La spesa per le armi 8 volte quella del clima, la pace grida la sua urgenza, un’ampia partecipazione al voto rafforza la democrazia. Questi i tre punti centrali del suo discorso.
Qui il testo integrale del suo messaggio a questo link:
La spesa per le armi 8 volte quella del clima, la pace grida la sua urgenza, un’ampia partecipazione al voto rafforza la democrazia. Questi i tre punti centrali del suo discorso.
Qui il testo integrale del suo messaggio a questo link:
Il 2024 ha visto la geopolitica muoversi lungo due direttrici principali: l’espansione dei conflitti e la crisi della democrazia. La guerra in Ucraina è entrata nel terzo anno, e in Medio Oriente i fronti di guerra si sono allargati drammaticamente: la guerra da Gaza si è espansa al Libano, e dall’Iran allo Yemen la regione ha sfiorato più di una volta una pericolosa escalation.
Tutto il ricco dossier a questo link:
Mentre i social media sono in declino, le app di amicizia e compagnia basate sull’intelligenza artificiale stanno crescendo. La terza puntata firmata da Vincenzo Ambriola, Università di Pisa, e Marco Bani, Senato della Repubblica Italiana, sulle riflessioni riguardo l’impatto sociale dell’intelligenza artificiale
Il dialogo tra Vincenzo Ambriola e Marco Bani sui pericoli per i minori è a questo link:
https://formiche.net/2024/12/social-ai-relazioni-ambriola-bani/#content
Sono bastate poche settimana all’enciclica Dilexit nos. Sull’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo (24 ottobre) per scomparire dall’attenzione mediale. La quarta enciclica di papa Francesco è archiviata come troppo devota, interna, noiosa, popolare e stravagante.
È sfuggito ai più il legame espressamente annotato fra il documento e le due encicliche sociali, Laudato si’ e Fratelli tutti (n. 217) e il parallelo con altri testi come quello sulla “santità della porta accanto” (esortazione apostolica Gaudete et exsultate) e il riferimento alla gioia espresso fin dal titolo di molti altri scritti pontifici. Essa è organica ad un magistero che si espone sul versante sociale in ragione di un rinnovato fondamento sulla fede del popolo di Dio, che spinge la teologia ad uscire dalla sponda scolastica per inglobare la dimensione spirituale e mistica, che apprezza la storia comune superando il quadro della cristianità. Un indirizzo che trova conferma nella ripresa della....
L'intervento di Lorenzo Prezzi continua a questo link:
Nei giorni scorsi un post ha raccontato un sondaggio israeliano di segno positivo sull'integrazione di palestinesi (che vengono però definiti "arabi") nella società israeliana (https://parrocchiarisurrezione.blogspot.com/2024/12/israele-un-sondaggio-rivela-nuovo-senso.html). Di segno diametralmente opposto un articolo di Haaretz che qui pubblichiamo.
Nella serie televisiva "Avodah Aravit" ("Lavoro arabo"), l'eroe, Amjad (Norman Issa), fa tutto il possibile per integrarsi nella società israeliana - dal parlare fluentemente l'ebraico al dare cioccolatini ai suoi vicini nel suo edificio nel quartiere Rehavia di Gerusalemme. Sogna che i suoi vicini, gli elettori del partito Meretz che "amano gli arabi", lo tratteranno solo come Amjad, non come un arabo. Il suo personaggio riflette la generazione in cui gli israeliani arabi credevano innocentemente che l'integrazione fosse veramente possibile.
Ma 17 anni dopo, l’attore riflette il profondo deterioramento delle relazioni arabo-ebraiche nel paese. Lo status di seconda classe e l'alienazione degli arabi israeliani sono peggiorati nel corso degli anni. Con ogni dichiarazione di "morte agli arabi" e "che il tuo villaggio bruci", con ogni attacco terroristico che gli arabi sono chiamati a condannare per dimostrare che non sostengono l'omicidio di innocenti, qualcosa si è rotto. Il sogno dell'integrazione è diventato più lontano...
L'articolo su Haaretz è a questo link:
Scriviamo spinti dall’ulteriore corso degli eventi. Ci sembra che essi ci stiano ponendo una questione di massima urgenza: ci sono da salvare i rapporti di fiducia e di amore storicamente ricostruiti tra le Genti di tutto il mondo e il popolo ebraico di Israele e della Diaspora, contro le ricadute devastanti che stanno avendo sul sentimento comune le attuali condotte dello Stato di Israele, seguite al criminale attacco di Hamas del 7 ottobre a Gaza.
Non può continuare una guerra così, perfino il Papa dice “questa non è guerra, ieri sono stati bombardati i bambini, questa è crudeltà, voglio dirlo perché tocca il cuore”. È proprio vero, perfino la guerra si offende, abbiamo detto altra volta, se chiamiamo “guerra” ciò che oggi essa è diventata su vari fronti di lotta. E la reazione del governo di Israele è stata durissima, si è detto “deluso” del Papa, ha legittimato la strage perché nel “contesto della lotta di Israele contro il terrorismo jihadista”, ha riconosciuto la crudeltà, ma degli altri non della sua. E Francesco, che di amore per gli Ebrei ne ha più di tutta la Chiesa, ha ripetuto all’Angelus del 22 dicembre: “Con dolore penso a Gaza, a tanta crudeltà, ai bambini mitragliati, ai bombardamenti di scuole e ospedali…”, E, ancora una volta, ha ricordato i “bambini mitragliati” nell’omelia della Messa dii Natale dopo l’apertura della Porta Santa, mentre a Gaza è stato distrutto l’ultimo ospedale rimasto.
