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XXXIII Domenica PA - Mc 13,24-32

La fedeltà alla terra è la condizione per credere e attendere la venuta gloriosa del Signore che non è la fine del mondo ma quella di un mondo fatto di idoli, potere, violenza. L’importante è che ci colga vivi, intenti al nostro lavoro, impegnati nella quotidiana fatica della carità, della fede e della speranza.



Il cammino in questo anno liturgico nel quale ci ha accompagnato dall’Evangelo di Marco si conclude oggi con brano della seconda parte di quello che è il suo discorso escatologico. Gesù risponde alle domande che Pietro, Giacomo, Giovanni ed Andrea gli pongono mentre sta guardando il Tempio di Gerusalemme seduto sul monte degli Ulivi che, secondo Zaccaria 14,4, è il luogo della battaglia escatologica. Inoltre il dialogo con questi 4 apostoli rimanda alla loro chiamata (Mc 1,16-20) e alle altre occasioni nelle quali li ha chiamati o si è trovato solo con loro come per la risurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione e la notte nel Getsemani. Quello che avviene non è solo un discorso che riguarda il futuro (sono 27 i verbi con questo tempo) ma, essendoci pure 21 verbi all’imperativo presente, l’attenzione viene portata sui comportamenti da avere nel nostro quotidiano. I richiami a “stare attenti”, “vegliare” e “vigilare”, sono l’invito ad essere trovati con la propria lampada accesa quando verrà lo sposo (Mt 25,1-13). I terribili segni di cui “si sente parlare” che questo Evangelo narra, di fatto raccontano la fatica del vivere la quotidianità della storia di tutti e in tutti i tempi ed è messa in relazione alla testimonianza che si è chiamati a dare.

 

La domanda centrale della pericope di oggi è quale sia il segno che manifesta che il mondo non va verso un eterno progresso, ma verso la sua fine: tutto sarà sconvolto e ridotto al nulla, dalle “potenze” che governano agli astri che perderanno la loro funzione. “Il sole sarà oscurato, la luna non darà più il suo splendore, gli astri precipiteranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”, questo sarà il segno della venuta del Figlio dell’Uomo. Automaticamente di solito si aggancia il fatto che viene a fare il giudizio e a portare il “giorno di collera e di vendetta del Signore” però, se ci si attiene al testo evangelico, questo non viene detto. Viene piuttosto ad inaugurare il mondo nuovo, il Regno del Padre, radunando “i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra all’estremità del cielo”, cioè tutti gli uomini perché tutti egli ama. Questa sarà ed è l’opera di quel Veniente che ha operato tra gli uomini insegnando, guarendo ed ora va verso la sua passione e che tornerà mostrandosi come l’ultima parola di Dio sulla storia e su tutto il creato.

Ma quando accadrà? Si riesce ad intuire la risposta se non si sottovalutano quei 21 presenti imperativi che fanno collocare quel segno nell’attualità e alla luce di quanto Marco ci racconterà accadde alla crocifissione: “Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra” (Mc 15,33); Matteo rinforza aggiungendo “la terra si scosse, le rocce si spaccarono” (27,51). È là sulla croce che avviene il grande segno, non le guerre che in tante parti del mondo sconvolgono la vita, non i costanti terremoti, le alluvioni che ovunque nel mondo portano distruzione e morte. Non sono questi fatti il segno della prossima venuta del Signore come insinuano personaggi cercando di incutere paura spesso a proprio uso e consumo. Dal momento della croce il Veniente è quel Gesù morto e risuscitato, il Figlio di Dio che ha portato, iniziandolo, il Regno di Dio fra di noi come ha proclamato con le sue prime parole riportate da Marco: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (1,15). Ora, al termine della sua missione afferma: “Non passerà questa generazione prima che tutto avvenga”. Non solo quella contemporanea a Gesù ma desidera indicare ogni generazione e quel che accade quando entra in contatto con Gesù (incredulità, malvagità, perversioni, tentazioni, sconvolgimenti …).

Il non conoscere il giorno e l’ora è l’invito ad aderire con tutta la persona alla sua Parola e a rimanere sempre vigilanti nell’attesa, con costanza e perseveranza fino alla fine. È questo il cuore dell’Evangelo, il tema base sul quale si fonda il vivere cristiano in una piena attenzione e con i piedi ben piantati nel reale. L’invito ad osservare il fico, è una esortazione ad amare la terra, questa terra che ci è stata consegnata perché la custodissimo e la portassimo a compimento senza violentarla: non ci appartiene e saremo chiamati a restituirla. Solo chi ha questo atteggiamento può credere la nuova terra della promessa mettendosi alla scuola dell’albero del fico come parabola della storia di Dio con il mondo. La fedeltà alla terra è la condizione per credere e attendere la venuta gloriosa del Signore che non è la fine del mondo ma quella di un mondo fatto di idoli. L’importante è che ci colga vivi, intenti al nostro lavoro (Mt 24,46), impegnati nella quotidiana fatica della carità, della fede e della speranza.

(BiGio)

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