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Per il momento da Venerdì 30 maggio 2025 questo Blog sarà implementato solo con notizie ecclesiali della Parrocchia.  I Post con la proposta...

Globalizzazione 2.0: hub connettori del futuro

La progressiva frammentazione dell’economia e del commercio globale su allineamenti geopolitici affini favorisce alcuni Paesi come corridoi economici. Chi sono i probabili vincitori di questa nuova fase delle relazioni globali?


La globalizzazione non è finita ma sta cambiando volto. Questo è un dato ormai consolidato. Si moltiplicano le definizioni per descrivere l’attuale fase di riconfigurazione del processo di globalizzazione. Una fase incerta, di cui gli stessi termini decoupling, de-risking, re-shoring, near-shoring, friendshoring, slowglobalization, reglobalization, deglobalization indicano le sfumature di un processo la cui destinazione ultima ancora non è chiara. Ciononostante, la progressiva frammentazione dell’economia e del commercio globale, che si sta riorganizzando lungo linee di allineamento geopolitico e di riduzione dei rischi derivanti da dipendenze verso Paesi non geopoliticamente affini, potrebbe avere un costo considerevole in termini di efficienza economica.

L'articolo di Alessandro Gili continua a questo link:


"Sarete come Dei. L'essere umano costruttore di se stesso". Un dibattito a Trento tra la prof.ssa Carrozza e mons. Renzo Pegoraro,

Mentre la prof.ssa Carrozza ha discusso di come l'IA possa aiutare il settore sanitario, a patto che siano presenti alcuni criteri normativi relativi alla sicurezza e al consenso, mons. Pegoraro si è concentrato sul modo in cui la tecnologia influisce sulla vita umana. 

Egli ritiene che la nostra vita abbia dimensioni biologiche, sociali, spirituali e politiche e che dovremmo basare il nostro approccio alla vita sulla comprensione che essa è un dono, una responsabilità e un mistero. La vita esiste prima di noi ed è un dono che riceviamo; inoltre, è una chiamata alla responsabilità perché richiede il nostro impegno. Nonostante l'importante conoscenza sulla vita umana che possiamo ottenere attraverso la scienza, dovremmo scartare l'aspettativa di poter spiegare tutto; dovremmo invece rispettare il fatto che la vita è infine un mistero che va oltre la nostra analisi. Per contrastare l'inclinazione che abbiamo oggi a quantificare e qualificare la vita, mons. Pegoraro ha affermato che dobbiamo riconoscere che la vita è innanzitutto ...

La sintesi del dibattito continua a questo link:

https://www.academyforlife.va/content/pav/it/notizie/2024/vita-artificiale--un-dibattito-a-trento.html

A questo link invece il video del dibattito:

https://www.youtube.com/watch?v=zZ5nU6V_SCc


La pace comincia da una fessura in cui passa un filo di luce

«Dal luogo in cui abbiamo ragione, i fiori non spunteranno mai in primavera». A 24 anni dalla sua morte, i versi di Yehuda Amichai, uno dei padri della poesia israeliana, continuano a smascherare la falsa ragionevolezza della guerra.

Di quella guerra che ancora una volta dilania il Medio Oriente e delle altre 184 guerre in corso nel pianeta. Non a caso sono nati in Terra Santa, che della logica illogicità dello scontro a oltranza è emblema e profezia. L’ampia fascia di altipiani desertici e colline verdeggianti tra il Giordano e il mare è un concentrato di buone ragioni per far girare all’infinito la macchina del conflitto. 

Ciascuno, essere umano, comunità o popolo, ha una sfilza di torti, abusi, vittime da rinfacciare all’altro. Ciascuno ha una motivazione valida per nutrire paura e sfiducia nei confronti del vicino. Ciascuno ha “parole buone” - esistenza, ritorno, resistenza, sicurezza, perfino fede - con cui giustificare la “necessità” di combatterlo. Peggio, di eliminarlo. Parole che governi e nazionali e internazionali, rilanciano, ammantandole di un’aura di ineluttabilità e sano realismo. Ne stiamo sentendo tante in questo tempo di normalizzazione della violenza bellica. La guerra come destino inevitabile, non come somma e conseguenza di deliberate scelte politiche, economiche e sociali. L’opzione unica che occulta la non volontà di costruirne altre. In un luogo simile – affollato di buone ragioni – non c’è posto per la vita, neanche quella di un fiore, scrive il poeta Amichai. La vita richiede spazio. Spazio in cui si insinui la storia dell’altro. In cui le sue altrettanto granitiche motivazioni aprano crepe nelle proprie....


L'articolo di Lucia Capuzzi continua a questo link:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-pace-comincia-da-una-fessura-in-cui-passa-un-filo-di-luce#:~:text=%C2%ABDal%20luogo%20in%20cui%20abbiamo,non%20spunteranno%20mai%20in%20primavera%C2%BB.



