dei vescovi che la Chiesa italiana (certo non il Pontefice) non sia stata all'altezza del suo alto compito in un periodo decisivo della nostra epoca. L'italiano medio (è stato detto) ha vissuto male l'afonia pubblica e spirituale della Chiesa alta nell'emergenza sanitaria. Una Chiesa italiana che è parsa più preoccupata delle chiese chiuse dal potere politico, che capace di riflettere pubblicamente sui drammi che si stavano vivendo, sulle morti in solitudine e senza funerali, sulle bare accatastate, sul senso di eventi che hanno stravolto la vita umana, civile e quella ecclesiale. Per cui la comunicazione pubblica della fede è stata debole o pavida in questo dramma sociale e sanitario. Di qui il rischio che anche la Chiesa nel suo insieme contribuisca a rendere evanescente la dimensione escatologica del cristianesimo. Ecco un tema sinodale di grande rilievo....


L'intero intervento di Franco Garelli a questo link:

https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2022/01/chiesa-italiana.-le-prime-prove-del-metodo-sinodale-f.-garelli-la-voce-e-il-tempo.pdf

Il Foglietto "La Resurrezione" - Epifania 2022

 



Epifania - Mt 2,1-12

La stella, è un "segno dei tempi" ma da sola non basta, serve anche la "Scrittura" per poterla saper leggere e, quindi, riconoscere, in quella, il Signore nella Storia


Nel racconto dell’Epifania in Matteo siamo in presenza di un testo ricco di simbologie, di richiami e di prefigurazioni. Tra queste il fatto che i Magi chiedono del “Re dei Giudei”; una simile domanda può essere stata fatta solo da dei pagani: degli israeliti avrebbero detto “Re di Israele”. Matteo desidera così collegare l’infanzia di Gesù alla “causa” del processo e della sua condanna a morte, fatta scrivere anche sul cartiglio posto sopra la croce.

Alla domanda dei Magi, Erode che non è un giudeo ma uno straniero, un idumeo, messo in trono dai romani e chiamato Re della Giudea, non può non allarmarsi e, con lui, “tutta Gerusalemme” intesa come sede dell’establishment politico religioso avverso al Messia. Per rispondere, Erode non si limita a consultare gli scribi su un argomento scritturistico. Convoca una sessione speciale del Sinedrio, “tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo”. Una tale seduta straordinaria è del tutto inverosimile ma, appunto, qui è il processo di Gesù ad essere prefigurato come in filigrana e si concluderà con una condanna a morte. Questa volta dei bambini sotto i due anni.

 

Un’altra simbologia riguarda la stella. Tutti gli antichi credevano che alla nascita di un uomo se ne accendesse una in cielo; tanto più se questi era un re. Gli stessi israeliti, secondo l’oracolo di un profeta “straniero”, attendevano il Messia come un “astro” che sarebbe sorto da Giacobbe. È la profezia di Baalan in Numeri 24,17 che suona così: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele”. Nella traduzione greca dei 70, lo scettro diventa un uomo, Ma soprattutto sono i Targumim aramaici a darci l’interpretazione messianica più esplicita: “Quando il re potente della casa di Giacobbe regnerà, e quando il Messia, lo scettro potente di Israele sarà unto …” quindi la stella non è un astro nel firmamento del cielo, ma l’atteso Messia.

 

Il racconto dei Magi e la stella prefigurano dunque la vicenda di un Messia Re dei Giudei che, paradossalmente, sarà creduto dai pagani più che dal suo popolo che lo attendeva e al quale era destinato.

Il brano è costruito per evidenziare che ci sono due coordinate che consentono, anche a noi, di individuare il luogo in cui si trova il Messia e, queste, sono la stella e la Scrittura. 

La stella rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. È la Parola inscritta nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose. La stella conduce vicino all’evento messianico, ma non raggiunge da sola il bersaglio: occorre anche l’aiuto, la verifica della Scrittura. Infatti, i Magi non salgono direttamente fino a Betlemme, si fermano a Gerusalemme “perché è da Sion che esce la Torah e da Gerusalemme la Parola del Signore” (Is 2,3). Occorre, in altre parole, la mediazione di Israele, a prescindere dalla sua incredulità. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la Parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del Messia. La stella conduce alla Scrittura, e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. È a quel momento che la stella si ferma, la Parola si fa evento, e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia.

