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La Festa della Madonna della Salute: "Mama Madona dei veneziani"
La Festa della Madonna della Salute nella riflessione di Marco Ce'
La festa della Madonna della Salute può essere letta in molti modi. Certo essa è il simbolo di una stagione di sofferenza: ma è anche una profezia di un mondo nuovo animato dalle energie della risurrezione. In uno dei salmi delle ascensioni, i pellegrini ebrei così cantavano salendo a Gerusalemme "a te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli … i nostri occhi sono rivolti al Signore, nostro Dio, finché abbia pietà di noi. Pietà di noi, Signore, pietà di noi" (Ps 123).
È il lamento di un popolo di poveri che alza il suo grido di dolore, come gli ebrei nel deserto, da Dio solo aspettando la salvezza. Nello stesso tempo, questa convenire la salute di tanti uomini e donne, e la profezia di un mondo nuovo dove popoli diversi, ricchi e poveri, uomini e donne di religione di razza differenti, si incontrino nel segno dell'accoglienza solidale e della pace.
Se unisco il testo di Isaia evocato nella festa della Salute al Vangelo delle nozze di Cana, io trovo quella profezia che cerco faticosamente, ascoltando la notte nel deserto che stiamo attraversando. Le nozze di Cana sono una festa della vita. Essa però rischia di trasformarsi in un pianto di umiliazioni e di mortificazione, perché è venuto a mancare il vino: è l'immagine di un mondo che ha bisogno di essere salvato perché non può salvarci da solo; il mondo dei peccatori, delle prostitute, di chi cerca la verità e non sa dove stia, dei poveri, di coloro che patiscono ingiustizia e violenza, dei migranti. È il nostro mondo. Una umanità ferita, una massa dannata direbbe Sant'Agostino.
Però in questa massa dannata, in queste nozze che non sono nozze ma orgia di umiliazioni dell'uomo e di lacrime, c'è Gesù. C'è la donna (mistero grande!) Che gli dice: "figlio, non hanno più vino". Così "il lamento simultaneo in danza e la veste di sacco in abito di gioia", perché tutti possiamo cantare senza fine l'inno dei salvati (Ps 30).
A Cana c'è il Gesù della Pasqua: "l'ora" a cui egli fa riferimento è quella Pasquale, "la gloria" che egli manifesta è quella che rifugge dalla croce. A Cana c'è quel Gesù che la gente, lo sappia non lo sappia, vieni a cercare qui alla Salute. Quel Gesù che io vorrei fosse l'unico vero protagonista della nostra festa: "non voglio conoscere altri che lui e lui crocefisso” (1Cor 2,2), perché il mondo ha bisogno di lui. Se la Chiesa non conduce a lui, non mostra lui con umiltà e mitezza, proprio non avrebbe niente da dire che non dicano anche tanti altri.
(Marco Ce’)
XXXIV Domenica PA – Cristo Re dell’Universo – Lc 23,35-43
Sotto la croce lo sguardo di Luca si allarga. Il popolo assiste, in silenzio. Probabilmente sta ripensando che per tutta la vita di Gesù è sempre stato dalla sua parte tranne quando, sobillati dai sacerdoti e dai capi, ha chiesto la sua crocifissione. Questi ultimi invece non smettono di prendersi beffe del Signore. Di fronte a un morente il popolo contempla, i capi sogghignano (letteralmente “strizzano il naso”), i soldati lo scherniscono (letteralmente “se ne prendono gioco”), in più uno dei due crocefissi con lui lo ingiuriava (letteralmente “dire parole blasfeme”). Questi sono i tre sono gli atteggiamenti riportati di chi stava sotto la croce con i quali siamo chiamati a confrontarci non solo nei confronti della croce di Cristo, ma anche nei confronti di tutte le croci e i sofferenti che incontriamo oggi; per esempio i malati, chi è perseguitato, violentato o violentata, privato della libertà, chi fugge da guerre o dalla miseria...
Sono tre atteggiamenti come tre sono state le tentazioni del diavolo a Gesù dopo il battesimo che, questa volta, rimane muto, non risponde, non intende salvarsi da sé stesso ma l’attende dal Padre, non evitando la morte ma attraverso quella morte. La liturgia ortodossa e l’icona della Discesa agli Inferi o Risurrezione lo esprime bene. La liturgia canta: “Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la morte e ai dormienti nei sepolcri ha donato la vita”; nell’icona c’è Gesù che calpesta le porte divelte degli inferi, prende per mano Adamo ed Eva e li trascina fuori con tutta la loro discendenza per farli entrare con lui nel Regno di Dio.
Generalmente non ci si fa caso, ma il “buon ladrone” chiama Gesù con il suo nome e questo nell’Evangelo è assai raro: accade solo altre quattro volte. Facendolo gli riconosce contemporaneamente la sua qualità regale che si manifesterà pienamente in futuro, nei tempi messianici nei quali instaurerà il suo regno.
Gesù non solo accoglie la sua preghiera ma la corregge: non alla fine dei tempi ma “oggi” stesso “sarai con me nel paradiso” parola che ricorre solo tre volte nelle Scritture ebraiche. Particolarmente significativo per noi è quella che ricorre nel Cantico dei Cantici (4,13): “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un paradiso di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di henna e nardo”.