Ezechiele Ramin in Amazzonia: ogni ingiustizia sfida il cristiano

 Lo chiamavano Lele e la sua vita è stata spesa in difesa dei piccoli contadini e dei Guaranì nello Stato brasiliano di Rondonia. La sua difesa dei diritti e della giustizia gli è costata un agguato dei killer dei latifondisti


Ezechiele Ramin (Padova 9 febbraio 1953- Cacoal 1985) è stato un missionario comboniano assassinato in Brasile dai latifondisti per il suo impegno in difesa dei campesinos e degli indigeni Surui nello Stato brasiliano della Rondonia. Per questo è ricordato come un martire dell’Amazzonia, ma il suo cammino di fede comincia da giovane, in oratorio e nell’associazione Mani Tese. Nel 1980 diventa comboniano e la sua prima missione è accanto ai terremotati in Irpinia, tra le macerie e i morti in un inverno gelido. Arriva in Brasile all’inizio del 1984, quando la lunga dittatura, iniziata nel 1964, sta per finire, e da qualche tempo è iniziato il grande esodo di contadini senza terra verso lo Stato di Rondonia. Lele fa base a Cacoal e opera in un contesto di famiglie migranti dove la gente muore assassinata per un pezzo di terra strappata alla foresta....

L'articolo di Miela Fagioli D'Attilia continua a questo link:

https://www.agensir.it/mondo/2024/03/27/ezechiele-ramin-in-amazzonia-ogni-ingiustizia-sfida-il-cristiano/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2


 

Il Foglietto "La Resurrezione" della II Domenica do Pasqua

 



II Domenica di Pasqua: Gv 20,19-31

Privati di quanto avevano vissuto assieme, incapaci di guardare avanti, totalmente smarriti. È in questa situazione che il Risorto si fa presente e "stette" non in testa, ma "in mezzo a loro" a fare il dono della pace (non come assenza di guerra e di odio) ma come compito di cacciare via ("rimettere") il mondo vecchio ("il peccato") tenendo fisso lo sguardo sulle sue mani che hanno sparso solo l'amore del Padre



Dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura chiusa da un grande masso, l’Evangelista ci dice che anche la sua comunità, nonostante l’annuncio della sua risurrezione, continuava a rimanere “chiusa” tra paura e incredulità quasi come se fosse anche lei seppellita. Erano rimasti sorpresi e sgomenti nonostante quanto Gesù aveva più volte detto loro e la coscienza che gli eventi stavano portando alla morte del loro Maestro; ora si trovavano privati di quanto avevano vissuto assieme e incapaci di guardare avanti senza più la guida che li aveva radunati. 

È quindi comprensibile il loro atteggiamento di autodifesa, ripiegati su se stessi, coscienti che si erano dispersi per salvare se stessi invece di rimanere accanto a Gesù. Si erano trovati anche colpiti dall’inaspettato tradimento di Giuda e dal rinnegamento di Pietro. Aggrava la situazione la sfiducia nei confronti di Maria di Magdala, di Pietro e di Giovanni che avevano raccontato la loro esperienza nel trovare vuoto il sepolcro. Senza contare che Tommaso aveva preso una strada diversa cercando qualche soluzione personale. Sono vicende di disorientamento nelle quali con facilità si ritrovano anche le nostre Comunità nella Chiesa di oggi, ripiegate su se stesse senza la capacità di guardare oltre la propria piccola realtà.

 

Nel cuore di questo smarrimento il Risorto si fa presente e “stette in mezzo a loro”. Non è più qualcuno al quale mettersi alla sequela, bensì qualcuno con il quale riprendere un cammino assieme. Percepire questa presenza in una nuova forma capace di dare continuità, è la prima scoperta dalla quale scaturiscono molte le altre. 

Innanzitutto il dono della pace, non come assenza di guerre e di odio, soprattutto non una promessa ma una affermazione che è l’invito a prendere coscienza della nuova creazione riconciliata: è quel Regno del Padre annunciato come possibile il cui svelamento ed annuncio, ora più che mai, passa nelle loro, nelle nostre mani. 

Sono poi significative le modalità attraverso le quali riconoscono il Signore: non dal volto come ci si sarebbe potuto attendere, ma dalle mani bucate e dal costato ferito, cioè dai segni del suo grande amore che l’ha portato a morire e a morire crocefisso, trasformando uno strumento di morte nella ricongiunzione piena di tutto il creato con il Padre.  Ora sta a noi saperla leggere e comprendere, prendendo coscienza della presenza di un Amore che sta in mezzo a noi ed è per sempre, ci protegge, ci avvolge, ci segue e ci accompagna.

Altra conseguenza è il dono dello Spirito Santo, quello stesso che gli ha permesso di rimanere nella fedeltà al disegno di amore del Padre e che a noi dona la capacità e la possibilità di vivere come lui ha vissuto, seminando a mano larga il suo amore tra tutti gli uomini di ogni stirpe, lingua e nazione, come nel creato da custodire e non da possedere.

È questo il suo incarico: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” e lo specifica nel compito di perdonare il peccato. Non è un potere dato a qualcuno ma all’intera comunità dei discepoli come tale. È responsabilità di tutti irradiare quella luce della vita nuova possibile in contrasto con quella che “sbaglia direzione” (è questo il significato di “peccato”) e, quindi “odia la luce” (Gv 3,16-21). Chi l’accoglierà sarà salvo, cioè vivrà e godrà già oggi del Regno di Padre. 

Nel nostro oggi è purtroppo facile individuare le due opposte posizioni: chi si arma per preparare e fomentare la guerra rimane nelle logiche del mondo “vecchio” e chi, all’opposto, si fa operatore di riconciliazione. La Comunità cristiana non è inviata a trasmettere una dottrina, ma ad essere espressione del suo amore e con questo cancellare, portar via, spazzare via il peccato, il mondo vecchio.