 

Con questo Matteo desidera avvertirci che non basta “possedere” le Scritture (o essere Chiesa) per avere la capacità di riconoscere il Signore; serve la curiosità che fa porre in ricerca. Una ricerca che non può finire mai.

I Magi sono dei pagani, in ricerca, che sanno riconoscere il Figlio di Dio in quel niente che è un neonato povero, generato durante in viaggio difficoltoso. C’è un altro “pagano” al quale riesce la medesima cosa: riconoscere il Figlio di Dio in un uomo che subisce la morte più infamante; il centurione sotto la croce. Che questa sia una “qualità” richiesta, l’essere non credenti?

C’è un’altra cosa da notare nel racconto evangelico di oggi. Matteo usa solo due volte il verbo “precedere”: la stella che “precede” i Magi, i pubblicani e le prostitute che “precederanno” i capi dei sacerdoti e i gli anziani del popolo nel regno dei cieli (Mt 24,31b). Sono identità che non hanno nulla da rivendicare davanti a Dio: hanno tutto da ricevere. Sono queste le realtà che dovremmo considerare quelle stelle capaci di guidarci nella ricerca e nel saper riconoscere quel Signore presente in mezzo a noi. Sempreché si sia capaci di curiosità e non bloccati dalle presunte sicurezze del “possedere” la verità in tasca, spesso fallace. 

 

(BiGio)

Natale - Epifania

 


I Magi sono immagine di tutti gli uomini in ricerca, 
                non chiusi nelle loro case, 
                nei loro palazzi, 
                non appagati dalle loro conoscenze, 
                non degli "arrivati"
                non pigri, rassegnati, delusi ...

Sono immagine di tutti gli uomini alla ricerca di Dio
                anche allora c'erano alternative o distrazioni
                ma hanno messo la ricerca di Dio al primo posto,
                come "la" scelta della loro vita ...

Sono immagine di tutti gli uomini umili
                hanno chiesto aiuto quando ne hanno avuto bisogno
                l'hanno trovato dove è stato possibile, senza perdersi d'animo
                hanno accolto il consiglio ricevuto
                non si sono scandalizzati per quello che hanno trovato:
                        una famiglia come tante e un bambino come tanti
                        ma hanno adorato Dio presente nella povertà umana

Sono immagine di tutti gli uomini generosi
                non hanno donato gli avanzi o gli scarti 
                ma le cose più preziose che avevano

Sono immagine degli uomini "furbi"
                hanno aggirato Erode tornando a casa per un'altra strada

Abbiamo tutti qualcosa da imparare da loro ...

“Padre nostro che sei nei mari...”



Padre nostro che sei nei mari, 
chiunque tu sia, non dimenticare più, tra gli altri i Bambin Gesù che sono affogati e non nati a Natale. 

Noi intanto faremo la nostra parte. 
La faremo con le forze che ci restano e ne abbiamo ancora tante: 
basta solo non piangerli ma arrivare in tempo, non sopportare ma fare. 

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette... 

Contiamo fino a 27, a voce alta, adagio, 
pensando, un morto alla volta, 
almeno impareremo a sentirli in noi non a distanza, 
(soprattutto ora che non possiamo più nemmeno scendere in piazza 
uno accanto all’altro per dimostrare e raccontare). 

Amare i bambini o a mare i bambini? 
Chiunque aveva un dubbio sul d’affarsi si ricreda, 
chiunque pensasse che le Ong non servono e che era finito l’esodo biblico ci ripensi, 
chiunque credesse che non potevamo accoglierne ancora si ravveda. 

Qualsiasi Europa sia o siamo, 
qualsiasi Italia o Grecia sia o siamo, 
soccorriamo, accorriamo, raccogliamo, occorriamo, 
non dubitiamo, non tergiversiamo, non rimandiamo, non dimentichiamo, non accettiamo. 

Altrimenti affonderemo anche noi 
nel mare dell’ineluttabile, 
dell’abitudine, della rassegnazione, 
e da lì nessuno ci potrà mai più aiutare a tornare a galla. 

