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Sabato 15 maggio il film "Il Patriarca del popolo: Michel Sabbah si racconta
Figli di un Dio minorenne - La spiritualità è fai da te
Ogni adolescente aggiunge la propria traiettoria a quella collettiva d’una generazione di giovanissimi messi alla prova, alle prese con forme vecchie e nuove di spiritualità, che gli studiosi di religione e gli stessi operatori religiosi faticano a comprendere e a descrivere. Gli effetti ancora incerti della pandemia aumentano gli interrogativi e le preoccupazioni.
Sergio Ventura in un articolo su "La Lettura" di domenica 25 aprile, dedicato in gran parte a dare la parola ai giovani in questo momento difficile, cerca un filo rosso nelle storie raccolte.
Buona lettura!
https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202104/210428ventura.pdf
Due fatti di sangue contro missionari
L'esistenza era scritta nel suo nome - Nadia - che in lingua slava vuol dire «speranza». Su di lei ecco una testimonianza di Gerolamo Fazzini in Avvenire del 27 aprile: https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202104/210427fazzini.pdf
Nel video il Vescovo Christian conferma il voler continuare la sua missione in quella terra tormentata sulla cui situazione ecco un articolo di Nigrizia: https://www.nigrizia.it/notizia/sud-sudan-il-volto-feroce-della-chiesa
Oggi è Pesach seni ....
Oggi è Pesach sheni, il Pesach per chi non ha potuto celebrarlo nel mese di Nissan. Una festa minore nel calendario ebraico ma con un valore educativo straordinario: c'è sempre una seconda opportunità per abbandonare la schiavitù e uscire dall'Egitto, da tutte le nostre schiavitù ... Basta volerlo per davvero. Buon viaggio a tutti...
Il Buon Pastore, il 25 aprile e il nuovo naufragio: una riflessione intensa
Le parole, le immagini, le azioni e i concetti
di Andrea Grillo
in “Come se non” - http://www.cittadellaeditrice.com/munera/ - del 25 aprile 2021
La IV domenica di Pasqua è la domenica del “Buon Pastore”. L’immagine è potente, ma non è immediata. O meglio, proprio per la sua immediatezza elementare ha bisogno di aiuto e di guida, perché facilmente dice altro da sé. L’immagine è direttamente attribuita da Gesù a se stesso, come accade spesso nel Vangelo di Giovanni. Io sono – dice Gesù – il buon pastore; ma di sé dice anche di essere vite, pane, luce, via, verità, vita, porta: sono tutte parole che rimandano a immagini potenti. Non sono concetti. Però noi, per accedere alle immagini e alle parole abbiamo bisogno di concetti, che sono strumenti della intelligenza di ogni realtà, anche di quella di Cristo e della Chiesa. Vi sono qui due illusioni, che attraversano tutta la tradizione, fino a noi: che le immagini e le parole sia sufficienti, senza mediazioni concettuali; oppure che i concetti, ben collaudati, siano ottimi sostitutivi di tutto il resto. Né la prima, né la seconda sono buone soluzioni. Sia le parole/immagini, sia i concetti si deteriorano, se lasciati a se stessi. Perdono forza, si disperdono in via laterali, si svuotano e si corrompono.
La grande autodefinizione come “buon pastore” può svilupparsi, infatti, o nella sovrapposizione con le forme dignitose del ministero ecclesiale, o addirittura può diventare il “nome” di un Istituto di lefebvriani. La parola e la immagine sfuggono alla presa e generano altre cose. D’altra parte che cosa è accaduto della immagine di “re”, della “regalità”? Che cosa al “sacerdote”? Meno sfruttata la sorte dell’altra immagine odierna attribuita a Gesù: “pietra scartata/testata d’angolo”, anch’essa potentissima.
Vi è, però, un quarto livello della “tradizione”, che è la azione. Gesù non ci ha lasciato solo parole, immagini e concetti, ma ci ha lasciato azioni. Il suo “fare” ce lo consegna. E nel nostro fare lo ritroviamo, lo riconosciamo: Gesù si è fatto battezzare da Giovanni, camminava come pellegrino, pregava, interrogava, rispondeva con sapienza, insegnava, dormiva in barca, raccontava parabole, guariva, consolava, pranzava con i peggiori, lavava i piedi, si isolava, partecipava alle feste di nozze, scriveva col dito per terra. Tra tutte queste azioni, due sono diventate prioritarie, nell’incontro col Risorto. Il Gesù dopo la morte fa due cose: interpreta la Parola e spezza il pane. I due di Emmaus lo incontrano così. In entrambi i casi Gesù compie le due azioni: una prima volta anzitutto scalda il cuore con le scritture e poi si lascia riconoscere nello spezzare il pane. Una seconda volta, prima “mangia con loro” e poi spezza il pane della parola.
Queste azioni sono da aggiungere alle parole, alle immagini e ai concetti. Abbiamo così una tradizione che si orienta, nella storia, mettendo sempre in gioco questi 4 livelli di esperienza. Le sue parole, le immagini con cui si è o è stato interpretato, le azioni che ha compiuto e che ha affidato ai suoi, i concetti che hanno sintetizzato parole, immagini e azioni.