 

Quando Tommaso, detto “didimo” cioè “gemello” rientra, la sua reazione nei confronti degli altri è di sfiducia, vuole verificare di persona. Come a volte noi (in questo senso suoi “gemelli”), non sa fare tesoro dell’amore vissuto in passato, non sa ricordare, non riesce a fare “memoria”, cioè a vivere oggi quanto ricevuto, vuole avere delle conferme tangibili con un atteggiamento di “pretesa”. Mentre si sottrae alla testimonianza degli altri, chiede che il Signore si metta a sua disposizione mettendo delle condizioni.

La “lezione” di Gesù è un esempio per tutti: non fa nulla per convincerlo, si mette a disposizione, accondiscende alle sue pretese tanto che Tommaso rinuncia, si lascia vincere dall’amore che riconosce.

L’invito di Gesù a guardare e tenere fisso lo sguardo sulle sue mani e sul suo costato è anche per noi; in questo modo potremo avere sempre davanti agli occhi quello che hanno fatto quelle mani che hanno costruito soltanto amore. Avremo sempre presente così il compito che il Risorto ci ha dato: mostrare a tutto il mondo le sue mani nelle nostre mani.

(BiGio)

Che ne avete fatto di quel “Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi”?

Credete di poterla tenere per voi quella pace che il Risorto vi ha donato? Forse non avete capito che la pace, quella vera, non va d’accordo con porte chiuse, muri levati e fili spinati e che la sua unica arma è la “spada a doppio taglio” del perdono?

C’è chi non può credere, perché non ha ricevuto l’annuncio, non è stato toccato dal messaggio di Gesù. Ma c’è anche chi, più o meno consciamente, non vuole credere, perché sa bene cosa questo comporti. “Andiamo anche noi a morire con lui”(Gv 11,16) – aveva esclamato Tommaso ben prima della Passione, quando il suo maestro aveva deciso di tornare in Giudea per ridare la vita all’amico Lazzaro, pur sapendo che questo gli sarebbe costato la vita. “Io non credo” sentenzia ora l’apostolo, con una coerenza maggiore rispetto a quelli che dopo aver visto il Risorto se ne stanno rintanati al riparo di quelle porte chiuse. “Abbiamo visto il Signore!” – dicono. Sì, ma l’avete anche udito, il Signore? Che ne avete fatto di quel “Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi”? Credete di poterla tenere per voi quella pace che il Risorto vi ha donato? Forse non avete capito che la pace, quella vera, non va d’accordo con porte chiuse, muri levati e fili spinati? Non avete sentito che la sua unica arma è la “spada a doppio taglio” del perdono, quella responsabilità inaudita che avete ricevuto di “sciogliere o legare” i vostri nemici ai loro errori? Quel “come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi” non vi ricorda forse quest’altra parola di Gesù: “come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi” (Gv 15,9)? E l’amore è fatto per diffondersi, non può restare prigioniero della paura! 

Quanti, quanti come Tommaso decidono coerentemente di non credere piuttosto di dirsi credenti facendo finta di niente, beandosi di quell’“abbiamo visto il Signore”, ma impedendo alla fede di convertire la loro esistenza in vita donata.

Se non che, nel faccia a faccia tra credenti incoerenti e non credenti coerenti si insinua quel “non essere incredulo, ma credente”. No, il mettere il dito nelle piaghe trasfigurate non è stato necessario e il fissare lo sguardo su quel volto amato non sarebbe bastato. È per la Parola che Tommaso crede. Perché la fede non può che nascere dall’ascolto (cf. Rm 10,17); è sempre la parola viva ed efficace di Cristo a generarla. È la parola di Gesù che invita l’incredulo a permettersi di credere, che lo autorizza a non farsi bloccare dalla propria coerenza. “Sì, credere significa morire a sé stessi prendendo la croce dietro a me. Eppure chi crede ha la vita nel mio nome. Chi crede si perde, sì, ma per trovarsi”.

E Gesù non dice “non essere più incredulo, ma credente”, perché non si tratta di passare una volta per tutte da uno stato all’altro. La fede non è certezza ma una fune tesa sull’abisso del dubbio. E a guidare i nostri passi da equilibristi è sempre, a ogni nuovo istante, quella parola decisa e confidente: “Non essere incredulo, ma credente”. Permettiti di credere, anche se nell’incertezza, anche se, talvolta, nell’incoerenza.

Quando poi alla paura subentrerà la stanca disillusione di chi ti dice “vado a pescare” (Gv 21,3), di chi ti ripete che il mondo non potrà mai cambiare e la chiesa non vorrà mai cambiare, risuonerà ancora quella voce “non essere incredulo, ma credente”, nel tuo eterno oscillare, nel tuo continuo presente di incredulo credente.

(fr. GianMarco di Bose)


La speranza ci rende altruisti

Avere speranza non è qualcosa di razionale, così come l'amore, l'amicizia, la passione, tutte le cose esistenzialmente importanti della vita. Aristotele definiva la speranza «il sogno di un uomo sveglio». Sorgente della speranza nella vita è l'amore. Questo possiamo essere noi: una mente che sa e un cuore che ama.