A sua volta il ministro della Difesa Israel Katz, commentando il bombardamento israeliano sullo Yemen, in risposta ai razzi Qassam degli Houti, aveva detto che "Chiunque alzerà la mano su Israele se la vedrà tagliare, chiunque colpirà sarà colpito sette volte più forte", mettendo insieme l’efferata punizione della Sharia (Corano, 5, 38) e la vendetta senza fine del Levitico (Lev. 26, 18-28); né Netanyahu era stato da meno, dicendo: “Stanno imparando e impareranno sulla propria pelle che chi attacca Israele paga un prezzo molto alto".
Il Primo Ministro israeliano aveva anche rivendicato a suo merito la “reazione a catena” che ha portato alla caduta del regime siriano, confermando, nonostante le proteste dei parenti degli ostaggi, che non farà cessare il fuoco a Gaza: "Non li lasceremo al potere a Gaza, a 30 miglia da Tel Aviv. Non accadrà". Lo diceva dei terroristi, cioè dei palestinesi, e intanto già a 45.227 di loro uccisi a Gaza e a 2 milioni sloggiati e in fuga sono stati tolti il potere e la vita. Trova così conferma la strategia della “rottura netta” concordata fin dal 1996 da Netanyahu con i neoconservatori americani. Lo ha raccontato Jeffrey D. Sachs, un funzionario delle Nazioni Unite, stretto collaboratore di Guterres: il generale Wesley Clark, ex candidato alla Casa Bianca, si sentì dire in un incontro al Pentagono dopo l'11 settembre: "attaccheremo e distruggeremo i governi di sette Paesi in cinque anni: inizieremo dall'Iraq, e poi ci sposteremo in Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran". L'Iraq sarebbe stato il primo, poi la Siria e il resto; un piano, benché più lentamente, in via di attuazione.
Ora il pericolo mortale per lo Stato di Israele, ciò che più temiamo per esso, è di pensare che la propria sicurezza consista nel farsi un deserto intorno, nel vivere in mezzo a un mondo nemico contando solo sulla propria forza militare, consiste nel non considerare che in tal caso, anche se popolerà di soli Ebrei la ridente “Striscia” di Gaza, ci sarà sempre a 30 miglia più in là qualcuno deciso a distruggerlo; mentre la salvezza ci sarà se a 30 miglia ci saranno popoli che si saranno fatti diventare amici. Non sarebbe contro la tradizione: si può ricordare il monito ricevuto da Mosè sul Sinai: “Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico. Non far morire l'innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole. Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d'Egitto” (Esodo, 23, 4-9). L’abbaglio è invece quello di Netanyahu che parlando all’ONU aveva presentato come il realizzarsi della “benedizione” che Mosè “mise davanti al popolo di Israele migliaia di anni fa, mentre stavamo per entrare nella Terra Promessa”, una mappa del mondo in cui Israele, domati gli Stati arabi, estenderà il suo potere tra l’Europa e l’Asia, contro la “maledizione” di un mondo rimasto cattivo “dall’Oceano Indiano al Mediterraneo”. Un delirio.
Ma questo pericolo mortale non sta minacciando solo lo Stato di Israele, che il sionismo delle origini pensava sarebbe stato tutt’altra cosa. Sta minacciando anche il popolo ebraico della Diaspora. Lo dicono e lo soffrono anche Ebrei di Israele, che leggono in altro modo la Torah e i Profeti, o non li leggono affatto, ma non vorrebbero una “umanità violata”; lo dicono Ebrei che amano i Paesi in cui vivono, in attesa di un’altra Geulah; lo diceva Primo Levi, che pensava a un’altra irradiazione dell’ebraismo a partire dall’Esilio; lo dice Anna Foa, che denuncia “il suicidio di Israele”. E da ultimo lo ha scritto Gad Lerner che denuncia un integrismo identitario per il quale non si potrebbe essere veramente ebrei fuori di Israele, fino alla pretesa di una “eliminazione” della Diaspora e della sua attrazione nello Stato di Israele. Questo vorrebbe dire però l’azzardo di una crescente estensione territoriale dello Stato. Dunque davvero, come abbiamo scritto, “Israele contro Israele”?
Non parliamo del “dialogo ebraico-cristiano”. Ambedue le parti asseriscono di volerlo continuare anche in questo momento di “difficoltà”, ma se questa difficoltà diventasse essa stessa l’oggetto del dialogo, il contrasto sarebbe inevitabile, ragione per cui da parte cattolica se ne tace, per evitarlo, mentre dall’altra parte essa viene rimproverata di mancata condivisione ed “empatia”; ma in tal modo il dialogo, come è accaduto a Camaldoli, acquista in virtù ma perde in verità. Dopo secoli di dispute teologiche, a dividere cristiani ed Ebrei sono più le vittime di Gaza che il dogma della Trinità e la cristologia.