Le parole devono essere interpretate, le immagini spiegate, le azioni illuminate: per questo ci sono i concetti. Ma i concetti sono più poveri delle parole, benché più precisi, più stilizzati delle immagini, benché meno vaghi e più espliciti delle azioni, che hanno sempre una certa opacità, ma sono potenti.
La forza della tradizione sta nel mettere sempre insieme, nel “congiungere” questi quattro registri: così essa sa precisare le parole con le immagini, le immagini con le azioni, le azioni con i concetti, i concetti con le parole; ma, anche e viceversa, sa illuminare i concetti con le azioni, le azioni con le immagini, le immagini con le parole e le parole con i concetti.
Questa operazione complessa è “interna” alla tradizione: ogni tradizione lo fa. Anche una tradizione familiare mette in circolo questi 4 elementi. E’ umano fare così. Ed è anche divino.
Le distorsione accadono quando si separano tra loro questi livelli. Quando si pretende, o si presume, che l’ordine concettuale comandi gli altri tre, oppure l’ordine normativo delle azioni, o l’ordine affettivo delle immagini, o l’ordine espressivo delle parole.
Il Buon Pastore “dà la vita per le sue pecore”. Non c’è nulla di “dolciastro” in un questa frase, che è una straordinaria definizione del crocifisso risorto “sub specie pastoris”. Di fronte a questo, non vivendo noi scissi, dovremmo dire: che cosa ha da dirci questa logica se la applichiamo al 25 aprile? Quali sono le parole, quali le immagini, quali i concetti e quali le azioni di questa tradizione a cui non rinunciamo? Come possiamo celebrare la “liberazione” – che è fine della guerra e fine della dittatura autoritaria, che è “liberarsi” ed “essere liberati” – se permettiamo, alla vigilia, il grave fatto per cui 130 africani in fuga muoiano inascoltati anche dalla nostra guardia costiera? Che cosa facciamo della libertà per cui hanno dato la vita tanti uomini e tante donne? Ci sono azioni che qualificano una memoria. Nessuna ragione politica, strategica, nessun patto o convenzione può giustificare di aver lasciato morire i naufraghi e di celebrare oggi la nostra “festa nazionale” come una “routine”.
C’è una scena, alla fine del film “Salvate il Soldato Ryan”, che è molto toccante. Il protagonista Ryan ritorna, ormai molto anziano, in quel nord della Francia dove 7 uomini, 60 anni prima, hanno “dato la vita” perché lui si salvasse. E sulle loro tombe Ryan piange e si volta verso i suoi familiari che lo hanno accompagnato e chiede: “ditemi che ho vissuto bene!” Solo vivendo bene si può rimanere all’altezza del dono ricevuto. Dare la vita per gli altri è il “concetto”, la “parola”, la “immagine” e l’”azione” di cui si fa memoria. Anche il 25 aprile vive della stessa coerenza di parole, immagini, azioni e concetti. La retorica delle parole può dimenticarlo, i concetti possono confondersi, le immagini possono distrarre, ma l’azione, quella azione, si pianta nella carne. Se anziché “dare la vita”, preferisci lasciar morire in mare 130 uomini, donne e bambini, diventi sordo e muto di fronte alla loro domanda, allora della festa del 25 aprile non hai più né le parole, né le immagini, né i concetti, né le azioni. Non appartieni più alla tradizione della libertà donata e ricevuta, ma ti illudi che la libertà – la tua libertà – sia dovuta e senza prezzo. Così non capisci più che senza la giusta libertà di tutti e senza la vigile sollecitudine per chi “libertà va cercando”, non c’è vera libertà né festa della liberazione possibile.
Al buon pastore, nel Vangelo di oggi, sono contrapposti i mercenari. Che non hanno feste delle liberazione, perché vivono della schiavitù degli altri. La tradizione italiana, se ha una vera dignità, sa da che parte stare, sa a quali parole, a quali immagini, a quali azioni e a quali concetti affidarsi. E sa che senza l’azione buona, senza il vivere bene che è cura e dedizione per gli altri e per gli ultimi, ogni festa della liberazione, e ogni domenica del Buon Pastore, diventano una ipocrisia e generano mostri.
Il Papa sui 130 migranti morti nel Mediterraneo: “Interroghiamoci tutti, è il momento della vergogna”
Pensierino nella IV Domenica di Pasqua - Gv 10,11-18
Gesù, il pastore "bello" perché ci conosce e per questo offre la sua vita al Padre e a noi
Domenica scorsa ci è stato presentato concretamente presente in mezzo a noi che ci apre il cuore all’intelligenza delle Scritture per farne nostra la loro sapienza e poter annunciare a tutti il superamento di quel limite dell’uomo che è il peccato.
Oggi ci viene detto che lui è il “buon pastore”. È questa una immagine molto presente nelle Scritture ma, nell’Evangelo di oggi, l’accento cade su quel “buono”, che vuol significare il “vero pastore” e lo è perché “offre la sua vita per le sue pecore” che è la ragione per la quale Dio si è incarnato.
Questa espressione ricorre nell’Evangelo di oggi ben cinque volte ed ha due valenze: Gesù consegna la propria vita al Padre e agli uomini; per questi ultimi è anche una proposta: la possibilità di trovare in lui il senso della propria esistenza.