È possibile oggi sperare? La situazione è tale che la scritta posta da Dante sulla porta dell’inferno, «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate», verrebbe collocata da molti all’interno dei reparti di ostetricia quale benvenuto ai nuovi arrivati. Siamo così in preda all’ansia che avvertiamo il mondo come una nave alla deriva carica di disperazione destinata presto a sprofondare nei gorghi del nulla. Dominati da questi neri sentimenti, è logico che il nostro cuore si restringa e che noi ci rapportiamo agli altri solo in funzione del nostro interesse, lo sguardo avido, freddo, calcolatore: ritorniamo allo stato di raccoglitori-cacciatori, ma senza nessuna meraviglia originaria. Io credo, però, che il compito del pensiero responsabile sia di opporsi a questa disperazione e per quanto mi riguarda nei reparti di ostetricia quale frase di benvenuto per i nuovi arrivati appenderei quest’altra frase di Dante: «Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto». Occorre tornare a coltivare speranza e ad avere fiducia nella navigazione nella vita. È un atteggiamento razionale? No, non lo è. Come tutte le cose esistenzialmente importanti della vita, anche questa scelta a favore della speranza non è “razionale”. Lo stesso vale per l’amore, l’amicizia, la passione, l’entusiasmo, il desiderio, l’ispirazione: nessuno di questi ambiti vive di sola ragione. Irrazionale, però, non vuol dire necessariamente falso, perché la verità non coincide sempre con ciò che è razionale, così da poter sempre essere afferrata e definita dalla ragione. È piuttosto l’esattezza a coincidere con il razionale, ma la verità è più dell’esattezza: è anche ...

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Amalek, o la guerra santa di Netanyahu

La risposta all’attacco di Hamas ha fatto saltare il cordone di sicurezza che circondava alcune pagine dell’Antico Testamento. La questione della violenza religiosa diventa così ineludibile anche per l’Ebraismo


Il regresso morale che la terza guerra di Gaza ha innescato ha conosciuto una nuova accelerazione domenica scorsa quando il primo ministro israeliano ha paragonato i palestinesi agli Amaleciti, la popolazione che Saul, il primo re d’Israele, riceve l’ordine di sterminare da parte del profeta Samuele (cfr. 1 Sam 15). Subito dopo, Netanyahu si è spinto ancora più indietro nel tempo, stabilendo un nesso esplicito tra gli eroi dell’indipendenza del 1948 e Giosuè figlio di Nun, il successore di Mosè a cui l’omonimo libro biblico attribuisce la conquista della terra promessa, 3000 anni fa. Al confronto, il simbolismo di Hamas, legato alla moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio a Gerusalemme, appare quasi moderno, dato che il santuario islamico fu fondato “solo” 1300 anni fa dal califfo ‘Abd al-Malik e la presunta ascensione al cielo di Muhammad – che è la principale anche se non unica ragione per cui il luogo è sacro ai musulmani – risale ad appena 1400 anni fa.   
È grazie a questa raffinata griglia di analisi che la maggior parte degli studiosi ha sistematicamente sbagliato le previsioni negli ultimi decenni: dalla Turchia ai Fratelli Musulmani egiziani, dai jihadisti siriani a quelli afghani (vi ricordate la fugace apparizione dei “Talebani 2.0”?), per arrivare ad Hamas, è stato tutto un fiorire di “non guardiamo il discorso, guardiamo la prassi”. Salvo poi stupirsi quando questi movimenti hanno messo in atto quello che da decenni andavano predicando....

L'articolo di Martino Diez continua a questo link:


Sicuri che non si tratti di antisemitismo?

La crisi di Gaza e in generale la decennale, tragica, contrapposizione tra Israele e i Paesi Arabi è il frutto di una matassa inestricabile di torti e ragioni (soprattutto i primi, direi) da ambo le parti. Inestricabile anche perché, per quanto ovvio è opportuno ricordarlo, ogni “fronte” è in realtà una galassia di posizioni, di interessi, di visioni del mondo molto diverse.

Non solo: le stesse parti sono di fatto ostaggio di innumerevoli partite più grandi di loro: le contrapposizioni tra i blocchi, le rivalità tra i Paesi arabi (ai quali, del destino dei palestinesi, è da sempre fregato meno che meno), le ambizioni geopolitiche di potenze regionali, gli appoggi strumentali all’una o all’altra parte determinati da motivazioni del tutto estranee al destino di israeliani e palestinesi.

Per quanto sopra, un approccio razionale e “terzo” al problema non può che arrendersi all’impossibilità e, in definitiva, all’inutilità di soppesare e discernere le ragioni degli uni e degli altri e può solo dedicarsi a immaginare una soluzione possibile, con la consapevolezza che questa è difficile, improbabile, certamente non indolore, per nulla scientificamente definibile (perché sia chiaro che anche la formula “due popoli, due stati” è teoricamente perfetta ma la sua applicazione è complicatissima) per le mille implicazioni di qualsiasi scelta.

La riflessione di Lorenzo Colovini continua a questo link:

https://www.luminosigiorni.it/mondo/sicuri-che-non-si-tratti-di-antisemitismo/


Echi dal Sinodo

Se obiettivo del Sinodo è sviluppare le forme di sinodalità a tutti i livelli, il nodo è la struttura gerarchica e clericale. Quali soluzioni si prospettano?