Qui il paradiso non è un giardino chiuso: è una persona, è l’amata. Gesù allora desidera evocare non un luogo, ma ad uno “stato”, quello della gioia che si vive quando si partecipa al banchetto delle nozze dell’Agnello, quello della gioia dell’amata che si unisce al suo sposo: il Messia.
“Oggi sarai con me”: non ci si salva da soli. Gesù avrebbe potuto scendere dalla croce e salvarsi per continuare a vive qualche altro lustro; avrebbe potuto far scendere dalle loro croci anche uno o tutti e due i ladroni
Una realtà nella quale il “buon ladrone” non entrerà solo ma “con me” gli dice Gesù e non alla fine dei tempi ma “oggi” nella speranza che è una certezza data in quell’Amen (“In verità io ti dico”) con il quale è introdotta la promessa che è un dono gratuito; quell’ebreo non aveva fatto nulla per meritarselo, tutt’altro. Ma Dio non guarda chi è buono o cattivo: semplicemente dona il suo amore incondizionato a tutti: la salvezza. Non ci si salva da sé stessi, non ci si salva da soli. Gesù avrebbe potuto scendere dalla croce come quel film, “L’ultima tentazione di Cristo”, del 1989 di Martin Scorsese provocatoriamente prospetta. Ma sarebbe stata una salvezza effimera. Alla fine, dopo qualche lustro, sarebbe morto ma senza aver portato a termine il disegno d’amore del Padre per tutti gli uomini. Gesù, invece, muore sulla croce per portare l’annuncio di salvezza anche nell’unico luogo dove la Scrittura diceva che certamente non c’era: l’appeso a un albero (la croce) perché è una maledizione di Dio, una sua maledizione verso quell’uomo (Dt 21,23).
“Oggi”, questo termine, nell’Evangelo di Luca appare 6 volte in momenti molto significativi; alla nascita di Gesù gli angeli annunciano ai pastori: “Oggi è nato per voi il Salvatore” (2,11); nella sinagoga di Nazaret, dopo aver letto il rotolo di Isaia, Gesù commenta: “Oggi si è compiuta per voi questa profezia” (4,21); dopo che Gesù ha guarito il paralitico calato davanti a lui dal tetto, la folla esclama: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (5,26); quando, alzando lo sguardo vede Zaccheo sull’albero, Gesù gli dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua … Oggi per questa casa è avvenuta la salvezza” (19,5; 9); la sesta volta lo dice al crocefisso al suo fianco; “Oggi sarai con me in paradiso”.
In questo caso di fronte a loro sta la morte che, a questo punto non appare più come un muro contro il quale ci si schianta, bensì come una soglia che introduce in una vita altra (e non in un’altra vita!) nella quale si è in piena comunione con quel Dio creduto qui sulla terra.
Ma lo sbattere contro la parete o il varcare la soglia è un qualcosa alla quale siamo chiamati ogni giorno e sta nell’aderire o meno al Signore della vita in tuBitte le scelte che quotidianamente compiamo. “Oggi” ci è data la possibilità di entrare in quel paradiso che è la persona di Gesù se le facciamo con lui, seguendo il suo esempio, diventando così per i poveri il lieto annuncio, la proclamazione della liberazione ai prigionieri e agli oppressi, la vista ai ciechi… (Lc4,18). È il perseverare in questo atteggiamento che, come si vedeva la scorsa domenica, ci fa abitare sempre più prendendone possesso a poco a poco nella vita della quale Dio, che ne è l’autore, ci dà. È questo quel vivere già da risorti nel nostro oggi, nel nostro quotidiano, attraversando le soglie delle avversità, assieme, non da soli, con lui assieme a tutti coloro che in lui trovano la ragione della propria vita seguendo il suo esempio. (BiGio)
Non un “re”, ma una regalità da riconoscere
I titoli in genere portano a creare distanza: Prof, Dott, Ing, Mons, Ecc, On, … Re: per questo si scrivono con l’iniziale maiuscola.
Ma come è possibile dare un “titolo” che generi “distanza” a Gesù, lui che è invece è venuto al mondo per essere in tutto simile a noi?
Lo diciamo “Re” guardandolo appeso sull’albero della croce ma il Deuteronomio (21,23) ci dice che, chi è messo a morte così, è una maledizione di Dio che contamina tutto il paese. Siamo così abituati a guardare quelle braccia aperte che la cosa non ci fa più scandalo, mentre quella maledizione dovrebbe bruciare dentro di noi e interrogare anche oggi, saggiare la nostra fede.
Per tre volte (e il numero tre significa la pienezza della perfezione) nell’Evangelo di oggi ricorre l’invito fatto a Gesù nella derisione e nell’insulto di “salvare” se stesso scendendo dalla croce. Tre volte è qui tentato, come tre volte lo è stato dopo il Battesimo nel deserto dal diavolo che, quella volta ci racconta sempre Luca (4,13), si era allontanato da lui fino al momento fissato e, come allora, anche qui viene sconfitto. Gesù non salva se stesso, non scende dalla croce. Ma perché non lo fa? Perché sta lì, mentre il popolo lo sta a vedere, crocefisso tra due malfattori, due ladroni, due peccatori? È in mezzo a loro: lo si può confondere come uno di loro così come era accaduto quando era mescolato in fila al Giordano per ricevere un battesimo di conversione dal Battista.