La ragione più profonda del suo donare la vita agli uomini è il fatto che li conosce e li ama [1] così come sono, con tutti i loro difetti.
Li conosce perché ha fatto esperienza concreta di cosa significhi essere e stare con gli uomini: proprio perché ha sofferto e patito come noi è in grado di venirci in aiuto fino a dare la sua vita.
La conoscenza però non è univoca ma bidirezionale: è reciproca tra il pastore e le pecore. Queste ultime, senza il pastore sono perse e il pastore senza di loro non ha senso, non ha ragione di vita. Così il nostro Dio: gli uomini senza di lui sono uomini persi e senza di loro il Signore è privo della sua creatura sul quale ha versato e pone tutto il suo amore.
La Chiesa è chiamata ad annunciare questo Dio buon pastore, pastore vero perché lo è fino dalle origini del mondo; è chiamata a seguirlo fino a dare la sua vita per i propri amici. Le è richiesto di imparare a “conoscere” le persone che incontra. Chi poi nella Chiesa ha il ruolo di “pastore”, deve avere questo legame profondo con tutti coloro che vivono nella sequela del Signore. Due richieste impegnative sulle quali verificarsi continuamente.
Gesù poi dice: “ci sono anche altre pecore che non sono di questo ovile, anche per loro io offro la mia vita”. Nei sinottici c’è una precisazione: “ascolteranno anche loro la mia voce, diventeranno un solo gregge e un solo pastore” ma non un solo ovile. Gesù rispetta gli itinerari di ciascuno ma è venuto a dare la vita per tutti, perché tutti conosce e da tutti è conosciuto come ci annuncia anche Geremia (31,34): “Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato” e in Apocalisse 21,3 viene annunciato che alla fine dei tempi il Signore abiterà con i suoi popoli (al plurale!) “ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio”.
Questo è il senso dell’intera vita di Gesù e non solo della sua morte e risurrezione che, altrimenti, sarebbe un qualcosa di staccato, quasi fine a sé stessa.
Gesù inoltre dice: “io offro la mia vita da me stesso” ma anche che “questo è il comando che ho ricevuto da Padre mio”. La sua esistenza sta nel confluire fino a diventare una cosa sola l’affidamento alla volontà del Padre e la libera scelta di donare la vita. Anche suoi discepoli sono chiamati a vivere la medesima tensione: l’affidarsi alla volontà del Padre e a fare la libera scelta di vivere come lui ha vissuto, essendo quel pastore che vive per gli altri e non per sé stesso. Ne siamo capaci? Gli uomini che ci incontrano sperimentano questa offerta di vita?
La parola greca καλός non significa buono, ma “bello”; non allora il “buon pastore” bensì il “pastore bello” non certo per il suo aspetto, ma per il fascino e la forza di attrazione che vengono dal coraggio e dalla generosità di un gesto ribadito cinque volte: io offro! Non io domando: io dono. Non io pretendo: io regalo ma non per avere in cambio qualcosa, non per un vantaggio personale: per un dono d’amore come quello tra due sposi. Io offro la vita è molto di più che il semplice prendersi cura di un gregge.
[1] “Conoscere” nel linguaggio biblico significa l’aver fatto una esperienza concreta, fino a definire il rapporto sponsale
24 aprile: Giornata di ricordo del genocidio armeno
Armenia: un genocidio infinito
Il genocidio che non finisce è quello del popolo armeno, un genocidio che ha visto 1 milione e mezzo di persone uccise, arresti di massa, persone fuggite in altri paesi, una tragedia spaventosa perpetrata dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 che continua a perpetuarsi oggi come genocidio culturale, come volontà cioè di cancellare anche il ricordo dell’esistenza del popolo armeno.
Oggi il genocidio continua attraverso la distruzione della memoria culturale
Nei confronti del popolo armeno si è compiuto non solo un “genocidio fisico” che non è riconosciuto dallo stato erede di quello che l'ha perpetrato, ma si è consumato e si consuma ancora oggi una devastazione che riguarda il patrimonio culturale.
Nelle regioni storiche dell’Armenia occidentale la repubblica turca ha messo in atto una distruzione pressoché completa della memoria armena, distruggendo edifici, trasformando chiese in moschee o in stalle, trasformando le scuole armene in collegi turchi, falsificando la memoria storica.
La presenza armena è stata per esempio cancellata dalla toponomastica, laddove si sono conservati dei monumenti armeni, non si dice che sono armeni. Se si va nella capitale Ani, tutte le didascalie delle rovine di quella che è stata la maggiore città armena, non citano mai gli armeni.
La falsificazione della storia è presente anche nelle discipline scolastiche poiché in Turchia nelle scuole si studia una versione profondamente diversa da quello che è accaduto, secondo una politica di falsificazione.
La Turchia non ha mai riconosciuto il genocidio, immaginiamoci come starebbero gli Ebrei se la Germania negasse quello che ha commesso nei loro confronti. Neanche Israele, peraltro, riconosce il genocidio armeno.
Il genocidio culturale procede anche ad opera dell’Azerbaigian nella regione storicamente armena del Nakhichevan in cui sono state distrutte tutte le 85 chiese armene e 10.000 croci di pietra sono state polverizzate.