Ma perché prendersela tanto? Uno dei nostri critici, un professore di Torino, ci ha accusato di chiedere troppo agli Ebrei quando li invitiamo a modificare la politica del governo Netanyahu, «a tener conto delle terribili condizioni della popolazione soprattutto di Gaza, e a trovare sinceramente e concretamente una prospettiva di pace duratura nell’interesse di tutta la “famiglia umana” di cui, chissà perché – dice - un piccolo Stato è chiamato a farsi specialmente carico». Il perché che ci viene chiesto sta nel fatto che all’ebraismo e alla fede di Israele, come sempre ci hanno detto, è legata una prospettiva che in termini laici si potrebbe dire di unità e di pace per tutti i popoli, e che nella memoria dell’Occidente c’è una parola di Gesù alla Samaritana, secondo la quale “la salvezza viene dai Giudei”; ed è un grande dolore vedere come oggi questa promessa e questa attesa siano in sede politica così duramente contraddette, anche se a causa dell’aggressione subita dagli Ebrei il 7 ottobre.
Anche per questo crediamo che quanto sta accadendo a Gaza, interessi non solo Israeliani e Palestinesi, ma il mondo tutto, ed è questa la ragione per cui abbiamo auspicato che i due popoli siano riconosciuti e tutelati, in analogia con la Convenzione dell’Unesco, quali “patrimonio dell’umanità”. Sarà pure un “sogno irenico”, che “nella costituzione di un ‘villaggio globale’ regni l’amore reciproco”, come ci viene contestato dal Consiglio della Comunità Ebraica di Bologna, ma questo illusorio sogno “irenico” non è che la traduzione in greco della profezia di Isaia. È chiaro che per realizzarsi ci vuole il coraggio di un’altra concezione dello Stato, in Israele e anche da noi, ma questo è appunto il compito del futuro.
Con i più cordiali saluti,
Lo Scriba
per conto dei mittenti della "Lettera ai nostri contemporanei Ebrei"
Migliaia di ragazzi e ragazze nella capitale dell'Estonia per dare vita al 47mo Pellegrinaggio di fiducia sulla Terra che si concluderà il primo gennaio. Fratel Matthew, priore della comunità di Taizé: "Il tema di quest'anno è 'Sperare oltre ogni speranza' e la nostra preghiera può essere il segno del desiderio dei giovani di vivere una fraternità in Cristo che conduce alla vera pace"
La "Santa Famiglia" ad una prima realistica lettura può apparire, più che un modello, una realtà scombinata o molto vicina a molte di quelle che compaiono sulle cronache dei nostri giorni (quindi molto “moderna”?). Oppure deve essere diverso lo sguardo con il quale leggere questa pagina di Vangelo.
Siamo abituati a identificare questa Domenica, la prima dopo Natale, come quella della S. Famiglia pensandola come una immagine ideale a cui tendere. Se però facciamo attenzione al testo vediamo un figlio che, invece di seguire i genitori che tornano a casa, rimane in città senza avvertirli (ricerca di affermazione di autonomia?); i genitori che si accorgono che il figlio non è con loro dopo un intero giorno (da toglierli la patria potestà per abbandono di minore?) lo cercano e lo ritrovano tre giorni dopo; il figlio che, quando i genitori gli manifestano l’angoscia che hanno vissuto, invece di scusarsi li rimprovera (si sono invertiti i ruoli?).
Questa famiglia può apparire, più che un modello, una realtà scombinata o molto vicina a molte di quelle che compaiono sulle cronache dei nostri giorni (quindi molto “moderna”?). Oppure deve essere diverso lo sguardo con il quale leggere questa pagina di Vangelo.
Per prima cosa dovrebbe saltare all’attenzione che dei personaggi, tranne Gesù, non viene mai detto il nome: né quello della madre, né quello del padre, tantomeno quello delle altre presenze come i maestri nel Tempio; questo significa che siamo chiamati noi ad identificarci in un ruolo o in quell’altro.
Altra indicazione che ci viene data è che non si troverà mai Gesù è tra “parenti e conoscenti”, cioè in una situazione “scontata” o “statica”: non è un “sedentario” ma è sempre in cammino in territori che per noi possono essere inaspettati. Non si riesce a trattenerlo, a fermarlo, possederlo anche se ci è accanto nel nostro pellegrinare perché “ha posto la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14).
Va con i genitori a Gerusalemme a 12 anni, l’età del Bar Mitzvah, della maturità, dell’ingresso a pieno titolo nella comunità che richiamano quella di Samuele quando iniziò a profetare e, come lui, “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (//1Sam 2,26).
I genitori sono convinti che Gesù li segua: il figlio deve seguire le orme dei padri (Mal 4,6) ma l’Evangelo di oggi ci porge la novità che è il passato, cioè i genitori, che devono comprendere il nuovo (Gesù) e seguirlo. Chi è fermo in una tradizione guardando il passato non può comprendere il nuovo che avanza. Luca più volte nella sua opera insiste su questo aspetto e, alla fine, Maria apparirà come una fedele discepola del figlio mentre ora, per chiamarlo quando lo trova al Tempio, Luca le fa usare un termine greco che significa “bambino mio”, cioè qualcuno su cui si ha un potere, un diritto assieme a colui che definisce come suo “padre”.