Gesù sta lì perché è venuto per portare la signoria Dio, cioè il suo amore, in tutto il creato, ovunque, anche in quell’unico luogo dove secondo la Scrittura certamente non poteva esserci: nei crocefissi. Anche qui Gesù porta la misericordia di Dio, cioè pone il cuore di Dio, il suo amore tra coloro che si pensava ne fossero stati da Lui stesso privati per sempre. È questo suo amore che lo fa rimanere lì, appeso al legno che ci salva, non le sue piaghe sanguinanti in se stesse.
L’Evangelo di oggi si chiude con una parola che Luca usa una sola volta: “Paradiso”. È un termine persiano che significa “il giardino” e con questo desidera richiamarci il giardino dell’Eden dal quale l’uomo viene cacciato perché peccatore. Gesù fa l’operazione inversa, vi reintroduce l’uomo peccatore includendolo grazie alla misericordia di Dio: l’uomo è più grande del suo peccato per quanto abominevole possa essere stato.
Con questa Domenica si compie (non termina) un altro anno liturgico durante il quale è stato proclamato e noi abbiamo ascoltato, quello che l’Evangelista Luca ha voluto trasmetterci di Gesù e della sua missione, portandoci a riconoscere la sua regalità (non il suo essere “re” come uno dei 12 che regnano oggi in Europa) che oggi siamo chiamati a testimoniare, cioè il suo amore diffuso per sempre su tutta la realtà e a dire il nostro “amen”, il nostro “si, è proprio cosi” e noi “noi siamo tue ossa e tua carne” (1^ lettura). Questo ci è possibile se riusciamo a “stare” davanti al crocefisso non solo guardandolo, ma contemplando quell’amore per noi che lo ha fatto rimanere inchiodato a quell’albero che era una maledizione capace di contaminare tutto e tutti: ora non più.
Pensare la fede: Il concilio e… gli atei
Su questo tema così delicato e profondo, la posizione del Concilio deve essere rivista.
“L’ateismo va annoverato fra le cose più gravi del nostro tempo”. Così si esprime GS 19. E spiega che con la parola “ateismo” si devono intendere più cose, diverse tra loro. Intanto l’ateismo esplicito, cioè il rifiuto dichiarato e consapevole dell’esistenza di Dio; poi l’agnosticismo, cioè l’impossibilità di dire qualcosa di sensato sulla sua esistenza; poi ancora il relativismo della verità, cioè l’impossibilità di ammettere una realtà assoluta e/o di poterla attingere; inoltre la costruzione di idee su Dio non compatibili col vangelo; infine il fatto di non porsi nemmeno più il problema della sua esistenza.Ora, come si può ben vedere, qui il concilio usa la parola ateismo per designare qualsiasi forma di approccio o pensiero religioso che non collimi con quello determinato nei secoli dalla tradizione della Chiesa. Come se l’ateo puro, l’agnostico, lo scettico, lo spiritualista “fai da te” e l’indifferente fossero la stessa cosa, avessero la stessa causa e andassero approcciati nella stessa e unica maniera. Maniera poi descritta al n. 21, che parte dal non poter “fare a meno di rimproverare, come ha fatto nel passato, con fermezza e con dolore, tali perniciose dottrine e azioni”, senza individuare atteggiamenti specifici diversificati per ognuna di queste “posizioni” religiose.Da allora ad oggi sono state fatte molte ricerche statistiche e sociologiche su questo fenomeno (in particolare quelle del Pew Research Center, del Gallup inc., di Eurobarometro, ed in italia di Eurispes e Ispos) e tutte hanno evidenziato come, all’interno di questo grande calderone che il concilio chiama “ateismo”, ci siano stati notevoli cambiamenti.
L'intera riflessione di Gilberto Borghi a questo link:
https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/il-concilio-e-gli-atei/
Così l’Italia può aiutare la fragile pace nel Tigrè. Il punto di Trenta
L’accordo firmato il 2 novembre è fragile, ma se le parti si impegnano, si può arrivare a una pace duratura e l’Italia deve adoperarsi per questo. Il punto di Elisabetta Trenta, esperta di difesa e sicurezza e già ministro della Difesa
In questi tempi di guerra la novità che almeno su uno scenario si apra una finestra alla pace andrebbe presa in grande considerazione, ma l’accordo di cessate il fuoco fra governo etiope e milizie tigrine siglato a Pretoria è importante per molte più ragioni.
Torno col ricordo a quando volai a Addis Abeba come ministro della Difesa a firmare l’accordo di collaborazione col governo etiope, si usciva allora dall’incubo di un’altra e più lunga guerra, quella fra Etiopia e Eritrea. Ricordo l’inizio di questa, di guerra, i contatti con i rappresentanti in Italia del Tigrè per rassicurarli sulle clausole dell’accordo con l’Etiopia che avrebbero bloccato ogni eventualità di supporto italiano ai loro danni, e poi le sollecitazioni al ministro Lorenzo Guerini affinché si tenesse memoria e fede di quelle clausole. Ricordo le sollecitazioni ai rappresentanti tigrini a non perdere la fiducia nella risoluzione diplomatica più che militare della loro vicenda.