E’ dunque importante tanto ricordare dal punto di vista storico quello che è successo quanto, dal punto di vista culturale, riflettere su quello che sta accadendo ancora oggi; tanto più in una città come Venezia, che per molti aspetti è la località al mondo più importante per la diaspora armena, dove c’è ancora un monastero armeno, dove gli armeni hanno pubblicato il loro primo libro a stampa, dove esiste ancora la comunità armena, dove si insegna armeno: il contributo di diffusione della conoscenza della tragedia del genocidio armeno che può dare Venezia e con lei Ca’ Foscari è considerevole.
Ecco il link all'intervista ad Aldo Ferrari: https://www.youtube.com/watch?v=2HcPOGZumA8&t=9s
Il Pastore bello, dà l’anima, conosce e guida (di don Luciano Cantini)
Nessuna immagine di Cristo nel corso dei secoli è mai stata più cara al cuore dei cristiani di quella di Gesù buon Pastore (A.J. Si- monis). Fin dai primi secoli è rappresentato il Signore che porta sulle spalle una pecora che, se nella sua espressività richiama la parabola della pecorella smarrita (Lc 15,5), l’immagine trae la sua forza proprio dal Vangelo secondo Giovanni in questo decimo capitolo, di cui il brano di oggi fa parte.
Quando nel Vangelo di Giovanni c’è l’affermazione di Gesù Io sono, siamo dinanzi ad una dichiarazione profondamente teologica, Gesù afferma la sua condizione divina, la sua identità con il Padre che a Mosè ha rivelato il suo nome dal roveto (Es 3,14). Siamo, dunque, nell’ambito della rivelazione, della manifestazione della signoria di Gesù nell’immagine del pastore. Ezechiele aveva profetato un nuovo David, unico pastore (Ez 34,23; 37,24), nella prospettiva della restaurazione dell’unità di Israele e del raggruppamento dei dispersi in un popolo unico (Ez 37,22).
Gesù non è un pastore come tanti altri, ma il pastore vero; in greco è detto ò kalòs tradotto con buon, anche se il senso dato oggi alla parola buono (vedi l’idea di buonismo) è assai distante dal significato del vangelo. Il termine usato è preceduto dall’articolo ò che ne enfatizza il senso, dà il significato di eccellenza a kalòs che più che buono offre il sentore di bello; le due sensazioni, buono e bello, si intersecano e si legano in una sola parola che esprime la qualità dell’opera di Dio (Gen 1,4). Perché è a questo che si riferisce la bontà e la bellezza del pastore, in lui traspare l’opera di Dio: le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me (Gv 10,25).
Come il pastore vero, Gesù nella sua esistenza terrena pone (tithêmi: mettere giù, esporre, posare) la sua vita (letteralmente la sua anima psychê) per gli uomini. La traduzione resa col verbo dare è piuttosto riduttiva e non esprime tutto quello che il quarto vangelo vuol comunicare.
Infatti il buon pastore, espone la sua vita per le pecore (v.11); a lui importa delle pecore e le difende con coraggio e amore. Il buon pastore dispone della propria vita (v.15) a favore delle pecore, la offre loro perché ognuno la faccia propria. Gesù come dal Padre riceve la vita così la dona, come è amato così ama dello stesso amore. Il buon pastore depone (v.17) la sua vita volontariamente. Il suo non è morire, ma portare a compimento la propria vita come dono totale d’amore, tutto «È compiuto!» (Gv 19,30). Nel verbo deporre si esprime l’estrema libertà del Signore nell’offrire la propria vita: nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Gesù possiede pienamente la vita e può deporla come depone le proprie vesti (Cfr. Gv 13,4), per poi riprenderla di nuovo perché è il Signore della vita e della morte. In Lui la vita si manifesta per quello che è, una circolazione d’amore, dono ricevuto e dato.
La vita che Gesù offre supera la morte, non perché è una vita per sempre, ma perché è la sua stessa vita, la sua vita divina. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv 15,13).
La contrapposizione col mercenario e il lupo ci dona lo spessore dell’amore di Cristo per noi. I rapporti tra gli uomini, come per il mercenario, sono guidati da interessi, opportunità, scelte oculate, convenienze, vantaggi, ma anche - come per il lupo - dalla fame, sopravvivenza, spirito di conservazione, dai bisogni primari. Il rapporto vitale del Signore con noi è soltanto frutto della totale libertà di un amore pieno che non ci lascia soli ma ci coinvolge: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34).
C’è una conoscenza reciproca tra il pastore e il gregge: il pastore conosce le pecore perché appartengono a lui, ed esse conoscono il pastore proprio perché sono sue. Non si può confondere, però, l’appartenenza con il possesso come qualsiasi cosa da utilizzare. Conoscere, nella Bibbia, esprime un rapporto profondo, coinvolgente, intimo, familiare; questo rapporto profondo e intimo è esenzialmente reciproco e chiede risposta da parte dei discepoli: e le mie pecore conoscono me.
Se ci rendiamo conto di esser amati, non possiamo che amare a nostra volta. Vale dunque la pena conoscere questo Gesù che ci ama in modo così straordinario, Paolo dice: Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo (Fil 3,8).