Allora usciamo dal non possiamo fare più di così, 
dal non possiamo esser dappertutto: 
possiamo, dobbiamo, vogliamo, son tutti verbi che finiscono per amo. 

Padre nostro che sei nei mari, chiunque tu sia, 
non farci più pensare o dire solo, 
ogni volta che c’è una strage: 
“Amen, così sia”.

di Alessandro Bergonzoni
in “la Repubblica” del 31 dicembre 2021

Il giorno e le stelle - Epifania e preghiera per l’unità dei cristiani

 Scavando in alcuni dei possibili significati connessi al 6 gennaio, vi si scorge quanto sia adeguata la simbologia che lo lega a una stella scorta soltanto perché c’erano le tenebre. Da duemila anni l’autentica speranza dei credenti nel Signore Gesù Cristo rimane sempre quella di una notte che volge al suo termine e di un giorno che si avvicina. A guidarci è ancora una stella.



Si è diventati familiari con una forma di comunicazione esente da spostamenti spaziali. Ognuno, stando nella propria casa o nel proprio ufficio, è nelle condizioni di collegarsi con persone distanti da lui migliaia di chilometri.

Vista sotto questo aspetto, è una situazione opposta a quella narrataci in riferimento ai Magi. La loro vicenda è tutta legata a una distanza nello spazio annullata per mezzo di uno spostamento. Scorta nel cielo una stella lontana, i sapienti orientali si muovono sulla terra verso Occidente. Lo fanno al fine di giungere a compiere gesti «in presenza» e a consegnare doni (oro, incenso e mirra) carichi di senso simbolico solo perché dotati di una dimensione materiale.

In questo 2022, per tutti i cristiani, l’Epifania si prolungherà fino alla seconda metà di gennaio. Non si tratta di una globale rivincita del calendario giuliano. Il motivo è un altro: la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (17-25 gennaio) del prossimo anno sarà dotata di esplicite risonanze epifaniche. 


L'intero articolo di Piero Stefani su Il Regno a questo link:

https://ilregno.it/attualita/2021/22/il-giorno-e-le-stelle-piero-stefani

Speciale RaSt Sinodo: 4 segnalazioni

 

Il Sinodo di una Chiesa affaticata
di:  
Per la Chiesa italiana il cammino sinodale voluto fortemente per lei da papa Francesco rappresenta un’opportunità che è anche un punto di non ritorno. Mancare l’appuntamento vorrebbe dire spegnersi nell’inerzia che l’avvince da tempo – e sono molti i modi perché questo possa accadere. Soprattutto per una Chiesa che ha temporeggiato per tutto il pontificato di Francesco, aspettando semplicemente che passasse via. Dei molti spazi che ha aperto per noi sono rimasti quasi tutti vuoti, senza inventiva pastorale e senza convinzione ecclesiale.
L’inerzia sembra essere la caratteristica della Chiesa italiana nell’ultimo decennio. Spaesata nei confronti dei processi di trasformazione che non riguardano solo la società civile, ma anche le forme del credere contemporaneo. Processi che sono in atto da più di mezzo secolo, a dire il vero.

di Jaques Debouverie e Guy Aurenche in https://saintmerry-hors-les-murs.com del 18 dicembre 2021 
I due autori esprimono le loro proposte di metodo alla comunità di Saint-Merry-Hors-les-Murs, per vivere concretamente il percorso sinodale e superare la pratica piramidale della Chiesa e la separazione tra clero e laici.
 
 
intervista a Agnès Desmazières a cura di Céline Hoyeau in La Croix del 31 dicembre 2021 
È molto bello l'invito a far partecipare al dialogo sinodale i "compagni di viaggio", cioè non solo la ristretta cerchia dei praticanti, ma tutti coloro che hanno il desiderio di condividere ciò che si è e con i quali ci si può aprire. È arricchente sentire come persone al di fuori della Chiesa percepiscono il modo di essere della Chiesa, le aspirazioni attuali, le nostre polarizzazioni...
 
 
Evangelizzazione in stile sinodale
di Sergio Ventura in Vino Nuovo del 28 dicembre 2021
Per essere figli della consolazione, prima di dire qualcosa, occorre lasciarsi interrogare, scoprire l'altro», «porci in docile ascolto» e «abbattere tanti preconcetti».