Adesso dopo due anni, segnati sul terreno anche da episodi orribili da entrambe le parti, e tentativi di tregua falliti, sembra finalmente che si sia arrivati a un cessate il fuoco consistente; ne appaiono convinti i firmatari e, cioè, i contendenti e i mediatori, i rappresentanti dell’Unione africana e il Segretario dell’Onu.
L'intero articolo di Elisabetta Trenta a questo link:
https://formiche.net/2022/11/italia-etiopia-pace-tigre-trenta/
Il Sinodo prende il largo: "Allarga lo spazio della tua tenda"
Il sinodo della Chiesa universale sulla sinodalità arriva alla sua terza tappa: quella continentale. E cioè la preparazione e la celebrazione delle sette assemblee che forniranno l’instrumentum laboris per il sinodo previsto nel 2023 e nel 2024: Africa, Europa, Medio Oriente, Asia, Oceania, America del Nord e America del Sud. Il documento di lavoro per la tappa continentale (Allarga lo spazio della tua tenda) porta la data del 24 ottobre ed è stato presentato il 27.
Esso conferma la sorpresa già registrata per il documento preparatorio del settembre 2021 (cf. qui): nelle 45 cartelle poche note, nessuna ridondanza nelle citazioni del magistero, adesione al processo in atto piuttosto che a indirizzi teologici predeterminati. La sua stessa struttura non viene piegata, come di consueto, alla scansione del titolo generale (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione), ma segue la ricerca compiuta dalle Chiese locali e nazionali. Non mancano le sorprese che si possono enunciare prima di dare conto del testo.
Novità qualitative
Anzitutto l’ampiezza del lavoro di cui dà conto. Sono arrivate 112 risposte dalle 114 conferenze episcopali (di solito, non più di 60), tutte le 15 Chiese orientali cattoliche, 17 dicasteri vaticani (su 24), le Unioni dei superiori e superiore, un migliaio di contributi di singoli e gruppi, quasi 20 milioni di persone raggiunte dal progetto social “la Chiesa ti ascolta”.
L’allargamento del coinvolgimento era già evidente nel sinodo sulla famiglia e ancora più in quello sui giovani. Ora si è ulteriormente sviluppato. Un dato quantitativo che si salda con una novità qualitativa, quella della “restituzione”: si ascolta il popolo di Dio e il risultato è riportato ad esso in un circuito che rende evidente, da un lato, la profezia in atto nelle comunità cristiane e, dall’altro, il compito del discernimento che è proprio dei pastori.
Dalle diocesi si passa alle conferenze episcopali, ma il testo per le assemblee continentali torna alla verifica anche delle diocesi. «Se infatti possiamo riconoscere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa ascoltando il popolo di Dio, a quel popolo che vive nelle Chiese dobbiamo restituire il documento» (card. Mario Grech in conferenza stampa).
Un circuito legato non tanto all’originalità organizzativa, quanto all’affidamento della forza dello Spirito che accompagna il cammino di ogni Chiesa. Non è un documento conclusivo, né magisteriale, ma «il racconto dell’esperienza di ascolto della voce dello Spirito da parte del popolo di Dio, consentendo di fare emergere il suo sensus fidei» (n. 8).
«Siamo di fronte a un dialogo ecclesiale senza precedenti nella storia della Chiesa, non solo per la quantità di risposte pervenute o di persone coinvolte, ma anche per la qualità della partecipazione» (card. Jaean-Claude Hollerich, 26 agosto). Si tratta di «un processo innovativo, per non dire pionieristico: è una consultazione in dialogo che non è mai stata fatta» (p. Giacomo Costa, 26 agosto).
L'articolo di Lorenzo Prezzi che riassume e presenta il documento prosegue a questo link:
La novità di Francesco per la Chiesa
Mai c’era stato nella storia della Chiesa un ascolto del popolo di Dio così come l’ha voluto il Papa.
Questa è l’occasione per fare alcune precisazioni in quanto a mio giudizio regna molta ignoranza e confusione sulla parola “sinodo”, e non solo da parte dei cristiani quotidiani.
Abbiamo finora seguito puntualmente con diversi contributi lo svolgersi del cammino sinodale voluto da Papa Francesco e recepito dalla chiesa universale. Iniziato un anno fa, il 9 ottobre 2021, come anno di ascolto ha sostato sui temi della comunione accogliendo intuizioni diverse, interrogativi provocatori e urgenze sentite in modo condiviso dal popolo di Dio. Con un certo comprensibile ritardo da parte delle diverse chiese nazionali sono giunti a Roma i risultati di questo dibattito-dialogo, che ha visto la partecipazione dei cristiani battezzati. Attraverso il lavoro della segreteria generale del sinodo sono stati letti, esaminati e valutati a Frascati (21 settembre-2 ottobre) e ne è scaturita una sintesi – non un riassunto – che sarà pubblicata in questi giorni e inviata alle conferenze nazionali dei diversi paesi; in tal modo queste potranno ancora esaminare il documento con sguardo critico, arricchirlo dove è necessario con un dibattito da rinnovarsi con alcuni rappresentanti del popolo di Dio, e quindi consegnarlo al segretario del sinodo in vista della stesura dell’Instrumentum laboris per il sinodo dei vescovi che si celebrerà a ottobre 2023 e anche in una sezione ulteriore prevista da Papa Francesconell’ottobre 2020.