La reciprocità del conoscersi non chiude in un ambito ristretto come a volte viviamo la famiglia; il cuore del Signore è ampio e va oltre qualsiasi limite, accoglie ogni uomo, qualsiasi sia la sua provenienza, fosse anche quella religiosa - il termine recinto traduce la parola aulé che designa il vestibolo davanti al santuario del tempio.
Gesù, per mezzo della sua croce, mettendo la sua vita a disposizione di tutti, ha abbattuto ogni muro di separazione tra gli uomini (cfr Ef. 2,14-22) per fare di tutti un solo popolo di fratelli, sotto la guida del medesimo pastore. Proprio Cristo è il principio ultimo dell’unità: né il recinto di provenienza né il gregge di transumanza.
L’immagine che il quarto evangelo ci regala è quella di uomini e di popoli, di discepoli e di comunità, di credenti e di chiese che ascolteranno la sua voce realizzando in Lui una comunione così viva da riconoscersi in un unico gregge.
Il verbo, soltanto qui, è al futuro, ci mostra la realtà che è davanti a noi, il nostro impegno nella storia.
(da: www.insiemesullastessabarca)
Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna: Gesù Cristo buon pastore
Il mosaico realizzato da maestranze bizantine nel secondo quarto del V secolo. Decora la lunetta soprastante la porta d’accesso del Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna.
Nel mausoleo, edificio monumentale destinato alla sepoltura di personaggi importanti, risalente alla prima metà del V, al di sopra della porta d’’ingresso, come entrata nel regno dei cieli dopo la morte, è rappresentato, con la tecnica del mosaico, il Buon Pastore. La scena è ambientata in un paesaggio di basse colline delineate sullo sfondo di alberelli e cespugli, il “pastore” ha gli attributi che contraddistinguono il Cristo: è imberbe, con aureola, vestito di una tunica dorata che si appoggia a un’alta croce, seduto e attorniato da sei pecorelle, tre per lato, che hanno lo sguardo posato su di lui e una gli si avvicina per essere accarezzata, rispecchiando quanto è affermato nel Vangelo di Giovanni 10, 3-4: «Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce...».
Il mosaico pur essendo del periodo bizantino, manifesta decisi rapporti con la tradizione naturalistica dell’arte antica: la raffigurazione, infatti, è disposta su più piani (dimensione spaziale), l’ambientazione è chiaramente definita, sia le pecore che il pastore sono resi in maniera plastica, in atteggiamenti variati ed espressivi (dimensione temporale). Il cielo assume varie gradazioni di azzurro e tutta la rappresentazione presenta un’attenta cura dei particolari ed una notevole policromia. Il viso del pastore è rivolto a sinistra come la parte inferiore del corpo, il busto è invece girato dal lato opposto, così come i piedi che, incrociati, costituiscono la parte finale di una specie di avvitamento, conferendo movimento e dinamismo alla figura. Nonostante questi decisi rapporti con la tradizione romana sono evidenti elementi legati alla cultura cristiana: lo sguardo del pastore è perso, ieratico, non partecipa al gesto della sua mano e questo è indice di solennità divina e di trascendenza; puramente bizantini sono elementi di valore simbolico come la tunica dorata, l’aureola, la croce, non presenti nelle iconografie più antiche. Nella raffigurazione del Buon Pastore di Aquileia o di Via D’Azeglio a Ravenna, infatti, al posto di questi elementi sono presenti il vincastro e la siringa (strumento musicale), componenti che si ricollegano alla rappresentazione classica del dio Pan. Altra caratteristica dell’arte bizantina, presente nell’immagine del Buon Pastore in Galla Placidia, è la simmetria: le pecore sono disposte tre per lato ed anche le foglie delle piante sono disposte in modo molto simmetrico (cfr. Il “Buon Pastore” di S.Apollinare in Classe). Lo sfondo non è dorato così come normalmente avviene nell’arte bizantina: il cielo, infatti, è colorato, ma, se osservato attentamente, rivela una linea immaginaria che divide il cielo terreno da quello spirituale.
(da: www.insiemesullastessabarca)
Nella «Giornata della Terra» la lezione della pandemia
Raniero La Valle: È necessario giungere all’adozione di una «Costituzione della Terra». Non si tratta solo di ecologia, si tratta di far continuare la storia.
La pandemia, concentrando su di sé tutta la cura del mondo, ha distolto l’attenzione da altre urgenze già presenti prima di essa e da questa aggravate. Basta pensare all’innalzamento delle acque a seguito della crisi climatica quando, come dice un documento “People and Oceans” delle Nazioni Unite, circa 145 milioni di persone vivono entro un metro sopra l’attuale livello del mare e quasi due terzi delle città del mondo, con una popolazione di oltre 5 milioni di abitanti, si trovano in aree soggette al rischio mentre quasi il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km da una costa. I movimenti migratori strutturali che ne deriveranno imporranno ben altre priorità alle politiche nazionali. E basta pensare al solo problema dello smaltimento delle acque contaminate dalle centrali nucleari sinistrate, come quella di Fukushima, che diventeranno inoffensive solo fra 24.000 anni, per comprendere la portata delle questioni da affrontare.