Sì, il nodo da sciogliere per uno sviluppo della sinodalità è questo: comporre la corresponsabilità dei fedeli con l’autorità del pastore. La questione non è superficiale, perché è in gioco il sacramento dell’Ordine, dal quale il vescovo e il parroco ricevono i carismi del loro ministero, fra i quali anche quello della guida della comunità, dotata in alcuni ambiti di una responsabilità esclusiva e quindi di autorità.

È un sacramento, non una designazione burocratica, a fare di un cristiano un diacono o un prete o un vescovo ed è dal sacramento dell’Ordine che egli deriva il carisma di un annunciatore del Vangelo non come ogni altro fedele, ma come garante dell'autenticità della fede, col ruolo di una guida della comunità dotata di autorità e col compito di presiedere la celebrazione dell’Eucarestia. È per fede e con fede che la comunità riconosce il ruolo del suo pastore. L’Ordine ha come sua radice biblica la figura dei dodici apostoli, a cui Gesù ha affidato la testimonianza su di lui e il suo messaggio e, quindi di guida della Chiesa. Dai Vangeli viene l’immagine delle chiavi del Regno, della capacità di legare e sciogliere, cioè di prendere decisioni, quindi una vera e propria autorità nel guidare la comunità: “Chi ascolta voi - diceva Gesù agli Apostoli -ascolta a me”. Ciò non toglie che ci siano materie su cui si devono prendere delle decisioni per la vita della comunità, per le quali non è necessario l’esercizio dell’autorità derivata dal sacramento....

L'articolo di Severino Dianich continua a questo link:

https://www.esodoassociazione.it/site/index.php/i-nostri-temi/futuro-del-cristianesimo/664-echi-dal-sinodo

Chiesa in uscita

La Chiesa è e sarà sempre una «Chiesa in uscita missionaria» perché non possiamo non condividere la gioia e la vita del Vangelo, non possiamo non testimoniare la speranza che c’è in noi. È impegno della Chiesa portare Dio a tutta l’umanità e portare tutta l’umanità a Dio.


Quando parliamo della Chiesa indichiamo i fedeli di tutto il mondo oppure una comunità locale come una parrocchia o un gruppo ecclesiale o ancora l’assemblea liturgica che prega e celebra il Signore. La Chiesa è formata dai battezzati, uomini e donne che si ritrovano per pregare e celebrare i sacramenti, che vivono della Parola di Dio e dell’Eucarestia, che si riconoscono come «famiglia di Dio», «tempio dello Spirito Santo», «tralci» della vera vite che è il Maestro. Il libro dell’Apocalisse definisce la Chiesa come «la Sposa» del Signore. Per il Concilio Vaticano II la Chiesa è il Popolo di Dio e «il Regno di Cristo già presente in mistero» (Lumen Gentium, 3). 

La riflessione di p. Flavio Facchin continua a questo link:

https://www.procuramissioniomi.eu/parole-di-missione-chiesa-in-uscita/

Il Grande gioco nel Sahelistan sulla pelle dei disperati in fuga

Ah! Il Sahelistan... dove tutto sembra dissolversi nella incandescenza immobile del deserto; e il vento che quando si leva sembra avere una follia di vendetta contro le cose; un lampo verde e azzurro, il fiume il Niger nella sua pigra corsa verso il mare, vitalità fremente che fa fronte all'oceano di sabbia giallo fino al delirio... E ancora jihadisti, colonnelli ambiziosi fino alla rivolta, presidenti corrotti, migranti e passeur, mercanti d'armi e cercatori d'oro, mercenari russi intrighi traffici golpe... Le giunte militari qui mettono una tassa sulle chiamate dei telefonini per finanziare la "lotta anticoloniale" e gli aspiranti migranti indigeni, troppo poveri perfino per pagare la traversata del deserto, scappano in piroga verso il Benin.

Ebbene sì: qui abbiamo individuato la nostra nuova Giarabub. La Quarta Sponda da oggi inizia sul fiume Niger tra coccodrilli e parchi tematici della povertà. Con popolazioni civili strette nella morsa di una guerriglia fanatica e di eserciti barbari e senza principi. Gente in uniforme o jallabia che non ha altro al mondo che il suo kalashnikov che una oscena diseguaglianza che uccide chi non ha nemmeno quello. Insomma una strage quotidiana degli innocenti diventati peggio che ostaggi, bersagli. Succedono davvero cose incredibili nelle capitali del Sahel, da sei mesi golpista e antifrancese.

L'avvicendarsi dei colonialismi da queste parti non è scandito dalle visite, irrilevanti, di ministri e presidenti. Quelli vengono a saldare il salario dei satrapucci locali in società di affari, le tangenti qui si chiamano pudicamente contributi per lo sviluppo. Quello che scandisce le successioni alle leve di comando sono i passaggi di testimone tra i "barbouze", tra le barbe finte dei Servizi. Bene. È fatta: cacciati i francesi, insopportabilmente molesti, dal loro "pré carré", con le valigie pronte gli americani, in questa guerra di pezzenti e di scabbiosi ma che puzza di uranio, petrolio e di soldi di trafficanti, adesso tocca a noi. Finale di partita. Liquidazione. Ruolo perfetto per infiocchettare i doppi fondi del piano Mattei. Invece di fare penitenza, di contemplare i frutti dei loro loschi commerci, i Grandi lasciano il posto agli ascari italiani. Vediamo come se la cavano con i jihadisti del califfato d'Africa e con gli spicci liquidatori della Wagner. ...