Ero in attesa di questa sintesi che purtroppo non è giunta e quindi ne forniremo una valutazione nel prossimo fascicolo. Questa è dunque l’occasione per fare alcune precisazioni in quanto a mio giudizio regna molta ignoranza e confusione sulla parola “sinodo”, e non solo da parte dei cristiani quotidiani.
Innanzitutto occorre ricordare che il sinodo come istituzione è frutto del concilio Vaticano II. Fu Paolo VI che, proprio in considerazione della collegialità episcopale vissuta in concilio e nell’intento anche di ripensare la forma dell’esercizio del ministero petrino, volle istituire con la costituzione Apostolica sollicitudo il sinodo dei vescovi “richiamandosi all’antichissima disciplina in base alla quale i vescovi di tutto il mondo vivevano la comunione tra loro e con il vescovo di Roma … anche nella convocazione dei concili”. E Paolo VI arrivò ad esprimersi con queste parole: “Di nostra iniziativa e con la nostra autorità apostolica erigiamo e costituiamo in questa alma città un consiglio permanente di vescovi per la chiesa universale … che con nome proprio chiamiamo Sinodo dei Vescovi” (il corsivo è nostro).
In verità questo consiglio “permanente” di vescovi non è mai stato istituito ....
L'intero articolo di Enzo Bianchi a questo link:
https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/11/enzo-bianchi-la-novita-di-francesco-per.html
Una “strana” analogia tra nostalgia per il rito tridentino e discussioni in materia di “nullità matrimoniale”
Non vorrei che le discussioni e le necessarie polemiche intorno al “rito tridentino” fossero solo un diversivo, per concentrare la attenzione su un solo punto critico della vita ecclesiale e distrarre così da aspetti altrettanto urgenti di “riforma” della pratica e della dottrina della Chiesa.
La crisi climatica nell'informazione italiana
Quanto e come viene raccontata dai media italiani la crisi climatica? Che spazio viene dato agli esperti veri e quanto invece ai negazionisti che portano resistenze al cambiamento più che idee? Alcuni dati
Da quasi 10 anni l’Osservatorio di Pavia segue la copertura mediale dei temi ambientali. I Rapporti Ecomedia dal 2015 al 2019 mettevano in evidenza come l’informazione dei Tg nazionali fosse caratterizzata da un’attenzione altalenante e prevalentemente concentrata su questioni emergenziali, come terremoti o alluvioni. Un articolo dedicato all’informazione sulla crisi climatica pubblicato nel 2020, che prendeva spunto dalla petizione di Avaaz.org rivolta alla Rai con la richiesta di «mettere in primo piano l’informazione sulla crisi climatica», attestava un segnale di cambiamento nella direzione di un miglioramento. I principali 7 Tg nazionali di fascia prime time nei mesi di maggio e giugno 2020 dedicavano una media di una notizia ogni tre giorni alla crisi climatica, prevalentemente attraverso servizi di approfondimento e di sensibilizzazione, sottratti ai tradizionali criteri del newsmaking che favoriscono la notiziabilità degli eventi climatici estremi. L’articolo concludeva affermando che «dati e statistiche di due mesi d’informazione non bastano certo a individuare tendenze di lungo periodo».
Giornata mondiale dei poveri: Per calli e campielli con le "Colazioni della domenica" della Parrocchia della Risurrezione della Cita (Marghera)
Chissà se qualcuno dei circa 80.000 turisti che hanno invaso oggi Venezia si è accorto di un piccolo capannello di una trentina di cittadini concentrati ad ascoltare un’abilissima guida che aveva dedicato il tour di oggi, Giornata Mondiale dei poveri, a come Venezia abbia sempre cercato lungo i secoli di rispondere alle povertà di un gran numero di cittadini con l’”assistenza” e l’accompagnamento delle persone disagiate.
In Italia il primo corridoio umanitario per minori migranti soli
Finora sono arrivati in Italia, dai campi per rifugiati in Niger, 9 ragazzi sudanesi in fuga dalla guerra in Darfur. In tutto si prevede di accoglierne 35. Il progetto si intitola "Pagella in tasca" ed è realizzato dall'organizzazione umanitaria Intersos in collaborazione con Unhcr. È stato finanziato dalla Conferenza episcopale italiana con 400.000 euro, tramite la Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Tra gli altri partner, la Fondazione Migrantes della Cei
È il primo corridoio umanitario per minori migranti soli, una esperienza unica in Italia, in Europa e forse nel mondo. Serve a dare la possibilità di studiare e realizzare il loro sogno di vita a bambini e ragazzi fuggiti da conflitti e povertà da soli, senza familiari ad accompagnarli. Il progetto, promosso da Intersos insieme ad Unhcr, Agenzia Onu per i rifugiati, si intitola “Pagella in tasca. Canali di studio per minori rifugiati” ed è realizzato grazie a un protocollo d’intesa con i ministeri degli Affari esteri e della cooperazione italiana, dell’Interno e del Lavoro. L’idea nasce con l’appoggio della diocesi di Torino. È stato finanziato dalla Conferenza episcopale italiana con 400.000 euro, tramite la Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Tra gli altri partner, la Fondazione Migrantes della Cei e il Comune di Torino. Nell’ottobre 2021 è arrivato un primo gruppo di cinque ragazzi, il 12 ottobre 2022 sono sbarcati all’aeroporto di Torino altri quattro. Ora stanno preparando le carte per far partire altri cinque ragazzi. Sono tutti sudanesi, provenienti dai campi per rifugiati in Niger. L’obiettivo è ...