Si comprende allora lo sgomento del papa che nel messaggio di Pasqua ha definito come uno scandalo il rincrudirsi delle guerre e diffondersi delle armi nel confermato esercizio della lotta di tutti contro tutti. Ma non meno scandaloso è che mentre la ragione suggerirebbe l’immediata mondializzazione dei vaccini, enormi profitti derivanti dai loro brevetti e dall’esplodere delle tecnologie informatiche abbiano scavato nuovi abissi tra un pugno di ricchi e moltitudini di poveri, sottraendo immense risorse a bisogni vitali, nell’indiscussa obbedienza alla sovranità dei mercati.
Una risposta a queste sfide è la lotta per giungere all’adozione di una «Costituzione della Terra», come è concepita e promossa a partire dall’Italia da un movimento e una Scuola. Ora si è giunti al momento di cominciare a discuterne un progetto di base che sarà reso pubblico il prossimo 8 maggio in una apposita assemblea convocata per via telematica, a partire dalla Biblioteca Vallicelliana a Roma. A illustrarlo sarà Luigi Ferrajoli, che ne ha curato la stesura; si tratta di un testo aperto, in cui dovranno congiungersi il talento dei costituzionalisti, la logica dei filosofi del diritto e la poesia di uomini e donne concreti che vogliano farsi costituenti di un ordine di giustizia e pace sulla Terra.
Non si tratta solo di proclamare diritti e di porre vincoli e limiti ai poteri come fanno le Costituzioni degli Stati nazionali, si tratta anche di istituire nuovi ordinamenti che, nel pluralismo delle differenze, ne realizzino l’effettività e ne garantiscano il godimento. Si tratterà di una Costituzione ben altra rispetto a quelle vigenti, perché si tratta di dare risposte a «problemi sconosciuti ad altre età», per riprendere le parole con cui sognavano la nuova società gli spiriti grandi che già ne avevano concepito l’idea all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale, dopo i primi bagliori dell’arma nucleare e i sofferti genocidi, quando i popoli si riunirono a san Francisco e gettarono le basi del mondo nuovo di cui le Nazioni Unite furono l’embrione.
Ben al di là di quanto si fece allora si deve ora istituire un demanio planetario, fare un inventario non solo di diritti universali ma di beni comuni, inappropriabili da parte di nessuno, a cominciare dalle acque, dalle foreste, dalle rotte marine e spaziali, dalle medicine di base, stabilire un elenco di beni illeciti, fuori mercato, a cominciare dalle armi di offesa, abolire gli eserciti nazionali e stabilire la sola legittimità di una forza di polizia internazionale per la sicurezza e la pace, introdurre una fiscalità mondiale, debellare la fame omicida, tutelare lo storico patrimonio dei saperi e delle arti prodotto nei secoli.
Non si tratta solo di ecologia, si tratta di far continuare la storia. Occorre non violentare la Terra, spremendone e dilapidandone le ricchezze, ma riconoscendola come un pianeta vivente, una perla dell’universo, casa comune degli esseri umani, delle piante e di una grande quantità di animali, sede di storia e di lavoro, del diritto e della scienza, di amori e di illimitate speranze, come dice l’ «incipit» di questa nuova Costituzione. Si tratta di istituire una «Federazione della Terra». Naturalmente si tratta solo dell’inizio di un cammino. Ma il futuro passa anche da qui.
(in “il manifesto” del 22 aprile 2021)
Domenica la giornata per le vocazioni - Una irriverente testimonianza: "Quando la vocazione parte dal ... sedere"
Cristiani insieme: Messaggio nel 20° anniversario della Charta Œcumenica
Nel 20° anniversario della Charta Oecumenica (22 aprile 2001 - 22 aprile 2021) la Conferenza episcopale italiana, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia hanno sottoscritto un messaggio comune. Il testo, che riportiamo integralmente, è firmato dal cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Cei, dal pastore Luca Maria Negro presidente della Fcei e dal metropolita Polykarpos arcivescovo d’Italia ed esarca per l’Europa Meridionale:
Vent’anni fa le Chiese cristiane in Europa sottoscrivevano la Charta Œcumenica, un documento contenente le “Linee guida per la crescita della collaborazione” tra di loro, frutto di un paziente e sapiente lavoro avviato con la prima Assemblea Ecumenica Euro- pea, svoltasi a Basilea nel 1989. Tra la caduta di muri e cortine che attraversavano l’Europa e il drammatico crollo delle Torri Gemelle, le Chiese cristiane avevano saputo elaborare insieme un cammino di conoscenza sempre più profonda e di convergenza verso una testimonianza comune da rendere al Signore della storia. Avevano saputo impegnarsi concretamente a fare di questa collaborazione fraterna un segno credibile di un’unità pos- sibile e un annuncio del Vangelo della pace. Un cammino di speranza per tutti, offerto dai cristiani ai loro fratelli e sorelle in umanità.
Oggi, a vent’anni di distanza, l’Europa e le Chiese presenti nel continente si ritrovano nel pieno di un’altra sfida epocale: la crisi economica, i cambiamenti climatici, i flussi migratori e, da ultimo, la pandemia che affliggono il mondo intero e colpiscono l’Europa al cuore dei suoi valori e principi di convivenza civile e di solidarietà umana. La ricerca della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato, che le Chiese in Europa hanno fatto esplicitamente propria a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, si declina oggi come cura delle persone e delle relazioni, come fratellanza umana e custodia della terra, come bene comune.