L'articolo di Domenico Quirico continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202403/240330quirico.pdf


Superare il paradigma del tu perdi e io vinco

Nuovi mondi. Per la prima volta nella sua storia l'umanità è obbligata a uscire dall'età della guerra e dello sfruttamento incondizionato dell'ambiente. Perché l'epoca dei giochi a somma zero è finita


 Una teoria del mondo contemporaneo deve prendere le mosse da una premessa: l’avventura della globalizzazione terrestre e dei cinquecento anni seguiti all’incontro colombiano. È da allora che stiamo partecipando alla nascita di una comunità planetaria. È da allora che si è capovolto il senso plurimillenario del popolamento umano della Terra. Da diasporico è diventato interdipendente. E lo è diventato sotto il segno di una profonda ambivalenza.

Ma, a partire dalla metà del Novecento, questa ambivalente interdipendenza ha assunto un nuovo significato. Che innanzitutto si è manifestato attraverso una possibilità inedita. L’esplosione atomica di Hiroshima, nel 1945, è stata la campana d’allarme di una possibilità fino ad allora inconcepibile: la possibilità dell’auto-annientamento globale dell’umanità. Questa inedita possibilità ha trasformato alla radice la condizione umana.

Questa possibilità di auto-annientamento ha di fatto generato un destino comune per tutti i popoli della Terra, tutti legati dagli stessi problemi di vita e di morte. È nata una comunità di destino planetaria.

La condizione umana, da allora ad oggi, è trasformata da un imprevisto e simultaneo aumento di ...

L'articolo di Mario Ceruti continua a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202403/240331ceruti.pdf

Pizzaballa, “Avere il coraggio di difendere la dignità di ogni vita”

“Vivere la Pasqua oggi, ed essere, qui e oggi, uomini e donne della risurrezione, significa avere il coraggio di difendere la dignità di ogni vita, di non temere la notte che incombe, restando fermi e intimoriti, chiusi nei nostri cenacoli”.


Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme nella Messa di Pasqua celebrata ieri mattina nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. “Nel duello tra notte e giorno, tra morte e vita, noi vogliamo essere coloro che scelgono la vita. Vogliamo, cioè, essere coloro che hanno il coraggio di scommettere sulla pace, di continuare ad avere fiducia nel prossimo, a non temere i tradimenti, essere capaci, senza stancarsi, di ricominciare ogni volta daccapo a costruire relazioni di fraternità, perché mossi non dall’attesa di successo, ma dal desiderio di bene e di vita che il Risorto ha immesso nei nostri cuori”. “Vogliamo tutto questo, perché oggi noi crediamo e annunciamo che Dio Padre si è fatto spazio nella vita di ciascuno di noi, per sempre. La risurrezione – ha dichiarato il patriarca – è l’irruzione della sua vita nella nostra, della forza del suo amore in noi. Per questo non possiamo restare fermi nella notte, per questo siamo corsi anche noi qui, al sepolcro di Cristo, e per questo da qui noi oggi vogliamo uscire e riprendere con slancio il nostro impegno per costruire con fiducia nella Chiesa e con la Chiesa, relazioni di vita e di amore... 

Continua a questo link:




La Guerra Santa di Kirill.

 Francesco ha aperto la settimana santa di questo 2024 non pronunciando l’omelia della Domenica delle Palme. Un silenzio che molti hanno attribuito alla sua salute, io no. Visto che in quel giorno è possibile non pronunciare l’omelia, lui ha scelto di fare così, sollecitandoci a un’esame di coscienza. Il commento di Riccardo Cristiano

“Nel corso dell’Operazione militare speciale, il popolo russo difende con le armi in pugno la propria vita, la libertà, la statualità, l’identità civile, religiosa, nazionale e culturale, nonché il diritto di vivere sulla propria terra entro i confini dello Stato russo unito. Da un punto di vista spirituale e morale, l’operazione militare speciale è una guerra santa, a difesa dell’ unico spazio spirituale della Santa Russia” e a protezione del “mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo”.

Queste parole compaiono nel testo approvato a conclusione del XXV Concilio Mondiale del Popolo Russo svoltosi nella Sala dei Sinodi ecclesiastici della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca sotto la presidenza di Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie. Quale obiettivo ha la Guerra Santa del popolo russo? “Dopo il completamento dell’Operazione militare speciale tutto il territorio dell’Ucraina contemporanea dovrà entrare in una zona di influenza esclusiva della Russia. La possibilità di esistenza su questo territorio di un regime politico ostile alla Russia e al suo popolo, così come di un regime politico governato da un centro esterno ostile alla Russia, deve essere completamente esclusa”, prosegue il testo. ...