L'intero articolo di Patrizia Caiffa a questo link:
Dal viaggio del Papa ai mondiali del calcio. Dal Bahrein al Qatar. Mons. Hinder racconta la penisola arabica sotto i riflettori del mondo
Dopo il Bahrein, il Qatar. Dalla visita del Papa della scorsa settimana al calcio di inizio dei Mondiali di calcio a Doha, il prossimo 20 novembre. La penisola arabica ancora sugli scudi. Dei due eventi ne parliamo con mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell'Arabia del Nord nel cui territorio insistono Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar
Tanti i temi toccati dal Papa nei suoi interventi che rimandano al documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi con il grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib, momento centrale di quello storico viaggio, del febbraio 2019, il primo di un Pontefice nella penisola arabica…
L'intervista a cura di Daniele Rocchi continua a questo link:
Domenica XXXIII PA – Lc 21,5-19
Siamo giunti all’ultima domenica del cammino di questo anno liturgico, domenica prossima con la Festa di Cristo Re si chiude e si rilancia in avanti meditando l’evento fondante la nostra fede.
Gli ultimi Evangeli ci hanno fatto quasi un riassunto del cammino propostoci dalla liturgia attraverso l’Evangelo di Luca per comprendere la figura di Gesù, le esigenze poste dalla sua sequela, la misericordia della quale siamo ricoperti dal Padre e che siamo chiamati a “sperperare”. La domenica scorsa la nostra attenzione è stata richiamata su che cosa significa essere “risorti” e Gesù ha usato i verbi al tempo presente per farci comprendere che chi è in relazione con lui, vive già da risorto. La risurrezione non è un qualcosa che sarà solo dopo il nostro morte, siamo chiamati a viverla già da ora, nel nostro oggi, perché lui è la vita eterna e, in questa, siamo chiamati a vivere.
Il testo della pericope di oggi sembra proporci una sintesi delle cronache del nostro presente (v.9): guerre e distruzioni (in Ucraina e molti altri paesi del mondo), terremoti (continui più o meno forti, più o meno disastrosi), siccità e carestie (in Africa e si prospettano anche da noi), pestilenze (il Covid), eventi traumatici nella natura (i cambiamenti climatici, le alluvioni e i conseguenti estremi eventi atmosferici), sollevazioni popolari (in Iran, Perù …). Senza contare i fenomeni migratori dei disperati con i morti nel Mediterraneo, gli incidenti sul lavoro con i loro morti e quelli sulle strade, i femminicidi, gli accoltellamenti nella nostra città (a inizio novembre uno ogni due giorni). I numeri sono agghiaccianti; non si riesce o non si dovrebbe rimanere indifferenti perché sono volti, storie, situazioni. Per chi vi è direttamente coinvolto sono motivo di sofferenza, di sconforto, a tutti dovrebbe sollecitare almeno una riflessione: cosa fare? come agire per rispondere e non lasciarsi travolgere dagli eventi?
Gesù fa questo quadro apocalittico che appartiene al nostro presente e tutti i periodi storici ne hanno avuto uno, per dirci che tutto passa, anche degli splendidi tempi che costruiamo a Dio non rimarrà su pietra su pietra.
Per quello che vediamo accadere oggi, con i suoi discepoli anche noi ci interroghiamo su quando sarà la fine, perché il nostro “problema” è il cercare di prevedere quello che ci accadrà. Il passato vissuto, interpretato o subito è alle nostre spalle, è il futuro che ci preoccupa: finirà la guerra? le bollette, l’energia elettrica, il gas e i carburanti torneranno ad avere costi accessibili? i nostri figli e nipoti che futuro avranno? che mondo gli lasceremo?
Se ci facciamo caso è il presente che ci manca, che facciamo fatica a vivere, ma Gesù in questi versetti parla al presente indicativo invitandoci a non lasciarci ingannare dai profeti di sventura (v.8) come li ha chiamati Giovanni XXIII. La settimana scorsa Gesù ha di nuovo affermato che Dio è il Signore dei viventi e, oggi, ci chiede di vivere il presente nel quale siamo chiamati a incontrarlo ed a rapportarci con lui. Dio non parla al nostro passato o al nostro futuro, ma al nostro presente quotidiano: lui è l’eterno presente.
Ecco allora la risposta da dare a quell’insieme di eventi disastrosi, non il rinchiuderci in rifugi più o meno sicuri, più o meno dorati: quante volte nell’Evangelo di Luca ci ha avvisato lungo quest’anno che questo non serve, che non si deve sperare e “aspettar che passi a nottata”. Quello che ci è chiesto è di vivere le situazioni presenti tirandoci su le maniche e fare anche solo quella piccola goccia a noi possibile, perché assieme a tutte le altre diventano significative della Sua presenza, diventano “sacramento” cioè segno efficace dell’amore del Padre per gli uomini: curare, accogliere, vestire, visitare, consolare, operare per la sicurezza dei posti di lavoro, prendersi carico delle cause dei disastri naturali e insistere perché si cambi direzione, educare all’affettività, all’amore, alla pace contro ogni tipo di violenza.