La risposta di Gesù, che siede “in mezzo ai maestri” come la Sapienza divina in mezzo al popolo (Sir 24,1), è decisa e sorprendente: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo (questo verbo indica la volontà di Dio) occuparmi delle cose del Padre mio?”. È un esplicito rimprovero: “avreste dovuto saperlo”. È una presa di distanza e l’affermazione che non seguirà le orme di Giuseppe (avrebbe significato rimanere legato al passato), ma Colui che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5).
Ritorna qui l’appello a rimanere svegli, vigili, pronti a cogliere la novità di Dio che irrompe sempre improvvisamente nella nostra vita. È l’invito che ha accompagnato l’intero cammino d’Avvento e che ha trovato compimento nel Natale.
Alla fine della loro ricerca i genitori “… lo trovarono nel Tempio” con i maestri che non erano semplicemente “pieni di stupore”: il termine greco usato indica una meraviglia irritata “per la sua intelligenza e le sue risposte”. Giuseppe e Maria non compresero quanto Gesù ha replicato al loro richiamo, però “sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La risposta del figlio l’ha sorpresa e colta alla sprovvista ma non la rifiuta, non respinge la novità, ci pensa e ci riflette: è una modalità che ci viene chiesto di far nostra.
Lo ritrovano “dopo tre giorni” come dopo tre giorni le donne lo trovarono risorto, non più nel sepolcro, in quel sepolcro che possono essere anche tutte le situazioni di comoda sicurezza che ci offrono ospitalità tranquilla al riparo da ogni inquietudine. Il Risorto lo si incontra e trova solo nella strada che lui ha insegnato, quella del dono di se stessi nell’amore, non quando pensiamo di ritornare sui nostri passi (come, per esempio, i due discepoli di Emmaus) verso il confortevole rifugio della propria casa o paesello, senza altro problema che del pensare a noi stessi e non al bisogno dell’altro.
Ritrovano Gesù nel Tempio dove ascolta e interroga i maestri, gli esperti della Torà, cioè della Parola. Altri due atteggiamenti che dovrebbero essere di tutti i credenti: “ascoltare”, non semplicemente sentire o udire, ma avere la disponibilità a lasciare che la Parola entri in noi e, con tutta la sua forza, possa trasformarci, con-formarci a se stessa, alla volontà del Padre, ma anche porle domande. Non tanto “che cosa dobbiamo fare?” ma quale sia il volto di Dio che sto incontrando nel mio oggi.
(BiGio)
Un nuovo sondaggio dell’Università di Tel Aviv rivela un dato imprevisto: il 57,8% degli arabi israeliani – musulmani, drusi e cristiani inclusi – ritiene che la guerra in corso abbia contribuito a creare un «senso di condivisione del destino» con la comunità ebraica. Il risultato, parte di un’indagine del Centro Moshe Dayan, segna un importante cambiamento rispetto al passato.
L'intera
Non possiamo lamentarci della rimozione di Scurati dalla televisione a causa di un monologo antifascista, e pensare che chiedere la rimozione di Tony Effe sia diverso.
Ridotta all’essenza, è la stessa cosa: c’è un artista, c’è un prodotto dell’arte che si ritiene mandi un messaggio disallineato con i propri valori, c’è una richiesta di oscuramento dell’autore. Se lo fanno i fascisti, è osceno ma è in linea con le pratiche del fascismo che abbiamo sempre combattuto. Se lo fanno i progressisti, dall’alto di un giudizio improntato a una forma di autorità morale, crea un precedente che autorizza i fascisti. A Roma dicono: stacce.
E comunque: esistono prove concrete, fondate, di un legame eziologico fra la trap e la violenza contro le donne, e nello specifico della trap fatta da Tony Effe? Ci sono studi scientifici e sociologici che possano dimostrare che gli uomini ci ammazzano perché Tony Effe ha scritto delle rime di merda, e non perché viviamo in una società che normalizza la nostra sottomissione e autorizza la misoginia a tutti i livelli, e l’arte (di merda) non è che una manifestazione di un fenomeno che non si combatte certo con la repressione e il paternalismo? Il panico morale intorno a Tony Effe è parente stretto di qualunque panico morale generatosi nei decenni (per non dire nei secoli) intorno ai fenomeni pop più diversi. Come questo, raccontato in una colonnina illustrativa dell’esposizione permanente sui fumetti al PAFF di Pordenone².
Ogni epoca ha il suo moral panic.
Quando la settimana scorsa parlavo di impoverimento del dibattito culturaleintendevo anche l’appiattimento dell’intera discussione sul concetto di “difendere Tony Effe”, che è un concetto poverissimo, appunto. Perché c’è una differenza notevole fra “difendere Tony Effe” e mettere in guardia contro l’idea di giudicare l’arte con il filtro della moralità, che si applica a Tony Effe come a chiunque altro. Ma siccome Tony Effe fa arte brutta (per citare il sempre saggio Niccolò Vecchia: “intrattenimento”³) ed è tamarro e sbiascica i testi⁴, allora è facile usarlo come esempio e bersaglio. Le donne possono indignarsi e gli uomini fare finta che questo li assolva dal lavoro ben più gravoso che va fatto sul piano dell’educazione e dell’autocoscienza.