L'intera riflessione a questo link:

https://formiche.net/2024/03/la-guerra-santa-di-kirill-il-nostro-sabato-santo-la-riflessione-di-cristiano/#content




Arsenico nell’acqua: in Bangladesh c’è stato il “peggiore avvelenamento di massa” della storia

 Tutto è cominciato con macchie sparse sul petto e sulla schiena delle persone e, per alcuni, anche un annerimento delle dita dei piedi. Medici e ricercatori iniziarono a notare pazienti in Bangladesh che presentavano questo tipo di sintomi già negli anni ’80. E ben presto divenne tutto più chiaro: erano i classici segni di avvelenamento da arsenico

Metà dell’acqua potabile del Bangladesh è inquinata dall’arsenico e il cambiamento climatico sta peggiorando la situazione. Gli esperti sanitari lo hanno definito il “peggiore avvelenamento di massa” di una popolazione nella storia, con – ad oggi –decine di milioni di persone colpite.
Secondo uno studio, circa 43mila persone muoiono ogni anno a causa di malattie legate all’arsenico in Bangladesh e ora la situazione potrebbe essere destinata a peggiorare.
Nuove analisi suggeriscono infatti che gli impatti della crisi climatica causata dall’uomo – a partire dalle inondazioni e dall’innalzamento del livello del mare (l’intensificarsi delle piogge monsoniche attualmente inonda circa un quinto della nazione ogni anno, costringendo le famiglie ad abbandonare le proprie case e si prevede che il livello del mare salirà di mezzo metro entro il 2050, occupando circa l’11% del territorio) stiano cambiando la composizione chimica dell’acqua sotterranea facendo aumentare ulteriormente i livelli di arsenico.
E il problema, come è ovvio, si estende ben oltre il Bangladesh....

L'articolo di Germana Carillo continua a questo link:





Celebrazione della Pasqua di Risurrezione e dei sacramenti dell'Iniziazione cristiana di Rachele

Introduzione alla Liturgia della luce

 

Cristo nostra Pasqua, è stato immolato (cf 1 Cor 5, 7) e, in questa Notte Santa, siamo invitati a vigilare nell’attesa di accogliere la luce del Cristo risorto, a ricordarci che la Chiesa sta sveglia finché non venga il Signore, attenta con gli occhi della fede alla Scrittura, come a lampade accese nella notte. 

 

Siamo invitati a vegliare non solo questa notte, ricordando la morte del Signore Gesù e ad esultare aspettando la sua risurrezione, ma ogni giorno della nostra vita.

 

Nella liturgia della luce sono presenti due simboli: il fuoco e il cero pasquale. Questo fuoco è il trionfo della luce sulle tenebre, del calore sul freddo, della vita sulla morte.

Questo fuoco che arde e dal quale si accenderà il cero pasquale segno del Cristo Risorto è la luce vera che illumina ogni uomo e l’intero creato.  È Lui la luce della vita che impedisce di camminare nelle tenebre.


Introduzione alla Liturgia della Parola

 

Le letture che abbiamo letto nelle cinque domeniche di Quaresima tracciano la storia della salvezza nelle diverse tappe dell’alleanza tra Dio e il suo popolo e le ritroviamo nella veglia di questa notte.

Il percorso che abbiamo seguito dal titolo “dalla schiavitù del male alla libertà di servire” si conclude con lo spezzare l’ultima catena apposta sotto l’altare.

Con questa celebrazione siamo al culmine del tri duo pasquale e dell’intero anno liturgico. E l’evento atteso e preparato per 40 giorni. Siamo invitati a rivivere il lungo dialogo di Dio con l’umanità. La liturgia si svolge come una conversazione, un dialogo, l’assemblea ascolta e risponde con salmo. Le nove letture esprimono la fatica di Dio e nostra per entrare in intimità reciproca, che si conclude con l’annuncio della risurrezione. Dunque ogni lettura sa compiere come un passaggio da un evento all’altro per entrare nell’evento che sta il cuore della fede.



Preghiere dei fedeli

 

Signore Gesù la tua risurrezione vinca il male della guerra, della violenza, della vendetta e diventi principio di nuovo a Fraternità e pace. Preghiamo

 

Signore risorto, la luce della risurrezione risplende nelle nostre famiglie e comunità, rinnovati nella fede, nell’amore, nella carità e nell’accoglienza. Preghiamo

 

Per i governanti e coloro che detengono il potere civile: la luce di Cristo ispirazioni di salute e per la promozione del bene comune e dell’attenzione ai più deboli. Preghiamo

 

Padre, che hai vinto la morte è aperto il passaggio alla vita eterna, guarda l’umanità preoccupata per la sua sorte e dona tutti i tuoi figli di operare per la pace nella giustizia. Preghiamo

 

Oggi Rachele sta ricevendo i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Il suo nome, di origine ebraica è composto da due parti “Rach” che significa pecora e “El” che sono le prime due lettere di Eloim uno dei modi con i quali la Scrittura chiama il Dio creatore e provvidente. Chiediamo al Signore di "provvedere” sempre con amore a Rachele, la sua pecora ma siamo noi le sue mani, perciò chiediamo di assicurarle che trovi sempre nella sua vita persone e comunità accoglienti che l’accolgano, la custodiscano e l’aiutino. Preghiamo 











Il primo gesto di Rachele da battezzata? Tornare nella sera di Pasqua nella piazza del mondo di Trieste per dare conforto alle persone in movimento che percorrono le rotte balcaniche.

Pasqua di Risurrezione - Mc 16,1-8

C’è da rimanere stupiti. Invece siamo così abituati a sentire questa pagina dell’Evangelo di Marco che ci passa davanti lasciandoci indifferenti e, invece, dovremmo rimanere almeno sorpresi da questo racconto che suscita molte domande alle quali cercare una risposta.