Anche in Italia il terreno pazientemente lavorato da tante donne e uomini, discepoli dell’unico Signore Gesù Cristo, e il seme gettato vent’anni fa dalle Chiese presenti in Europa con la Charta Œcumenica, si sono trasformati in impegno quotidiano, in faticosa ma convinta ricerca di cammini nuovi e antichi per rendere possibile la “corsa del Vangelo” nell’oggi della storia. Molti degli impegni presi insieme dalle Chiese cristiane nel 2001 restano ancora da attuare, ma un preciso solco di sequela del Signore Gesù è tracciato. In tante regioni e città sono sorti in questi vent’anni Consigli di Chiese cristiane che hanno posto la Charta Œcumenica tra i fondamenti costitutivi. Sono segni incoraggianti che non dobbiamo e non vogliamo lasciar cadere, ma custodire e alimentare, affinché siano fermento di unità e di riconciliazione.
In sintonia con la Dichiarazione congiunta della Conferenza delle Chiese Europee e del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa in occasione di questo anniversa- rio, rendiamo grazie al Signore per quanto ha operato in mezzo a noi, attraverso di noi e nonostante noi, in questi venti anni, e nuovamente
CI IMPEGNIAMO
a una collaborazione fraterna secondo quelle Linee guida, che diventi sempre più una testimonianza comune affinché i discepoli del Signore “siano una cosa sola e il mondo creda” (Gv 17,21).
Roma, 20 aprile 2020
Cristiani insieme per costruire la nuova Europa
Compie 20 anni la Charta Oecumenica. Il cardinale Bassetti, il pastore Negro, il metropolita Polykarpos firmano un testo comune
La data segnata in rosso è quella del 22 aprile 2001, giusto vent’anni fa. Quel giorno a Strasburgo nasceva la Charta Oecumenica per le Chiese cristiane d’Europa. Un testo dal valore storico, sia perché completava un iter avviato sin dal 1997, dalla Seconda Assemblea ecumenica di Graz, sia per il contenuto.
In particolare il primo capitolo, alla luce del Credo niceno-costantinopolitano confessa la Chiesa «una, santa, cattolica e apostolica» sottolineando l’impegno «per l’unità visibile» nell’unica fede «che trova la sua espressione nel reciproco riconoscimento del Battesimo e nella condivisione eucaristica, nonché nella testimonianza e nel servizio comune». Il secondo si concentra invece sulla “comunione visibile” delle Chiese in Europa richiamando lo sforzo di «annunciare insieme» il Vangelo, di «andare l’uno incontro all’altro» superando autosufficienza e pregiudizi, di «operare» in maniera condivisa «a tutti li livelli della vita ecclesiale» nel campo della diaconia, di difendere i diritti delle minoranze, di pregare insieme, di «proseguire i dialoghi» anche sui temi controversi della fede e dell’etica, dibattendoli alla luce del Vangelo.
L’ultimo capitolo infine, si concentra sul ruolo delle Chiese nella costruzione, o meglio, per «contribuire a plasmare l’Europa». Al centro, la consapevolezza che «l’eredità spirituale del cristianesimo rappresenta una forza ispiratrice arricchente il continente» per dargli un volto umano e sociale, «in cui si facciano valere i diritti umani e i valori basilari della pace, della giustizia, della libertà, della tolleranza, della partecipazione e della solidarietà».
Di qui la sollecitazione, a «riconciliare popoli e culture», contrastando ogni forma di nazionalismo opprimente e, sulla scia delle Assemblee di Basilea (1989) e Graz, il richiamo alla «salvaguardia del creato», con l’impulso a decidere per «una qualità di vita responsabile e sostenibile». Un quadro d’insieme, un patrimonio condiviso, che nei tre brevi paragrafi conclusivi viene coniugato nell’approfondimento della comunione con l’ebraismo, nella cura delle relazioni con l’islam, nell’incontro con altre religioni e visioni del mondo.
L’arte vive ancora di crocifissioni anche se l’accusano di blasfemia
Pablo Picasso diceva che non esiste tema più bello della crocifissione, che è stato rappresentato milioni di volte e continua a esserlo. Papa Francesco ha apprezzato diversi crocifissi che hanno suscitato polemiche
in “Domani” del 18 aprile 2021
Pablo Picasso diceva che non esiste tema più bello della crocifissione, che è stato rappresentato milioni di volte e continua a esserlo. Intendeva dire che, venuta meno la committenza della Chiesa, gli artisti hanno continuato a confrontarsi con questo tema non solo per motivi religiosi, ma per motivi artistici: la crocifissione oltre a essere il segno della croce è anche il segno dell’arte. Molti di loro, Picasso in primis, non sono credenti, ma parafrasando il motto “In hoc signo vinces” (“In questo segno vincerai”) che apparve in sogno all’imperatore Costantino alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, nel 312, si potrebbe dire che gli artisti continuano a cimentarsi con questo tema e segno con cui vincere la battaglia dell’arte.