Certo, a causa di questo, del fare come lui ha vissuto e fatto, saremo perseguitati (v. 12) ma, in questo, Gesù ci sollecita a pensare che quando siamo alla sua sequela, e questo è il senso della nostra vita, significa che noi siamo in lui e lui è in noi che ci consola, asciuga le nostre lacrime e ci incoraggia a rialzarsi e a rimetterci in cammino. Questo significa ed è il rendergli testimonianza.
L’importante è l’essere “perseveranti” (v.19) che significa essere e rimanere costanti perché sappiamo in chi abbiamo posto la nostra fiducia e nulla potrà privarci del suo amore (Rm 8,35) sotto il quale siamo. Questo ci permette di vivere il presente “dimenticando ciò che ci sta alle spalle e protesi verso ciò che ci sta difronte” (Fil 3,14-15), certi che ci è vicino, ci sostiene e che per questo “nessun capello del nostro capo andrà perduto” (v.18), tutte le azioni compiute nella e alla sua sequela saranno valorizzate. È questo che salva la nostra vita e ci fa vivere da risorti già da oggi.
Lagrange, un importante biblista domenicano francese, traduce alla lettera “ne prenderete possesso a poco a poco” che fa della perseveranza nelle difficoltà del quotidiano, un abitare sempre più nella vita nella quale Dio, che ce la dà e ne è l’autore, fa di noi quella “lieta notizia”, quell’Evangelo tra e per tutti gli uomini, per l’intero creato.
(BiGio)
Mi vergogno: la mia fede misura "zero-virgola"
La guardo mentre lo accarezza, gli parla, lo bacia. Venezia sta annegando, i mosaici sono rosicchiati dal sale, le gondole vanno sotto-sopra: «Non vi terrorizzate (...) Vi saranno terremoti, carestie, pestilenze: vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo». A Venezia il mare-mosso è un fatto terrificante. Qui, in collina, una mamma accanto al suo bambino, è un segno-grandioso: fosse ancora vivo Buonarroti, riaggiornerebbe la sua Pietà. La prima pietà della storia: una Mamma, sotto la Croce, con suo Figlio tra le braccia. «La gente pensa che io sia matta - è confessione di donna, la supplente di Dio - ma io persevero nella speranza: continuo a credere che Lui potrà rimetterlo in forma, com'è partito quella mattina». Dio, è certa, l'aiuterà. Nel frattempo, lei manco se lo immagina, è lei ad aiutare Dio, a tenergli stretta la mano. Ha detto che, nel frattempo, persevera. La (ri)guardo mentre lo cala dal letto, lo sistema in quella carrozzina-altare, lo tratta come fosse Dio. E' la tenacia, non il talento, a governare la storia. «Verranno giorni nei quali, di quel che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli apostoli sono tutti maschi: iniziano le rivoluzioni. Maria è una (ma)donna: le porta avanti. D'allora, tutto come allora: cominciare una rivoluzione è facile, portarla avanti è molto difficile. Iniziarla è affare dei maschi, concluderla è faccenda delle donne. Che Dio ci aiuti è materia di teologia, aiutare Dio è professione di vera fede. L'unica garanzia per il fallimento è quella di smettere di provarci.
Una mamma è donna-salvavita: «Guardalo: non ti chiedo risposte, nessun uomo potrà rispondere al posto di Dio. Ho solo voglia di raccontarti». Finora mai nessuno mi aveva fatto sentire così a mio agio. Proteggendomi dal rischio delle insulsaggini: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", "Il tempo è vicino". Non andateci dietro». Tradotto per me: "Lascia che ti sorpassino, don Marco. Tu vai-piano, stai tranquillo dietro a questa donna". Che viaggia lenta, col bambino in braccio, con addosso le vesti di chi fa la manutenzione dell'umano. «Qualcuno ha il coraggio di dirmi: "Dio, per il tuo bambino, ha un disegno"». Se glielo dicono tanto per dire, vale il peso di una bestemmia feroce. Se lo dicono per fede, questo figlio è un quadro impressionista: "Bellissimo. Immagino valga un'iradiddìo. Ma che cosa ha disegnato il pittore?" Vale assai, la sua quotazione è proporzionale all'incapacità d'individuare l'oggetto ritratto. Il Papa, oggi, è moda dargli-addosso. Lei, invece, a Pietro si aggrappa, eccome: «Quando dubito, rileggo la sua lettera». Mi concede il lusso della condivisione: «Cari genitori, di fronte alla sofferenza dei piccoli penso sempre che, se potessi fare un miracolo, li guarirei tutti». Alzo gli occhi le parole ritornano: «Io persevero nella speranza». Molti fallimenti nella vita «sono di persone che non si rendono conto di quanto fossero vicine al successo quando hanno rinunciato» (Th. Edison). L'aveva detto: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». Cristo, senza che mi accorgessi, oggi mi ha spedito a ripetizione da una mamma con le mani in pasta. Con me adopera sempre mille precauzioni: ha una paura-matta che io mi stanchi ad aspettarlo.