 


Due donne erano rimaste attente a vedere dove avevano deposto il corpo di Gesù. Una di queste, Maria di Magdala, con altre due vi si recano “di buon mattino, il primo giorno dopo il Sabato” portando tra le mani dell’unguento pur nella coscienza che non avrebbero potuto usarlo perché non sarebbero riuscite a spostare la pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro: perché ci vanno allora?

Tra l’altro ci vanno poi con l’intenzione di fare una cosa che non era abituale a quei tempi: ungere un cadavere dopo la sepoltura; perché pensano di farlo?

Entrano nel luogo della morte e ne escono fuggendo via spaventate ma anche piene di stupore. È la paura che prevale e finiscono per non dire nulla a nessuno dell’incarico avuto: annunciare che Gesù era risorto e li precedeva in Galilea. Perché?

 

Marco vuole sottolineare e farci prendere coscienza che l’uomo non riesce a far perdurare un corpo oltre la morte; è sforzo inutile cercare di farlo, non è l’imbalsamazione che risolve il problema.

Quelle tre donne di fatto non sanno cosa fare e cercano di trasformare il loro dolore in un atto d’amore portando quello che possono ma, soprattutto loro stesse. È nell’esperienza di tutti quanto sia faticoso e doloroso rielaborare un lutto. Significa dover ricomporre, riportare ad unità la propria vita senza la presenza fisica della persona con la quale si era condiviso una esperienza non importa quanto lunga: non servono lustri interi, pochi mesi possono essere più che sufficienti per trovarsi spiazzati. 

Tre è il numero della perfezione, ma a queste donne manca qualcosa: il loro maestro al quale erano affezionate e legate alla vita di sequela alla quale le aveva chiamate. Chi seguiranno ora? Ecco il loro tentativo di mantenere in vita chi aveva dato loro un senso nuovo nella vita. Sono ripiegate su se stesse, guardano per terra … ma quando alzano lo sguardo vedono che la pietra che separava il luogo della vita (la loro) e quella dei morti è stata spostata: questa separazione dalla resurrezione di Gesù non c’è più.

Entrano cercando un morto e trovano un giovane seduto. Marco qui usa un termine greco per la seconda volta e poi mai più: è lo stesso con il quale era stato identificato quel ragazzo che fuggiva via nudo quando avevano arrestato Gesù lasciando, non il lenzuolo nel quale era avvolto, ma il suo sudario, la sua sindone nelle mai dei soldati romani. Era un annuncio di quanto accade ora. Eccolo qui di nuovo, rivestito di una veste bianca splendete di luce come quella che era stata descritta indossata da Gesù nella trasfigurazione.

Di fronte a questo le tre donne provano quella “paura” che si ha davanti ad una manifestazione del divino che percorre l’intera Scrittura. Non è “paura” di Dio: sanno e sappiamo bene che Dio è Padre, che ci ama, vuole la nostra salvezza, per questo sempre ci perdona. Questa “paura” è piuttosto il rendersi conto di quanto siamo piccoli di fronte a Dio, al suo amore e che il nostro bene sta nell’abbandonarvicisi con umiltà, con rispetto e fiducia. Questo è l’aver “paura” di Dio: lasciarsi avvolgere dalla bontà del Padre che ci ama con quell’atteggiamento - tanto raccomandato da Gesù nel Vangelo - di chi ripone tutte le sue preoccupazioni e le sue attese in Dio e si sente abbracciato e sostenuto dal suo calore e dalla sua protezione, proprio come un bambino in braccio al suo papà.

Le prime parole di questo giovane, come ha fatto l’angelo a Maria nell’Annunciazione, sono l’invito a rendersi conto di questo e, quindi, a non avere “paura” ma di andare dai suoi discepoli e da Pietro, non per raccontare quanto è accaduto loro, ma porgendo l’invito ad andare in Galilea dove Gesù li precede. Ma a fare cosa?

Non solo a “vederlo” bensì a rendersi conto che “li – e ci - precede” quindi a riprendere a seguirlo, ad uscire dall’essere rinchiusi in se stessi preoccupati della propria vita e a rimettersi in strada guardando avanti, ritrovando in quanto vissuto con lui fin dall’inizio, le indicazioni su come vivere per essere alla sua sequela. 

Ma le donne non dissero nulla a nessuno perché avevano paura. Questa volta però non di Dio, ma di quanto avevano vissuto e di non essere credute da una società dove la testimonianza delle donne valeva nulla.

Ma c’è qualcosa di più. È quel silenzio che è la necessità di prendere coscienza dell’esperienza fatta prima di poterla esprimere ed annunciare e che per loro è stata una “sequela”. Sono infatti state coinvolte nell’esperienza fatta da Gesù dalla morte alla vita. È questo che Marco desidera dirci con quel sottolineare che sono entrate ed uscite dal sepolcro: è stato un morire con Cristo per rivivere con lui da con-risorte. Vi è in questo l’indicazione simbolica dell’immersione battesimale che ogni cristiano ha avuto, è l’invito a riprendere il cammino dietro al Signore che precede sempre.


Lieta Pasqua di Risurrezione, lieto cammino!

(BiGio)