Milioni di crocifissioni
La croce, oltre che un soggetto sacro è un segno artistico, tant’è che su di essa, o meglio ancora su come rappresentare la crocifissione, si è discusso fin dall’antichità. Gli ortodossi hanno visto nelle immagini sacre delle vere icone realizzate dai pittori per mano di Dio o dei santi padri della Chiesa, di cui loro sono solo il tramite. Infatti spesso questi pittori sono dei religiosi prima che degli artisti. I cattolici invece pensano che le immagini sacre siano un prodotto degli artisti ed è per questo che, come dice Picasso, sono state realizzate milioni di crocifissioni, che a partire da Cimabue, Giotto e Masaccio hanno lasciato la loro impronta nella storia dell’arte. Qui sta il senso del rapporto tra religione cristiana e arte moderna e contemporanea che continua ad avere una sua attualità, come abbiamo potuto leggere recentemente su queste stesse pagine negli articoli di Giuseppe Frangi e Demetrio Paparoni. Se da un lato Frangi ha affrontato il tema prendendo a testimone l’opera Tre studi per figure ai piedi di una crocifissione (1944) di Francis Bacon, dall’altro Paparoni si è soffermato su Piss Christ di Andres Serrano (1987). In questi articoli si discute la liceità dell’autocommissione da parte dell’artista di un soggetto ritenuto appannaggio della religione che, come detto, la Chiesa non commissiona più da tempo. Queste opere hanno alimentato il dibattito dentro e fuori la Chiesa. Basta ricordare il pronunciamento con cui l’arcivescovo di Melbourne chiese la rimozione dell’opera di Serrano dalla National gallery of Victoria, in Australia, ottenendo la chiusura della mostra, e la contrapposta dichiarazione della suora e critica d’arte inglese Wendy Beckett. In un’intervista la suora affermò che l’opera di Serrano non era affatto da ritenere blasfema e che andava considerata una dichiarazione di ciò che la società contemporanea sta facendo a Cristo. Andando indietro negli anni va ricordata la polemica che si scatenò attorno a Crocifissione (1941) di Renato Guttuso, che, esposta al premio Bergamo nel 1942, venne contestata dalla Chiesa locale soprattutto per la presenza di diverse figure nude, tra cui quella della Maddalena. Non avendo ottenuto la rimozione del dipinto dalla rassegna, la Chiesa interdisse la visita alla rassegna dando avviso «a tutto il clero della Diocesi e a quello che fosse di passaggio per la nostra città, che è a esso proibito l’accesso alla mostra del Premio Bergano, pena la sospensione a divinis ipso facto intercurrenda». Da allora, quest’opera, oggi conservata alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, assunse il nome di Crocifissione di Bergamo a testimonianza che la censura non solo non è mai produttiva, ma contribuisce ad aumentare la fama di opere che si vorrebbe far sparire.
Crocifisso a un aereo
In tempi recenti la crocifissione dell’artista argentino Léon Ferrari (1920-2013), intitolata La civilizzazione occidentale e cristiana (1965), è tornata alla ribalta suscitando polemiche per essere stata presentata nella retrospettiva dell’artista, leone d’oro alla biennale di arti visive di Venezia nel 2007, al Museo nacional de arte reina Sofía di Madrid, prima tappa di un’ampia raccolta di opere che toccherà i musei di Eindhoven in Olanda e il Centre Pompidou di Parigi. Contro di essa si è attivata l’associazione degli avvocati cristiani spagnoli, che ha addirittura chiesto le dimissioni del direttore Manuel Borja-Villel e la chiusura della mostra.
La scultura raffigura Cristo crocifisso su un aereo bombardiere americano impiegato in azioni di guerra, al momento della realizzazione dell’opera soprattutto in Vietnam. Tuttavia, come lascia intendere il titolo, l’opera si propone anche come una critica più ampia al colonialismo, tema oggi di grande attualità.
Facendo un bel salto temporale ci è utile sottolineare che quest’opera era già stata oggetto di polemiche nel 2004 allorché, esposta in una mostra personale dell’artista a Buenos Aires, scatenò forti proteste da parte delle associazioni cattoliche locali che chiesero l’intervento dell’allora vescovo e cardinale Jorge Bergoglio che, come ricordava l’artista, «scrisse una lettera contro la mostra, che fu letta in tutte le chiese, accusandomi di blasfemia».
Fu poi un giudice a censurare la mostra, sostenendo che offendeva il sentimento religioso dei cittadini. Oggi quel cardinale è diventato papa Francesco, ritenuto uno dei papi più progressisti della storia della Chiesa. In una conferenza stampa tenuta durante il volo di ritorno dal viaggio pastorale del 2015 in America Latina, gli fu chiesto dai giornalisti un parere su quell’opera.
Il Papa aveva cambiato opinione, infatti rispose che Leon Ferrari era «uno scultore bravo e creativo» e che quell’opera «era una critica al cristianesimo alleato con l’imperialismo che era il bombardiere».
Qualche giorno prima il papa aveva ricevuto in dono dal presidente boliviano Evo Morales una crocifissione, opera d’arte di protesta dell’artista e sacerdote gesuita Luis Espinal. L’opera, che a giudicare dalle foto della cerimonia papa Francesco sembra aver accettato di buon grado, consiste in una falce e martello su cui è crocifisso Cristo.