Non invitarlo sarebbe stato più che legittimo: invitarlo e poi disinvitarlo ha solo creato ulteriore attenzione intorno alla sua figura, gli ha permesso di fare il martire e di organizzare in due e due quattro un concerto al Palazzetto dello Sport che il Comune è stato mezzo obbligato a concedere, e serve che ricordi che va a Sanremo? Ecco, ci andrà entrando in trionfo come eroe dei giovani. Si chiama “eterogenesi dei fini”, e dovrebbe essere tenuta presente quando si progetta qualsiasi azione pubblica.
La cosa che mi manda ai pazzi è che in effetti io credo che Tony Effe faccia arte brutta. Ma molto brutta, al punto che non so nemmeno se ritenerla arte o una semplice performance pensata per fare cassa sulle insicurezze dei ragazzini, sempre molto disponibili a cantarle ad alta voce. La violenza casuale e reiterata dei suoi testi è un fatto (peraltro: non nuovo, e già noto a chi ha un occhio sulla contemporaneità che non sia indirizzato dall’indignazione e dal paternalismo), e pur non essendo la sua analista non faccio molta fatica a immaginarmi che si tratti solo in parte dell’espressione di fantasie mai messe in discussione, e per il resto di banale e trita riproposizione di stereotipi per fare contento il grande pubblico, composto a larga maggioranza da gente che se ne fotte della morale o di problematizzare l’espressione della maschilità tossica⁵. Tony Effe raccoglie e impersona uno Zeitgeist che mi ricorda moltissimo quello degli anni ‘80: vuoto e disperato, minacciato da guerre e tensioni e da una classe dirigente incapace di affrontare le sfide della contemporaneità. I testi da boro Tony-comprami-la-borsa sono il sintomo di un desiderio disperato di disimpegno, oltre che una reazione al lavoro sempre più incisivo, costante e capillare dei femminismi nell’indirizzare la liberazione delle ragazze.
Eppure io penso che questo sia il piano per parlarne: quello artistico, critico, analitico. Non quello educativo. Tony Effe non deve educare i vostri figli, e se vogliamo dirla tutta io non riscontro grande artisticità neanche in Miglioredei Pinguini Tattici Nucleari, scritta come un dialogo fra Giulia Tramontano e il feto che è morto con lei quando Alessandro Impagnatiello l’ha accoltellata. Un brano il cui intento forse non è educativo, ma di certo rappresenta un posizionamento diametralmente opposto rispetto al tema che ha incendiato il dibattito in questi giorni. Però neanche i Pinguini Tattici Nucleari devono educare i vostri figli. Li dovete educare voi, i vostri figli. Li devono educare quelli che passano il tempo a reclamare un’assoluzione individuale, perché “Non tutti gli uomini!” Li deve educare la scuola, anche se Valditara non vorrebbe e comunque non mi pare abbia un’idea molto chiara di come si dovrebbe fare. Li devono educare gli adulti intorno a loro, per rifornirli di anticorpi contro il desiderio di sopraffazione e metterli nelle condizioni di ascoltare delle canzoni per quello che sono: belle o brutte o cringe come quelle in cui il cognome di una vittima di femminicidio viene usato come verbo, spostando l’accento.
Questo abbraccio è destinato a diventare scelta anche politica a strenua difesa del vivente, soprattutto nella sua fragilità di embrione e di malato terminale. La nostra fedeltà alla vita sarà la cifra che ci consentirà di cogliere il dono del Giubileo nella sua radicale autenticità
Per i cristiani della Lettera a Dionigeto la condizione diasporica fu insieme drammatica e affascinante, tanto da poter dire: “come l’anima è per il corpo, così i cristiani sono per la società”.
È la stessa condizione dei credenti nelle società moderne laiche e secolari nelle quali tutto è diaspora, poiché lo spazio pubblico è di tutti, credenti e non credenti. Anche i cristiani si percepiscono in un certo senso come fuori luogo in questa esistenza, vivendo in questo mondo, ma senza essere di questo mondo. Si sentono come dissimili da se stessi e come se non coincidessero con se stessi (S. Levi Della Torre). È il perenne dissidio tra l’essere diversi quando si è uguali a tutti gli altri, e l’essere uguali a tutti gli altri quando si è diversi....
La riflessione di Luigi Berzano è a questo link:
https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202411/241130berzano.pdf
Questo “presepe” cerca nella simbologia dei suoi elementi quella che don Tonino Bello chiamava la convivialità delle differenze. In questo caso delle fedi senza scadere nel sincretismo religioso, ma facendo tesoro delle ricchezze di ciascuna mettendole in dialogo le une con le altre.
Lo sfondo è un’immagine di distruzione in un mondo che vede 52 guerre attive delle quali quattro ad alta intensità.