(don Marco Pozza)
Sbalorditi dall'annuncio, chiamati a non lasciarsi terrorizzare ma a dare testimonianza
Il termine martyrion, “testimonianza”, è accompagnato nel greco dal pronome “per voi”, riferita ai discepoli: ne verrà “per voi” una testimonianza. Nei passi paralleli di Marco e Matteo la testimonianza invece è “per loro”, cioè per i persecutori e gli increduli: “Sarete condotti davanti a re a causa mia in testimonianza per loro” (Mc 13,9; cf. Mt 10,18). In Matteo e Marco la persecuzione è un atto di accusa per gli avversari; in Luca la persecuzione si trasforma in una testimonianza davanti a Dio a favore dei discepoli, in cui è il vangelo stesso a manifestarsi. Proprio per questo non devono “preparare in anticipo la difesa” (v. 14): Gesù stesso, il Risorto glorificato, si farà loro testimone davanti al Padre, e annunciatore, attraverso la loro bocca, della parola del vangelo.
La conclusione della pericope riguarda ancora direttamente i discepoli: “Con la vostra perseveranza acquistate le vostre anime!” (cf. v. 19). Luca aveva utilizzato il sostantivo hypomonè, “perseveranza, costanza”, nella spiegazione della parabola del seminatore (cf. Lc 8,15): la perseveranza si opponeva ai tranelli del diavolo, alle tentazioni e alle preoccupazioni sorte dalla mondanità; qui si contrappone alla prova della persecuzione. Questa fatica del perseverare diventa una moneta preziosa con cui i cristiani possono acquistare la propria vita (in greco psyché, “anima”), entrare nella salvezza preparata da Dio. Certo la salvezza non è alla portata dell’uomo, ma è un dono di Dio: acquistare la propria vita significa allora diventare pienamente consapevoli del dono della vita che Dio fa gratuitamente, ma a sua volta questa consapevolezza richiede il caro prezzo che ci associa alla stessa vita e morte e resurrezione del Signore. Allora lo conosceremo veramente, avendo sperimentato qualcosa del suo essere perseguitato e riprovato dagli uomini.
Non aveva forse detto Gesù stesso: “Chi vuole salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita a causa mia, questi la salverà?” (Lc 9,24-25).
(Fr Adalberto di Bose)
Transizione ecologica. Oltre COP27: il Golfo segna il cammino
I Paesi arabi sembrano oggi molto concentrati sulla crescita sostenibile. In questi giorni Sharm el-Sheik sta ospitando il World Climate Summit - The Investment COP27. L’evento di quest’anno è allineato con le priorità della presidenza della COP27 e si concentra sull’accelerazione dei finanziamenti per il clima, oltre a mostrare le migliori pratiche e soluzioni climatiche innovative. Il World Climate Summit - The Investment COP si focalizza sulla creazione di cosiddetti “ambition loop” attraverso partenariati pubblico-privati e un dialogo approfondito per velocizzare il raggiungimento degli obiettivi climatici globali, adottando e condividendo le migliori pratiche e strategie per un’azione catalitica sul clima. Queste iniziative saranno fondamentali per conseguire i target climatici del 2030 e realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
L’anno prossimo sarà ancora una volta il mondo arabo a ospitare negli Emirati Arabi Uniti l’edizione COP28 a Expo City Dubai, il quartiere ereditato dai sei mesi di esposizione mondiale nel 2020, riaperto al pubblico all’inizio di ottobre.
«Sia l’Expo 2020 che la COP28 condividono obiettivi simili», ha dichiarato lo sceicco Mohammed bin Rashid, vicepresidente e sovrano di Dubai, che ha aggiunto: «Puntare alla sostenibilità e promuovere l’azione internazionale sono passi essenziali per affrontare le sfide globali».
La scelta di Dubai Expo City come sede della COP28 si basa sul lascito e sul messaggio della stessa esposizione mondiale: “Connecting Minds, Creating the Future”. Gli obiettivi chiave dell’Expo 2020 erano infatti la sostenibilità, le opportunità e la mobilità, racchiuse nell’infrastruttura sostenibile dello stesso sito espositivo.
Si prevede che la conferenza chiamerà a raccolta più di 45mila partecipanti al giorno, tra cui capi di Stato, funzionari di governo, leader industriali internazionali, rappresentanti del settore privato, esponenti del mondo accademico, esperti e rappresentanti delle organizzazioni della società civile.
È quindi il momento di puntare su propositi con dei benefici.
«È una falsa dicotomia affermare che bisogna scegliere tra i profitti aziendali e l’impatto sul mondo. I nostri risultati dimostrano che è possibile fare entrambe le cose contemporaneamente», ha dichiarato Enrique Lores, amministratore delegato di HP. La stessa convinzione è stata condivisa con il pubblico in occasione dell’inaugurazione ufficiale dell’Innovation Hub all’Aeroporto di Roma Fiumicino a metà ottobre.
Ecco qualche cifra: .....
L'intero articolo di Patrizia Marin a questo link:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/oltre-cop27-il-golfo-segna-il-cammino-36674


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