La domanda di un bambino al papa: “Ma che cosa faceva Dio prima di fare il mondo?”. Già, che cosa faceva?

 Cosa c’era prima? Dio che splende nelle tenebre: è vita, luce e amore

p. Antonio Spadaro su Il Fatto Quotidiano del 2 gennaio 

In principio... Il Vangelo di Giovanni si apre così (Gv 1,1-18). Evocare il principio significa proiettare i colori del mondo su uno sfondo invisibile lontano, lontano, che noi a distanza vediamo nero, come in fondo alla galleria di una metropolitana. Ma quel nero, come un grembo materno, ha originato la luce. Sappiamo che veniamo da un principio, e sappiamo che non galleggiamo nelle cose, in un brodo preesistente e permanente. C’è una scintilla, un inizio, un seme a partire dal quale tutto è stato fatto. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Ma “che cosa faceva Dio prima di fare il mondo?”: è la domanda che un bambino ha posto a papa Francesco. La sua risposta è stata ....


La risposta del Papa e la riflessione di p. Antonio Spadaro a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202201/220102spadaro.pdf

Quello sguardo delle donne capace di creare comunione

«Questo fanno le madri: sanno superare ostacoli e conflitti, sanno infondere pace. Così riescono a trasformare le avversità in opportunità di rinascita e di crescita. Lo fanno perché sanno custodire, sanno tenere insieme i fili della vita»

Rosanna Virgili in Avvenire del 2 gennaio

Davvero appassionata è stata, ieri, nella Giornata mondiale della pace, la parola del Papa sulle donne. A risonanza della sua omelia sarebbe bastato lo sguardo e la voce della splendida soprano sudafricana Pretty Yende, protagonista del Concerto di Capodanno nel giorno in cui a Città del Capo si celebravano i funerali di Desmond Tutu. Il Papa cita e attraversa lo «sguardo inclusivo» di Maria per andare a riflettere sulla capacità che hanno le madri di tessere fili di comunione al posto dei fili di ferro spinato di divisione. Il pensiero va certo alle donne bloccate coi loro bambini tra la Polonia e la Bielorussia o a quelle di Mytilene ghettizzate per mesi e mesi in aree di resistenze e rese. Poco tempo fa, in occasione del suo viaggio in Grecia, il Papa è andato a trovarle e ad abbracciarle e deve essersi accorto, una volta ancora, di quanto sia importante proprio la loro resistenza e quell’inaudita speranza che le infiamma per la vita dei figli. Francesco sembra meravigliato quando dice - a braccio - che: «Le donne sono così», capaci di guardare con il cuore e di tenere insieme «i sogni e la concretezza». 



L'intera riflessione a questo link:


Il 2022 e le istituzioni: due sfide per Stato e Chiesa

Nel nuovo anno le istituzioni statali ed ecclesiali saranno chiamate a sfide di grande rilievo. Ciò accadrà, come è naturale, secondo l’intreccio differenziato con cui lo Stato democratico e la Chiesa di Cristo si muovono nella storia, con la sintesi di autorità e di libertà che caratterizza il primo come la seconda. 
Vorrei dire che il “regime del consenso”, con cui gli stati democratici si muovono negli ultimi 200 anni, e la “autorità gerarchica”, che domina invece la esperienza della Chiesa cattolica nello stesso periodo, implicano sfide diverse, ma convergenti nel loro senso complessivo. Proviamo a vedere ....

di Andrea Grillo

(...) Il mondo ecclesiale conosce, in forme diverse, le medesime sfide. La fatica di elaborare un modello di “chiesa sinodale” sembra a volte più preoccupato di evitare le similitudini con le pecche della democrazia che di riflettere seriamente sulle analoghe forme di svuotamento non della libertà senza autorità, ma della autorità senza autorevolezza. Un aspetto rilevante riguarda le relazioni complesse tra “centro” e “periferia”. La rivalutazione del “periferico”, che con il papato di Francesco ha trovato un lessico singolarmente efficace, fatica talvolta a trovare un canone di esercizio coerente. In particolare questo riguarda il modo con cui vengono scelti e nominati i pastori della Chiese particolari. Accanto a molti esempi di nomine coraggiose, profetiche e lungimiranti, permangono talora i segni di un modo di concepire l’episcopato come “coronamento di carriera”, come “approdo di cursus honorum”, come “premio”, o anche come “rimozione” di ufficiali di curia, che vengono “spostati” sulla pastorale “particolare”. Queste scelte sono spesso poco lungimiranti. Soprattutto perché non di rado rimandano alla periferia quello che era stato un problema al centro. Questa è una delle forme peggiori di clericalismo, assicurata dal principio antievengelico e cinico che suona “promoveatur ut amoveatur”. Non è né giusto né dignitoso scaricare su una diocesi i problemi che un soggetto ha creato in un ufficio romano. Chiunque si presti a questi giochetti burocratici si macchia di una forma gravissima di autoreferenzialità clericale ....