Il presepe è collocato sotto un abete addobbato con stelle di paglia, angeli, luci e piccole mele: rappresenta l’albero della vita e per questo è un sempreverde. Il suo simbolo è presente in tutte le culture del mondo, dall’oriente all’occidente, dal nord (dal quale proviene quello della nostra cultura) al sud. Nella cultura ebraica è rappresentato dalla Menorah, il candelabro a sette braccia, perché la sua base in origine aveva quattro piedi che rappresentavano le radici, il fusto il tronco dell’albero, le sette braccia i rami e, dove viene posto l’olio e accesa la fiamma, è a forma di foglia di mandorlo che è l’ultimo albero a perdere le foglie e il primo a metterle; praticamente un “sempreverde”.
Giuseppe, Maria, Gesù in fasce, il bue e il mulo (non l’asinello perché, come il bue, non può riprodursi ed è questo che offre senso alla loro presenza) sono appoggiati su di una Torà ebraica aperta sul capito 11 del profeta Isaia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse …” e continua con le immagini di una pacifica convivenza tra il lupo e l’agnello, la pantera e il capretto, il vitello e il leoncello, la vacca e l’orsa e continua sottolineando che “il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno…”. Ecco allora la presenza del leone accanto alla pecora.
Il bambino poggia la testa su di una piastrella che i musulmani sciiti usano per appoggiare la loro quando, prostrandosi, toccano con la fronte il pavimento (6^ e 8^ momento della loro preghiera rituale). Sopra c’è scritta una benedizione di Allah: “Sia gloria all’altissimo mio Signore”. È attorniato da una coroncina di preghiera composta da una frazione dei 99 grani di quella intera; viene usata da tutte le tradizioni islamiche sia sciite, sia sunnite per pronunciare i 99 nomi di Dio.
Il cammello richiama un altro versetto di Isaia (60,6) “Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”. Da qui la tradizione dei re magi.
Sull’angolo destro ci sono i cimbali tibetani composti di una lega di sette metalli che hanno un suono cristallino ad alta frequenza e sono uno strumento di preghiera del buddismo. Sono decorati con gli otto simboli di buon auspicio (buona fortuna): il Parasole, i Pesci d'Oro, il Vaso della Ricchezza, il Fiore di Loto, la Conchiglia, il Nodo Infinito, il Vessillo di Vittoria, la Ruota del Dharma.
Sullo sfondo altri due simboli buddisti: il fiore di loto e il Naga Bucalinda. Il primo è simbolo di benessere, purezza e rinascita spirituale; rappresenta anche speranza e fiducia nel futuro e nel cambiamento o l'inizio felice di un nuovo percorso.
Il secondo è un simbolo di protezione esteso a tutti gli uomini da quando venne in soccorso al Buddha Gautama che correva il pericolo di annegare per l’alluvione provocata da una pioggia torrenziale che discese ininterrottamente per sette giorni mentre stava avendo l’illuminazione seduto sotto un fico. Allora un cobra gli si arrotolò sotto alzandolo e lo protesse dalla pioggia allargando le sue costole che ha a fianco della sua testa, formando così un “cappuccio”. Quando la pioggia cessò il cobra assunse una forma umana. Il Buddismo poi discende dall’Induismo.
Ecco allora come il nostro Natale di un Dio che si fa piccolo per portare il Regno del Padre tra gli uomini, riscattandoli da un mondo di violenza e sopraffazione dove regna l’ego di ciascuno che lo causa, inaugurandone uno nuovo dove al centro c’è invece il bisogno dell’altro su cui chinarsi come il “buon samaritano” e farsene carico, può cercare assieme a tutte le fedi una realtà dove regni la condivisione, la rinuncia della violenza, il benessere, la speranza e la fiducia nel futuro, la protezione reciproca.
Questo ci libera dalle catene della violenza, ci rende attenti e pronti a cogliere i germi di un futuro nuovo dove la gioiasi fonda in una promessa che è una certezza e ci spinge a sperare al di là di ogni umana speranza.
(BiGio)
A Betlemme, la Messa della notte di Natale del patriarca di Gerusalemme dei Latini, con l’invito ad essere “pellegrini di speranza anche dentro le strade e tra le case distrutte” dal conflitto
L'intero reportage è a questo link:
anche a questo link:
Ogni festa ebraica ha più significati, associando di solito un significato agricolo a uno storico religioso. Ma quando parliamo di Hanukkah pensiamo subito alla rivolta dei Maccabei e al miracolo dell’olio. E’ così, ma non solo. Dentro Hanukkah ci sono tante cose. Hanukkah è una scala che bisogna salire fermandosi ad ogni gradino per capire. La festa più recente del calendario ebraico è la più antica, la prima, istituita secondo il Talmud da Adamo
L'intero racconto dei significati della festa è a questo link:
https://moked.it/blog/2016/12/29/festeggiando-hanukkah-lenergia-dipende/
La Comunità Islamica bengalese è arrivata all'inizio della nostra Eucaristia nel giorno di Natale per porgerci i suoi auguri e anche un dono:
Fratelli e sorelle,
Buone feste di pace e serenità.