L'intera riflessione a questo link:

http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-2022-e-le-istituzioni-due-sfide-per-stato-e-chiesa/

Il tempo e il tempio

«In quel giorno, / in quell’ora – scrive Pablo Neruda – leverò in alto le braccia / e le mie radici usciranno / a cercare altra terra». Tanto più oggi nel mezzo di una pandemia infinita, tentati di mollare la presa del Cielo.


Ho trascorso gli ultimi mesi dell’anno 2021 nel monastero benedettino di Dumenza, in provincia di Varese. Durante le preghiere in cappella, in particolare per la recita del Padre Nostro, i monaci si voltano verso l’altare. In questi mesi, in cappella, mi trovavo spesso dietro fratel Andrea che voltandosi per la recita della preghiera di Gesù, mi dava le spalle. Lo osservavo da dietro. Solitamente, recitando il Padre Nostro, apriamo le braccia e le mani come per ricevere un dono o accogliere un amico. Andrea invece le alzava più in alto, compiendo il gesto tipico di chi si arrende di fronte a qualcuno. Da dietro, quelle braccia alzate e quelle mani spalancate, tese verso l’alto, mi sembravano non solo la sua quotidiana resa al mistero di Dio, ma anche e soprattutto radici tese verso l’alto, alla ricerca di un’altra terra, desiderose di aggrapparsi al Cielo. Pablo Neruda in una sua poesia evoca un gesto molto simile. «In quel giorno, / in quell’ora – scrive il poeta – leverò in alto le braccia / e le mie radici usciranno / a cercare altra terra». Come Andrea le cui braccia e le cui mani, alzate in preghiera, mi apparivano come radici tese nell’atto di attingere a «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13).

Quel gesto ripetuto tutti i giorni, questa fine d’anno, il tempo che scorre e un brano di Vangelo che racconta della profetessa Anna, proposto dalla Liturgia lo scorso 30 dicembre, mi hanno fatto intuire che vi è un rapporto fra il tempo e il tempio.... 


L'intera e intensa riflessione/testimonianza di p. Alberto Caccaro del Pime a questo link: 

https://www.mondoemissione.it/no-adv/il-tempo-e-il-tempio/

Dallo sgomento allo stupore: tutti figli di Dio

 “Perché ci hai fatto questo?” L'accorato richiamo a Gesù da parte di Maria e Giuseppe è quanto mai umanamente comprensibile e giustificabile. Quanta amorevole apprensione traspare da queste poche parole. Vi è condensata tutta la preoccupazione, il timore, la paura di tre giorni di ricerche, dapprima nella carovana che stava tornando a Nazareth; poi a Gerusalemme, nel posto più improbabile, fra i dottori del tempio, a discutere, alla pari con loro... e li interrogava...

  •   Quante volte, noi genitori, ci siamo comportati in questo modo nei confronti dei nostri figli?

  •   Quante volte li abbiamo richiamati perché tenevano un comportamento diverso da quello che noi ritenevamo giusto, scontato, indiscutibile.

  •   Quante volte i nostri figli con i loro discorsi, i loro modo di fare e di porsi ci hanno svelato aspetti della realtà, della vita che non avevamo neppure immaginato. Quante volte ci hanno arricchito la vita con i loro atteggiamenti che a noi sono sembrati strani, diversi, sicuramente inaspettati.

    "Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?"
    Ancora poche parole per una risposta che non concede replica, che lascia ammutoliti... ed infatti Maria e Giuseppe "...non compresero ciò che aveva detto loro."

    Io vorrei fare un accostamento molto forte...

    Quando oltre vent'anni fa mio figlio Francesco, poco più che sedicenne, ci confidò disperato, fra le lacrime, di essere omosessuale, forse mi balenò in testa quella frase: "Figlio, perché ci hai fatto questo?"
    Già, per noi genitori educati nella Chiesa e nella società in un certo modo, la dichiarata omosessualità di nostro figlio sconvolgeva quello che era il nostro pensiero, quello che era il pensiero comune: un figlio che cresce, che si rende autonomo, che si crea una famiglia, che mette al mondo dei figli ai quali noi, nonni, dedichiamo il tempo della pensione, l'amore e l'affetto che ancora permea i nostri cuori, la saggezza della vecchiaia.
          Ed invece no.

  •   Il figlio omosessuale ti rivoluziona la vita, ti scardina gli schemi che dai per scontati, ti rivela un mondo sconosciuto, che avevi volutamente ignorato perché nessuno te ne ha parlato, perché non se ne doveva parlare.

  •   Ma con quella dichiarazione di omosessualità nostro figlio ci diceva che era nato così, che Dio l'aveva fatto così, che non era una sua scelta, che non era ammalato, viziato, sbagliato, che era sempre lui, Francesco, il bravo ragazzo, educato, sensibile e disponibile, che tutti conoscevano e apprezzavano ...nostro figlio Francesco, carne della nostra carne, a cui sempre abbiamo voluto bene.

    E allora cerchi disperatamente delle risposte... ma forse con quella sua sofferta dichiarazione di omosessualità non ha forse voluto dirci che se il Padre lo ha creato così noi dobbiamo accettarlo così, come dono del Padre?

    E una prima risposta la troviamo proprio nella prima lettera di San Giovanni apostolo, che abbiamo sentito oggi: "Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente."

    Già, perché se siamo creati da Dio siamo tutti Figli di Dio, indipendentemente dalle nostre affettività: "Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri... "

    E quando c'è amore in Dio e nel nostro prossimo, nulla dobbiamo temere, anche se siamo omosessuali, anche se siamo genitori di ragazzi omosessuali. Insomma, dallo sgomento allo stupore: tutti figli di Dio!

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    Questa è stata la testimonianza di Roberto Stevanato nell’Eucaristia del 26 dicembre 2021 nella comunità della Cita a Marghera

Il Foglietto "La Resurrezione" di Domenica 2 gennaio 2022

 

Il messaggio del papa lo trovi anche a questo link:


II Domenica di Natale - Gv 1-18

Un seme di speranza che non sarà mai soffocato



“In principio” 
L’Evangelo di Giovanni inizia con la medesima parola della Genesi, il primo libro della Scrittura che, in ebraico, può essere letto “Con il principio”. In questa seconda accezione il “principio” non vuol significare “inizio”, ma il “criterio” con il quale Dio ha creato il mondo e, questo criterio, è la Torah che è la sua Parola, la sua “sapienza”, ha detto il libro del Siracide.“In principio era la Parola”. 

In ebraico questo termine non ha nulla di astratto, è terribilmente concreto: “Dio disse sia la luce e la luce fu”, la sua parola è azione, fatto e parla per comunicare, per rivelarsi, per entrare in relazione, dare senso per amore.

L’uomo è sospeso al soffio, alla parola di Dio: è questo che gli dà ed orienta la sua vita. Dire che l’uomo è a immagine di Dio, significa qualificarlo immediatamente come un essere in relazione con il Signore e, attraverso di lui, con tutte le altre creature che Dio ha visto come “cose buone”. Dice il salmo che “i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani …”. Se la creazione è Parola di Dio, la sua luce raggiunge tutto e tutti.


“E il Verbo si è fatto carne” 

Carne, non uomo, cioè si è impastato anche nel profondo delle nostre imperfezioni, delle nostre debolezze, delle nostre fragilità che ora, oltre a portare i segni della morte, porta anche la pienezza della vita che è il luogo della manifestazione della gloria di Dio.