Introduzione
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Questa è la grande gioia che oggi noi contempliamo! Dio non è un concetto da capire, ma un bimbo nato in un posto umile che vive la nostra stessa vita. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l'uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e in quel neonato, a Betlemme, uomo e Dio sono una cosa sola.
Preghiera dei fedeli
L’evangelista Luca ci racconta che Gesù fu posto in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. L’evangelista Giovanni ci dice che “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Quanto fatica Signore facciamo ad accettarti, ad accoglierti, troppo indifferenti e oppressi da mille cose tanto da passare inosservato…il nostro fratello passa inosservato.
O Signore perché sappiamo con tenerezza saper accogliere il diverso, l’altro che altro non è se non un fratello, preghiamo
Signore tu che oggi vieni ad illuminare le tenebre dona alle persone del nostro vicariato la capacità di diventare costruttori di pace, persone capaci di sguardi di benevolenza verso tutti coloro che incontriamo lungo il nostro cammino, a qualsiasi cultura, nazionalità o religione essi appartengano, preghiamo
Papa Francesco, in Vigilia ha aperto la Porta Santa nella Basilica di San Pietro dando inizio al Giubileo 2025. Pellegrini di Speranza è questo il motto che ci accompagnerà tutto l’anno.
O Signore, perché, nel giorno della Tua venuta sappiamo coltivare la speranza per essere non vagabondi, ma pellegrini nelle strade a volte tortuose della vita, preghiamo
Il Natale non ci chiede di amare un bambino. Quello a cui la società lo ha ridotto ci fa dimenticare come questa festa sia comprensibile e assuma senso solo alla luce della croce e della risurrezione.
In fin dei conti nella festa che chiude liturgicamente il periodo natalizio, il giorno dell’Epifania, il Diacono annuncia tutte le feste partendo dalla Pasqua di Risurrezione per giungere, alla fine come ultima, il Natale: tutto dipende dalla Pasqua, tutte le feste che scandiscono il nostro cammino nella storia di ogni anno e, tutte, vanno lette alla sua luce. Senza di questo perdono, smarriscono il loro vero significato, la loro essenza.
Non per nulla anche nella celebrazione nella notte di Natale (non a mezzanotte che è solo una tradizione con la “t” minuscola), come pure tutto il periodo natalizio, iniziamo le nostre liturgie e la nostra preghiera segandoci con la croce. Purtroppo non ci facciamo affatto caso.
Questo nulla toglie alla gioia di questo giorno nel quale riconosciamo che il Signore è venuto, viene e verrà. Saper accorgerci che lui è già presente nella nostra storia di tutti i giorni, in ogni momento della nostra vita è stato il messaggio dell’Avvento; scoprirlo non può che essere un’esplosione di gioia condivisa che, nella liturgia dura una settimana come, guarda caso, la festa della Pasqua di Risurrezione.
Nei primi secoli della chiesa, la memoria della nascita di Gesù, Messia, Signore e Salvatore, era celebrata nel contesto più ampio della manifestazione della divinità di Cristo al mondo nella festa dell’Epifania il 6 gennaio e, in oriente, questo accade anche oggi. Fu a partire dal IV secolo che fece la sua apparizione in occidente la festa del Natale. Essa venne a sostituirsi, il 25 dicembre, alla festa del sol invictus, che nel mondo romano si celebrava nel solstizio d'inverno, quando la notte ricomincia a diminuire per fare spazio alla luce del giorno. Oggi pare che si sia ritornati quasi esclusivamente a questa festa che adombra il ricordo della memoria della nascita di Gesù con la quale i cristiani intendevano affermare che è Cristo il vero sole di giustizia venuto a illuminare chi giace nelle tenebre. Forse si potrebbe ipotizzare di lasciare il 25 dicembre alle luminarie della festa “pagana” e riprendere quella di fede nella data del 6 gennaio o la domenica seguente la IV di Avvento (ne sono convinti pure alcuni preti amici).
Celebrando il Natale del Signore la comunità cristiana confessa la presenza umile di Dio in mezzo all’intera umanità, a compimento delle promesse messianiche fatte a Israele per bocca dei profeti. Allo stesso tempo essa contempla il «meraviglioso scambio»: Dio che assume la natura umana perché gli uomini possano accedere alla natura divina. Inoltre, facendo memoria della venuta di Cristo nella carne, i cristiani orientano il loro sguardo alla venuta del Signore nella gloria. Quest'ultima sfumatura della festa del Natale si è sviluppata particolarmente in occidente, dove la sua celebrazione è preparata dal tempo dell'Avvento, memoria della parusia e invito a vigilare nel tempo presente per discernere nella storia i segni della venuta di Cristo.
Gli addobbi natalizi poi fondono diverse tradizioni: gli abeti interpretano nelle tradizioni dei paesi del nord, poi diffusisi in tutto il mondo, l’Albero della Vita presente in tutte le religioni, le mitologie, filosofie e culture. Le luci e le stelle che lo addobbano annunciano la vittoria sul buio del solstizio di inverno; le palle colorate di oggi rappresentano i frutti che invitano ad essere condivisi, segno di comunione e non di discordia, di relazione e non di invidia.