È nella nostra carne che dobbiamo cercare la sua Gloria, vedere il suo Amore e la sua Croce; anche nelle carni nude, affamate, assetate, malate, prigioniere, pellegrine, migranti, carcerate, morte nel freddo o nel mare, bruciate nelle tendopoli date alle fiamme o che hanno preso fuoco cercando di scaldarsi …


Ha fissato la sua tenda in mezzo a noi

In noi, facendoci diventare la sua tenda in mezzo a tutte le realtà che frequentiamo. La sua tenda, come quella di Abramo, ha quattro aperture verso i quattro punti cardinali, pronta ad accogliere tutti e, noi, accogliamo tutti? Lo rendiamo “samaritano” lungo le strade di questa nostra umanità ferita anche dal Covid-19? 


Noi ora siamo la sua “carne” e per questo “tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” 

Ne siamo ripieni senza misura. A volte non ce ne rendiamo conto e invece di gesti di amore, di accoglienza, di perdono, di sorrisi, di barlumi di vita nuova, sopravvengono le tenebre che stigmatizzano, condannano, gridano, dividono, cercano di spezzare le canne piegate, spegnere i lucignoli fumiganti. Mentre i primi atteggiamenti gli rendono testimonianza perché tutti giungano a credere in Lui, nei secondi non può essere riconosciuto mentre ha proprio preso casa nel dolore che ci sta accanto e forse noi ignoriamo. 

Per fortuna la sua luce splende in queste tenebre ed è un seme di speranza che non sarà mai soffocato, rallegra, crea condivisione e gioia; assume il linguaggio dell’altro, interpreta il grido di sofferenza e ogni gemito che giunge dalla terra come le doglie del parto che apre al nuovo, alla vita. 


Il Natale non è un punto di arrivo, è piuttosto un punto di partenza.

(BiGio)

Il logos, il senso della Vita


Il Verbo si fece carne … Fin dall’antichità gli uomini sono stati turbati dal buio che aumentava nelle giornate d’inverno. Si temeva che prima o poi il sole non sarebbe più sorto e che tutta la vita sarebbe stata avvolta dalle tenebre. Pian piano, però, proprio nel cuore dell’inverno, il sole cominciava a vincere la sua battaglia, diradando sempre più l’oscurità della notte.

A volte si ha l’impressione che anche la nostra vita somigli ad un lungo inverno. In questi mesi, dopo la comparsa di varianti del virus e il ripetersi di situazioni di ingiustizia sociale a tutti i livelli, le morti sul lavoro, i femminicidi, anche si può essere presi dallo scoraggiamento. La vita sembra procedere verso un lento un inesorabile declino. Le vicende della storia, il crescere dei muri ai confini dell’Europa, i morti dei migranti in mare, non fanno altro che consolidare l’impressione di scivolare in una notte per l’umanità.

Ma è proprio dentro questa che risuona l’annuncio di una parola che squarcia le tenebre: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. La processione dei bambini che in alcuni paesi viene fatta nella notte di Natale con le lampade accese, è il segno di un futuro di luce. 


La Parola si fa carne. La parola è lo strumento privilegiato della comunicazione. Il modo in cui parliamo dice il modo in cui amiamo: le parole possono essere vere o false, ambigue o chiare, distorte o autentiche, proprio come le nostre relazioni. Dio ricomincia proprio dalla Parola.

Se all’inizio della creazione, la Parola donava vita, adesso la Parola si fa vita, prende un volto. La Parola diventa Qualcuno. La relazione diventa personale. Dio non è energia, invenzione o bisogno di protezione idealizzato. Dio ha un volto, scomodo ma affascinante: quello di Gesù di Nazareth.


Ritrovare il senso. Il Prologo di Giovanni inizia con l’espressione in principio. Un’espressione che non indica solo un inizio, ma anche la causa, o meglio il principio che mette ordine, la ragione della vita, il motivo, il perché dell’esistenza. 

A volte infatti ci sembra proprio di aver perso questa ragione della vita, questo senso, questo motivo più profondo delle cose. In Cristo ciascuno ha la possibilità di ricominciare, di ritrovare il senso, ovunque si sia oggi nel cammino della vita. Le tenebre ritornano di tanto in tanto. Ma le tenebre non sono mai l’ultima parola. 


Ogni Natale, l’inizio di ogni nuovo anno ce lo ricorda puntualmente.


(don Fabio Longoni)