Le fronde sempreverdi anche quando sono multicolori e le luminarie per le strade richiamano la vita che non si spegne. Di fatto storia umana è/e storia sacra si condensano negli addobbi di questo periodo. Non è raro nei paesi del Nord come in quelli del Tirolo vedere ancora oggi gli alberi adornati da mele rosse e candeline vere che, accese, richiamano quelle della Notte Santa della Risurrezione del Signore.
(BiGio)
Nel Natale trova compimento il cammino di Avvento che quest’anno abbiamo percorso attraverso quattro termini: liberi da un mondo dove regna la violenza dell’uomo sull’uomo verso un futuro di gioia. È una speranza che non delude perché fondata sulla promessa annunciata dal Signore, che chiede di essere pronti ad accogliere, testimoniare e realizzare con gioia la salvezza di Dio nel nostro presente, elementi che ritroviamo tutti nell’Evangelo che viene proclamato nella notte di Natale.
Infatti Luca innanzitutto colloca l’evento della nascita di Gesù in un preciso concreto contesto storico insistendovi nei primi quattro versetti della pericope odierna. Questi fanno da cornice al racconto di Maria che partorisce “il suo figlio primogenito”. Qui l’accento cade sull’aggettivo e non è una informazione biologica ma teologica perché guarda al fatto che quel bimbo sarà il primogenito tra i risorti dai morti. Questo viene confermato dall’annotazione che il bambino viene fasciato e “deposto” in una mangiatoia; participio passato che Luca userà solo un’altra volta quando, dopo la sua morte, Gesù viene avvolto nel sudario e “deposto” nel sepolcro. Non per nulla nell’Icona russa della Natività il neonato non si trova in una mangiatoria, ma in un sepolcro e con una fasciatura da morto: è il vecchio mondo che muore in un Signore che nasce per fare nuove tutte le cose (Ap 21,5).
Luca sottolinea che i pastori, persone disprezzate ed escluse perché vivevano con degli animali, “vegliavano nelle notte”: sono come le sentinelle descritte da Isaia (21,11-12) che scrutano la notte per vedere quando spunterà l’aurora e finirà quella paura annunciata dall’Evangelo della prima Domenica di Avvento causata da “segni nel sole, nella luna e nelle stelle e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra” (Lc 21,25-36); sono come Simeone e Anna che, fondatisulla promessa annunciata dai profeti, “aspettavano la consolazione di Israele e la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2,25-38). Con questo Luca ci vuole dire che il suo Evangelo si rivolge a chi è in ricerca, in attesa, pronti ad accogliere l’irrompere della novità di Dio, non a chi pensa di conoscere ed avere già tutto per i quali invece può trasformarsi in una cattiva notizia e non in una grande gioia.
“Oggi è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore” annuncia l’Angelo. Questo “oggi” riguarda il nostro presente e quel “voi” non è una massa indistinta: è per me, per te, per noi che oggi ascoltiamo la proclamazione di questo Evangelo. Una buona notizia che è affidata alle nostre mani, alla nostra voce: un dono inaspettato che cambia, se accolto, la nostra situazione, ci fa balzare in piedi e, “appena” ascoltato l’annuncio, andare “senza indugio” per verificare, toccare con le proprie mani quanto avvenuto e sta avvenendo (Lc 2,15) per collaborare e darvi corpo. È il medesimo atteggiamento, la medesima urgenza che ha avuto Maria dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo: corre da Elisabetta attraversando le montagne, la strada più rapida ma anche al più pericolosa.
Oggi noi abbiamo ascoltato un annuncio, oggi – non domani o in futuro – la salvezza è entrata nella nostra realtà, un dono del tutto gratuito che ci è chiesto di accogliere mettendoci in movimento perché ci dà una direzione da seguire, un senso alla vita che e ci da gioia. Attenzione però, il segno che questo avviene è una piccola cosa, un germoglio di vita nuova, non una cavalcata gloriosa con tanto di squilli di tromba e non è semplice da scorgere nel nostro convulso quotidiano. Ma è il compito che ci è chiesto. Di fronte alla nostra realtà fatta di timori per le guerre (sono 52 quelle in atto nel mondo), di accentramento delle ricchezze in poche mani che guidano anche le scelte politiche, nell’impoverimento sempre maggiore della maggior parte dell’umanità, nelle migrazioni mosse dalla disperazione e dalla speranza, non ci è chiesto solo di denunciare. Certo, va fatto con decisione ed anche con forza ma non basta, non ci si può fermare qui, sarebbe come ripiegarsi su di noi stessi accettandoli mentre, invece, ci è chiesto di individuare i piccoli gesti, le piccole esperienze di convivenza, di solidarietà; ogni azione che tende a concrete esperienze di un mondo pacificato nel dialogo delle differenze, nella condivisione di quanto ciascuno ha. È questo che crea fraternità, fiducia nell’altro, accoglienza. Sono quei doni che nell’Evangelo di oggi gli Angeli e i cori celesti ci annunciano consegnandoceli perché gli diamo corpo, gli aiutiamo a svilupparsi, a diventare dall’impalpabile granello di senapa a un albero sotto il quale riposarsi dalla calura. Questo è il compito che ogni dono ci chiede, in particolare quello di oggi.
(BiGio)